Archivi del mese: ottobre 2011

Il wiki Pd-effe di Renzi dopo la Leopolda

Sul sito Leopolda2011.it sono già on line, scaricabili in pdf, le 100 «migliori idee» uscite dal Big Bang di Matteo Renzi. Rapido, è stato rapido. D’altronde è stato lì col Mac per tre giorni: per scrivere 10 pagine, tre giorni bastano e avanzano.

Però è un documento strano: troppo lungo per essere letto e ricordato tutto dai più, troppo corto perché di ciascun punto si spieghino le basi concrete, il metodo, i tempi, il «come». Pare costruito perché ognuno, scorrendo velocemente i titoli, vada a leggersi solo la sezione che più gli sta a cuore. E poi dentro che ci trovi? Di sicuro qualcosa su cui, se sei di sinistra, ma anche di centro o centrodestra, di principio non puoi non essere d’accordo. Poi trovi anche cose che non condividi, ma un contentino lo trovi di sicuro.

Faccio qualche esempio nel settore che mi sta più vicino: università, scuola, ricerca. Come non essere d’accordo con titoli come «Valutare le università e sostenere quelle che producono le ricerche migliori», «Distinguere tra università eccellenti nella ricerca e università che offrono buona formazione», «Restituire prestigio e reddito agli insegnanti capaci»?, «Ebook per tutti» e «Inglese sin da piccoli»? Temi su cui nel settore si discute da anni, a sinistra come a destra. Pure gli ultimi ministri dell’università e della ricerca ne hanno parlato, senza mai riuscirci. Se poi leggi cosa Renzi dice in più per ogni punto, be’ poco e niente. D’altronde due o tre righe non bastano a spiegare con quali soldi, tempi, alleanze, con quale metodo insomma arrivarci.

Sto dicendo che servirebbe il famoso e fumoso vecchio programma di 100 pagine che nessuno legge né capisce? Certo che no. E allora cos’è che non va? Perché non mi fido?

Le questioni che il Wiki Pdf tocca sono tante, cruciali, complesse. Qualcosa che nessun essere umano da solo potrebbe mai affrontare, non dico risolvere. Ma dietro Renzi non vedo una squadra di persone competenti – ognuno nel suo settore – per farlo. Né in Renzi al momento vedo la preparazione, l’equilibrio e la solidità necessari per costruire la squadra che serve. Cioè la sfilata di celebrità sul palco della Leopolda non è bastata a convincermi che un sottoinsieme di celebrità potrebbe fare squadra, ecco.

Ecco perché il documento pare una specie di detonatore (bang!) di slogan: non tre, quattro o dieci, ma cento, così è più probabile che ognuno trovi il suo.

Infine, un ultimo problema: Renzi aveva promesso un wiki Pd, ma ci propone un pdf. Mi aspettavo un ambiente wiki, dove si potesse sperimentare se la forma wiki può funzionare anche nella stesura di un programma politico, oltre che in quella di voci enciclopediche. E invece arriva un pdf chiuso. Sarebbe stata una bella novità, interpretare letteralmente la metafora del wiki Pd. Che peraltro non è di Renzi, ma era già venuta fuori l’anno scorso, alla Leopolda 2010, per bocca di Paolo Cosseddu (grazie ad Arianna Ciccone per avermelo segnalato).

Ma indipendentemente dalla paternità del concetto, spero Renzi lo faccia davvero, il wiki. Mi piacerebbe capire se e come funziona. Diamogli tempo e vediamo.

Renzi che fa l’asino, ovvero l’errore del «bravo comunicatore»

Nei giorni del Big Bang a Firenze, i media ci raccontano un Matteo Renzi «bravo comunicatore». Commentano l’arredo del palco: il frigo, il divano, il microfono old style, il Mac; e alcuni addirittura battezzano i gesti di Renzi come «gesti del potere»: la pacca sulla spalla, il «give me five» eccetera (vedi Repubblica oggi: Renzi, i suoi gesti del potere).

