Ma Barcellona è ancora «mitica» come anni fa?

C’è stato un periodo, fra la fine del 2007 e i primi mesi del 2009, in cui gli studenti facevano l’impossibile per fare l’Erasmus in Spagna, e soprattutto a Barcellona. Andavano, tornavano con le lucine negli occhi e mi raccontavano di una città splendida, piena di opportunità, di lavoro, di attenzione al sociale. Dopo di che, facevano carte false per lavorare e vivere lì. E molti ci riuscivano.

Barcellona

Poi la Spagna è diventata uno dei Pigs, i paesi più tartassati dalla crisi economica in Europa: Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna (con la I che fra un po’ diventa quella dell’Italia). Il flusso di italiani, com’era prevedibile, è diminuito.

Domenica sera Presadiretta, il programma d’inchiesta di Riccardo Iacona su Rai3, in una puntata dedicata ai problemi dei giovani, ha dipinto una Barcellona mitica come anni fa: meritocrazia, lavoro, giovani coppie di italiani che, appena trasferiti, fanno subito bambini (come in Italia non si sarebbero mai sognati di fare) in un clima di ottimismo e accoglienza.

Boh, mi sono detta. E la crisi?

Al che ti propongo due lettere da Barcellona. La prima è più breve e la riporto qua sotto.

L’altra sta sul blog di Lorella Zanardo: è di Giusi Garigali, che vive lì da 11 anni. Non la riporto qui perché è più lunga, ma vale assolutamente la pena di leggerla, anche perché non riguarda solo Barcellona, ma fa una riflessione più generale sull’emigrazione dei giovani italiani: Lettera da… Barcellona, di Giusi Garigali.

Ecco intanto la lettera di Natàlia Garcia Carbajo, tratta dal suo blog «It’s not just the economy, stupid»:

Lettera aperta a Riccardo Iacona riguardo la puntata di Presadiretta «Generazione sfruttata»:

«Caro Riccardo Iacona,

ho guardato con attenzione la puntata di Presadiretta “Generazione sfruttata”, in modo particolare la parte dedicata agli italiani che sono emigrati a Barcellona alla ricerca di un lavoro (e di una vita) che qui in Italia non riuscivano a trovare, e mi sono in qualche modo sentita chiamata in causa. In primo luogo da “barcelonina”, quindi da conoscitrice della realtà della mia città. E in secondo luogo da straniera in Italia, da cinque anni, e quindi parte di coloro che hanno fatto il percorso inverso (e a quanto pare siamo sempre meno, e comunque sempre meno di quelli che fanno le valigie direzione Catalogna).

Lo spezzone della sua puntata dedicato a capire meglio la realtà degli italiani che vivono a Barcellona mostra una visione quasi paradisiaca del capolugo catalano, dov’è descritta una città in grado di offrire ottime opportunità a tutti quelli che arrivano. Dove avere una vita stabile, con tanto di casa di proprietà e figli, appare alla portata di tutti. Purtroppo questa non è la Barcellona dei giorni nostri. Non so se lo sia mai stata, ma di sicuro con il 22% di disoccupazione (40% tra i giovani) e con la Catalogna leader di questa tremenda classifica dei disoccupati in Spagna, davvero non mi sembra il caso di lanciare slogan come quelli che si possono intravedere nelle storie personali dei giovani italiani intervistati.

Giovani che sono stati sicuramente fortunati (e ne sono ben felice) ma che non rappresentano certo la realtà delle cose per tutte le persone (italiani e non) che arrivano a Barcellona. E, purtroppo, nemmeno per gli stessi catalani. In questo senso “incentivi” come quelli che possono essere interpretati nella sua puntata a fuggire dal Belpaese verso altri luoghi, dipinti in modo quanto meno fuorviante, possono fare male sia all’Italia sia a tutti coloro che si vedono costretti a considerare la possibilità di andare via.

