Archivi del mese: settembre 2011

Educare le bambine e i bambini ai media e alle relazioni fra i generi

Questo mese, su SapereCoop, la rivista che Coop distribuisce agli insegnanti e alle scuole attraverso invii o incontri organizzati nei vari territori dalle cooperative, è uscito un mio articolo dal titolo «Mamme, ballerine e superuomini. Per un’educazione ai media, capillare e trasversale, che cominci sin dalle elementari».

L’articolo appare anche sul portale e-coop, QUI. Ma per tua comodità, e per gentile concessione di Coop, eccolo:

La comunicazione di massa – dalla televisione alla pubblicità, dai videogiochi a un certo cinema e una certa letteratura – ci propone spesso immagini stereotipate e storie semplici, con l’idea che sia più facile per tutti capirle, apprezzarle e ricordarle. Naturalmente la cosiddetta «massa» apprezza anche storie e immagini più originali, se ben concepite, ma ripetere stereotipi è più facile e costa meno: dunque si fa.

bambini-e-videogiochi

Da tempo sociologi, psicologi e semiologi indagano il rapporto fra i media e ciò che di fatto le persone credono, desiderano, si aspettano nella vita. È chiaro infatti che fra media e società ci sono rimandi reciproci da cui è difficile districarsi, soprattutto se gli stereotipi che i media presentano toccano gli aspetti più intimi della nostra vita, su cui di solito c’è minore consapevolezza: la rappresentazione del corpo, le relazioni fra i generi sessuali, la vita affettiva.

Se per esempio i media valorizzano le donne più per la bellezza che per ciò che dicono e sanno, mentre per gli uomini vale il contrario, non sarà che la differenza incide sul modo in cui le donne e gli uomini percepiscono sé e gli altri? Se i media presentano corpi (maschili e femminili) sempre più perfetti, fotoritoccati e lontani da quelli reali, non sarà che ciò influisce sul nostro ideale di bellezza? Sul modo in cui le bambine e i bambini crescono, sentendosi sempre meno adeguati rispetto a quei modelli? Sull’aumento dei disturbi alimentari e della domanda di chirurgia plastica? E se pubblicità e televisione mostrano più conflitti fra uomo e donna – la cosiddetta «guerra dei sessi» – che esempi di collaborazione e accettazione reciproca, non ci sarà un nesso con la difficoltà di costruire relazioni di coppia durature?

Secondo me sì: l’influenza che i media hanno su di noi è tanto forte quanto sottovalutata. Tipicamente, infatti, i professionisti dei media – ma anche molti studiosi – dicono che è banalizzante vedere le cose in questo modo: intanto perché le persone non sono così sciocche da farsi condizionare – infatti va di moda parlare di «consumatori maturi» o «postmoderni»; e poi perché i media non fanno che rispecchiare la società, non sono certo così potenti da costruirla o determinarla.

È vero: i media non vanno demonizzati e sono anche una grande opportunità di alfabetizzazione; né si può ridurre la complessità umana a una visione deterministica, per cui certi problemi sarebbero «colpa» della tv o della pubblicità.

Il punto, però, è che anche le persone più colte, razionali e «mature» convivono dalla metà del secolo scorso con stereotipi mediatici sorprendentemente immutabili nonostante i cambiamenti della società: mamme che preparano il pranzo o lavano il bagno, bambine che pettinano le bambole e sognano di fare la ballerina, superuomini instancabili, corpi oggetto. E non basta spegnere la tv, perché quelle immagini sono per strada, su internet, a scuola, nei supermercati.

Bambini e tv

E allora, come se ne esce?

Credo che l’educazione ai media sia l’unica strada possibile: in tutti gli ordini e gradi della scuola – perché prima si interviene, meglio è – in tutti i settori dell’università. Un’educazione che oggi deve essere più capillare e trasversale di ieri, perché deve mostrare i nessi fra la televisione e internet, fra il cinema e i videogiochi, fra la pubblicità e una certa letteratura per l’infanzia e l’adolescenza.

E deve toccare gli aspetti più intimi e profondi su cui i media possono incidere: le relazioni fra i generi – sempre ricordando che non c’è solo l’eterosessualità, ma gli orientamenti sono diversi – il corpo, le emozioni, i ruoli di coppia.

Perché sono queste le basi su cui gli individui crescono, scelgono amicizie e amori, formano famiglie, entrano in società.

Se ce l’hai con Berlusconi, non c’entra niente dargli del «vecchio»

Dei mali del berlusconismo si parla molto. Meno di quelli dell’antiberlusconismo, che pure sono tanti. In questi giorni l’antiberlusconismo ha aggiunto un danno ai già molti che Berlusconi può lasciarci in eredità: l’invettiva contro i vecchi.

