Uno stage può essere buono anche se non è pagato?

Da anni su questo blog faccio una battaglia per spingere i giovani a cercare (e accettare) solo stage e tirocini che prevedano almeno un piccolo rimborso spese.

Il motivo è questo: poiché il rimborso non è obbligatorio per legge, se un’azienda lo offre vuol dire che sta davvero investendo qualcosa nel/la giovane che prende. Il che ovviamente non garantisce che il/la giovane avrà un futuro in quell’azienda, ma implica almeno che, nel periodo di stage o tirocinio, otterrà attenzione e formazione, e svolgerà le mansioni definite nell’accordo iniziale. Altrimenti, perché mai l’azienda dovrebbe buttar via i suoi soldi?

Però c’è caso e caso: se sei al tuo primo tirocinio curricolare, puoi accettarlo abbastanza a cuor leggero anche senza rimborso spese. A patto che sia davvero formativo. Se invece hai già una laurea magistrale e due o tre stage non pagati alle spalle, be’, accettarne ancora può essere una forma di masochismo o bassa autostima. Oltre che una perdita di tempo.

Però ci sono neulaureati felicissimi del loro stage, anche se non prendono un euro, sanno già che non lavoreranno in quell’azienda e nel frattempo fanno i baristi per mantenersi. Leggi per esempio l’esperienza di questa mia laureata:

Barista

«Sono Gloria, laureata alla triennale in Scienze della Comunicazione a marzo. Da quattro mesi lavoro in un’agenzia di comunicazione di Forlì, dove risiedo. L’agenzia, oltre a svolgere normali attività di comunicazione, è radicata nel circuito di un’emittente televisiva locale, è in collaborazione con una delle principali radio della città e annovera tra i suoi clienti rinomate aziende del territorio. Tengo a precisare che il rapporto con l’agenzia è di praticantato.

Non percepisco stipendio, contributo spese, rimborso né alcun’altra forma di retribuzione: semplicemente offro la mia “mano d’opera” e loro in cambio mi danno la possibilità di fare esperienza con una formazione sul campo.

All’inizio, prima di presentarmi in ufficio la prima volta, ero davvero atterrita. Mi si riproponeva il classico schema da tirocinio: in cambio di esperienza e di nomi per il curriculum dovevo offrire lavoro gratis. E chissà che lavoro poi. Di fare solo fotocopie non avevo proprio voglia.

Fra parentesi, ad aggravare il peso di un praticantato non retribuito c’era il fatto fondamentale che, economicamente parlando, non mi sarei potuta permettere di lavorare senza un minimo di retribuzione. Mi mantengo in tutto e per tutto da sola ed ero davvero spaventata.

Sono passati quattro mesi e il bilancio di questo praticantato non può che essere positivo. La mia formazione è stata continua e crescente. Non solo non mi hanno mai fatto fare commissioni personali o fuori dal settore, ma non mi hanno mai fatto rispondere neppure al telefono. Mi hanno integrata benissimo nell’organico, affidandomi progetti gradualmente più importanti.

Non è tutto rosa e fiori: se sbaglio vengo ripresa, però mi viene spiegato subito il peso che il mio errore può avere nel progetto che ho per le mani.

Per quanto riguarda il mio futuro in agenzia, meglio tenere i piedi per terra e cercare di prendere tutto il possibile da ogni giorno di lavoro. Quando e se tutto ciò finirà, avrò comunque un bagaglio di esperienza ampio e valido, che spero mi sia utile in futuro e mi permetta di non dover più affrontare tirocini.

Non è facile fare la tirocinante gratis, ma questa volta ne vale la pena. Almeno per me.

Sicuramente l’entusiasmo per aver organizzato la mia prima conferenza stampa e aver fatto la mia prima intervista mi fanno vedere solo il meglio, ma sono consapevole che non sempre è così. Il peso di non avere uno stipendio è alleggerito dalla quantità di cose che sto imparando… e dal lavoro che faccio come barista la sera.

Spero che la mia piccola esperienza possa dare un po’ di luce a un mondo, quello del rapporto fra i giovani e il lavoro, oramai sempre più buio.»

24 risposte a “Uno stage può essere buono anche se non è pagato?

