Com’è difficile comunicare la ricerca

Si avvicina anche quest’anno La notte dei ricercatori. Dal sito:

Un’iniziativa promossa dalla Commissione Europea fin dal 2005 e che coinvolge ogni anno centinaia di ricercatori e istituzioni di ricerca in tutti i paesi europei. Ogni anno ricercatori e cittadini comuni sono invitati a creare occasioni di incontro con l’obiettivo di diffondere la cultura scientifica e la conoscenza delle professioni della ricerca in un contesto divertente e stimolante.

Gli eventi comprendono esperimenti e dimostrazioni scientifiche dal vivo, mostre e visite guidate, conferenze e seminari divulgativi, spettacoli e concerti. […] Nel 2011 la Notte dei Ricercatori in Italia prende vita in oltre 40 città dal nord al sud della penisola. Nel 2011 il tradizionale appuntamento europeo si terrà il 23 settembre: ti aspettiamo!

Anche a Bologna, una delle sedi più attive nell’organizzare l’evento, fervono i preparativi: trovi i dettagli sul sito Nottericercatori. Poiché anche quest’anno sono coinvolta nella diretta sulle web tv organizzata da Altratv.tv e Aster, tornerò sul tema.

Nel frattempo il caso vuole che mi arrivi una mail da Cecilia, una ricercatrice che mi segnala il video prodotto per promuovere la Notte a Udine, Gorizia e Nova Gorica. Dice:

A me non piace, ma magari io, che sto in laboratorio, di comunicazione non capisco niente: preferisco non commentarlo e leggere, se possibile, una sua analisi. Grazie.

Ora, il video è stato realizzato dagli studenti Dams e Relazioni Pubbliche dell’Università di Udine e non è giusto accanirsi contro l’evidente ingenuità e inesperienza che rivela. Dico solo tre cose:

  1. È troppo lungo: un minuto, un minuto e mezzo al massimo, può essere la lunghezza di clip come queste. Meglio farne più d’una, per valorizzare aspetti diversi di diversi tipi di ricera.
  2. La ricercatrice e i due ricercatori sono caricature. Per essere più benevoli, sembrano usciti da un cartoon. Capisco che l’intenzione fosse autoironica. Capisco che si volesse rendere «buffo» qualcosa che il senso comune immagina barboso, ma c’è un problema: il video non fa ridere né sorridere. E conferma il pregiudizio dell’inutilità della ricerca: un giochetto che diverte solo chi lo fa.
  3. L’atmosfera giocattolosa non è coerente con le affermazioni trionfalistiche della conclusione: «Non abbiamo superpoteri, ma strumenti di precisione», «Noi cerchiamo la verità, per un mondo migliore», «Noi non siamo supereroi, ma salviamo il mondo». Eccetera.

Torno a dire: sono piccoli e non è giusto accanirsi. Però potremmo partire da un video che non funziona per immaginare assieme come potrebbe essere una serie di clip che voglia davvero far capire alla nonna – al droghiere, al parrucchiere, al meccanico sotto casa – cosa vuol dire fare ricerca, chi la fa, a cosa serve in concreto, perché vi andrebbero investiti più soldi, e così via.

Se mettessimo assieme una lista di spunti interessanti e ragionati, potrei portarla come argomento di discussione nella diretta televisiva del 23 settembre. Chi mi dà una mano?

23 risposte a “Com’è difficile comunicare la ricerca

  1. Lavoro proprio nel settore Ricerca e Sviluppo (area Biologia e Ambiente) di un Istituto di Ricerca e ho imparato che non c’è nulla che non possa essere spiegato in termini semplici. Ridurre ai minimi termini un esperimento magari con esempi “terra terra” è la chiave di volta per far comprendere COSA si fa, PERCHé lo si fa (i risultati attesi) e cosa invece accade che non si era preventivato. Spesso e volentieri risultano molto utili dei diagrammi di flusso, essenziali, privi di termini tecnici e “paroloni”.
    Parallelamente il vincolo a cui deve stare ogni ricerca è quello economico, che, appunto, procede di pari passo con gli esperimenti e che, anzi, li condiziona. Quando si parla di “fondi alla ricerca” si parla in generale e non nello specifico di ogni realtà, Si dice, per esempio, che vengono stanziati 3 milioni di euro per le ricerche sul cancro, ma ciò non significa che ogni istituto/università/lab. privato riceverà 3 milioni. Ad ogni entità aziendale va una quota di quei 3 milioni ed è su quella quota che bisogna ragionare. Difatti, una parte di quella quota andrà a coprire gli stipendi dei ricercatori e una parte servirà per i materiali e le attrezzature necessarie. In base alla quota destinata al personale e proporzionalmente alla durata del progetto si avrà la possibilità di stipulare contratti/assegni di ricerca a tempo determinato più o meno lunghi, più o meno cospicui. Ed è questo un aspetto importante della ricerca, ossia come va a incidere sull’occupazione sul presente/futuro di chi ci lavora.
    Ecco, quindi, se dovessi spiegare a mia nonna cosa fanno i miei colleghi le direi: osservano quali piccoli organismi (invisibili ad occhio nudo) vivono nella terra, tra le radici di una pianta, i batteri, i funghi è così che si chiamano. Tra questi scelogono quelli che si “nutrono” degli scarti della produzione del vino e fanno si che si riproducano. Poi in un terreno adatto piantano dei piccoli pioppi e posano questi piccoli organismi alla radice. Il risultato è che i reflui della produzione di vino non vengono gettati in terreni e acque inquinando, ma possono essere usati per “innaffiare” una piantagione di pioppi. Ci lavorano 4 ricercatori per 1000€ al mese, 2 tecnici per 1700 € al mese per la durata di 3 anni e ci lavoro io per 700€ così finché ho questi soldi posso pagare l’affitto. Immagina quanto vino viene prodotto in Italia e capisci bene se tutti gettassero gli scarti a mare, nei prati o al fiume sarebbe un disastro, mentre così oltre a non inquinare fai crescere delle piante e puoi sempre avere legna da ardere.
    (è un esempio grossolano, le cifre non sono proprio esatte, ma una delle attività di studio è quella).
    Quindi, ritengo sia utile semplificare all’osso il tema da trattare correlandolo ai costi che comporta, quantificando i posti di lavoro, gli stipendi, i tempi di ciascun progetto.