Lunedì sera Gad Lerner ha festeggiato i 70 anni di Bossi e i 75 di Berlusconi, con la domanda «Hanno fatto il loro tempo?». Dimenticando che lo stava chiedendo a signori come Umberto Galimberti, che di anni ne ha 70, e infatti era imbarazzato e ha fatto un intervento insolitamente farcito di stereotipi e banalità, contro il quale il «giovane» Massimo Corsaro, del Pdl, ha avuto gioco facile nel ricordare tutti i grandi vecchi e vecchissimi della letteratura e dell’arte che da sempre la sinistra ama, da Moravia a Monicelli.

E vogliamo dimenticare che Giorgio Napolitano ha 86 anni? Può piacere o meno, ma è sul suo equilibrio che si stanno giocando gli ultimi scampoli di credibilità internazionale dell’Italia. Ed è a lui che oggi la maggioranza degli italiani riserva la massima fiducia.

Poi ci si è messo pure Nichi Vendola, col discorso di martedì a Civitavecchia:

«Ci fa vergognare l’idea che quattro vecchi maschi un po’ rimbecilliti possano con la loro volgarità entrare nella politica e sporcarla tutti i giorni».

Non ci siamo: Berlusconi, Mora e Fede, che Vendola nomina uno a uno, non sono volgari perché vecchi, come l’invettiva suggerisce. Sono volgari perché, avendo molti soldi e potere, li usano per fare del corpo umano una tangente. Corpi soprattutto femminili, ma anche maschili, perché Lele Mora compra anche quelli. Tanto è vero che, nel novero, Vendola ci mette pure Tarantini, che vecchio non è.

Ma prendersela coi «vecchi» in generale cattura applausi facili e Vendola ci è cascato. Come puntare il titolo di una trasmissione sulla vecchiaia degli uomini di potere implica alludere alla loro mortalità, e questa può fare ascolti. È come dire «crepa!».

Ma è questo che vogliamo? Dire ai vecchi «crepa!» dimenticando che gli esseri umani non sono brutti o cattivi perché vecchi, né belli o buoni in quanto giovani? Dimenticare che il mondo è pieno di persone di 70-80-90 anni intelligenti, attive, generose, stracolme di esperienza da condividere, e che queste saranno sempre più numerose nei paesi ricchi del mondo, dove per fortuna la vita media si allunga?

Dimenticare che il mondo è pieno di «gggiovani» di 20-30-40 anni idioti e senza cultura, incapaci di alcunché?

Cioè: un essere umano non è buono o cattivo, bello o brutto, in base all’età. Non scordiamolo mai. E se oggi diciamo «crepa!» a qualcuno, stiamo gettando le basi affinché qualcuno, un domani, dica «crepa!» a noi.

La telefonata mancata di Berlusconi a Ballarò

Mi chiedono in molti cosa penso della telefonata che ieri Berlusconi avrebbe fatto a Ballarò, ma poi… «è caduta la linea».

Floris annuncia con mezzo sorriso che dietro le quinte gli dicono che sta arrivando una telefonata del presidente. Tutti ridono, ovviamente, sia per come è andata la discussione fino a quel momento – si è parlato fra l’altro di scandali sessuali – sia perché la telefonata di Berlusconi a Ballarò è ormai un rituale consolidato. Vedi: Berlusconi a Ballarò: un rituale di conferma del capo.

Facendo battutine e promettendo «alcune domande», Floris fa crescere la tensione dell’attesa, finché… silenzio. La telefonata non c’è.

Cosa penso? Penso che se fossi stata nella redazione di Ballarò, l’avrei simulata io la telefonata di Berlusconi. Esattamente per ottenere l’effetto che ha ottenuto: ilarità, suspense, ilarità. Audience. E poi, il giorno dopo, la solita attenzione dei media.

Non sono così astuti? Allora è un colpo di fortuna: linee telefoniche connesse per caso o per volontà di qualcuno.

Insomma, escludo che Berlusconi abbia davvero chiamato e si sia pentito. Magari perché «spaventato» dalle domande di Floris. Figuriamoci.

A meno che… non si sia bevuto il cervello.

Come? Dici che? 😀

 

 

Uno stage può essere buono anche se non è pagato?

Da anni su questo blog faccio una battaglia per spingere i giovani a cercare (e accettare) solo stage e tirocini che prevedano almeno un piccolo rimborso spese.