Purtroppo conosco tanti giovani italiani emigrati a Barcellona e tanti, tantissimi catalani che fanno fatica ad avere un lavoro stabile, ad arrivare alla fine del mese e a pagare l’affitto. Per non parlare di comprare una casa e avere dei figli. Esattamente come succede in Italia. Credo che sia doveroso e intellettualmente più onesto nei loro confronti raccontare tutta la verità, se necessario con dati alla mano, e non limitarsi a dipingere ‘l’altrove’ come la soluzione a tutti i mali.

Con grande stima, Natàlia Garcia Carbajo

18 risposte a “Ma Barcellona è ancora «mitica» come anni fa?

  1. La sensazione avuta questa estate, da turista di ritorno a Barcellona dopo 8 anni, è stata esattamente quella descritta in questo post: il miracolo è quantomeno appannato.

  2. Riporto il commento che ho lasciato usl post di Natalia

    “Sono rimasto sorpreso anch’io. Argomentazioni del genere avevano un senso attorno al 2005, oggigiorno sono solo un pallido e falso riflesso di quel momento in cui noi tutti italiani trovammo a Barcelona l’Italia che non potevamo trovare nella nostra penisola. Quelli sono tempi andati, e molti giovani stanno rimpatriando o, più spesso, muovendosi verso Nord, dove la crisi ha colpito meno violentemente e dove sembra che ancora per un po’ potremo illuderci che questo declino non sia per tutta l’Europa.

    Devo anche dire, però, che dopo due anni a Londra, sentito il richiamo del Sud Europa, sto per prendere nuovamente la strada catalana piuttosto che cercare fortuna nella mia Bologna o altrove in Italia. Pur privata di molte opportunità, Barcelona offre tuttora un modello culturale stimolante, il fascino della cultura della sconfitta tradotta in speranza e una continua tensione a cercare di fare meglio.

    Forse ho passato troppo tempo fuori dall’Italia per sentire tutto questo nel Bel Paese, l’emozione del referendum e delle amministrative bruciata pochi giorni dopo dal continuo rigurgito mediatico di un sistema marcio.

    ‘Encara així’, c’è una connessione speciale tra gli italiani e Barcelona, e, opportunità o meno, credo che ancora in molti come me preferiranno la decadenza alla catalana rispetto a quella all’italiana. La patria ci perdoni.”

    Aggiungerei che uno dei motivi per cui Barcelona ancora attira, una della cose che per me non ha perso, è appunto quello spirito di accoglienza, così estraneo a chi per esempio si muove nel parallelo economico del Nord Italia. L’integrazione del diverso e l’emarginazione degli elementi xenofobi è molto più evidente che da noi. I trasporti pubblici e la rete di biciclette pubbliche danno l’idea di una città che punta a rendersi più pulita, anche se i problemi sono ancora evidenti.

    Non c’è lavoro, ma a Barcellona si vive ancora bene, e questa era stata una delle ragioni dell’esodo, non dimentichiamolo

  3. My two cents:
    Le offerte di lavoro di alto livello (con dottorato) sono ancora buone, soprattutto in alta tecnologia. Evidentemente le infrastrutture accumulate durante gli anni pre-crisi e il numero di talenti arrivati o tornati in gnoli Spagna funziona da volano.
    E`meglio essere spagnoli per lavorare a Barcelona. Molti stranieri, non legati dall`identita`, si sono gia`spostati.
    Non e`piu`una citta`dove andare allo sbaraglio, con la valigia e una laurea in tasca. Non so se sta finendo come Dublino, ma la strada e`quella.
    Ma la domanda centrale e`: siamo sicuri che esista ancora un paradiso (piu`mito che realta`) o forse bisogna prendere atto che la crisi globale sara`lunga e gli spostamenti sono molto difficili, a parita`di condizioni? A meno di non finire in Kazakhstan, Singapore, certe zone dell`India.