    Spero di essere stata utile.

  2. Grazie Alessandra, sei stata utilissima. E tuttavia osservo, una volta di più, che se in questo blog parlo di Berlusconi o di donne, arrivano decine di commenti in poche ore.

    Se parlo di ricerca… non gliene frega nulla a nessuno. Questa è l’Italia, inclusa la piccola élite che segue questo blog.

    Ci tornerò su.

  3. Un esempio che riguarda la comunicazione e una situazione abbastanza comune.

    E’ noto che i pediatri prescrivono spesso antibiotici anche quando non dovrebbero, cioè quando diagnosticano infezioni virali — raffreddori e simili.
    Lo fanno perché avvertono una pressione dei genitori per l’antibiotico e finiscono per cedere.
    La cosa ha un costo immediato enorme a carico del sistema sanitario. Inoltre, ancora peggio, favorisce la selezione di batteri resistenti agli antibiotici, con grandi rischi per la salute in futuro.

    Tania Stivers ha studiato nei minimi dettagli una grande quantità di visite pediatriche registrate e trascritte. Ha scoperto una serie di comportamenti dei genitori che i pediatri avvertono come pressione per la prescrizione dell’antibiotico. Comportamenti niente affatto ovvi, in quanto per lo più sottili e indiretti.
    E ha anche scoperto e indicato i modi in cui i pediatri possono rispondere nel modo migliore, evitando di prescrivere l’antibiotico e nello stesso tempo lasciando i genitori soddisfatti dell’esito della visita e del trattamento prescritto.
    Uno di questi modi, abbastanza contro-intuitivo, consiste nel NON minimizzare la portata di un semplice raffreddore e di impegnarsi invece in accurate prescrizioni per il suo trattamento, anche se si tratta di misure solo palliative e non curative.

    Simili indicazioni operative riguardano la comunicazione del pediatra coi genitori in varie fasi della visita, che la ricerca ha pure identificato e descritto. Attenendosi a queste indicazioni, i pediatri riescono a ridurre grandemente la prescrizione inappropriata di antibiotici. (Se il pediatra non prescrive l’antibiotico ma lascia insoddisfatti i genitori, questi cercheranno e potranno trovare un altro pediatra che li prescriva.)

    Eccellente esempio, dunque, di ricerca applicata sulla comunicazione, con effetti socio-sanitari positivi e di grande portata.

    Vedi:
    http://www.drkhaldoon.com/e-Books/Prescribing%20under%20Pressure%20-%20Parent-Physician%20Conversations%20and%20Antibiotics.pdf
    specialmente le conclusioni, pagine 185-193

  4. Ah la ricerca… in Italia si traduce quasi sempre in spreco ad ufo di risorse pubbliche per il mantenimento di professoroni ed aspiranti tali, con contorno di amanti e prosseneti. Conosco di persona diversi ricercatori italiani in fisica ed ingegneria che non reggerebbero nemmeno una giornata di lavoro e confronto con operatori e tecnici formati sul campo, sopratutto in termini di aggiornamento internazionale, fermi come sono ai sacri tomi… Non fatemi iniziare, va, che son scappato anche da loro.

  5. Premetto, a titolo naturalmente personale, che la critica è ben diversa dall’accanimento, e che quindi degli studenti intelligenti come sono sicura gli studenti di udine sono, sapranno certamente cogliere lo spirito costruttivo di alcune considerazioni. Partiamo dal presupposto che uno studente (e questo in forme diverse è vero per ciascuno di noi) è in una fase in cui deve imparare, e non considerarsi Wim Wenders o Giorgio Bocca, o entrambe le cose insieme. Specie se sta trattando argomenti che lo riguardano tangenzialmente e che sollevano un problema sociale urgente (questo lo ripeto sempre, a costo di auto-annoiarmi) che riguarda persone…adulte. Io questa parola ricomincerei a usarla.

    Sono d’accordo sul fatto che il video è ben distante dalla ricerca, anche se capisco la tentazione di renderlo un argomento giocoso e “leggero”. Però la ricerca non è leggera, le difficoltà in questo momento sono enormi e hanno ricadute a tutti i livelli (di vita, intendo). Questo secondo me dovrebbe iniziare ad essere trattato come un dato di fatto. Non con pessimismo, non con disfattismo, non con spirito di compassione o paternalismo. Solo con un sano, e costruttivo (!) realismo.

    Io credo che la creatività vada spesa più nella proposizione che nella descrizione del problema. Questo lo dico perchè raramente vedo descrizioni centrate, e quindi prendo atto di una oggettiva difficoltà.

    Quindi (ripeto, secondo me), basterebbe sfruttare i cinque minuti a disposizione (che forse sono tanti) per descrivere realisticamente la condizione media di un ricercatore. Il che implica un multitasking selvaggio che va dalle accanitissime scritture notturne, al combattimento quotidiano per guadagnarsi orizzonti di cui si ritiene di avere il diritto, al tempo speso per restare aggiornati, le discussioni con chi condivide la tua situazione (e anche lo sconforto, a volte, che non vedo perchè debba far paura) ai lavoretti di tutti i tipi per pagarsi le cose essenziali, che continuano ad esistere anche se sai a memoria Foucault. Con un’aggiunta, questa sì creativa: sguardo in camera finale, che mi piace perchè coglie un’intenzione che esiste, e camminata a schiena dritta e passo fermo e deciso, per lo stesso motivo.