  1. Ciao GIovanna,
    sono assolutamente d’accordo con te quando dici che si può accettare uno stage non retribuito una volta, ma la seconda o la terza è una forma di masochismo. Io mi ritrovo, a uno anno e mezzo dalla laurea specialistica (percorso triennale in Scienze della Comunicazione, specialistica in Cinema, televisione e produzione multimediale) a dover – molto probabilmente – abbandonare questo mondo perchè fino adesso mi sono stati proposti solo stage non retribuiti o con piccolissimi rimborsi spesa. Personalmente, dopo 8/9 ore in ufficio (più le ore di viaggio per raggiungere il luogo di lavoro!) non riesco fisicamente e materialmente a fare un secondo lavoro per mantenermi e racimolare qualche soldino per “tirare a campare”…La storia di Gloria è, senza dubbio, positiva, ma ho paura che si tratti di una vera e propria “fortuna”….Ed è questa, secondo me, la notizia triste: per raggiungere i propri obiettivi e i propri sogni, oggi più che mai, forse, occorre essere la persona giusta, al momento giusto e nel posto giusto…

  2. Anch’io ho il tuo stesso problema, Federica, non riesco a farmi 8 ore di lavoro non pagato e poi farne un secondo.
    Chissà come fa Gloria!
    Infatti ho da poco rinunciato a un bellissimo lavoro non pagato perché, appunto, non era pagato. Le aziende hanno pienamente ragione quando dicono che “è un’esperienza!” “non devi pensare solo ai soldi!”… sì, anch’io non vorrei pensare ai soldi, ma come pago l’affitto?

  3. Sono d’accordo sul fatto che in certi casi, quando ci sia vera fiducia verso il datore di lavoro, il tirocinio gratuito ci può anche stare. E’ una brutta pratica, ma se c’è la possibilità di mettersi positivamente in luce e avere un primo contratto a seguito dello stage, allora ne vale la pena. Mi paiono insensate quelle proposte (non infrequenti!) di tirocinio senza rimborso spese e senza alcuna possibilità di assunzione dopo. Anche perché trasmettono l’immagine di un’azienda in cattive condizioni, che non valorizza le persone e che ha un bilancio non proprio solido. In questo caso, ho l’impressione che un’esperienza del genere sia anche poco spendibile altrove: gli altri operatori di un certo settore sanno che il soggetto in questione prende gente come manovalanza usa e getta, senza preoccuparsi della formazione. Vantare un tirocinio del genere non mi pare troppo qualificante. Ma questa è solo la mia esperienza.

  4. Mi aggiungo alla lista..
    Ero molto ferma nell’idea di NON accettare stage non retribuiti, ed eccomi qua a cominciarne uno il 3 Ottobre. Incoerenza? Non lo so. Il mio primo pensiero era dato dal fatto che ho tanta esperienza di lavoro alle spalle e non mi sembrava giusto sminuirmi accettando lavoro gratis. Il cambio d’idea invece lo “giustifico” col fatto che sto cambiando completamente settore, e che quindi nessuna azienda mi assume in un settore di cui non ho per niente esperienza (qui potrebbe partire un altro discorso…). Insomma, per ora provo e speriamo che abbiano veramente voglia di formarmi. Vi saprò dire!

  5. Sono d’accordo con Armando. Io ho fatto uno stage non retribuito e un altro retribuito in maniera davvera ridicola. Utili sì, ma l’ho potuto fare perché i miei genitori potevano sostenermi economicamente. Anche perché nel mio lavoro sai quando inizi ma non quando finisci, perciò è davvero difficile riuscire a farne un altro in contemporanea.


    appunto.

  6. tempo fa avrei avuto una posizione un po’ piu’ intransigente… adesso dico “dipende”. per quanto mi riguarda c’è una lista ristrettissima (le dita di una mano bastano e avanzano) di situazioni che mi appassionerebbero a tal punto che sarei disposto a dedicare parte del mio tempo e delle mie (poche) competenze senza chiedere nulla in cambio. ma è una scelta dettata più dalla mia curiosità che dal bisogno (di tantissime persone) di riuscire ad inserirsi nel mondo del lavoro.

  7. La ragazza dice di essere lì da quattro mesi, e suppongo che il praticantato sia ancora in corso. Qual è la durata complessiva?