Che la comunicazione di Renzi somigli a quella di Veltroni l’hanno già notato in molti: da Alessandro Gilioli (vedi La maschera di Renzi) a me qualche giorno fa (vedi «Il Pd che sogna» Renzi sembra una parodia di Veltroni).

«Bravo comunicatore» Veltroni, «bravo comunicatore» Renzi, ma solo nel senso che entrambi hanno la capacità di trovare titoli e slogan adatti per essere ripresi dai media. Titoli e slogan che hanno pure il pregio di «piacere alla gente che piace» di una certa élite intellettuale di sinistra, alimentando l’autoillusione che siano «vincenti».

Renzi – come Veltroni – ha insomma la capacità di avviare quel circolo di autoreferenzialità fra politica salottiera e media che in Italia funziona. Ma che non si traduce necessariamente in voti sufficienti a vincere. Veltroni aveva vinto due volte a Roma, ma ha perso in Italia. Renzi ha vinto a Firenze, ma a livello nazionale che farà?

Sul fatto che poi Veltroni non fosse nemmeno il «bravo comunicatore» che tanti dicevano mi sono espressa molte volte, all’epoca. (Basta fare una ricerca con «Veltroni» su questo blog.) I fatti – purtroppo per il Pd e per tutta la sinistra italiana – mi hanno dato ragione.

Su Renzi «bravo comunicatore» ho già moltissime perplessità. Comincio da quello che può apparire un dettaglio, ma per un bravo comunicatore vero, senza virgolette, non lo è, visto che la comunicazione è fatta di mille dettagli da curare meticolosamente, uno per uno.

Bersani ieri lo accusa, senza nominarlo, di essere «un giovane che scalcia». E lui risponde «Non scalcio. Non sono un asino».

Ora, Bersani non gli ha certo dato dell’asino. Ma Renzi, così facendo, ha creato nella nostra mente e attribuito a se stesso l’immagine dell’asino. Tocca citare sempre George Lakoff, insomma, per spiegare che, se non vuoi che qualcuno pensi a un elefante, tutto devi fare meno dirgli «Non pensare all’elefante!».

Poiché la frase con l’asino è perfetta per i media, i giornali e la tv l’hanno ovviamente ripresa. Col risultato che l’associazione fra Renzi e l’asino si è fatta più forte. Mi aspettavo che, nel giro di poche ore, in rete sarebbero uscite battute su «Renzi ciuchino», «Renzi che fa l’asino», e apparsi fotomontaggi di Renzi con le orecchie d’asino. Ecco il primo.

Renzi con le orecchie d'asino

Quando le scuole riproducono stereotipi di genere senza volerlo

Il liceo Socrate di Roma ha realizzato uno spot per promuovere «Voice Out!», un «political game» – come lo chiamano – cioè un corso in cui «un team di esperti del settore» insegna ai ragazzi, suddivisi in squadre, come realizzare una campagna «con tanto di spot su YouTube e manifesto». Dopo di che, i ragazzi vengono messi in competizione, prima fra squadre della stessa scuola, poi fra scuole della provincia di Roma. Alla fine chi vince parte per una meta europea (info su Nisoproject.eu).

Tema di quest’anno: la lotta contro l’omofobia.

Pregevole l’iniziativa, lodevole il tema, fresco e dinamico lo spot, che è finito pure su Repubblica tv col titolo «Spot contro l’omofobia nelle scuole» e dunque sta girando molto in rete.

Però mi sono intristita lo stesso: a guardare lo spot, pare che nelle scuole di Roma ci siano solo maschi.

A parte la ragazzina iniziale che grida col megafono «Voice out!», a parte alcune comparse in aula che fanno da spettatrici votanti e qualche sagoma femminile di cartone, i protagonisti nel vero senso della parola sono solo maschi: i desideri di fare «il politico», «il pubblicitario», o di «recitare, fotografare o semplicemente dire la tua» riguardano solo loro. E pure i supposti creatori della campagna sono loro.