  4. I luoghi comuni, anche i più recentemente introdotti, sono difficile da smuovere.
    Il compito di noi, italiani emigrati a Barcelona, è quello di rettificare opinioni e stereotipi enunciati con troppa semplicità in articoli, trasmissioni, reportage faziosi..
    In realtà l’immagine che tanti italiani hanno attualmente di Barcelona nasce da due inconfutabili ragioni: In primis, è innegabile che nel 2005 si respirasse un’altra aria nella “Ciudad Condal”, motivo per cui si è attivata con grande impeto la diaspora italiana. Tra Erasmus e opportunità lavorative erano varie (e continuano ad esserlo) le scuse con cui in fretta e furia si facevano armi e bagagli rotta Barcelona.
    Barcelona rappresentava per molti l’Eldorado personale e professionale.
    Si guardava alla città con entusiasmo e ammirazione. Ammetto di non essere stato il solo a credere che Barcelona incarnasse in molte delle sue sfaccettature tutti quegli aspetti che un giovane italiano avrebbe voluto nella sua città.
    Tutto questa ebollizione emotiva non ha cessato di scaldare gli animi inquieti degli italiani ed è per questo che tuttora rappresenti la prima scelta, quando si parla di “fuga dall’Italia”.
    La seconda ragione per cui il mito Barcelona continui a brillare impavido sulle copertine dei vari inserti settimanali è la nostra immancabile voglia di piangerci addosso. La cosiddetta, (spesso accertata) “autofustigazione nazionale” che ci porta a credere che, fondamentalmente, qualsiasi posto sarebbe meglio dell’Italia.

  5. Pingback: Sciovinismo del peggio « PrecarieMenti

  6. L’illusione catalana, barcelonina, madrilena, londinese…et cetera… è almeno qualcosa! Di fronte ad una società bloccata, iniqua e muffita come quella italiana – dove anche per fare l’inventario notturno presso le grandi catene GDO serve la segnalazione di almeno un commesso o dove è considerato normale che un ricercatore dopo 13 anni in dipartimento vada a fare il commesso in parafarmacia – anche una flebile speranza, il sentore vago di maggiori opportunità fanno percepire e di fatto rendono un posto come Barcelona ancora appetibile….
    Giovanna, lo dico a costo di ripetermi e di rischiare l’OT…. l’intero Paese vacilla, e benché Tremonti, B., D’Alema, Bersani, le cricche e le lobby tutte, abbiano cercato di addolcire la pillola, quel che ne viene fuori è che pagheremo un conto più salato di altri Paesi per la crisi generale e irreversibile cui la globalizzazione capitalista sta andando incontro: non solo perché la rete di protezione sociale da noi è meno forte anche rispetto a Paesi come la Spagna ( basta pensare allo spreco e al ruolo di pura propaganda in salsa neo-fascista assunto dalla famigerata Social Card, che a me ricordava tanto la tessera annonaria di cui mi raccontava mia nonna) ma soprattutto perché siamo immobili, inerti, talmente rassegnati da risultare incapaci di reagire a qualsiasi sopruso o angheria o ingiustizia venga commessa, in particolare nei confronti delle fasce più deboli….
    Come dicevamo qualche post dovremmo ripartire dalle emozioni e dalle passioni: chissà che non ci sia utile per cominciare a picconare il muro di indifferenza e di rassegnazione che oramai “si taglia a fette…..”
    A tutti buona serata!

  7. Io ho fatto l’erasmus in Spagna, tirocini post laurea in Francia e ora lavoro in Olanda. Lascio due piccoli contributi:
    - Migrare e’ pesante, c’e’ perfino una branca della psicologia che studia i traumi da migrazione. Chi vuole approfondire, guardi su expatclic, una community per le donne espatriate.
    -rispondendo anche a Enrico: l’Olanda offre moltissimo in termini economici, e’ un paese che ha bisogno e attira stranieri qualificati: tra 2 settimane ci sara’ la fiera Expatica ad amsterdam, il che la dice lunga. Personalmente posso dire che a 28 anni e con una laurea in S.d.Comunicazione ho uno stipendio ch mi permette di mettere via 900 euro al mese-parlo di risparmi- e senza fare rinuncie, anzi con un tenore di vita cosi’ alto da poter svernare ai Caraibi per 2 settimane. Questo e’ il rapporto tra salario e costa della vita qui.

