Educare le bambine e i bambini ai media e alle relazioni fra i generi

Questo mese, su SapereCoop, la rivista che Coop distribuisce agli insegnanti e alle scuole attraverso invii o incontri organizzati nei vari territori dalle cooperative, è uscito un mio articolo dal titolo «Mamme, ballerine e superuomini. Per un’educazione ai media, capillare e trasversale, che cominci sin dalle elementari».

L’articolo appare anche sul portale e-coop, QUI. Ma per tua comodità, e per gentile concessione di Coop, eccolo:

La comunicazione di massa – dalla televisione alla pubblicità, dai videogiochi a un certo cinema e una certa letteratura – ci propone spesso immagini stereotipate e storie semplici, con l’idea che sia più facile per tutti capirle, apprezzarle e ricordarle. Naturalmente la cosiddetta «massa» apprezza anche storie e immagini più originali, se ben concepite, ma ripetere stereotipi è più facile e costa meno: dunque si fa.

bambini-e-videogiochi

Da tempo sociologi, psicologi e semiologi indagano il rapporto fra i media e ciò che di fatto le persone credono, desiderano, si aspettano nella vita. È chiaro infatti che fra media e società ci sono rimandi reciproci da cui è difficile districarsi, soprattutto se gli stereotipi che i media presentano toccano gli aspetti più intimi della nostra vita, su cui di solito c’è minore consapevolezza: la rappresentazione del corpo, le relazioni fra i generi sessuali, la vita affettiva.

Se per esempio i media valorizzano le donne più per la bellezza che per ciò che dicono e sanno, mentre per gli uomini vale il contrario, non sarà che la differenza incide sul modo in cui le donne e gli uomini percepiscono sé e gli altri? Se i media presentano corpi (maschili e femminili) sempre più perfetti, fotoritoccati e lontani da quelli reali, non sarà che ciò influisce sul nostro ideale di bellezza? Sul modo in cui le bambine e i bambini crescono, sentendosi sempre meno adeguati rispetto a quei modelli? Sull’aumento dei disturbi alimentari e della domanda di chirurgia plastica? E se pubblicità e televisione mostrano più conflitti fra uomo e donna – la cosiddetta «guerra dei sessi» – che esempi di collaborazione e accettazione reciproca, non ci sarà un nesso con la difficoltà di costruire relazioni di coppia durature?

Secondo me sì: l’influenza che i media hanno su di noi è tanto forte quanto sottovalutata. Tipicamente, infatti, i professionisti dei media – ma anche molti studiosi – dicono che è banalizzante vedere le cose in questo modo: intanto perché le persone non sono così sciocche da farsi condizionare – infatti va di moda parlare di «consumatori maturi» o «postmoderni»; e poi perché i media non fanno che rispecchiare la società, non sono certo così potenti da costruirla o determinarla.

È vero: i media non vanno demonizzati e sono anche una grande opportunità di alfabetizzazione; né si può ridurre la complessità umana a una visione deterministica, per cui certi problemi sarebbero «colpa» della tv o della pubblicità.

Il punto, però, è che anche le persone più colte, razionali e «mature» convivono dalla metà del secolo scorso con stereotipi mediatici sorprendentemente immutabili nonostante i cambiamenti della società: mamme che preparano il pranzo o lavano il bagno, bambine che pettinano le bambole e sognano di fare la ballerina, superuomini instancabili, corpi oggetto. E non basta spegnere la tv, perché quelle immagini sono per strada, su internet, a scuola, nei supermercati.

Bambini e tv

E allora, come se ne esce?

Credo che l’educazione ai media sia l’unica strada possibile: in tutti gli ordini e gradi della scuola – perché prima si interviene, meglio è – in tutti i settori dell’università. Un’educazione che oggi deve essere più capillare e trasversale di ieri, perché deve mostrare i nessi fra la televisione e internet, fra il cinema e i videogiochi, fra la pubblicità e una certa letteratura per l’infanzia e l’adolescenza.

E deve toccare gli aspetti più intimi e profondi su cui i media possono incidere: le relazioni fra i generi – sempre ricordando che non c’è solo l’eterosessualità, ma gli orientamenti sono diversi – il corpo, le emozioni, i ruoli di coppia.