    Vorrei poi capire meglio: quali sono le differenze fra uno stage e un praticantato in un’agenzia di comunicazione?

    In generale secondo me si può essere flessibili, specie come dici tu alle prime esperienze o in prossimità di una laurea triennale, e se effettivamente, come in questo caso, c’è un indubbio ritorno formativo. Però la “”fortuna”” effettiva della ragazza la si vedrà al termine del periodo, che intuisco essere lungo. Se la terranno con adeguata retribuzione, in sostanza.
    In caso contrario, al di là dell’entusiasmo e dello spirito di Gloria che è positivo ed apprezzabile, la frase “Mi hanno integrata benissimo nell’organico, affidandomi progetti gradualmente più importanti”, relativo ripeto a un tirocinio di diversi mesi, potrebbe essere indice del canonico sfruttamento di manodopera a costo zero, forma di guadagno per l’agenzia di comunicazione a mio parere non legittima anche se compensata da una particolare cura (che dovrebbe essere scontata) per il tirocinante.
    Avrei bisogno di più elementi per capire se effettivamente si tratta di un caso positivo, di un caso positivo con delle riserve, o di un caso negativo in cui ci si sforza di vedere il lato buono visti i tempi che corrono.

  8. Aura T. : è ben per questo che ho pubblicato il caso.

    Da quel che mi risulta, tecnicamente il «praticantato» è quello obbligatorio per accedere ad alcune professioni, come l’avvocato o il giornalista. Perché Gloria lo chiama «praticantato»? per sua imprecisione lessicale o perché effettivamente le hanno fatto questo tipo di contratto? Ma se gliel’hanno fatto, è regolare?

  9. Se è un praticantato giornalistico non è regolare se non è retribuito.
    Lory

  10. credo che la chiave sia in questo passaggio:
    “se sbaglio vengo ripresa, però mi viene spiegato subito il peso che il mio errore può avere nel progetto che ho per le mani.”

    Allora significa che la parte di lavoro che lei svolge è superiore alla parte di apprendimento, perché quando si sbaglia a scuola o all’università non si viene ripresi.
    Significa che le sono affidate responsabilità “scoperte”, cosa che non avviene in un normale apprendimento. Quindi, dovrebbe ricevere un minimo di rimborso per tutto questo.

    E’ vero che da come dice lei sta apprendendo molto da questa esperienza, in ogni modo l’azienda si sta approfittando di un varco lasciato dalla legge. Io credo che tutti i tirocini lavorativi dovrebbero prevedere un minimo di rimborso spese.
    Il discorso è leggermente diverso per un praticantato/tirocinio dove effettivamente c’è solo la parte di apprendimento, ma di fatto non riguarda questo caso.

    Firmato: un laureato in comunicazione. Che sta facendo il barista alla sera.🙂

  11. eccomi, sono la “Gloria” del racconto.
    Per la durata complessiva non abbiamo stipulato date o periodi precisi. E’ a discrezione mia e dell’agenzia. In ogni caso non credo di aver fretta di finire, mi trovo bene e finchè posso e non trovo un lavoro che arrivi dalla stessa agenzia o da altre conto di farmi quanta più esperienza.
    L’orario di lavoro è flessibile e mi permette di ricavarmi tempo per degli extra lavorati, infatti insegno anche in una società sportiva di pattinaggio artistico.
    Sicuramente la mia esperienza non è la regola..ma l’eccezione. Come nel film “La verità è che non gli piaci abbastanza”, chi l’ha visto capirà sicuramente il collegamento.
    Mi sono sentita di parlare in maniera così esaltante di un tirocinio non pagato, solo perchè credo veramente ne valga la pena. Non sono persona abituata a lavorare pro-bono…anzi, necessito di un minimo di retribuzione per mantenermi.Mi mantengo da sola dall’inizio dell’università, quindi il mio conto piange sempre. Credo, allo stesso tempo, che il mio curriculum bianco (rispetto al settore comunicazione) non mi avrebbe dato occasione di trovare un buon lavoro.
    Sicuramente l’agenzia ha manodopera a costo zero, ma sono dell’idea che stare dietro ad un laureato appena uscito dall’università sia in ogni caso un dispendio di tempo e forze che potrebbe essere investite in altre maniere.
    Sono solo 4 mesi che lavoro… di cose ne devo imparare veramente ancora tante!!!
    Sono contenta di aver intrapreso attivamente questo dibattito sul mondo del lavoro con voi.
    gloria