    E’ inutile, e controproducente, e pregiudiziale a sua volta, dipingere di rosa le difficoltà.

    Il finale a cui hanno pensato i ragazzi, quindi, lo sottoscrivo. Non così per gli slogan, perchè a fare ricerca, soprattutto in certi ambiti, si impara più a farsi venire dei dubbi che a fidarsi delle cosiddette “verità”.

    Ringrazio per l’attenzione.

  6. Giovanna, il tempo di scaricare i pupi al nido…

    Le domande sono tante e complesse. Mi limito a qualche nota, per ragioni di tempo. Sono disponibile a un lavor piu`strutturato nei prossimi giorni, se ti interessa il mio contributo.

    1)Spiegare in parole semplici la mia ricerca: mi limito all`esempio piu`facile, alcune ricerche di base sono davvero difficili da contestualizzare.

    Il petrolio e`una risorsa limitata. Durera`per 50-60 anni, poi basta. Ci sono altre possibilita`. Si puo`utilizzare il vento, l`energia del sole. Io cerco di utilizzare le acque di scarico per produrre energia elettrica. Come e`possibile? Basta pensare alle migliaia di insetti e piccoli esseri che vivono nelle fogne e nelle acque di scarico. Questi esseri sono in grado di estrarre dai nostri rifiuti il loro nutrimento. Alcuni di questi piccoli organismi, chiamati elettrobatteri, possono trasformare i nostri rifiuti in energia elettrica! Basta dar loro un luogo adeguato dove crescere e riprodursi. Nel nostro laboratorio, i ricercatori coltivano questi batteri in appositi contenitori, chiamati bioreattori, e raccolgono l`energia elettrica prodotta. Cosa possiamo fare con questa energia? Con le acque di scarico di 400 uomini e donne, possiamo far funzionare gli apparecchi elettrici e il riscaldamento di un monolocale. Mica male, visto che il “carburante” iniziale non ci costa nulla!

    2)A che serve la ricerca in concreto: qui ci vuole un comunicatore, piu`che uno scienziato, pero`penso che un semplice confronto con un passato recente possa aiutare, come nelle righe che seguono:

    Ti ricordi l`odore acre del fumo di scappamento delle auto, quelle nuvole nere che ti bloccavano il respiro durante una passeggiata nel centro citta`? Io lo ricordo, ma le cose sono cambiate. Anche se il traffico e`sempre intenso, oggi si respira meglio in citta`. Perche`? perche` alcuni ricercatori hanno trovato il modo di far bruciare meglio la benzina nei motori, riducendo la quantita`di fumo emesso. Oggi l`invenzione che deriva da questa scoperta scientifica, la marmitta catalitica, e`di serie su tutte le auto, come il lettore CD o i finestrini elettrici.

    Altri esempi sul tema: la mucillagine, ridotta grazie al miglioramento di efficienza degli impianti di trattamento acque, le lampadine a basso consumo, etc. In generale, bisognerebbe mostrare come la tecnologia e il benessere derivino (anche) dalla ricerca, e come i prodotti di uso comune siano originati dalla ricerca (anche fondamentale).

    3)chi fa ricerca: la cosa piu`semplice che mi viene in mente e`il classico “vivono tra noi”. I ricercatori sono tantissimi, donne e uomini, spesso giovani e appassionati. Figure comuni come il meccanico e il postino, non professori con gli occhiali spessi che vivono nelle uiniversita`.

    La prossima volta che andate in autobus o in metropolitana, o siete in fila alla posta, potreste essere seduti vicini ad un ricercatore. E`un lavoro come un altro, ha i suoi orari e le sue regole, ma ci sono alcune differenze. Moltissimi ricercatori sono giovani sotto i trent`anni. Giovani donne e uomini spesso al loro primo lavoro, pieni di passione e fiducia nel futuro.

    4)Perche`finanziare la ricerca: mi limito a tre cose, piuttosto banali
    Perche` significa finanziare il lavoro giovanile
    Perche` la ricerca produce occupazione sul territorio
    Perche`una ricerca ben finanziata puo`attrarre capitali dall`estero e mantiene i nostri migliori talenti in Italia.

  7. La ricerca viene vista sempre come qualcosa di distante e di chissà quanto utile e questo video accentua questi tratti.Non si riesce bene a capire a cosa stanno lavorando e quali effetti avrà il loro lavoro,due caratteristiche che andrebbero esaltate per ridurre la distanza e la sensazione di inutilità.Poi in questo momento le affermazioni trionfalistiche sembrano quasi una presa in giro.

  8. Cara Giovanna anche noi di Ustation.it e del movimento dei media universitari da anni cerchiamo il metodo più efficace per comunicare la ricerca.Insieme agli amici di Altratv abbiamo partecipato al progetto europeo Italy Plays Science e da parte nostra abbiamo realizzato un format webradiofonico ‘Senti chi ricerca’ ancora in onda e ascoltabile in podcast sul nostro sito. Altrettanti hanno fatto le micro web tv di Altratv con il format ‘Guarda chi ricerca’. Esempi di come, forse, sua possibile ripensare la comunicazione della ricerca scientifica.Propongo pero uno spunto di rifflessione: non tutta la ricerca e’ comunicabile alle ‘casalinghe di Voghera’.Forse dovremmo ripensare ai target e su questo ripensare strumenti e linguaggi di comunicazione e promozione! Un caro saluto e ricordo ai tuoi lettori che noi passeremo a voi il testimone il 23 settembre alle 20 in quanto dalle 18 saremo in diretta web radio a reti unificate con gli amici di Raduni coordinati dal team di Radio 6023 di Vercelli.