Perché sono queste le basi su cui gli individui crescono, scelgono amicizie e amori, formano famiglie, entrano in società.

27 risposte a “Educare le bambine e i bambini ai media e alle relazioni fra i generi

  1. non c’e’ un modo per “applaudire”? un emoticon che batte le mani? Clap clap clap!

  2. Interessante. Hai altri articoli (tuoi o ‘che ne vale la pena’..) da indicarmi sull’argomento.

  3. Iniziativa e articolo quantomai utile, che linkerò sulla pagina Facebook del mio canale, nonostante l’articolo trovo che contenga qualche espressione ancora non depurata delle vecchie ottiche che pure intende combattere…
    Mi riferisco a quel “sempre ricordando che non c’è solo l’eterosessualità, ma gli orientamenti sono diversi”, posto all’interno di un inciso ben delimitato dai trattini e richiamato da un catenaccio che usa un’espressione sottilmente ancor più marginalizzante, “senza dimenticare che non esistono solo gli eterosessuali”…
    Fermo restando che la comunicazione specie sui fenomeni sociali si presta a mille diverse decodifiche secondo i destinatari e il loro mondo di riferimento, io supporrei che espressioni come “non esistono solo / non c’è solo” e “senza dimenticare / sempre ricordando”, a chi vive in un contesto sociale dove l’omosessualità è quasi invisibile contribuiscono a farla percepire come una realtà di ridottissima diffusione e con un’accezione di tutela forse eccessiva… come dire, ricordiamoci che esistono i disabili mentali, che il figlio che aspettiamo o che stiamo crescendo può essere o diventare uno di loro e allora dovremo amarlo lo stesso, anche se sarà dura… Il che credo produca pensieri del tipo “uh ma certo, per carità, non dimentichiamo mai che quei poveretti esistono e alcuni magari sono tra i nostri conoscenti, certo speriamo che non accada proprio a noi, certo non sarò sicuramente io ecc.”,
    sono l’unico a percepiro questo pericolo nella formulazione del messaggio Coop?

  4. Sicuramente l’esperienza visiva ed auditiva sono alla base dell’educazione. Intendendo con educazione l’apprendimento continuo di nozioni, modi, atteggiamenti provenienti da tutto ciò che ci circonda e cioè donne, uomini, animali e cose.
    Normalmente una azione lontana ci “condiziona” meno di una azione vicina e se le due azioni/esperienze sono contrastanti molte volte scegliamo la più comoda, salvo il fatto che chi ci stà vicino sia capace di capovolgere la scelta mostrando TUTTI gli aspetti dell’azione, ma soprattuuto non stigmazizzandola semplicemente.
    Forse è già chiaro cosa la mia tesi vorrebbe sostenere.
    I media, normalmente ci presentano solo il bello delle cose ed i vantaggi che se ne possono trarre: è buona parte del loo mestiere!
    Chi sta intorno ai bambini deve, non chiudere la TV, ma mostrare l’altra faccia della luna.
    Ipotesi: la modella è bella,la modella è magra, la dieta fa dimagrire allora facciamo diete a non finire .
    Altro lato della luna: la dieta è uno strumento utile, quando serve, se usata male fa arrivare all’onoressia e si diventa brutti.

    E’ vero fare la teoria è facile e la pratica è dura …..e tutto ciò se noi siamo i primi a “salvvarci la faccia” dando la colpa agli altri!

  5. Complimenti! Non deve essere facile scrivere in modo “divulgativo” quando c’è così tanta carne al fuoco!

  6. @Enzo C.
    La frase “sempre ricordando che non c’è solo l’eterosessualità, ma gli orientamenti sono diversi” secondo me non voleva significare che gli “altri” sono una minoranza, perché indicando che gli “orientamenti sono diversi” non si oppone omosessualità e eterosessualità, ma al contrario si inserisce l’eterosessualità in un ambito più grande, fatto di tanti altri generi.
    Non vedo quindi nessuna posizione marginale per l’omosessualità.

  7. Enzo: l’articolo è mio, non è una formulazione di Coop. Il catenaccio è invece, ovviamente, della redazione di Coop che ha impaginato il pezzo.