  12. La parola Praticantato la uso perchè credo che Tirocinio o stage non rispetti a pieno la mia esperienza. Mio fratello avvocato ha fatto tanto praticantato quindi conosco la tipologia di lavoro, ma tirocinio mi sembrava troppo legato al mondo dell’univesità. Questa parola rispecchiava al meglio una preparazione al ondo del lavoro più completa. Secondo me ovviamente.

  13. Credo che a volte la condizione di sfruttamento sia legata alla persona, è vero non mi pagano ma IO NON MI SENTO SFRUTTATA, questo dovrebbe far capire meglio, il concetto.Se non mi sennto sfruttata vuol dire che ci sono degli aspetti che mi permettono di valutare positivamente questa esperienza, così positivamente da farmi dimenticare che a fine mese non ho busta paga. A livello legale potte chiamarlo con la parola che volete, ma quello ceh rimane è il pacchetto di nozioni che sto imparando. Durante l’apprendimento ti vengono insegnate delle cose che devi poi provare a fare da solo…se no non avrebbe senso. Questo è quello di cui parlo. La prima volta sono affiancata, le seconda meno…la terza faccio da sola, se sbaglio il mio errore mi viene fatto notare. Credo sia normale.

  14. Ciao Gloria. Ti chiedevamo precisazioni sul praticantato perchè è una dicitura che ha un valore legale, solo per capire come sei effettivamente e formalmente inquadrata. Quindi mi pare di capire che formalmente si tratti di un tirocinio formativo, ho capito bene? Cioè hai la copertura assicurativa dell’Università, è corretto?

    Mi chiedevo anche in un post precedente la durata prevista del tuo rapporto con l’azienda.

    Il tuo spirito secondo me è molto energico, ed è certamente il modo per imparare il più possibile. Il mio personale in bocca al lupo per il tuo ingresso nel mondo del lavoro!

  15. Crepi il lupo e grazie.
    Il mio rapporto con l’azienda non ha una precisa data di scadenza e si tratta di un tirocinio. Mi piace pensare che sia un periodo di formazione all’interno dell’agenzia….poi si vedrà!

  16. Ciao Gloria, scusami se sono puntigliosa, è per capire.

    Hai firmato la convenzione e i documenti di tirocinio extracurriculare? Cioè: FORMALMENTE fai il tirocinio in quanto laureata all’Università di Bologna?
    Se la risposta è sì il tirocinio deve avere per legge una data di scadenza sia sulla carta che nella pratica.

    Se la risposta è no: il tuo tirocinio, come è stato formalizzato? Come se la sbrigano con la tua copertura assicurativa?

    La durata prevista è importante sia per quello che dicevo nel post precedente (all’aumentare dei mesi previsti, in mancanza di retribuzione, aumenta la problematicità del caso, anche con buona formazione), sia perchè è un tuo diritto e un dovere (perentorio) dell’azienda tutelarti assicurativamente.

    Su questo almeno bisogna essere un po’ fermi.

  17. Il tema risvegliato da Giovanna, è allo stesso tempo storico e tremendamente attuale. Immetto qualche mia considerazione perché ho vissuto per anni sia di qua che di là (1. ho assunto, 2. ho insegnato):

    Una volta lo stage era una sorta di breve apprendistato durante il quale l’aspetto pratico era più importante di quello propedeutico. Era una sorta di full immersion prima di sapere nuotare. Gli aspetti seduttivi erano tanti: immediata vicinanza al fronte, più che imparare, lo stagista doveva assorbire (sbirciando, correndo, copiando), la sopravvivenza (tra capi, colleghi, committenti) era il primo e ultimo passo per capire la futura realtà, comprensione accelerata dei meccanismi di adattamento (sociali, psicologici, tecnici). L’unico svantaggio, da subito ovvio e palese, era la retribuzione striminzita (appena sufficiente per pagarsi il panino e la sigaretta). Era una sfida darwiniana. Spesso, gli stagisti più attenti, flessibili e ambiziosi, scoprivano una scorciatoia per accodarsi a un’escalation verso la carriera. I meno adatti (sempre in termini prettamente evoluzionistici), rientravano nei ranghi: altri studi, altri orsi, nuova rincorsa verso il duro ma comunque promettente mondo del lavoro.