Com’è possibile che a nessuna insegnante, a nessuno studente, a nessuna studentessa del liceo Socrateuna scuola che non conosco ma che, dal sito web e dallo spot, immagino vivace, attiva, all’avanguardia – non sia venuto in mente che i protagonisti dello spot sono solo maschi?

Non solo è possibile, ma è accaduto. Per un motivo molto semplice: in Italia il protagonismo maschile è talmente scontato e normale, che cancellare il genere femminile è una scelta involontaria che viene spontanea anche nelle migliori famiglie (e scuole). Nonostante le migliori intenzioni.

Grazia ad Antonella per la segnalazione.

«Il Pd che sogna» Renzi sembra una parodia di Veltroni

Ieri Matteo Renzi ha mandato una newsletter e pubblicato sul suo sito un testo per spiegare l’evento del Big Bang, che si terrà da domani a domenica, alla Stazione Leopolda a Firenze. Le analogie con la retorica di Walter Veltroni (e meno male che voleva «rottamarlo») sono talmente forti, che il testo sembra quasi la parodia di un discorso di Veltroni: una lista onnicomprensiva che mette assieme i desideri più svariati, annullando i contrasti e le contraddizioni a colpi di congiunzioni coordinanti («ma», «e non», il celebre «ma anche») e zuccherando tutto con la retorica della bellezza e l’insistenza sul sorriso e l’ottimismo.

Mattero Renzi Walter Veltroni

Della somiglianza fra Veltroni e Renzi si è già accorto Maurizio Crozza, che martedì 18 ottobre a «Ballarò» ha inscenato questo dialogo con lui:

  • «Renzi, ma lo sa chi è stato l’ultimo ad aver usato una canzone di Jovanotti?»
  • Renzi lo guarda perplesso.
  • «Veltroni.»
  • Risate del pubblico.
  • «Renzi, sicuro di voler usare il titolo di una canzone di Jovanotti per il raduno di rottamatori?».
  • Renzi ride, mentre Crozza: «Perché invece non usa Mannoia?».
  • Renzi perplesso. «Pensi che bello: Renzi Mannoia!»

Ecco il testo «Il Partito democratico che vorrei», di Matteo Renzi (i grassetti sono miei):

Il PD che sogno vuole vincere, perché si è stufato di partecipare. Combatte le idee che non condivide, ma rispetta le donne e gli uomini e quindi non accetta la logica degli attacchi personali. Vuole che tutti abbiano una casa ma non delega l’urbanistica alle cooperative dei costruttori o ai professionisti del mattone. Si organizza dentro ai circoli ma cerca di vivere soprattutto fuori, a contatto con le persone vere, quelle in carne e ossa, non quelle dei sondaggi. Scende in piazza una volta ogni tanto e quando lo fa usa le armi non convenzionali del sorriso, non della minaccia: ma soprattutto vive la piazza ogni giorno, come luogo dell’incontro, come occasione per combattere la solitudine del nostro tempo. Perché vogliamo rimanere persone, non trasformarci in consumatori. Ci sono tre milioni di italiani che si impegnano per gli altri nel volontariato, quindici milioni di cittadini che usano il cinque per mille e più di un milione di cittadini che fanno sostegno a distanza: noi non abbiamo bisogno di una big society, lo siamo già.