Il motivo è questo: poiché il rimborso non è obbligatorio per legge, se un’azienda lo offre vuol dire che sta davvero investendo qualcosa nel/la giovane che prende. Il che ovviamente non garantisce che il/la giovane avrà un futuro in quell’azienda, ma implica almeno che, nel periodo di stage o tirocinio, otterrà attenzione e formazione, e svolgerà le mansioni definite nell’accordo iniziale. Altrimenti, perché mai l’azienda dovrebbe buttar via i suoi soldi?

Però c’è caso e caso: se sei al tuo primo tirocinio curricolare, puoi accettarlo abbastanza a cuor leggero anche senza rimborso spese. A patto che sia davvero formativo. Se invece hai già una laurea magistrale e due o tre stage non pagati alle spalle, be’, accettarne ancora può essere una forma di masochismo o bassa autostima. Oltre che una perdita di tempo.

Però ci sono neulaureati felicissimi del loro stage, anche se non prendono un euro, sanno già che non lavoreranno in quell’azienda e nel frattempo fanno i baristi per mantenersi. Leggi per esempio l’esperienza di questa mia laureata:

Barista

«Sono Gloria, laureata alla triennale in Scienze della Comunicazione a marzo. Da quattro mesi lavoro in un’agenzia di comunicazione di Forlì, dove risiedo. L’agenzia, oltre a svolgere normali attività di comunicazione, è radicata nel circuito di un’emittente televisiva locale, è in collaborazione con una delle principali radio della città e annovera tra i suoi clienti rinomate aziende del territorio. Tengo a precisare che il rapporto con l’agenzia è di praticantato.

Non percepisco stipendio, contributo spese, rimborso né alcun’altra forma di retribuzione: semplicemente offro la mia “mano d’opera” e loro in cambio mi danno la possibilità di fare esperienza con una formazione sul campo.

All’inizio, prima di presentarmi in ufficio la prima volta, ero davvero atterrita. Mi si riproponeva il classico schema da tirocinio: in cambio di esperienza e di nomi per il curriculum dovevo offrire lavoro gratis. E chissà che lavoro poi. Di fare solo fotocopie non avevo proprio voglia.

Fra parentesi, ad aggravare il peso di un praticantato non retribuito c’era il fatto fondamentale che, economicamente parlando, non mi sarei potuta permettere di lavorare senza un minimo di retribuzione. Mi mantengo in tutto e per tutto da sola ed ero davvero spaventata.

Sono passati quattro mesi e il bilancio di questo praticantato non può che essere positivo. La mia formazione è stata continua e crescente. Non solo non mi hanno mai fatto fare commissioni personali o fuori dal settore, ma non mi hanno mai fatto rispondere neppure al telefono. Mi hanno integrata benissimo nell’organico, affidandomi progetti gradualmente più importanti.

Non è tutto rosa e fiori: se sbaglio vengo ripresa, però mi viene spiegato subito il peso che il mio errore può avere nel progetto che ho per le mani.

Per quanto riguarda il mio futuro in agenzia, meglio tenere i piedi per terra e cercare di prendere tutto il possibile da ogni giorno di lavoro. Quando e se tutto ciò finirà, avrò comunque un bagaglio di esperienza ampio e valido, che spero mi sia utile in futuro e mi permetta di non dover più affrontare tirocini.

Non è facile fare la tirocinante gratis, ma questa volta ne vale la pena. Almeno per me.

Sicuramente l’entusiasmo per aver organizzato la mia prima conferenza stampa e aver fatto la mia prima intervista mi fanno vedere solo il meglio, ma sono consapevole che non sempre è così. Il peso di non avere uno stipendio è alleggerito dalla quantità di cose che sto imparando… e dal lavoro che faccio come barista la sera.

Spero che la mia piccola esperienza possa dare un po’ di luce a un mondo, quello del rapporto fra i giovani e il lavoro, oramai sempre più buio.»

Non era nevrosi, era endometriosi

L’endometriosi è una malattia che colpisce, secondo alcune stime forse riduttive, il 10% di donne in età riproduttiva. La maggior parte di loro non sa di averla e convive con il cosiddetto «mal di pancia» ogni volta che arrivano le mestruazioni, come fosse un sacrificio dovuto.

Come tutto ciò che riguarda il ciclo femminile, la malattia è infatti un tabù: non se ne parla, le donne non se ne lamentano, i medici non la riconoscono.

Pregevole è dunque l’iniziativa della Fondazione Italiana Endometriosi e del Ministero per le pari opportunità, che quest’estate hanno promosso uno spot per parlare di endometriosi.