    L’inciso fra due trattini non è una parentesi, ma un modo per dare risalto a un concetto. Capisco il tuo punto, ma francamente mi pare in questo caso un’interpretazione un po’ forzata. Almeno del mio testo, in cui dico «sempre ricordando». Diverso è, hai ragione, «senza dimenticare», anche dal mio punto di vista. Più vicino leggerlo secondo la tua interpretazione, ma in ogni caso forzatello pure leggerlo così, mi pare.

    Che dire? Sono consapevole dei trabocchetti che la lingua che parliamo ci tende in ogni secondo in cui la parliamo. E di solito ci sto attentissima. Pur pensandoci e ripensandoci ancora, dopo il tuo commento, boh, continuo a credere che non avevo molte alternative, anche tenendo conto del fatto c’era un numero tassativo di caratteri da rispettare e che dovevo comunque passare da generalizzazioni e semplificazioni.

    Inoltre, last but not least, ho parlato sempre di «generi» al plurale, intendendo una pluralità. E poi di «orientamenti» che sono ancor più plurali: il tema non si riduce certo all’omosessualità, per come la vedo io, visto che di generi sessuali ne conto almeno sedici o diciassette, anche se gli stereotipi mediatici di solito ne ammettono solo tre, a malapena quattro quando si ricordano che ci sono anche le lesbiche.

    Non so, Enzo, la tua lettura mi pare un po’ «da coda di paglia». Intendo non la tua personale, ma quella che sta dentro a qualunque sforzo un po’ eccessivo di linguaggio politicamente corretto.

    Ma sentiamo anche gli altri, se qualcuno ha qualcosa da dire. Sono pronta a ripensarci.

  8. Veramente un ottimo contributo. L’ho condiviso con il Coordinamento Giornaliste e Operatrici dell’Informazione che opera in Emilia Romagna. Stiamo lavorando proprio su questi temi e ne faremo tesoro.

  9. Tutta presa dalle sfumature linguistiche, dimenticavo… grazie a tutti/e!😀

  10. Vedo che il discorso si è spostato verso il contenente, più che verso i contenuti e mi sembra altrettanto giusto visto il titolo di questo blog che mi sembra possa liberamente tradursi in “capiamoci eliminando le ambiguità”.
    Sono d’accordo con Giovanna, quando dice, cambiando leggermente le parole: “qualunque sforzo un po’ eccessivo di linguaggio politicamente corretto…..conduce alla “coda di paglia”. Io penso che ognuno di noi ha pensieri, sensazioni, opinioni e convinvimenti ed è giusto, nell’ambito della comune cortesia ed educazione, esprimerli. Le proprie idee sono figlie della propria viata vissuta ed è giusto farle conoscere e, se volete, mettersi in gioco, non è giusto, e deve essere combattuto, chi vuole imporle. Allo stesso modo deve essere represso chi, sulla base delle sue idee non generalmente condivise, vuole che diventino legge generale.
    Io devo essere libero di dire: non condivido l’omosessualità:
    Non devo essere crocifisso per questa mia idea.
    Non sono libero di far fuori, fisicamente o moralmente, gli omosessuali per questa loro caratteristica.
    Tanto per essere chiari, un ladro omosessuale non è più ladro o meno ladro di uno con i capelli biondi che ruba.

  11. finchè si parla di ragazzini/e sono d’accordo purchè si tenga presente che lo scopo primario di ogni storia, per adulti o per ragazzi, è di essere, interessante, avvincente e non fornire insegnamenti etici e morali o dirci come avere relazioni durature, possono pure farlo purchè sia dentro una narrazione efficace, e la narrazione per essere efficace deve presentare ovviamente un conflitto che può essere declinato e risolto in vari modi, questo dipende dalle intenzioni degli autori, che tipo di storia si vuol raccontare e a che tipo di pubblico si vuol raccontarla per cui le cose cambiano passando da un pubblico infantile a uno di adolescenti a uno di adulti, e ovviamente gli autori devono saper padroneggiare gli strumenti del mezzo espressivo scelto
    D’accordo anche sul fatto che non serve spegnere la tv, semmai selezionare cosa i bambini possono o non possono guardare, possibilmente guardarlo insieme a loro e discuterne.

  12. mooolto interessante, lo posto su fb!