  9. Certo che promuovere la ricerca attraverso uno sforzo retorico è molto importante. Soprattutto perché ovunque nel mondo si fa sempre più disperato il tentativo di rintracciare un nesso sostanziale tra risorse stanziate per la ricerca e benefici goduti.

  10. Interessante (e provocativo) l`articolo citato da Broncobilly. E`interessante notare che si critica chi gia`fa parecchia autocritica (i ricercatori) e non si dice una parola sui trilioni di dollari spesi per militari e sistemi d`arma. In altre parole, si discute sul 2% (a voler essere generosi) di PIL dedicato alla ricerca e non si mette in discussione la spesa militare, circa10 volte maggiore.

  11. Sono felice di poter condividere, grazie! Neanche’io ce l’ho con gli studenti, è più difficile essere indulgente con gli insegnanti, visto anche il finanziamento pubblico. Però tutti impariamo per tentativi. Ecco il mio commento, per punti:
    1. Si sta parlando di come comunicare in modo semplice la ricerca
    2. Cosa comunicare?
    3. Come comunicarlo?
    4. Però per capire serve pensare, inutile girarci intorno…

    1. Per chiarezza: il punto è “come comunicare la ricerca”, non “ricerca sì o no”: i commenti denigratori sono fuori tema. Non si vuole convincere nessuno di niente: chi è già favorevole all’idea di ricerca discute di come spiegarla in modo efficace e corretto a chiunque sia interessato, così che giudichi con la propria testa.
    E i (pochi) commentatori sono concordi: semplicità. Concordo anch’io che se non sai spiegare una cosa alla nonna allora non l’hai capita bene; e credo che la nonna abbia diritto di capire tutto, se ne ha voglia.

    2. Comunicare semplice, ma comunicare cosa? Qui casca l’asino nel video. Io partirei dalla parola: cerchi qualcosa che vuoi trovare. Punto. Tutti cerchiamo qualcosa, abbiamo gusti, bisogni e speranze. Tu cosa vuoi trovare? Così capisci a che tipo di ricerca sei interessato. Cibo sostenibile per tutti o energia pulita, un computer intelligente o la città perfetta, la cura per il cancro o un contatto con un bambino autistico, capire il sorriso della Gioconda o evitare crisi finanziarie, scoprire quando è nato l’uomo o ridurre le PM10, trasmettere più dati nello stesso cavo o fare finalmente i pacchetti dei biscotti riciclabili. Messa così, davvero c’è qualcuno che non è interessato a qualche ricerca?

    3. Stabilito il potenziale interesse, come commentato dagli altri è giusto rendere le cose concrete, tangibili, oneste e trasparenti: io lavoro per risolvere questo problema, ci sto provando in questo modo, siamo tot persone, vere (giovani, vecchi, professori, studenti…), abbiamo questi soldi e questo tempo a disposizione, finora i risultati sono questi, i nostri colleghi/concorrenti sono questi e quelli. [NB: quanti sanno come viene giudicato un lavoro scientifico? Un’azienda accetterebbe il peer review? Prima di vendere una nuova Fiat devo spedirla a BMW, Mercedes ecc e saranno loro a dirmi sì è un buon modello o no, vatti a nascondere, questa roba non si può vendere]
    Riportare le cose all’esperienza quotidiana in modo che possano essere capite e giudicate. Quanto saremmo disposti a spendere per “la ricerca”? Se il finanziamento per i progetti di tutte le università italiane è di 100 milioni, per dire, io non capisco. Quanti sono? Non gestisco milioni, io. Ma se penso che se in Italia siamo 60 milioni allora vedo che abbiamo messo meno di 1,70 euro in un anno a testa. Considerando che il reddito medio dichiarato è 10mila euro e le tasse sono sopra il 40%, paghiamo tutti 4000 euro l’anno di cui circa 1,70 vanno in progetti di ricerca. E 15 euro in cacciabombardieri, perdonatemi la puntualizzazione ma le cose acquistano più senso quando le si compara. Messa così, mi sembra che anche la nonna possa dire la sua.

    4. Però la nonna deve aver voglia di pensare, farsi domande che porteranno solo risposte provvisorie e altre domande, imparare a considerare la complessità e il conflitto cose normali, ostinarsi a dubitare e a voler capire. Nessuno può pensare al posto della nonna. Certo che invece di respingerla con paroloni e accademicherie, sta pora nonna, potremmo pure incoraggiarla a pensare e capire, già che nessuno ha detto che sia facile. Però da’ soddisfazione, possiamo dirglielo questo alla nonna? Che poi con qualche milione extra di “nonne” così… qualsiasi paese cambierebbe marcia, e chi ha paura di perderci un pezzo di orticello potrebbe farsi venire qualche dubbio ogni tanto. Io investirei eccome nella formazione, dai nipotini piccolissimi alle nonne, e mi godrei il risultato🙂

  12. Cecilia scrive:
    “Quanto saremmo disposti a spendere per “la ricerca”? Se il finanziamento per i progetti di tutte le università italiane è di 100 milioni, per dire, io non capisco. Quanti sono? Non gestisco milioni, io. Ma se penso che se in Italia siamo 60 milioni allora vedo che abbiamo messo meno di 1,70 euro in un anno a testa. Considerando che il reddito medio dichiarato è 10mila euro e le tasse sono sopra il 40%, paghiamo tutti 4000 euro l’anno di cui circa 1,70 vanno in progetti di ricerca. E 15 euro in cacciabombardieri, perdonatemi la puntualizzazione ma le cose acquistano più senso quando le si compara. Messa così, mi sembra che anche la nonna possa dire la sua.”