Il mio PD rimette a posto i conti dello Stato e della amministrazioni pubbliche, non li sfascia. Giudica immorale il debito lasciato in eredità alle nuove generazioni e non sopporta l’idea che oggi lo Stato spenda più per gli interessi che per la scuola: paghiamo più per le colpe dei padri che non per educare i figli. Vuole il consenso degli italiani, ma anche il coraggio dei cittadini. E crede che lo slogan più bello sia quello della verità. Apprezza chi lavora per le istituzioni ma non vuole che nelle aziende pubbliche l’interesse di tutti sia messo in secondo piano rispetto ai privilegi di pochi. Pensa che ci salveremo solo investendo sul merito e sul capitale umano, non sulle tutele burocratiche. Dice di volere che nessun politico metta bocca sulla Rai, su Finmeccanica, sulle municipalizzate ma non lo dice solo il giorno dopo aver perso le elezioni: lo dice – e lo fa – soprattutto il giorno dopo averle vinte.

Il mio PD crede nel coraggio prima che nella paura. È fiero di essere italiano anche quando si sente cittadino del mondo. Crede che l’Italia abbia risorse strepitose e non cede alla retorica del declinismo per cui si stava meglio quando si stava peggio. Vuole produrre bellezza, non volgarità. E vuole che lo Stato sia compagno di viaggio non ostile burocrate per chi fa impresa e per chi vi lavora. Non si preoccupa solo di chi è già tutelato, ma anche e soprattutto di chi ha trenta anni e non trova lavoro. O di chi ne ha cinquanta e l’ha appena perso. Crede nella formazione permanente ma non nei burocrati della formazione. E riduce le cattedre universitarie, ma aumenta la qualità dell’insegnamento. Manda in pensione i cittadini due anni dopo, ma assicura un asilo nido in più.

Il mio PD crede nella politica e per questo teme l’antipolitica. Pensa che o si tagliano i costi della cosa pubblica oggi o saremo travolti tutti. Supera il bicameralismo perfetto, riduce i livelli istituzionali, taglia il numero e l’indennità dei parlamentari e dei consiglieri regionali, cancella i vitalizi e lo fa davvero, non solo negli annunci di campagna elettorale. Abolisce il finanziamento pubblico ai partiti perché altrimenti non ha senso fare i referendum. Ringrazia chi ha servito per tanti anni le Istituzioni. Ringrazia davvero, senza ironie. Ma non crede offensivo chiedere il ricambio per chi da qualche lustro occupa gli scranni del Parlamento: si può far politica anche senza una poltrona, anche rimettendosi in gioco. Chi ha causato il problema in questi anni non può proporsi come la soluzione. E comunque, qualunque sia la legge elettorale, in Parlamento ci deve andare chi prende voti, non chi prende ordini.

Il mio PD scommette sui diritti civili e anche sui doveri privati. Il mio PD non è terrorizzato da chi ha idee ma da chi non ne ha mai avute e magari vive ancora di rendita su quelle degli altri. Il mio PD è quello che fanno gli elettori con le primarie e nella vita di tutti i giorni. È quello che insieme proveremo a fare anche alla Stazione Leopolda.

Chi ha paura di Nichi Vendola?

Sicuramente il Pd, che sale o scende a seconda di quanto Sel scende o sale: quando nei sondaggi scende il Pd, sale Sel, quando scende Sel, sale il Pd. Ne parlavano pure ieri sera a «Porta a Porta» Vespa, D’Alema, Alfano e il direttore del Tempo Sechi, commentando e confrontando gli ultimi sondaggi di Renato Mannheimer, Alessandra Ghisleri e Roberto Weber.

Ebbene, per tutti e tre gli istituti di ricerca gli elettori del Pd vedrebbero molto bene un’alleanza del Pd con Sel e Idv, come nella fotografia di Vasto. Con una speciale predilezione per Sel.

Bersani, Di Pietro e Vendola a Vasto

Ma D’Alema naturalmente vuole convergere con l’Udc. E mentre Vespa, Alfano e Sechi lo guardavano straniti, mentre altri sondaggi gli mostravano che gli elettori dell’Udc, invece, vogliono in maggioranza o stare soli o al massimo convergere con il centrodestra, lui ripeteva che non si occupa di sondaggi, ma di politica.