  13. Paolo1984: be’ se mi parli di conflitto come elemento necessario per ogni narrazione… porta pazienza ma vai a rubare in casa della ladra, visto che di semiotica e narratologia mi occupo.

    Il mio punto è che le storie semplici che i media ci propongono spesso abusano del conflitto uomo-donna, perché noto, vecchio, e tutto quel che vuoi, invece di costruire i generi come alleati contro qualcos’altro da sconfiggere: una difficoltà interna o esterna, mentale o reale, temporanea o permanente, un nemico esterno o altri anti-soggetti. Ne possiamo inventare miriadi, di antisoggetti, per gli scopi più disparati. Certo che gli antisoggetti sono necessari per costruire le storie, ma un po’ di variatio nel modo di costruirli non fa male, no?
    🙂

  14. Mah… L’educazione ai media è anche il proposito della Zanardo. Non discuto, ovvio che abbia una sua utilità. Ma a mio parere, in questo modo – per lo meno fino ad ora questo s’è fatto – ci si fossilizza su questa idea come principale, se non unica, via di salvezza per la società contemporanea; si dà quindi per scontato che i media – in particolare poi si tratta sempre di tv – siano l’altrettanto unica fonte di imput culturali per gli esseri umani desiderosi di crescere (giovani e giovanissimi in part). In ogni caso non credo che le nostre capacità critiche nei riguardi della tv o della carta stampata possano essere sviluppate dissertando di televisione o giornalismo, ma fornendo imput culturali a largo raggio su tutti i campi del sapere (ciò che oggi la scuola non fa, stereotipizzata nel suo palinsesto quanto una tv commerciale). La conoscenza è qualcosa che sviluppa di per sé il senso critico perché ci pone alternative e piani di percezione differenti sui quali metteremo a confronto le immagini e i concetti che il quotidiano ci invia, appunto anche e soprattutto attraverso i media. Non può esserci “esercitazione critica” in mancanza di basi culturali e di percezione istintiva del sentire. Ascoltare (subire?) la radio, ad esempio, è diverso che guardare la tv, ma il danno che ne riceviamo può essere anche più devastante: qualche giorno fa stavo in vetta ad una montagna “attrezzata turisticamente” dove all’orrore delle strutture di ferro e cemento, che offendono già abbondantemente il nostro occhio, da un altoparlante su un traliccio si diffondeva l’insulsa voce di due conduttori radiofonici che vomitavano le loro idiozie nell’etere; sono fuggito in cerca di un prato verde dove il silenzio fosse possibile, cosciente che tali aberranti insonorizzazioni possano rendere cattivo anche il latte delle povere caprette che pascolavano lì intorno. Eppure era pieno di gente che “pascolava” come se quel demenziale chiacchiericcio amplificato fosse del tutto naturale, compagnia di tutti i giorni probabilmente. Solo la cultura, il senso per l’arte, lo studio della dimensione psichica dell’essere umano possono allertarci per reagire contro queste barbarie. Oggi come oggi certi giornali e certe televisioni non posso più essere guardate perché il livello di danno arrecato all’utente è immediato. Ecco allora perché di quella polemica che da due anni contrappone i fautori di certe “urgenze educative” a chi sostiene che non guardare la tv o selezionare drasticamente dai palinsesti il salvabile sia la prima cosa da farsi per passare in una dimensione di “cura di sé stessi”. Il che non significa ignorare che la massa sia teledipendente, significa piuttosto spiegare ai giovani che avere tra le mani un mouse dà più potere di scelta, quindi di crescita e indipendenza, che l’avere tra le mani uno stupido telecomando. Significa non costringere a guardare e vivere l’orrore a chi ancora non ha strumenti per riconoscerlo sperando appunto che l’infliggere ancora sofferenza sia un buon modo per fargliela riconoscere. In tutto ciò riconosco piuttosto una perversione sado-masochistica dalle evidenti radici cattolico-reazionarie.