    Spesa annua in Ricerca: (Dati 2010) 19,11 miliardi di euro totali (1,1% del PIL), di cui 10,425 pubblici (0,6%). Quindi la nonna (e ognuno di noi) investe in Ricerca pubblica 174 euro, non 1,70. È un errore di 2 ordini di grandezza.
    E poiché l’acquisto di cacciabomabardieri F35 ammonterà a 15 miliardi di euro, ogni italiano spenderà 250 euro, non 15. Però qui l’errore è solo di 1,7 ordini di grandezza.
    All’estero si spende di più in entambi i settori, verissimo (anche se le proporzioni non sono dissimili).
    Magari sarebbe scioccante scoprire che l’Italia è il Paese europeo che in assoluto eroga la maggior percentuale di fondi di ricerca alle Università in rapporto al proprio PIL (http://progetti.airi.it/statistiche-ricerca-sviluppo/). Risvegliarsi dai sonno dogmatici è dura, vero? Come tutti sapete il problema non è di responsabilità dello Stato (che spende solo lievemente meno di altre nazioni più vortuose) ma l’industria, che investe meno del 25% degli altri Stati. quindi non raccontiamoci alibi e soprattutto favole, per favore (ibidem). Se non c’è industria non c’è ricerca, non c’entra il parlamento cattivo, Berlusconi, o il numero di elettori che legge un libro all’anno.
    Ma sbagliare le divisioni fa pensare che forse è la nonna che dovrebbe insegnare a noi a fare il conto della spesa.

  13. Giovanna Cosenza dice del video:

    conferma il pregiudizio dell’inutilità della ricerca

    Dopo le parole di Cecilia (“… non si vuole convincere nessuno…”) mi chiedo se l’ osservazione avanzata sia ancora in qualche modo rilevante!
    Insomma, si vuole descrivere qualcosa o semplicemente pubblicizzarla? Nel secondo caso la critica sta in piedi ma nel primo caso, a quanto pare, manca l’ elemento di sostanza per considerare l’ elemento evidenziato come un difetto.
    In altri termini: bisogna comunicare la ricerca (Cecilia) o pubblicizzare la ricerca?

  14. @ Ugo: non ci siamo. Io mi riferivo all’ammontare dei PRIN, non all’intera spesa per l’università, che non conosco perché trovare i dati non è tanto semplice (mi piacerebbe proprio assegnare una destinazione a ciascuno di quei 4000 euro). Spesa in ricerca non è uguale a spesa ordinaria (stipendi, bollette…). E ho comparato la spesa per i PRIN con quella per gli eurofighter perchè mi sembrano comparabili: nemmeno nel caso della difesa ho considerato l’intera spesa ma solo l’investimento in un “di più”. E i 15 miliardi per i caccia li ho espressi in spesa pro capite annua, non pro capite totale. Quindi forse non ho tutti i dati e non ho pretese di precisione assoluta, mi interessava appunto l’ordine di grandezza e quello è a posto.
    Per il resto io non ho accusato governi o elettori, non ho detto niente sugli investimenti privati, non ho fatto confronti con altri Paesi, quindi se vuol esprimere la sua opinione si concentri su questo e lo faccia, punto. Se poi pensa che ci siano errori nei dati altrui li corregga, ma senza astio, dove sta il problema? Faccia da referee, ma lo faccia bene. Nel sito che cita credo si riferisca alla fig. 4.4, ma mi pare che mostri il contrario di quel che dice lei… e non è che le altre siano confortanti.
    Alla fine, spero che nessuno mi dirà che sono una brutta persona se mi auguro che in tutto il mondo sempre più persone imparino sempre più e sempre meglio a pensare, e a godersi il fatto di essere capaci di farlo…🙂

  15. @Cecilia
    Sarebbe bello poterle dare ragione, ma ha sbagliato su tutti i punti:
    “non ci siamo. Io mi riferivo all’ammontare dei PRIN, non all’intera spesa per l’università”
    E chi ha parlato dell’intera spesa allocata all’Università? Io parlo proprio del settore Ricerca non pubblica istruzione. Non se la prenda con la realtà se poi quei soldi non finiscono interamente nei PRIN.

    “Spesa in ricerca non è uguale a spesa ordinaria (stipendi, bollette…)”
    Cioè, mi faccia capire: lei espunge dal computo gli stipendi? Mi mette di buon umore stamane…

    “E ho comparato la spesa per i PRIN con quella per gli eurofighter perchè mi sembrano comparabili: nemmeno nel caso della difesa ho considerato l’intera spesa ma solo l’investimento in un “di più””

    Purtroppo nemmeno il mio computo ha minimamente preso in considerazione la spesa per la Difesa (che è ben superiore), ma solo quella per gli eurofighter F35 (15 miliardi di euro).

    “E i 15 miliardi per i caccia li ho espressi in spesa pro capite annua, non pro capite totale”
    Ah davvero? Quindi l’ammortamento del costo per quale orizzonte temporale avrebbe optato? Comunque sia, lo calcoliamo noi per lei: poiché 15 miliardi su 60 milioni sono 250 euro a testa, se lei ha calcolato 15 euro, vuol dire che ha spalmato il suo mutuo in 17 anni. Ha seguito lo stesso frazionamento anche per la Ricerca? No, lei ha adottato un metodo opposto: in questo caso però se ne deduce che gli 1,7 euro che ogni italiano alloca in Ricerca pubblica non è il totale annuo ma ciò che viene speso ogni 3 giorni circa.

    “Nel sito che cita credo si riferisca alla fig. 4.4, ma mi pare che mostri il contrario di quel che dice lei… e non è che le altre siano confortanti.”