  8. Francesca,
    ho fatto un postdoc in Olanda e non mi dispiacerebbe tornarci. Ma in realta`sto bene un po`ovunque. In famiglia abbiamo 4 passaporti diversi, quindi siamo abituati a girare. Fra sei mesi, si parte per un luogo ancora piu`lontano.
    Basta una scrivania, un computer, e un po`di apparecchiature, per lavorare bene a Cancun, come a new York. Forse solo in Grecia o Portogallo non mi fiderei ad accettare un posto, purtoppo.

  9. Un saluto a tutti gli emigrati e non,
    dopo aver visto la puntata di Presadiretta e dopo aver capito che a Barcellona (così come nell’intera Spagna) la situazione non è così paradisiaca, volevo fare una considerazione importante per me, neolaureata in S.d.C. alle prese con un NON mercato del lavoro qui in Italia. Il problema qui da noi è lo sfruttamento giovanile, il vergognoso “non pagarti nulla di nulla perchè non hai esperienza/non ci sono soldi/ti sfruttiamo fino al midollo perchè ci fa comodo e basta.”; ora, a Barcellona (in Spagna) è così catastrofica la situazione? Perchè un minimo di speranza post-stage (anche se gratuito) è fondamentale! In Italia ciò che manca è la prospettiva, la speranza. Allora, possiamo ri-trovarle “altrove”?
    Grazie a tutti!
    Annalisa

  10. La lettera di Giusi Garigali è molto interessante, e ciò che dice a proposito dell’emigrare non mi sembra del tutto negativo.
    Semplicemente, davanti a una campagna ossessiva condotta tramite i media sulla necessità di lasciare questo Paese da parte dei giovani, fa notare che la crisi morde dappertutto e chi è partito senza valide motivazioni o basi solide alle spalle, magari perché affascinato da una breve esperienza all’estero o semplicemente per provare, rischia di trovarsi altrettanto male che in patria – con l’aggravante di essere solo e straniero.
    Allo stesso tempo non nega l’utilità di un’esperienza all’estero, ribadita da Lorella Zanardo in uno dei commenti. L’Eldorado non esiste; chi lo cerca rimane immancabilmente deluso e se può torna indietro. Ma chi ha abbastanza determinazione e competenze per andare avanti potrebbe riuscire a ritagliarsi un angolo di Nuovo Mondo.
    O almeno è questa la mia interpretazione :)

  11. Il punto, penso, è che all’estero ci rimangono solo i migliori: quelli che sono stati abbastanza bravi da avere riconosciute le proprie capacità personali e professionali, magari in qualche paese dove l’ascensore sociale funziona veramente.
    Gli altri, meno bravi o meno “fortunati”, se ne tornano a casa con la coda tra le gambe…

  12. Penso che ridurre il tutto ai meri indicatori economici sia alquanto riduttivo e non da la fotografia reale della situazione proprio come il solo bilancio di fine anno non dalla fotografia di un’azienda.

    Il mito di barcelona non deriva da chissà quali opportunità di arricchirsi in breve tempo, deriva piuttosto dalla cosiddetta qualità di vita che detto così significa nulla ma si può facilmente tradurre in trasporti/clima/infrastrutture/cultura/ e non ultimo l’aura sociale di accoglienza che regna in questa particolare città.

    il discorso per assurdo da fare sarebbe se devo essere disoccupato meglio a Barcelona che a Roma se non altro ho meno spese, a voler fare i conti della serva infatti a BCN non serve la macchina mangiare e bere in generale costa meno, e le attività culturali sono a prezzo sociale in quanto non sono considerate appannaggio di un elite (fatevi 2 conti su quanto costa mantenere una panda all’anno in una città come roma).

    Chi scrive ha fatto l’erasmus nel 2005 e ci torna ogni 3 mesi per amicizie varie chi è rimasto ha trovato la sua dimensione e non parlo solo del cervello in fuga ma anche del cameriere. Rispetto al 2005 c’è molto meno casino e non è più la party city di un tempo, ma in un certo senso è anche più equilibrata e forse più matura come città proprio perché lo sviluppo il cambiamento e l’innovazione lo vedi e lo percepisci ( vedi bicing.com) qui a roma invece percepisci solo un senso di stantio e come diceva qualcuno di ammuffito.

    chi scrive a gennaio tornerà a Barcelona per vivere ed iniziare un impresa di consulenza. Visto che oggi è già abusata la uso anche io “stay angry stay foolish”.