  15. Ma infatti io avevo esposto la mia impressione con discrezione e dubbio relativista, perché anche a me la sfumatura sembrava non netta ma sottile e ambigua; tuttavia non deriva da una “coda di paglia” di manie centrate sul linguaggio politicamente corretto, bensì da una immedesimazione (mia personale, certamente, ma sappiamo che ogni ottica personale ha un suo specchio sociale) nelle ottiche più primitive (se mi si passa il termine), e per farlo capire provo a porre un paio di riferimenti…
    Il richiamo a “non dimenticarci che esiste” l’omosessualità, mi ricorda messaggi veicolati per malattie persino molto diffuse come il cancro, negli anni settanta e addirittura ottanta, quando si sapeva della sua esistenza ma siccome quasi tutti lo nascondevano o ne parlavano poco, ciò riduceva la dignità e la portata del fenomeno… Non credo di essere l’unico ad aver vissuto in una famiglia dove il primo caso di cancro nella cerchia di consanguinei più stretti ha trovato suscitato stupore, incredulità e iniziale rifiuto, trovando tutti impreparati, nonostante “si sapesse benissimo” che esisteva (ma cosa significa “si sa benissimo”? chi colpisce, perché mai, che cosa ha fatto per farselo venire ecc.)
    Venendo ai riferimenti più reali e attuali, ragionare col criterio del “non c’è soltanto” l’omosessualità salverebbe ampiamente gli attuali sceneggiatori di fiction italiana, dove i personaggi gay e le scene lesbo sono molto diffuse… ma in quale modo? Se ci fate caso, il personaggio o i personaggi gay non hanno mai il ruolo di eroe principale, e quasi mai neppure nella cerchia allargata dei protagonisti, salvo che non si tratti di fiction a tema poliziesco dove i legami sentimentali hanno un rilievo secondario… Salvo eccezioni veramente rare o storie proprio dedicate al tema (il figlio del commissario Buzzanca, il Banfi padre delle spose ecc.), a me pare di vedere che il gay o la lesbica sono sempre un compagno di scuola, o un figlio della vicina di casa, un amico o collega di lavoro e via dicendo; non è praticamente mai il figlio unico o primogenito della famiglia protagonista, non è mai il padre o la madre che a metà vita matrimoniale si può innamorare di qualcuno del proprio sesso, e soprattutto non è mai qualcuno con difetti non veniali da perdonare.
    Tutto questo senza poi contare i limiti della rappresentazione visiva, per cui tuttora regolarmente nella stessa fiction si vedono amplessi uomo-donna molto spinti e con nudi, mentre tra donne si vedono baci e amplessi molto soft, e tra uomini soltanto abbracci o bocche avvicinate con le mani davanti… Non credo allora che sia così irrealistico ipotizzare che un simile messaggio possa far credere, beninteso “a chi non conosce molto da vicino quelle realtà”, che nelle “buone famiglie” ritrovarsi un figlio gay è un improbabile e spiacevole incidente, per quanto da accettare, così come che tra donne si fa sesso soltanto dolce (per così dire) mentre tra uomini i baci in pubblico richiedono più discrezione e in privato si fanno cose talmente scabrose da non poter essere mostrate… E’ comunque una mia impressione opinabile, certo, siamo qui per confrontarci.

  16. Luziferszorn, scusa, ma dipende da come la fai questa benedetta educazione ai media, dove, quanto diffusa, con che mezzi… La cosa andrebbe approfondita, ma purtroppo ora non ho tempo.

    Temo che tu abbia un’idea un po’ ingessata di cosa si può fare in una scuola, o in università, per fare educazione ai media. Come se ci si ponesse in termini normativo-moralistici, per esempio. Qualche pregiudizio per via di certi discorsi sulle questioni di gender?😉

    Insegno da molti anni in università (da ben prima che fossi assunta come ricercatrice e poi associata) e negli ultimi tre o quattro anni sto sviluppando una certa esperienza pure con le scuole. Si possono fare cose molto interessanti, innovative e davvero efficaci (e di comprovata efficacia) coi bambini e i ragazzi. Mescolando le età, coinvolgendoli direttamente, mescolando pratiche dentro e fuori dall’aula, incluso il guardare la tv a casa.

    Lo vedo fare a molti insegnanti e l’ho fatto io stessa in alcune occasioni anche nelle scuole. E tutti i giorni in università. Tutto sta nel diffondere e rendere virulente sul territorio certe pratiche, le cosiddette «best practices» dopo che si è verificato sul campo e con metodi di indagine rigorosi il loro essere «best».