    No, mi rifersico invece alla lapalissiana e incontrovertibile figura 2.3 (Spesa per R&S per settore esecutore, %. Fonte OECD).

    “Alla fine, spero che nessuno mi dirà che sono una brutta persona se mi auguro che in tutto il mondo sempre più persone imparino sempre più e sempre meglio a pensare, e a godersi il fatto di essere capaci di farlo”

    Su questo punto invece sono d’accordo con lei. Ma dare dati sbagliati mi fa pensare che si pensi in modo sbagliato. E quindi che le soluzioni proposte non possano, se non per puro caso, essere giuste. Concorda?

  16. Broncobilly, tra comunicare e pubblicizzare che differenza c’è?
    Forse “comunicare” è usato nel senso di spiegare il dovecomeqandoperché della ricerca, senza curarsi dell’efficacia della comunicazione?
    Una volta che si ha l’occasione di comunicare su canali di impatto, in occasione di un evento e quindi con maggiore visibilità, sarebbe importante farlo al meglio.

    Ecco, cerco di dare il mio contributo.
    Cosa manca in questo spot?
    Innanzitutto l’oggetto della ricerca (chimica commestibile? la frase perfetta su libri già stampati? la zona ideale per cacciare di frodo?).
    Poi sono troppo pochi e vagano nella notte lanciando lunghe ombre sui muri. Insomma, abbandonano la ricerca – così importante – per passeggiare per strada? Per combattere i nemici del buio come fossero supereroi (quindi ancora più lontani dal quotidiano)? Per raggiungere gli altri che sono già alla festa?

    Di cosa parlare in uno spot sulla ricerca?
    Avrei sfruttato gli argomenti che hanno avuto grande rilevanza negli ultimi tempi, cercando però nuovi modi di raccontarli (così non scambiano il comunicato per la nuova campagna referendaria contro il nucleare):
    – Energia: energie alternative e pulite
    – Rifiuti: nuovi materiali biodegradabili
    – Salute: nuove cure mediche (la malattia fa sempre paura)
    – Famiglia: ricerche nell’ambito dell’educazione e della formazione dei bambini (anche con disabilità)
    Ammetto che tralascerei ora come ora di pubblicizzare troppo le ricerche di ambito umanistico: la cattiva fama della cultura che non si mangia potrebbe avere un effetto negativo.

    Infine avrei usato una forma in stile Enel (che nel 2010 ha fatto uno spot piuttosto d’impatto, e pure abbastanza orientato alla ricerca (http://youtu.be/L0yVoFJnqmg).
    Non avrei puntato all’ironia (maneggiare con cura!), piuttosto avrei cercato di trasmettere
    1. serietà del ricercatore e della ricerca + 2. emozione della vita quotidiana di tutti noi.

    Ma esistono ancora la casalinga di Voghera e la nonna che ignorano il mondo circostante?

  17. Esistono tantissime persone che ignorano buona parte del mondo circostante e anzi, la definizione calza un po’ per tutti…

    Ugo, troncherei la discussione perché vedo che non siamo convinti dei reciproci argomenti ma approfondire per arrivare a conclusioni comuni, benchè possibile, richiede tempo e spazio che non è giusto occupare qui: il tema è un altro. Volevo fare un esempio di come rendere comprensibili cose astruse, altri hanno fatto esempi diversi, è questo l’importante in questa sede.

    Mi sembra che la differenza tra comunicare e pubblicizzare fosse intesa come “spiegare come stanno le cose” e “vendere qualcosa, magari anche fumo”. Credo che tutti qui vorremmo spiegare e non affumicare. Se c’è un pregiudizio sulla ricerca, l’informazione corretta può aiutare a farsi un giudizo meglio fondato, che sia positivo o negativo.

    Domanda: la comunicazione non è strettamente legata a dove la si fa, quando e a che pubblico si rivolge? Forse quello che diciamo non ha senso se non lo contestualizziamo… stiamo parlando della notte dei ricercatori o anche di altre occasioni?
    Credo di aver detto quel che potevo dire di sensato considerate le mie scarse nozioni di comunicazione, tornerò a leggere gli spunti degli altri, saluto tutti!

  18. Fabiana, dici:

    Broncobilly, tra comunicare e pubblicizzare che differenza c’è? Forse “comunicare” è usato nel senso di spiegare il dovecomeqandoperché della ricerca, senza curarsi dell’efficacia della comunicazione?

    Premesso che entrambe le cose possono essere fatte in modo più o meno efficace, penso che ci sia una certa differenza tra “descrivere” e “pubblicizzare”: la pubblicità della birra Peroni non mi sta semplicemente descrivendo la birra Peroni.
    Ora, se il video in oggetto vuole “descrivere”, allora non puo’ essere criticato con l’ argomento per cui: “alimenta il pregiudizio dell’ inutilità della ricerca” visto che una posizione del genere è lungi dall’ essere un pregiudizio acritico.
    Al contrario, se dobbiamo fare uno spottone in favore della “ricerca” avvalendoci di tutte le suggestioni disponibili allora una critica così formulata, al di là se sia o meno vera, è comunque pienamente legittima.

  19. Solo un commento tecnico sulla critica nr 2. I ricercatori, in primo luogo il ragazzo in biblioteca, assumono orgogliosamente l’iconografia nerd (nerd pride http://bit.ly/qZc63d ), ribaltando l’insulto per sovraccarico autoironico, secondo una pratica da decenni consolidatissima, in cui infine l’autoironia si è completamente formalizzata e viene “citata”.
    Tale ribaltamento (“la rivincita dei Nerds”)è stato possibile negli USA dei decenni scorsi perché lì il monito “Be nice to nerds. Chances are you’ll end up working for one” (attribuito impropriamente a Bill Gates) corrisponde verità; da noi invece anche per i motivi descritti nel post il contesto è molto diverso.
    Gli studenti Dams e Relazioni Pubbliche dell’Università di Udine hanno quindi, a mio giudizio, usato codici semiotici non correttamente riconosciuti nella nostra cultura e anche questo compromette la riuscita del video (comunque tentativo generoso da parte di giovani che sicuramente miglioreranno velocemente).