Come se i sondaggi, per quanto fallibili e discutibili, non servissero a far capire ai politici cosa pensano gli elettori e le elettrici. Ah già, è proprio questo il problema: D’Alema non se ne occupa perché i sondaggi gli ricordano che ci sono persone, là fuori.

E vabbe’. Allora colgo l’occasione per postare l’articolo su Vendola che ho scritto per Alfalibri di ottobre, il supplemento libri di Alfabeta2. È una recensione del bel libro di Elisabetta Ambrosi: Chi ha paura di Nichi Vendola? Le parole di un leader che appassiona e divide l’Italia, Marsilio, 2011.

Chi ha paura di Nichi Vendola?

Nichi Vendola è uno dei leader più spiazzanti degli ultimi anni. Mitizzato o demonizzato, pare non lasciare spazio a posizioni sfumate: o lo si adora o lo si detesta. Da quando poi, nel luglio 2010, si è proposto come leader del centrosinistra nazionale ribadendo più volte questa intenzione, gli animi si sono ancor più infiammati: alcuni lo vedono come il salvatore, colui che farà uscire la sinistra dalle sabbie mobili, altri come un narcisista, uno che racconta favole e non andrà da nessuna parte.

Poiché com’è noto le polemiche aiutano a vendere, l’editoria italiana ha cavalcato il fenomeno, sfornando nell’ultimo anno una decina di titoli in cui appare il nome Vendola: come autore, coautore, soggetto intervistato, o come oggetto di studio monografico.

In questa proliferazione, il lavoro più interessante è senz’altro Chi ha paura di Nichi Vendola? Le parole di un leader che appassiona e divide l’Italia (Marsilio, marzo 2011, 190 pp.) della giornalista Elisabetta Ambrosi. Interessante perché cerca di approfondire il caso Vendola al di là degli estremismi e lo interpreta alla luce dei più recenti studi di comunicazione politica e politologia. Non ci troviamo insomma di fronte all’ennesima agiografia, ma a uno studio da cui traspare una preparazione che affonda, a leggere la biografia di Ambrosi, in un dottorato in Filosofia politica. È dunque su questa solida base che l’autrice legge alcune nozioni chiave della proposta politica di Vendola, come bellezza, corpo, diversità, emozioni, lavoro, laicità, popolo e diverse altre.

Il libro, dicevo, è non è affatto agiografico, ma tradisce comunque la simpatia dell’autrice per Vendola. Una simpatia che però non le impedisce di focalizzare con lucidità un nodo fondamentale che – concordo con lei – Vendola deve ancora sciogliere, quello del «suo vero partito di riferimento: un partito di minoranza che sostituisca la vecchia Rifondazione, oppure una nuova coalizione democratica, come tanti dei suoi simpatizzanti sperano?» (p. 45). È proprio per rispondere a questa domanda che nell’ultimo anno anch’io, come semiologa e studiosa di comunicazione, ho riflettuto sul linguaggio di Vendola, su quelle sue indubbie doti comunicative che l’hanno portato alla ribalta nazionale. Ed è sempre pensando a questa domanda che vorrei aggiungere a quanto i lettori troveranno nel libro di Ambrosi tre ulteriori spunti sul modo in cui Vendola comunica: i primi due, per un leader che voglia guidare il centrosinistra nazionale, sono vantaggi; l’ultimo invece è uno svantaggio.

1. La forza principale del linguaggio di Vendola è aver introdotto in politica il corpo e i temi della fondamentali della vita. Vendola parla di ambiente, scuola, università, lavoro, sempre tenendo conto del modo in cui le persone li vivono tutti i giorni e mai dimenticando che, nel viverli, tutti provano emozioni: dolore, amore, tristezza, gioia, speranza. Inoltre parla di emozioni mostrando sempre anche le sue: si agita, si commuove, suda, ride, si appassiona. È per questo che appare autentico: non parla solo di emozioni, ma le esprime senza vergognarsene. E poiché le emozioni – come hanno mostrato gli studi dello psicologo statunitense Drew Westen che anche Ambrosi cita – sono in ultima analisi il motore delle scelte di voto, la comunicazione politica non può prescinderne.