    Corro, dicevo. Se riesco e se la discussione non muore prima, cercherò di risponderti con più calma nei prossimi giorni. Ciao!

  17. Sono d’accordo col nocciolo del discorso di Giovanna.
    In aggiunta, pongo una domanda.

    Nel campo degli “aspetti più intimi della nostra vita, su cui di solito c’è minore consapevolezza: la rappresentazione del corpo, le relazioni fra i generi sessuali, la vita affettiva” esistono modelli corretti, da contrapporre agli stereotipi?
    Ad esempio, allo stereotipo delle “mamme che preparano il pranzo” si può contrapporre il modello corretto della “mamma che prepara il pranzo mentre il babbo ripone gli indumenti lavati nei cassetti (o viceversa)?

    Direi di no. Se in tutte le pubblicità fosse rappresentata un’equa divisione del lavoro domestico fra uomini e donne, avremmo un nuovo stereotipo. Migliore del precedente, ma pure criticabile.

    Dal mio punto di vista, l’educazione ai media comporta una critica degli stereotipi prevalenti, che aumenti la nostra “minore consapevolezza”. Senza però poter proporre LE alternative corrette.

    Anche perché i nostri comportamenti sono condizionati molto dai modelli culturali propagati dai media, come dice Giovanna, ma anche da tante altre cose, di cui sappiamo ancora poco. Mi riferisco agli aspetti genetici e biologici, di specie e individuali. Non sono tutto, non sappiamo bene quanto pesino, ma ci sono.

  18. Ma sono comunque molto d’accordo con una precisazione di Giovanna in risposta a Paolo 1984: contro gli stereotipi, variare variare variare!🙂

  19. @giovanna
    mi rendo conto di aver scritto banalità emi scuso. variare è sempre cosa buona poi non vi è dubbio che il conflitto uomo-donna sia foriero di tante ottime storie (che è la priorità). Rimanendo alla televisione, un ambito dove il conflitto uomo-donna è molto presente mi pare sia la sitcom dove però non è mai “distruttivo”, ma si risolve sempre con ironia, allegria: insomma la coppia per quanto litighi e si scambi frecciate alla fine capisce sempre di amarsi anzi spesso sembra proprio che le battute più o mebno al vetriolo siano il fondamento della loro unione (una cosa che personalmente mi ha sempre divertito moltissimo) e sulle relazioni amorose durature sono proprio molte sitcom e romantic comedy (penso a quelle americane perchè le conosco meglio anzi le adoro!) a incoraggiarle, per cui vediamo che per quanto i protagonisti non vogliano all’inizio avere una relazione stabile, si prendano e si mollino di continuo, alla fine ammettono all’altro e a se stessi di essere innamorati. Persino in una teen-comedy di qualità bassa (ma comunque più alta dei nostri cinepanettoni, a mio avviso) e piena di gag volutamente volgari come American Pie alla fine l’amore trionfa (Jim e Michelle..che coppia!).
    Scusate se mi dilungo, ma come si è capito amo molto i generi cinematografici dallo splatter alla commedia romantica