  20. Buongiorno a tutti,
    volevo commentare il video insiema a voi, perché ne ho lette di tutte e di più in questo blog.
    Non mi soffermo a parlare della ricerca di per sé, in quanto argomento dibattuto a lungo che meriterebbe un grande approfondimento.
    Mi vorrei solo soffermare a dare il mio punto di vista, di parte chiamata in causa, sul video.

    Il video rientra in una strategia di comunicazione ben più ampia rispetto al solo video. Questa strategia di comunicazione è finalizzata a portare in piazza più gente possibile la sera della Notte dei Ricercatori, il 23 settembre.
    Quando si parla di comunicazione, molto spesso, anzi quasi sempre, ci si dimentica che ogni azione comunicativa ha un suo target ben preciso, e in questo caso, il target erano i ragazzi dai 14 ai 18 anni (quelli delle scuole superiori) e i giovani dai 18 ai 25 anni.
    Ora, cercare di attirare alla visione di un video, o in ogni caso alla lettura di un messaggio, dei ragazzi così giovani con materiale classico e istituzionale non avrebbe avuto molto senso, cosa per cui abbiamo deciso di usare l’ironia.

    Per quanto riguarda i contenuti del video, esso è ricco di sottotesti e letture secondarie. I ricercatori sono volutamente caricaturati e fumettosi per renderli simpatici ai ragazzi e svecchiare l’immagine stereotipata del ricercatore.
    In secondo luogo, oltre a promuovere l’attività di ricerca (molto marginalmente nel video, ma molto ampiamente con altri strumenti di comunicazione), il video è finalizzato a promuovere la notte dei ricercatori, per cui, la difformità tra i ricercatori “sfigati” dell’inizio e i ricercatori che vanno in strada, è dovuta dalla chiamata che ricevono, si preparano ed escono per recarsi in piazza a promuovere la loro attività (non scappano dai laboratori o dalla ricerca).

    Invito pertanto tutti ad analizzare le cose nel loro complesso, se avessimo voluto promuovere l’attività di ricerca avremmo sicuramente fatto scelte differenti (soprattutto se si trattava di promuoverle ad un target più maturo e esperto dell’argomento). Parlare dell’energia alternativa, di cellule staminali o altro non avrebbe fatto altro che annoiare i ragazzi del nostro target, oltre che a diventare l’ennesimo messaggio già visto.
    Per quanto riguarda le attività di ricerca non trovo utile trascurare le attività di ambiti non tipici delle scienze “pure” quali proprio la comunicazione, le lettere, l’archeologia, di cui l’università di Udine è un’importante sostenitore.

    Alcune considerazioni tecniche: il video è stato girato nell’arco di 36 ore, con mezzi propri e ragazzi volontari. Il budget per la realizzazione del video era zero, e per quanto riguarda la sua piena costruzione, è stato fatto in 5 giorni (burocrazia varia, riprese, montaggio, post produzione). Probabilmente traspare sotto alcuni aspetti un po’ di fretta ed inesperienza, cosa che traspare però anche nei numerosi commenti dei non esperti di comunicazione che si sono scagliati con enfasi non considerando la cmpagna in toto. Dal mio punto di vista, per un evento di questo genere, credo sia preferibile una realizzazione da parte di studenti a budget zero, magari lacunosa, piuttosto che un video artificioso creato ad hoc da un agenzia a budget sappiamo quale.

    resto a disposizione per ulteriori commenti, scusate la fretta, ma la notte dei ricercatori è vicina e gli ultimi giorni, come ben sa chi si occupa di questo sono sempr eun marasma.

    Saluti a tutti
    Alice Gregori (la produzione)