2. Vendola ha un’abilità linguistica superiore alla media e una singolare capacità di produrre metafore, ossimori, chiasmi che diventano facilmente, anche con l’aiuto dei comunicatori di cui si circonda, slogan semplici e vividi. Valga per tutti l’esempio delle Fabbriche di Nichi, una metafora appunto, che furono chiamate anche «eruzioni di buona politica» in occasione dei loro stati generali nel 2010: una seconda metafora che si riferiva all’eruzione del vulcano islandese qualche mese prima. In particolare il linguaggio di Vendola produce a ciclo continuo quelle che la retorica chiama «figure per aggiunzione»: ripetizioni, liste, climax, e così via. Dunque moltiplica simboli, oltre che parole, e li accumula in modo anche contraddittorio: mette assieme Cristo e «Bella ciao», Aldo Moro e il subcomandante Marcos, la Bibbia e Marx, il gay pride e il femminismo, la taranta pugliese e i social network. Avvolto in questa nube, Vendola seduce i suoi e confonde gli avversari, compiace chi coglie tutti i vari riferimenti, ma riesce a ipnotizzare pure chi non li capisce e pensa «com’è bravo lui, come vorrei essere lui».

3. Il suo difetto principale sta nell’esagerare col lessico colto e nell’usare una sintassi logica e grammaticale involuta, a tratti simile a quella del burocratese e politichese di vecchia maniera: troppi incisi e frasi subordinate, troppi riferimenti dotti e divagazioni. Ma in vista dell’obiettivo nazionale Vendola deve prepararsi a parlare a tutti, non solo ai giovani più idealisti, ai vecchi più nostalgici e agli intellettuali più delusi dal Pd. Deve insomma scegliere una volta per tutte di uscire dalla nicchia che votava Rifondazione per rivolgersi alla platea più ampia che può votare una coalizione di centrosinistra. Il che vuol dire parlare anche alle persone economicamente e culturalmente più deboli, che dalla foresta di simboli possono uscire confuse, non affascinate; anche agli elettori attratti dalla Lega, che vogliono parole concrete e pochi fronzoli; anche ai moderati, che troppi appelli al subcomandante Marcos possono spaventare; anche infine agli indecisi, anzi soprattutto a questi, perché sono loro che oggi decidono le elezioni, ma allo stato attuale sono più inclini a rifugiarsi nell’astensione o nei toni antipolitici di Grillo e Di Pietro che nell’affabulazione di Vendola, che gli appare come l’ennesima malia di una politica infida.

La sfida, allora, se Vendola vuole avere qualche chance di guidare il centrosinistra nazionale, è ripulire la sua lingua dai residui di burocratese che la incrostano e dagli eccessi immaginifici che la gonfiano, per semplificarla e renderla più trasversale, senza però farle perdere potere evocativo e carica emozionale. Perché è pur vero che le questioni complesse non vanno banalizzate, ma la quadratura del cerchio che spetta oggi a una sinistra che si voglia davvero vincente è combinare la concretezza con la capacità di volare alto, nelle parole e nei contenuti, ed è spiegare la complessità in termini semplici. Insomma la vera sfida per la sinistra italiana è parlare davvero a tutti, una buona volta, non ai soliti pochi di sempre.

Lorella Zanardo in tv fra Telese, Porro e Santanchè

Il 26 settembre una puntata del programma «In onda» su La7, dal titolo «Donne sull’orlo di una “crisi”», aveva come ospite in studio Lorella Zanardo, che dialogava con Daniela Santanchè in collegamento video. La loro interazione è stata intervallata da interviste a Francesco Merlo, Giuliano Ferrara, Sabina Began e da uno stralcio della ormai celebre intervista a Terry De Nicolò.