  20. Come sempre Giovanna sa focalizzare, con efficacia, i punti critici delle questioni, aprendo le riflessioni per andare oltre! Grazie di questo bell’articolo!
    Nella mia esperienza di docente nel laboratorio di informatica per l’educazione sui videogiochi a Scienze della Formazione, è sempre sorprendente come le studentesse (sì…mi esprimo al femminile perché anche in questa dimensione accade una discriminante di genere e si potrebbe aprire un altro dibattito tangenziale a questo sul perche le professioni centrate sulla relazione, sulla formazione ed educazione sono quasi esclusivamente al femminile? Per un forte concetto stereotipato che la formazione è un lavoro di “cura”? Ma la cura ha un genere?…) vivano come una “rivelazione” la possibilità di utilizzare i videogiochi (di qualsiasi tipologia) come “strumenti del mestiere” educativo, formativo, per educare ad un pensiero critico su una moltitudine di tematiche. E il nodo sta, ahimè, nel significato diffuso che si ha della parola educazione – ovvero la s’intende come sinonimo di “buona educazione”, “ben educato”, dare buoni principi e indicare la strada giusta – appiattendo in tal modo, la complessità che offre come sguardo divergente, come possibilità di crearsi un proprio pensiero critico e di azione. I principi pedagogici possono ritenersi tali quando sono anti – dogmatici.
    Dunque la media education, si colloca proprio in questa direzione, ovvero di possibilità di presa di coscienza critica, di smontare messaggi, fornitici quasi come dogmi, capirne la costruzione, le trappole, le falsità e anche le parziali verità, per potersi appropriare del linguaggio ed essere noi –spettatori, vide giocatori, lettori, consumatori – ad avere la capacità, almeno potenzialmente, di mettere del contenuto, di creare un altro messaggio o se non altro di costruire una visione diversa…
    Far riflettere le future insegnanti ed educatrici che scegliere un videogioco come “Giulia cucina” (per citarne un….ma sono moltissimi altri gli esempi), equivale a consolidare stereotipi di ruoli e competenze pensate esclusivamente “al femminile”, tradotti graficamente al femminile (anche se puoi giocarci un bambino maschio), “camuffata” da scelta innovativa perché è un videogioco, cominciare a costruire un approccio alla media education con la speranza che possa così entrare nella scuola. Mi piace molto ricordare le parole di Morin, a questo proposito:
    “E’ necessario riflettere sui media. Non basta riconoscere che i media fanno parte del normale funzionamento della società o al contrario deprecarne la mediocrità o la nullità. Bisogna vedere dove si trova il male. Il male per esempio risiede nella superficialità, per cui un’idea scaccia l’altra, un’informazione scaccia l’altra. Il male è nella misurazione cronometrica dei programmi.[…] Allora io penso che bisognerebbe vedere la posizione dei media nella società, anziché isolarli dalla società. Penso che potrebbe essere molto interessante poter riflettere sul contenuto dei media, sul contenuto delle telenovelas, dei film, dei varietà, di tutte queste cose. Per esempio, se io fossi un istitutore, se fossi un insegnante dei bambini direi tutte le mattine: “Avete visto la televisione? Parliamo di quello che avete visto alla televisione!” E tenterei di dare ai ragazzi uno sguardo non più immediato, ma riflessivo sulla televisione. In tutti i modi io penso che ognuno dovrebbe sapere come si monta un film, che sia per il cinema o per la televisione. E’ molto importante perché il montaggio, la fotografia, la scelta ed il modo di fare le inquadrature, tutto ciò contribuisce a determinare il significato. Si sa che con l’immagine cinematografica si possono produrre i più grandi falsi, perché si possono manipolare immagini vere per produrre qualcosa di falso. E’ importante che lo si sappia. A mio parere l’educazione deve comportare la conoscenza dei media.” Tratto da un’intervista ad Egdar Morin, “Educare ai Mass Media”, il 19/05/1993, in http://www.mediamente.rai.it/biblioteca/biblio

    Grazie ancora e scusatemi per la lunghezza…

  21. Grazie Rosy, per l’approfondimento che ci hai regalato e il tempo che hai speso tu al posto mio. Dal tuo osservatorio privilegiato sui media e sulle scienze dell’educazione, fra l’altro. In università, ma soprattutto fuori, sul campo. Sul territorio e nella vita. Grazie davvero.