  21. Ciao Alice,
    grazie per l’intervento. In effetti dopo un po’ c’ero arrivata anch’io, che senza il target non è facile dare un giudizio su un messaggio… ecco le mie riflessioni alla luce della tua spiegazione.
    1) Temo che non ci sia una vera “strategia” per pubblicizzare la notte dei ricercatori di Udine e dintorni, altrimenti non succederebbe di trovarsi all’ultimo minuto a improvvisare qualcosa senza mezzi. Questa non è responsabilità vostra, ma specchio della scarsa considerazione data all’evento da molti e dell’ancora minore importanza attribuita alla sua comunicazione. Si considera marginale la divulgazione del lavoro in università. Quanti abitanti delle città universitarie non hanno mai messo piede in uni? Non è assurdo? Perchè non ci sono continui eventi per tutte le fasce d’età, in modo che tutti acquistino familiarità con questo posto e le sue funzioni e, dall’altro lato, l’uni diventi davvero “cosa pubblica” e trasparente?
    2) Dunque, probabilmente, i ragazzi a cui vi rivolgevate non sanno quasi niente dell’università. Da quello che spieghi mi sembra che abbiate voluto pubblicizzare non tanto la ricerca quanto la Notte, e che abbiate voluto renderla simpatica. Tipo “Ehi, c’è una serata divertente in programma e voi siete invitati”. Giusto? Mah, a me però non da’ quest’idea, ‘sti tre sono desolatamente soli e non c’è l’ombra di serata interessante all’orizzonte (ok, scarsi mezzi ecc ecc, capisco).
    3) Ma soprattutto credo sia controproducente trattare i ragazzi come fossero interessati solo a bersi qualcosa in compagnia (ma di chi? di quei tre?), e non dare loro contenuti reali. Un’immagine dei ricercatori che a qualsiasi ricercatore fa venire l’orticaria è palesemente un contenuto irreale, allora che senso ha proporlo ai ragazzi? La Notte non è una serata divertente e basta; costa soldi, tempo, fatica ed entusiasmo e dev’essere un ponte per conoscere la ricerca, e in questo senso tocca il futuro dei ragazzi. Perchè non è giusto promettere il paese dei balocchi a gente che, se solo accende il cervello, sa di avere davanti in qualsiasi campo la disoccupazione intervallata da contrattini o lavori in nero, nessuna tutela, e la pensione il giorno in cui Willy Coyote acchiapperà Beep Beep (copyright Diegozilla). A maggior ragione se sceglie la ricerca: chi glielo (ce lo) fa fare? Il fatto di salvare il mondo? Mah, tu per prima ci credi? I motivi devono essere un tantino migliori, per rispetto.
    4) Un dettaglio: probabilmente non hai idea di quanto si impazzisca a convincere gli studenti durante le esercitazioni a tenere i guanti lontani da faccia, capelli, cellulare, vestiti propri e altrui, e perfino da cibo e bocca. Vedere che la cosa migliore che viene in mente a qualcuno per rendere simpatico un lab è mostrare che si può infilarsi un guanto, pucciarlo in una cosa qualsiasi (MAI cibo in lab) e poi ficcarselo in bocca… aaaaah, sento (e la reazione è identica in tutti i frequentatori di lab) che mi spuntano bollicine rosse ovunque. Se tutto quello che volevate era un effetto speciale bastava una bella soluzione che vira da giallo a blu, o un po’ di azoto liquido che piace sempre molto perchè fa l’effetto nebbia, magari combinato col detersivo così fa blub blub blub (poi però non pulisco io)…

  22. MI permetto di lasciare un commento in quanto direttamente coinvolto, cioè ricercatore a Udine.

    A fine agosto io trovai una cartolina con la scritta “I ricercatori sono sfigati” su una foto di un chitarrista elettrico su sfondo ospedaliero e mani alzate ad osannarlo. Cartolina peraltro stampata su una carta patinata che credo costi non poco.
    Ero perplesso se lasciarla lì, come una delle tante pubblicità o sciocchezze sul bancone o portarla con me per capire dove arriva il ludibrio pubblico. Lo spirito di ricerca mi fece anche girare il foglio, non sia mai che ci sia scritto qualcosa! Sì: i logo dell’Università degli Studi di Udine e di Nova Gorica campeggiano in una colonna a destra, a sinistra si parla di scienza e vino, con un’invito per il 23 settembre non si sa dove (qui credo che un tecnico pubblicitario alle prime armi avrebbe potuto aiutare) per assaporare formaggi e guardare acini e semi d’uva selezionati.
    I prodotti della ricerca possono essere vino e formaggio, un trattamento ecologico degli scarti, l’economia in piccola e grande scala nei carburanti, l’applicazione di forme educative in contesti pluriculturali. Ma la ricerca è la lunga strada che porta a quei risultati, non sono i risultati stessi.

    Spiegare la ricerca che facciamo non è forse possibile con parole semplici, soprattutto se l’interlocutore non è disposto ad ascoltare. Con un bicchiere di vino in corpo poi oppure preso dal ritmo di un concerto forse non farà neppure attenzione.
    La notte avrà successo. Hanno messo in palio biglietti per concerti e altro a chi raccoglierà tre adesivi nei luoghi più cool dell’estate (!) e li porterà incollati su una cartolina prestampata. Ma perché facciamo questa notte?

    Vogliamo dire cosa fanno i ricercatori? vogliamo dire che i ricercatori sono bravi e meritano i soldi che prendono? allora sicuramente se usiamo quei soldi per fare divertire la gente una folla ci applaudirà. Vogliamo dire che non è vero che i ricercatori sono noiosi e sfigati? non sapevo che fossero visti così…. forse le generazioni più vecchie avevano questo cliché, ma non ne sono sicuro… E mi chiedo pure se la “sfiga” sia non giocare a pallone tutto il tempo, non pensare alla musica tutto il giorno, non andare a divertirsi ogni sera. Ovvero, la noiosità è data forse dal fatto che i ricercatori ricercano, e per fare ciò devono impegnare alcune ore della loro giornata? Esattamente come l’operaio e il titolare d’azienda fanno per vivere (e talvolta sopravvivere soltanto)? Cioè: chi non ha i soldi per divertirsi oppure non si diverte con i modelli dominanti è noioso e “sfigato”? Allora la campagna sarebbe razzista…

    Vogliamo fare avere successo alla notte dei ricercatori? Mettendo in campo gli stessi? Perché? Lo scopo è funzionale al lavoro dei ricercatori stessi o estraneo? Se estraneo, per favore l’Università non compaia nel messaggio… Funzionale… preparare correttamente un intervento di questo tipo sul lavoro di ricerca richiede ore di impegno nella comunicazione, distratto alla ricerca.

    Io però credevo che lo scopo della notte dei ricercatori fosse quello di avvicinare alla ricerca i giovani, fare capire che al di là dei miti del divertimento e della distrazione, del successo immediato e del denaro la ricerca è un lavoro bello, interessante, ricco di soddisfazioni. Ciò che è in linea con le politiche comunitarie per la ricerca di personale qualificato (per esempio ingegneri, ma non soltanto). In tal caso non so se riusciremo a trovare molti brillanti ricercatori tra coloro che sono attratti solo dal formaggio e dall’alcool.

    So che tutto questo suona come uno sfogo, e tale è. Sono rimasto molto amareggiato dalla figura che questa campagna fa del ricercatore. E non ho ancora capito con quale scopo lo fa…

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