E tuttavia lo spot ha diversi problemi, che ben sintetizza Monica, che me l’ha segnalato:

«Senza giri di parole: mi disturba, e molto, il “lieto fine” legato alla maternità. E questo perché:

  1. È riduttivo: l’endometriosi è una malattia infida che, nelle forme più gravi, riduce notevolmente la qualità della vita; questi aspetti vengono menzionati nello spot (“il ciclo fa malissimo”, “fare l’amore è un tormento”, “sogno solo un giorno senza dolore”; si fa riferimento a psicofarmaci e a licenziamenti) e poi (mi pare) completamente oscurati dalla conquista della maternità, che tuttavia non è una soluzione, perché non è guarigione, né cura. Anche ammesso che si possa portare a termine felicemente una gravidanza, la malattia resta, con tutto quello che ne consegue.
  2. Implica una valorizzazione della donna-madre, penalizzante per chi non vuole o non può avere figli: e vissero tutte felici e contente, avendo procreato? È così difficile ipotizzare che una donna malata possa avere come priorità quella di non soffrire di dolori cronici, o di non doversi sottoporre a interventi chirurgici periodici, o di non essere discriminata sul lavoro, o di avere una vita sessuale appagante con il proprio partner, prima che fare un bambino? Non posso evitare di chiedermi: se si fosse trattato di una malattia “maschile”, il finale sarebbe stato lo stesso? O ci avrebbe mostrato un uomo che può finalmente affrontare il mondo senza paura, senza sentirsi inferiore o incompreso, senza essere più piegato in due per il dolore davanti alla scrivania del proprio ufficio?
  3. È, temo, fuorviante: l’endometriosi è spesso causa di sterilità. Il che non significa che sia impossibile, per una donna che ne soffre, avere un bambino; ma può essere, e spesso è, molto difficile. La mia impressione è che lo spot tenda a nascondere questo aspetto della malattia, concentrando l’attenzione su un finale rassicurante che può però non essere quello della storia di tutte (e neanche di molte). Dato il messaggio sotteso che si potrebbe riassumere in “non siete sole, noi possiamo capirvi e aiutarvi”, mi chiedo: che effetto farebbe questo spot a una donna effettivamente sterile a causa della malattia? Non aumenterebbe la sua frustrazione e il suo isolamento?

Questa è la mia opinione, che naturalmente riguarda solo l’efficacia comunicativa dello spot e non (ci mancherebbe) il prezioso lavoro di ricerca della Fie e il suo impegno nella campagna di sensibilizzazione nei confronti di questa malattia ancora poco conosciuta eppure molto diffusa.»

Condivido la tua opinione. Grazie, Monica.

Terry De Nicolò, regina dei robot fra i robot. Ma le emozioni?

L’intervista di Terry De Nicolò a «L’ultima parola» su Rai 2, venerdì scorso, ha già ottenuto decine di migliaia di clic e molti commenti in rete e sui giornali cartacei. Segnalo l’analisi di Dino Amenduni su Valigia Blu di sabato, e il commento di Concita De Gregorio su Repubblica oggi (ripreso da questo blog).

Non approfondisco l’analisi di quello che è stato definito da De Gregorio, un «trattatello immorale» di «antropologia culturale». Ci ha già pensato Amenduni su Valigia Blu, dopo aver sottolineato – giustamente – che la morale di Terry De Nicolò non riguarda solo chi vota Berlusconi, ma è molto più trasversale, politicamente e socialmente.

Ma c’è qualcosa che finora nessuno ha notato e che invece per me è fondamentale: non solo nell’intervista a Terry De Nicolò, ma in tutte le intercettazioni pubblicate in questi giorni c’è una grande, gigantesca assenza: l’emozione.

Tutti i dialoghi sono gelidi, anaffettivi, quasi disumani. Un vuoto enorme a cui quasi non facciamo caso, perché lo diamo per scontato. Paradossalmente, l’unico a esprimere emotività, ogni tanto, è Berlusconi: si riferisce alle escort come «bambine», definisce «simpatica» e «dolce» qualcuno di loro, parla di stanchezza, esplicita la debolezza del non voler ragazze «alte» perché «noi non siamo alti». Tutti gli altri, ragazze incluse, sembrano robot.

E la regina dei robot è proprio Terry nell’intervista. Per forza, dirà qualcuno. Il sistema di valori che regge questo mondo è il «do ut des» calcolistico, dunque che emozioni vuoi che ci siano?

Attenzione però: anche le più raffinate analisi del sistema, anche i commenti che lo criticano più duramente sono privi di emozioni. Tutti egualmente gelidi.