  13. Purtroppo ancora una volta la televisione Italiana invece di fare informazione fa disinformazione.

  14. Buongiorno a tutti,

    Innanzitutto voglio ringraziare Giovanna Cosenza per le belle parole e per avere citato il mio Post sul Blog di Lorella Zanardo…

    Visto che sono stata chiamata in causa, sento la necessità di intervenire in questa bella discussione e di precisare ulteriormente alcune mie prese di posizione sulla questione emigrazione (che da qualche tempo sto studiando con passione), oltre a dare qualche informazione in più sul reale stato della città e a lasciare un link ad una “risposta collettiva” che, come cittadini italiani residenti a Bcn ci siamo sentiti di dare su Spaghetti Bcn (il Blog in italiano più seguito qui da noi), oggettivamente urtati dalla parzialità del reportage di Iacona e dall’uso improprio che si fa dei mezzi e dei soldi della nostra Tv di Stato (non ci bastavano Rai 1 e Rai2).

    Devo dire che chi mi sembra che qui abbia colto il senso più completo del mio post sul “Il corpo delle Donne” è stato S., e di questo lo ringrazio di cuore. Perché bisognava leggerlo con attenzione, quel Post, cercando di non fermarsi alla superficie. Ed è proprio come dice S.: io non cercavo affatto di scoraggiare i giovani italiani ad uscire e sprovincializzarsi. E come potrei, proprio io? Io sono emigrata 2 volte e non potrei certo sostenere che sia meglio non aprirsi all’esterno. E infatti vi anticipo che il mio secondo Post, nel suddetto Blog, verterà proprio su questo aspetto che necessita, evidentemente, di alcune puntualizzazioni.

    Quello che però mi interessava mettere in luce, d’altra parte, è che l’esperienza dell’emigrazione nell’ottica “self-promoted”

    A) NON può essere affrontata superficialmente, né trattata in maniera riduttiva, né manipolata come si è usato fare finora perché:

    - si tratta di un’esperienza soggettiva e, pertanto, non inquadrabile solo nel mito del giovane italiano “esule politico” costretto ad emigrare perché non sufficientemente valorizzato a casa propria (nemo profeta in patria)
    - Che le persone, in realtà, emigrano per le ragioni più diverse e MOLTEPLICI e non è corretto dunque appropriarsi indebitamente di queste esperienze che portano con sé anche delle difficoltà e del dolore per
    - 1) Fare bella mostra di sé
    - 2) Sostenere che tutto è sempre meglio che l’Italia. Bisogna fare un lavoro serio al riguardo. Non è lo stesso (come facilmente comprenderete) emigrare ad Amsterdam, a Berlino o a Bcn. Chi non fa questi distinguo agisce in maniera scorretta e strumentale. Ma come sappiamo la serietà porta con sé molti prezzi da pagare, la propaganda, in genere, molti benefici.
    - 3) Parlando nello specifico di Bcn ci sono molti, moltissimi luoghi comuni da sfatare, ma NON solo adesso. Sono luoghi comuni che esistono da SEMPRE.
    - Ed è per questo che il reportage di Iacona è stato quanto di più scorretto si potesse fare. Perché ha raccontato delle verità PARZIALI (mezze verità che, ripeto, ne avesse parlato in questi termini anche nel 2005 avrebbero suscitato in me la medesima indignazione) ben confezionate per poter fare colpo sull’immaginario del povero ragazzo italiano che in patria non riesce a trovare la sua strada etc. etc.
    Non tornerò più su questi temi, perché non voglio ripetermi, ma credo non sia poi così difficile leggere fra le righe di alcune delle testimonianze portate e sbandierate come esempio di reale valorizzazione di “talenti in fuga”. Chiunque abbia un po’ sale in zucca avrà saputo destrutturare l’informazione e trarre le proprie lampanti conclusioni.
    Quanto a Bcn, anche in questo caso NON voglio ripetermi. La città la conosco bene. Parlo perfettamente catalano (oltre che spagnolo) perché volevo integrarmi davvero. Nonostante ciò, ho fatto molta fatica. Non ho la pretesa (a differenza degli intervistati di Iacona) di fare della mia esperienza un dato sociologico significativo. Ma credetemi che 11 anni sono tanti e in 11 anni di persone (immigrate) se ne conoscono. La sensazione prevalente è che la città e i suoi cittadini non siano quanto di più “friendly” ti possa toccare in sorte.
    Altra cosa, invece, la Bcn da cartolina di Iacona e del marketing del marchio Barça / Barcelona, studiato a tavolino (ieri sera ne parlavano proprio in un’intervista a TV3, la TV pubblica nazionale catalana) in cui è caduto anche il famoso giornalista di denuncia quando è arrivato a presentare la casa terrazzata sul monte Carmelo di Bcn come “fantastica”, omettendo di spiegare che il Carmel è un quartiere abbastanza degradato di Bcn (Natàlia confermerà), dove nel 2005 son rimasti lesionati vari edifici per una perforazione eccessiva del sottosuolo (per i lavori di prolungamento di una linea del Metro), lasciando oltre 1000 “senza tetto” rialloggiati con grandi problemi (e forse, anche per questo, qui è più facile affittare appartamenti a prezzi convenienti), ma NON CONVIENE dirlo perché Bcn è un Paradiso perfetto e incontaminato.
    Dove si usa il Bicing (che ricorderei venne introdotto a Milano – da giunta socialista, a principio anni ’80, ma Milano non era e non è così “glamour” agli occhi del provinciale italiano come Bcn) ma si evita accuratamente di dare dati sull’inquinamento.
    Bcn è una città inquinatissima, ma non se ne parla. Inquinatissima perché il trasporto su strada (mi spiace Iacona, ma è così, ho fatto “commuting” per 5 lunghi anni dal Maresme (zona fuori Bcn) a Bcn e conosco molti dei nodi difficili della “viabilità” di Bcn. Solo che qui la macchine, in città, scompaiono perché inghiottite e occultate nei numerosissimi parcheggi sotterranei.

    Non vi annoio più con le mie parole, ci tenevo solo a dire qualcosa perché ho avuto l’onore di essere citata da Giovanna.
    Da parte mia le cose non si fermano qui. Approfitterò di qualsiasi spazio mi si offra per portare avanti la mia battaglia di verità ed onestà intellettuale su temi tanto delicati come quelli dell’emigrazione, perché se ne parli senza comodi pregiudizi in entrata e in uscita, bensì con trasparenza e con vera voglia di capirci qualcosa in più.

    Dimenticavo, ecco il link alla nostra Lettera apert a Iacona:

    http://spaghettibcn.com/20111005_presa-diretta-e-gli-italiani-a-barcellona.html

    Un caro saluto a tutti

    Grazie ancora, Giovanna, per la citazione e per lo spazio

    Giusi Garigali

  15. è molto difficile per me commentare quel che Giusi scrive, non per quanto riguarda i dati e le circostanze reali ma per quel che evoca un punto preciso (“Non è lo stesso (come facilmente comprenderete) emigrare ad Amsterdam, a Berlino o a Bcn. Chi non fa questi distinguo agisce in maniera scorretta e strumentale.”)
    ho qualche anno più di lei, sono stato un italiano che avrebbe voluto scappare da sempre (mio padre, operaio comunista lombardo, m’insegnò fin da piccolo a vedermi come europeo e l’Italia m’è sempre andata stretta) eppure sono rimasto in Italia, nonostante una carriera di lavoro -e molti spostamenti- internazionale.

    quello su cui Giusi ci fa riflettere è la progressiva retrocessione del Paese dall’arrivo dello psiconano in poi. ricordate i primi minuti di “Videocracy” di Erik Gandini? il gioco dello spogliarello amateur a Telemilamo58, la nonna di Canile5? o i programmi della domenica mattina di Rete4 con Mengacci e Rosalinda Celentano in giro per sagre di paese a nobilitare i 1000 provincialismi e sfruttare il campanilismo per costruire quel medioevo futuro in cui viviamo?