Zanardo e Santanchè a In Onda

Il compito di Lorella, in quel contesto, era difficile. Poiché dopo la puntata le sono arrivati diversi commenti, dai più entusiastici ai più arrabbiati e delusi «perché ha lasciato troppo spazio alla Santanché», Lorella mi ha chiesto di buttar giù una breve analisi, che potesse servire da spunto per ulteriori riflessioni.

Ieri Lorella ha postato il mio pezzo sul Corpo delle donne.net, e riprende la questione anche oggi.

Credo che analizzare cosa in quella puntata è stato detto e fatto, i rischi e problemi che c’erano e cosa ne è venuto fuori possa farci capire meglio sia il funzionamento di un talk show televisivo sia il dibattito attuale sui problemi delle donne italiane. Perciò pubblico anche qui il mio scritto e ringrazio fin d’ora per ogni spunto ulteriore che ci vorrete regalare.

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La posizione in cui Lorella Zanardo si trova a «In onda» non è facile. Il fatto che sia messa in contraddittorio con Daniela Santanchè dà per scontata una polarizzazione politica che non avrebbe ragione di essere: metterle Santanchè contro implica infatti che la questione femminile possa essere quanto meno contestata da destra. O meglio: nessuno di fatto dice apertamente che la questione femminile sia di pertinenza esclusiva della sinistra (Telese esordisce con «dottoressa Zanardo, lei non è una moralista di sinistra»). Ma il contesto allude a questa contrapposizione, la dà per scontata.

Dal mio punto di vista, dunque, Zanardo fa benissimo a non entrare mai in contrasto con Santanchè. Dico di più: non ha altra scelta, pena il rischio di incanalare il dibattito in una direzione stereotipata e banalizzante. Bisognerebbe infatti che in Italia si smettesse di considerare la difesa dei diritti delle donne come qualcosa che spetta solo alla sinistra: i problemi delle donne riguardano tutti, non solo una parte politica.

La trasmissione è inoltre costruita per appiattire la questione su un’altra polarizzazione: berlusconismo vs. antiberlusconismo. In questa direzione vanno per esempio gli interventi di Giuliano Ferrara e Francesco Merlo, sempre centrati sullo stile di vita del Presidente del consiglio. E anche le interviste a Terry De Nicolò e Sabina Began portano acqua a questo mulino.

Come dire: se sei contro Berlusconi, sei anche più attento ai problemi delle donne, o addirittura femminista; se invece voti Berlusconi, no. Una contrapposizione che non è solo fuorviante, ma falsa: l’Italia è piena di antiberlusconiani che hanno idee, comportamenti e stili di vita niente affatto favorevoli alla parità di genere. O che sono addirittura misogini.

Anche qui: bisognerebbe invece liberare la questione femminile dal contrasto fra chi è a favore e chi contro Berlusconi. I problemi delle donne (discriminazione, disoccupazione, stipendi più bassi, e tutto ciò che sappiamo) stanno a destra come a sinistra, negli ambienti colti come in quelli meno colti. È illusorio pensare che riguardino solo Berlusconi e il berlusconismo.

In questo senso, all’inizio Zanardo fa un errore: parla infatti del premier come di un uomo che ha «problemi evidenti», senza riuscire però a specificare su cosa basa l’«evidenza» che dichiara. In assenza di «prove», diciamo così, l’affermazione la mette subito dalla parte dell’antiberlusconismo, il che può forse piacere agli antiberlusconiani, ma dal mio punto di vista andrebbe evitato.