  22. Perfettamente d’accordo.

  23. Sarebbe bello educare ai media nelle scuole, ma chi/come?
    Soprattutto: con quali soldi?

  24. Giovannacosenza (23sett/14:40:17) scriveva : “Luziferszorn, scusa, ma dipende da come la fai questa benedetta educazione ai media, dove, quanto diffusa, con che mezzi… La cosa andrebbe approfondita, ma purtroppo ora non ho tempo.”
    Ok, vale per tutto. E ringrazio pure io Rosy Nardone perché è evidente sia andata alla radice del problema: io per esempio non la chiamerei “educazione ai media”, che mi ricorda l’altrettanto moralistica e inconcludente “educazione sessuale”, ma, più semplicemente, analisi critica e formale: un film, un testo di una canzone, un quadro, una musica, un messaggio pubblicitario, l’articolo su un giornale, qualsiasi evento creativo, artistico o meno che sia, può essere sottoposto ad analisi. La televisione, ad es., non fa che trasmettere comportamenti e contenuti attinti da altre mondi e dimensioni; è molto raro che la tv di oggi produca pura televisione. Pertanto anche il nostro vicino di casa che ci chiude la porta dell’ascensore in faccia può essere sottoposto ad analisi comportamentale e/o comunicativa (lo stesso atteggiamento lo vediamo replicato in tv, nei riguardi dei telespettatori). Anzi direi che l’approccio all’analisi è ciò che istintivamente dovremmo essere portati a fare da mattino a sera; solo durante il sonno siamo momentaneamente disconnessi. Tutto ciò che dice Edgar Morin (cfr. cit di Rosy) è in sostanza l’esercitazione critica che nella scuola manca e che invece andrebbe fatta fin da quella media se non elementare. Io mi interesso di musica e posso dire di aver assistito a convegni dove l’incapacità d’analisi e di scavo nelle dinamiche comunicative e dei conseguenti “fattori ideologici” veicolati da una “semplice” canzone, dimostrata da molti (troppi) relatori era francamente allarmante (parlo degli anni 2005/2010).
    Ad ogni modo, come dice Giovanna, il tema è vasto e complesso. Di certo possiamo dire che negli anni Sessanta/Settanta c’era una maggiore spinta all’analisi. Oggi quest’analisi è temuta, osteggiata, boicottata, derisa. Le epoche reazionarie si oppongono all’analisi. Chiudo qui, anche se ci sarebbe da spiegare nel dettaglio perché trovo inconcludente e deleterio il concetto di “educazione sessuale” che ho scomodato in relazione a “educazione ai media”. Non facciamo morire la discussione. Altrimenti moriremo anche noi.

  25. Mi sento di rispondere a “il gonnellino” per dare un segnale di speranza e possibilità. Purtroppo in questi tempi di crisi, di malcontenti generali, di tagli sulla scuole e sulla ricerca, le “buone pratiche” esistenti vengono oscurate, se non dimenticate. Ma esistono, per fortuna e sono tante e di qualità!! Certo la situazione contingente delle zero risorse per tutto ciò che riguarda il sociale, la cultura, al formazione, mette in grande difficoltà anche questi percorsi, ma ripeto sono possibili ed esistono proprio perché il fattore centrale non è l’avere la risorsa economica per realizzarli, MA è e deve essere soprattutto avere insegnanti sensibili che vogliono lavorare su questo approccio e sguardo. E sono tanti, proprio e anche perché nei corsi di laurea sono inseriti queste tematiche formative, dunque gli educatori, gli insegnanti si stanno sensibilizzando a questo. Cito, a mo’ di esempio, nella nostra Regione (mia e di Giovanna) il laboratorio di media education – Centro Zaffiria – sito a Bellaria, che svolge tantissimi percorsi di media education con ogni ordine e grado scolastico; la Cineteca di Bologna, che svolge il programma “Schermi e Lavagne” e a cui le scuole possono partecipare gratuitamente; i progetti di giornalini virtuali della classe, da Bolzano a Palermo… Non riesco a citare i nomi, ma sono a conoscenza di moltissime maestre e maestri in Italia che inseriscono nella loro didattica quotidiana percorsi di media education, utilizzando, per esempio, cartoni animati in classe e “decostruendoli”; articoli di giornale; videogiochi; ecc… Non dimentichiamoci, infatti, i nostri esemplari e storici maestri italiani che hanno fatto media education in tempi di scarse risorse economiche e spesso andando contro a politiche governative: il grande Alberto Manzi (il maestro della televisione, ricordate?); don Lorenzo Milani, che con il giornale di Barbiana ha fatto scuola…(ne cito due per tutti gli altri!).
    Tutto questo per dire che, sì è vero servono risorse, politiche attente, MA prima di tutto serve l’intenzionalità, la formazione e la sensibilità di chi lavora nella scuola….E questo è possibile!

  26. Mi limito ai complimenti, e`un piacere leggere e trovare spunti per l`insegnamento e le relazioni con i ragazzi su un blog invece che su (tosti) testi che non avro` mai il tempo di leggere, visto che non sono uno specialista.

  27. Grande Rosy, se ti incontro in giro per la Facoltà ti bacio in fronte.

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