    Oggi (almeno nel mondo che mi è professionalmente più vicino), lo stagista è un limone il quale, solo perché è spremuto da un trabiccolo di Philippe Starck, crede di essere da subito una spruzzata importante dentro una portata di nouvelle cuisine. Nelle agenzie di pubblicità, i cambiamenti (non solo sulle business card, ma anche nella lotta quotidiana per la sopravvivenza), sono stati questi:

    Chi una volta era un allenatore vincente (non necessariamente anche un grande ex giocatore, ma comunque uno che capiva come andava organizzato il gioco), veniva chiamato Direttore creativo. Nello spogliatoio aveva – a seconda il campionato in cui giocava, 4, 6 oppure 16 o 20 creativi. I due o tre stagisti erano solo dei runner, dei volontari, una sorta di pony express che correvano e si rincorrevano nei corridoi dei futuri fast food della comunicazione.

    Con il progressivo smantellamento dei servizi (via marketing, via ricerche, via pianificazione e gestione media), le agenzie eran sempre più brave a darsi la zappa non solo sui propri piedi, ma anche sui piedistalli di tutto il settore della pubblicità. Le remunerazioni sempre più magre (la commissione fissa è morta già parecchi anni fa), imponeva di ridistribuire le “risorse” (metafora umoristica per ridefinire gli utili e i dipendenti sempre meno “utili”).

    L’ex Direttore creativo è stato rinominato “Executive Creative Director” (a volte l’appellativo è ancora più militaresco o altaniano) mentre ai creativi di una volta veniva attaccato il badge con scritto sopra “Creative director”. Così, gli unici creativi “normali” erano rimasti gli stagisti – che continuavano a lavorare aggratis o con un rimborso spese per pagarsi due/tre cialde di caffè al dì, prima e dopo i pasti.

    Come sempre succede in qualsiasi tipo di giungla, anche nelle agenzie di pubblicità i salti genetici sono sempre più al disordine del giorno. L’account fa l’art, il copywriter fa lo stratega, il producer monta lo spot, lo stagista assembla il finished lay-out (che sarebbe la proposta creativa già pronta per essere immessa nei microonde della Mondadori o di Mediaset). Gli unici che continuano imperterriti a giocare a golf o a scambiarsi le figurine Panini del bilancio, sono i direttori finanziari.

    In questo teatrino dell’assurdo, gli stagisti sono sempre meno la squadra primavera, i creativi del futuro. Sono i creativi dell’oggi, del day by day. Sono gli unici che producono idee e cazzate, alternative e rifacimenti, novità e déjà-vu, che fanno shopping negli archivi fotografici, che si fanno il mazzo per rifare decine di volte i “suggerimenti” imposti dal cliente. La vera forza lavoro sono questi “ragazzi”.

    Siccome, nove volte su dieci, campano grazie a un doppio lavoro o perché un babbo paziente e generoso ce la fa a mantenerli, l’agenzia non li paga. Li ripaga al massimo con le campagne sociali (ovviamente gratuite) oppure con quelle finte per clienti inventati. Succede facilmente che queste campagne “in libertà” (senza brief, senza spese, senza cliente rompiballe), possa poi vincere qualche premio. “Mamma, sono arrivato uno!”.

    Può essere un ritorno gratificante, ma non certo al futuro.

    Nella pubblicità, la parola “stage” fa sempre più spesso rima con new age e Larry Page.

  18. nel mondo della comunicazione, mi riferisco a questo perché anche io ho avuto esperienza in questo settore, purtoppo si gioca sull’entusiamo della “prima intervista” la “prima firma su un quotidiano” etc etc…dopo però le interviste le conferenze stampa e gli articoli diventano decine, centinaia e le cose non cambiano…nel frattempo si rischia di spendere le migliori energie e gli anni migliori a investire su un lavoro che non permetterà mai non dico di fare carriera ma nemmeno il sostentamento…credo siano scelte che vadano valutate giorno per giorno e non bisogna aver paura di discutere con i datori di lavoro, altrimenti è la fine. La ragazza che scrive credo sia ormai formata e autonoma per lavorare in un’agenzia di comunicazione, secondo me s in questo caso si rasenta lo sfruttamento.