Dopo di che, però, Zanardo è abile per tutto il resto della trasmissione, evitando di cadere nelle numerose trappole che i due conduttori le tendono. Dice per esempio che «non le interessa giudicare» Terry De Nicolò; dice che la compravendita del corpo femminile non è un prodotto del berlusconismo, ma di tutta la cultura italiana; evita di rispondere a una domanda di Porro dicendo di «aver quasi paura» a farlo, perché poi sarà etichettata inevitabilmente come di destra o sinistra; impone infine temi di cui in televisione non si parla quasi mai: educazione ai media, scuole, inserimento della questione femminile nell’agenda politica.

Insomma, Zanardo evita di prendere una posizione politica non per qualunquismo, ma perché è l’unico modo di ragionare in modo costruttivo e concreto sulla questione femminile.

Chiudo con un ultimo rilievo: è un vero peccato che la maggiore abilità di Daniela Santanchè nell’occupare lo spazio di parola faccia sì che, nel complesso, Lorella Zanardo parli meno di lei.

D’altra parte, prendersi il turno di parola in televisione è qualcosa che si impara per pratica, a furia di farlo. È evidente che Santanchè ha molta più consuetudine di Zanardo con le presenze televisive: a questo si deve la sua maggiore abilità. Peccato, dicevo. Va detto però che si può essere incisivi anche parlando meno; e che imporre uno stile diverso, meno urlato, è comunque un obiettivo importante, che Lorella è riuscita a ottenere.

Puoi rivedere qui la puntata di «In onda» La7, 26 settembre 2011, «Donne sull’orlo di una “crisi”».

«Tutte le italiane hanno la cameriera» dice la Grimaldi. Ma le Iene replicano andando dal parrucchiere

Giorni fa la giornalista del Tg1 Francesca Grimaldi ha realizzato un servizio in cui, alla guida di una Ferrari, faceva una battuta su un certo «vetro antivento che consente di viaggiare a vettura scoperta senza rovinare la permanente», un vantaggio che «potrebbe valere da solo il prezzo di questa macchina».

La battuta è ovviamente offensiva «per chi fatica ad arrivare a fine mese», come sottolinea Elena Di Cioccio, che costruisce un servizio per le Iene incalzando la Grimaldi, ricordando che una Ferrari costa 230 mila euro, e chiudendo con una Grimaldi che pare ci prenda gusto a rendersi odiosa e dice che «tutte le massaie italiane hanno la cameriera».

Battutacce di pessimo gusto, sono d’accordo con Elena Di Cioccio, specie se la crisi imperversa.

Però guardiamo da vicino l’astuzia delle Iene, che per evidenziare lo scandalo, entrano da un parrucchiere di Roma e intervistano alcune signore mentre si fanno i capelli (tinta o altro) o li hanno appena fatti, come si vede dal risultato tondeggiante.

Cioè che fanno le Iene? Prendono alcune rappresentanti di ciò che il target della trasmissione immagina come «italiana media pronta a indignarsi contro chi possiede una Ferrari» e le fanno parlare.

Ma allora mi chiedo: quelle signore, con quella faccia così arrabbiata, davvero non arrivano a fine mese? Chi non ci arriva di solito rinuncia al parrucchiere.

E quante di loro saprebbero davvero mettersi nei panni di chi sta ancora peggio? Di migranti nord africani, giovani precari, cinquantenni in cassa integrazione o, peggio ancora, di senzatetto disperati, di chi chiede l’elemosina ai semafori? Siamo proprio sicuri che quelle signore – e gli italiani che rappresentano – non sarebbero capaci di battute analoghe a quelle di Francesca Grimaldi, ma riferite a beni e servizi di costo inferiore come un’utilitaria, una lavastoviglie, la vacanza al mare?

Insomma il servizio de «Le Iene» funziona perché mette in scena l’eterno e miope conflitto fra chi sta peggio e chi sta meglio, non perché prende davvero le parti di chi «non arriva a fine mese», come dice di fare.

Ecco dunque come un problema sociale si trasforma in retorica televisiva. Anche perché chi davvero non arriva a fine mese non guarda «Le Iene». E allora chissenefrega.

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