Credo invece che l’unica strada per uscire dalla morale di Terry sia quella dell’affettività. L’unico modo per educare (o rieducare) i bambini e ragazzi che hanno visto in prima serata l’intervista e ora la cliccano su YouTube. L’unico modo per ricordare agli adulti che «un altro mondo è possibile».

Allora mi e ti domando: con quanta mancanza di amore devono essere cresciute quelle ragazze, per dare per scontata la morale di Terry? Quante relazioni fasulle e vuote stanno sopportando? Che prezzo emotivo stanno pagando i loro stessi intermediari maschi?

Insomma, chi vuole bene a chi, in quel mondo di cene e festini? Chi è davvero felice?

Ma attenzione: non sto dicendo che mi interessano i sentimenti di queste persone. Sto dicendo che non è affilando il bisturi che si persuadono donne e uomini, ragazzini e adulti, a non condividere le gesta di quei signori. È solo mostrando il vantaggio emotivo che può venire da un sistema di valori diverso che le persone possono esserne attratte.

E non sarebbe affatto difficile impostare interviste e inchieste che mettessero in evidenza l’anaffettività del mondo di Terry. Che giocassero a mettere in difficoltà emotiva i suoi protagonisti. Farebbero pure audience.

Berlusconi: chi di massa ferisce di massa perisce

Ieri – l’abbiamo visto – i media puntavano su una intercettazione inutile come notizia (non c’era nulla di nuovo), ma utile a vendere di più.

Oggi invece, vivaddio, le prime pagine sono più interessanti: puntano sui numeri, sulla quantità.

Centomila intercettazioni  Silvio, arrenditi!

«Centomila intercettazioni» (Corriere, Repubblica), «Trenta ragazze per il premier» (La Stampa), «Tutte le escort» (Repubblica) mettono Berlusconi «sotto scacco» (Il Riformista), lo fanno «prigioniero» (L’Unità), lo mettono sotto assedio, gridandogli: «Silvio, arrenditi. Sei circondato» (Libero).

Credo che il sistema dei media italiano, nel suo insieme, abbia finalmente colto il punto: Berlusconi sta finendo per quantità, non per qualità.

L’amore degli italiani per Berlusconi ha resistito dopo Noemi (aprile-maggio 2009) e dopo Patrizia D’Addario (giugno 2009): secondo un sondaggio che Ipr Marketing faceva per Repubblica nel giugno 2009 (nel bel mezzo del caso D’Addario) gli italiani che avevano «molta/abbastanza fiducia» in lui erano ancora il 49%. All’epoca sondaggi più favorevoli lo davano addirittura oltre il 60%.

L’amore degli italiani ha preso uno scossone dopo Ruby (ottobre-novembre 2010): sempre per Ipr, gli italiani «molto/abbastanza» fiduciosi in lui erano il 35% nel novembre 2010. Ma è stata più una faccenda di accumulo graduale, che di sconvolgimento per la sola Ruby.

Poi, nel 2011, il calo è stato sempre più rapido, fino ad arrivare al dato che Ipr Marketing ha pubblicato ieri: i «molto/abbastanza» fiduciosi sono ormai solo il 24%. Ma è stata più l’incapacità di Berlusconi nel gestire la crisi economica, che il turbamento per la sua vita privata. (Trovi tutti i sondaggi su Sondaggipoliticoelettorali.it.)

O meglio: le due cose assieme hanno fatto calare la fiducia degli italiani, la questione morale da sola non ce l’avrebbe mai fatta.

Perché è così che funzionano gli italiani: per uno scandaletto solo non si turbano più di tanto (siamo uomini e donne di mondo, no?). Specie se il protagonista dello scandalo è il leader che più amano da 17 anni. Ma a lungo andare, se gli scandali si ripetono, ma soprattutto, se ci si mette pure la scontentezza per come lavora, be’, allora sì.

Un po’ come una moglie che sopporta i tradimenti del marito: devono essere molti, ravvicinati e smaccati, perché lei si stufi e chieda la separazione. Specie se il marito è ricco e lei no. Se poi porta pure a casa meno soldi, allora la pazienza va via prima. L’immagine è sessista, ma pure l’Italia lo è. Dunque è adatta.

Vista in termini di comunicazione: Berlusconi sta vivendo una specie di contrappasso. Lui, che è stato il più abile di tutti, in Italia, a gestire la comunicazione di massa (televisione, stampa, pubblicità), è ora affossato da ciò che più conta nella comunicazione di massa: i numeri, la quantità.

Non uno, non due o tre, ma cento, mille, centomila intercettazioni e scandali lo elimineranno dalla scena politica.

La quantità con Berlusconi funziona, ne sono certa. Lentamente, ma funziona.