  19. Gli stage non pagati hanno un senso mentre si sta facendo l’università. Non si tratta di lavoro ma di formazione in questo caso.
    Sicuramente terminare l’università senza avere neanche uno stage sul curriculum è da evitare assolutamente quindi solo in quel caso secondo me possono essere accettabili.
    Per il resto NON ACCETTATELI PER NESSUNA RAGIONE AL MONDO.
    1. Finché sul curriculum avrete stage non retribuiti nessuno vi prenderà mai sul serio e sicuramente a nessuno verrà in mente di offrirvi una retribuzione per un lavoro che da anni svolgete gratuitamente
    2. Si tratta di una perdita di tempo. Detta brutalmente compiuti i 30 le possibilità di trovare il primo lavoro retribuito si dimezzano.
    3. Ma possibile che non vi faccia incazzare vedere il vostro capo che arriva con la porche e non vi paga neanche un cavolo di stipendio di 1000 euro?
    Se i giovani non si ribellano a questo stato di cose sarà peggio per tutti.

  20. Abbiamo già apprezzato la posizione di questo blog sulla questione dei tirocini in Italia e rispettiamo la posizione di Gloria che non ci sembra una sprovveduta.

    Secondo noi però l’errore sta alla base: un lavoro deve essere pagato. E soprattutto TUTTI siamo inesperti all’inizio, per questo ci vogliono i periodi di prova (anche senza tutele stile stage) retribuiti (anche meno di uno stipendio pieno) e brevi (3-6 mesi max). Dopo di ché se la persona dimostra di avere le potenzialità deve essere assunta. Il lavoro lo si impara giorno per giorno, con impegno e dedizione.

    Se volete venire la vostra anche sulla nostra pagina fb o sul sito siete i benvenuti!
    http://www.facebook.com/manifestodellostagista
    http://www.manifestodellostagista.org

  21. Sono pienamente d’accordo con “Il Manifesto dello Stagista”, anche perché va bene cercare di essere flessibili, adeguarsi alle situazioni e cercare di sfruttare al meglio quelle che sembrano le opportunità migliori per crescere professionalmente e migliorare la propria carriera, ma bisogna assolutamente capire che ognuno di noi ha il diritto, in egual modo, di vivere in maniera dignitosa e sopra ogni cosa senza dover vivere con l’ansia di vedere “piangere il proprio conto” nonostante si stia lavorando, perché di lavoro in ogni caso si tratta. Dico questo perché credo che non sia umanamente giusto vivere di stenti se ci si impegna al massimo.
    Gloria, il tuo entusiasmo è davvero ammirevole, mi ricordi me qualche anno fa, però tu, come tanti altri, dovete capire che accettando determinate situazioni che sembrano positive per il proprio curriculum anche solo minimamente, si innesca un meccanismo a catena ricco di ingiustizie e, a mio parere, assurde giustificazioni da parte delle aziende del tipo “noi stiamo investendo su di te, siamo noi che ti stiamo facendo il favore di concederti un’opportunità e che stiamo impiegando il nostro tempo prezioso a formarti invece di continuare ad accrescere la nostra qualità e quantità produttiva. Risultato: tu ci porti via tempo quindi siamo giustificati”. Questo atteggiamento aziendale appoggiato da chi come te sostiene la tua tesi sullo stage non retribuito finché dura, toglie possibilità a tanta, ma sapessi davvero quanta gente, con altrettanta voglia di imparare e che si aspetta di più dalla propria vita, ma che però si trova costretta ad accontentarsi sempre del minimo “perché funziona così dopo che hai terminato gli studi”, considerando pure il fatto che prospettive di continuità lavorativa sono pari a zero e questo dimostra a pieno come bisogna cambiare le cose non accettando in prima persona determinate condizioni che distruggono solo economicamente, ma anche emotivamente, tutta la classe giovane.