    siamo figli di un’Italia che non è stata.
    il deragliamento socio psico antropologico è stato ben aiutato dalle bombe sui treni, dalle Brigate Rosse, dalla mafia riconvertita a finanziaria… e da una sinistra grottesca e parassita che criticava il babau ma lavorava per lui (Zelig, metà Italia Uno, D’Alema autore Mondadori e così via).

    anche la Spagna certo non è un paradiso: in particolare, BCN è stata la mia seconda città (è la Spagna più vicina a Milano!) per non so quanti anni…
    ma ho presto visto che il “catalanismo” era sì più europeo (o voleva diventare Europa prima della nazione che volenti o nolenti circontda la Catalogna) ma aveva un approccio cinico, affarista, poco amante di sé che ha trasformato e distrutto la città ed ha allontanato me.

    e ricordo molto bene che la maggioranza si vergognava della Sagrada Familia come di un’aborto architettonico (prima di scoprire che Gaudì era una vacca da latte per succhiare soldi ai turisti).

    con tutto questo, bisogna anche riconoscere che i disastri -e testimonianze lucide come quella di Giusi- ci aiutano a diventare europei, di un’Europa che non nasconda differenze come difetti, e impari dai propri errori.

    l’erba del vicino non è sempre più verde, a meno di dipingerla tu (come Valentino Garavani nel famoso film su di lui) quando dà il party a Parigi in inverno ma vuol dare una sensazione primaverile :)

  16. Paolo, grazie per il bell’intervento. L’ultima citazione, poi, è sublime.

    Non era mia intenzione parlar male di Bcn. Quando dicevo che c’è una bella differenza trail’ emigrare a Londra, Berlino, Bcn lo dicevo senza voler dare un giudizio di valore, ma semplicemente perché è vero.
    E dunque non è corretto parlare in generale di andarsene a vivere “altrove”. Da un’altra parte, ok. Ma dove fa la differenza, ed è una differenza NON da poco. E poi: perché? E cosa ci troverai? Sicuramente cose e situazioni molto diverse, difficilmente equiparabili, a meno di non fare delle forzature, cui ahimé ormai siamo abituati da una (dis)informazione senza scrupoli.

    Che, nel caso di Bcn, si assoggetta alle regole del marketing e della pubblicità che purtroppo poco hanno a che vedere con la realtà, perché proprio questa realtà vogliono VENDERE e, per questo, la stravolgono.

    Stupisce che uno come Iacona, anziché andare a chiedere info seria presso il patronato Inca /CGIL – che pure esiste a Bcn e che sicuramente gli avrebbe fornito dati e cifre attendibili – si sia lasciato prendere la mano da chi lo ha convinto a descriverci una bella Barcellona da bere…
    O forse era venuto qui già deciso a dimostrare l’indimostrabile, e questo la dice lunga sul bel giornalismo “d’inchiesta” di cui sono capaci i giornalisti italiani…

    Se l’Italia è mediocre lo dobbiamo anche a tutti i mediocri che spadroneggiano nella nostra bella (dis)informazione e che dovrebbero svolgere una funzione di controllo (che controllo?) e di vera denuncia (non edulcorata ad libitum) della vita sociale e politica

    Un altro saluto

    Grazie ancora

    Giusi Garigali

  17. Natàlia Garcia Carbajo

    A mio malgrado non posso che confermare quanto detto da Giusi. Ne parlo anche nella lettera che Giovanna ha cortesemente ripreso in questo suo post. Anche sulla questione del quartiere del Carmel, dov’era situato uno degli appartamenti con tanto di viste sulla città, non posso che confermare. Il Carmel è un quartiere molto peculiare e interessante, che però non si può considerare di ‘lusso’, soprattutto dopo il grave incidente che soffrì qualche anno fa durante la costruzione di una nuova fermata della metro proprio lì e che ‘declassò’ ancor di più quella zona.

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