  22. Caterina Grandi perfettamente d’accordo con quanto scrive! E aggiungo che in Italia lo Stage è diventato una formula di risparmio consigliata dagli stessi commercialisti: persone laureate e valide a costo 0. Quasi mai si è talmente bravi da non poter essere sostituiti velocemente da un laureato nella stessa materia…La cosa aberrante è che molti dei contesti che agiscono in questo modo sono “suggeriti” dalle stesse universìtà che avrebbero il compito di controllare dove “inviano” i propri laureati….

  23. Nonostante l’entusiasmo di Gloria, quello che lei descrive io lo chiamo sfruttamento. Ora ripenso al mio analogo entuasiasmo di qualche anno fa per il mio lavorare gratis in uno stage; caspita, quanto mi piaceva. Facevo lo stesso discorso di Gloria: non mi pagano in denaro, ma ricevo tanto in formazione sul campo, mi “farà curriculum”… per fortuna mi sono svegliata in fretta. Una volta (cioè ai tempi dei nostri genitori) chissà quanti sbagli facevi all’inizio sul lavoro, insomma anche allora bisognava imparare, ma ciò non impediva al datore di lavoro di pagarti😉
    E in quanto al curriculum: in tutti i miei colloqui di lavoro, l’esaminatore analizzando il mio curriculum, distingueva sempre tra esperienze precedenti retribuite e non retribuite. E quel mio mitico stage, quando alla domanda: “Ma per questo lavoro avevi uno stipendio o no?” ho risposto no, non è stato minimamente considerato… Non lo dico per smontarti, però credo che l’entusiasmo per “la tua prima conferenza stampa” (cioè per vedere che fai “cose grosse”) ti sta accecando (certo, temevi di trovarti a fare fotocopie quindi è ovvio che di fronte a questa aspettativa il fatto di trovarti più con le mani in pasta ti esalti, ma…), quindi almeno non farla durare troppo, è ovvio che se a te va bene, questi continuano a sfruttarti per chissà quanto. Ed è strano che non abbia scadenza, mi chiedo anch’io come tu faccia con l’assicurazione, se è legale.

  24. Buongiorno a tutti e un caro saluto a Giovanna.

    Io ho sposato sin dall’inizio il suo pensiero, avendo il coraggio di rinunciare a proposte e spendendo molto tempo ed energie per ricercare qualcosa che oltre a piacermi, mi formasse proattivamente e mettesse in risalto le mie capacità dandomi responsabilità via via più impegnative (ed interessanti). Ho sempre considerato il fattore “rimborso” una cosa essenziale per lo stimolo e, di riflesso, un indicatore di “interesse aziendale”.

    Durante la carriera triennale annovero due stage, uno, il primo, in una agenzia di comunicazione di forlì: una prima esperienza abbastanza neutra ma utile per scoprire le dinamiche di una realtà a me sconosciuta (lo feci il primo anno di università).

    Il secondo stage lo feci a Parigi: l azienda la cercai io durante l anno precedente in cui mi trovavo in città causa erasmus. Sostenni più colloqui ma alla fine mi scelsero. Per un anno lavorai lì come assistente fotografo e junior Pr Manager per importanti marchi di moda. Il rimborso era di circa 400€ al mese, motivo per cui, quando a fine contratto mi riproposero le medesime condizioni, scelsi di rientrare in italia oer laurearmi.

    Ad oggi, con la laurea in comunicazione ed un master in gestione d impresa, ho avuto il piacere di declinare offerte da aziende come Diesel, Vogue, Vivienne Westwood, Armani… Per inseguire il mio ideale di azienda (e di prodotto).

    Spesso è stato un rischioso salto nel buio, un inseguimento durato 7 mesi (e 5 colloqui a 400km da casa) che ora però mi ha portato ad uno stage di 5 mesi finalizzato ad assunzione e davvero ben pagato.

    Insomma, si può scegliere eccome, bisogna solo avere ben chiaro (più o meno) cosa si vuole e avere il coraggio di mirare a quello.

    Un CV straripante di stage trimestrali, agli occhi di un recruiter, non da più l idea di “varie esperienze” ma, ben peggio, di “tutto e niente”.

    Un saluto a tutti!

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