Sei indignato/a? Non lo sei? Sei incerto/a? Due o tre cose per riflettere assieme

Stamattina apro Facebook e sulla bacheca di Vittorio Zambardino leggo: «Ma il giovane “indig-nado” che domani sfila per Roma urlando a Draghi, ai banchieri e alla Bce, saprà che il suo urlo è di destra?». Bella domanda, Vittorio. Non so se lo sa. Non so cosa sa.

Indignati in Italia

Se è in buona fede è solo arrabbiato/a e confuso/a. Molto.

Se è un perditempo, cavalca l’onda per darsi un ruolo, per stare in mezzo agli altri, per sentire di esserci. Meglio quest’anno di altri, perché indignarsi va di moda, e si pronuncia separando la g dalla n e mettendoci la d. Indig-nados.

Se è in cattiva fede vuole solo menare le mani. O ottenere il microfono e la camera di qualche giornalista per apparire in tv e in prima pagina. Sappiamo tutti che il «volto gggiovane con aria pulita e assorta» è ottimo per i primissimi piani nei talk show (ne abbiamo visti tanti in questi giorni). Specie considerando che in Italia i giovani anagrafici (15-24) sono in via di estinzione.

Ma gli slogan? Hanno senso? E dove portano?

E gli obiettivi? Quali sono? Ma soprattutto: ci sono? Una protesta non ha necessariamente obiettivi, mi si risponde. E vabbe’.

Mi limito allora a raccomandare alcune letture. Da fare se scendi in piazza. Ma anche se non ci vai e vuoi lo stesso ragionare su ciò che sta accadendo. O se non hai ancora deciso.

Dino Amenduni: «Ma perché #occupiamobankitalia?».

Mario Seminerio: «Indignati, protesta informata? Ecco cosa si rischia a non pagare il debito».

Ricordo anche due post che ho scritto alcuni mesi fa:

Dieci cose da ricordare quando si scenda in piazza, del 22 febbraio 2011.

Perché in Italia l’indignazione non funziona?, del 24 maggio 2011.

E se trovi riflessioni ben argomentate e documentate sulla protesta di questi giorni, segnalamele! Grazie.

32 risposte a “Sei indignato/a? Non lo sei? Sei incerto/a? Due o tre cose per riflettere assieme

  1. Gira questa attrazione alla visceralità alla protesta tanto per, e a una visione così confusa e semplificata dell’economia che sconforta. Bisognerebbe trovare anche delli link dai contesti della macroeconomia e anche dai contesti della macroeconomia de sinistra che uh incredibboli! esiste! Ma non sono in grado di fornirli, intanto appena ho tempo butto un occhio a questi.

  2. al di là della protesta che può non essere informata e consapevole (come tutte le mobilitazioni di massa, d’altronde), io mi chiedo: è di destra provare a metter in discussione le proposte di Draghi e Trichet?

    ciao

  3. Di “destra”?

    A me sembra chiaramente di “sinistra”. Al punto da costituirne l’ ideal-tipo.

    Cio’ è perfettamente compatibile con il fatto che sia in preda a una chiara confusione mentale. Forse che la “sinistra” post-muro non è in confusione mentale da decenni? Di sicuro finché si parla di economia (e quasi tutto è economia).

    Basta pensare che in questi delicati frangenti “sosteneva genericamente l’ Europa”.

    Dopodiché, nella famosa “lettera segreta”, si scopre l’ ovvio, ovvero che l’ “Europa” ha un programma talmente a destra che fa sognare i falchi delusi dalle tiepidezze berlusconiane:

    – tagliare gli stipendi e dipendenti pubblici;

    – tagliare le pensioni azzerando quelle di anzianità;

    – privatizzare i servizi pubblici;

    – flessibilizzare il mercato del lavoro in entrata ma soprattutto in uscita.

  4. una protesta senza obiettivi definiti e consapevoli è il peggior torto che si possa fare alla protesta informata e ben focalizzata.
    Interi territori dello Stivale ridotti a discariche abusive di rifiuti tossici; il costo abnorme del lavoro, che genera lavoro nero e precarietà; leggi demenziali e bacchettone che producono mercati sommersi, profitti per le mafie e sfruttamento delle persone più deboli (es. nel mondo della prostituzione, per dire, o del commercio di droga)….
    Insomma, di motivi per protestare, per scendere in piazza e fare azione politica collettiva, mica ce ne sarebbero pochi. Anzi…
    Per questo sono ancora più vacui, più irritanti, i ggggiovani (ma anche alcuni politici, tipo una dichiarazione di De Magistris che ho sentito a La Zanzara di Radio24 giovedì sera) che dicono “sono indignato contro questo stato di cose”, “scendiamo in piazza perchè vogliamo dare un segnale” e altre simili amenità iper-generiche e populiste (nel migliore dei casi).

  5. Pingback: Indignati, il bambino e l’acqua sporca » Piovono rane - Blog - L'espresso

  6. Altro spunto:

    15 ottobre, l’indignazione non basta
    Intervista a Giuseppe De Marzo, del ‘Coordinamento 15 Ottobre’ che organizza la manifestazione italiana per la giornata mondiale di mobilitazione ‘Uniti per il cambiamento globale’

    http://it.peacereporter.net/articolo/30958/15+ottobre%2C+l'indignazione+non+basta

    So che la situazione degli altri paesi è fuori tema, ma penso sia utile avere dei confronti:

    Slavoj Zizek tra gli indignati di NY
    Il filosofo sloveno tra i manifestanti di Zuccotti Park: “Immaginate un sistema sociale sociale ed economico alternativo al capitalismo”
    http://it.peacereporter.net/articolo/30908/Slavoj+Zizek+tra+gli+indignati+di+NY

    Naomi Klein tra gli indignati di NY
    La scrittrice no-global tra i manifestanti di Zuccotti Park: “Questo movimento è la cosa più importante del mondo”
    http://it.peacereporter.net/articolo/30913/Naomi+Klein+tra+gli+indignati+di+NY

    Tra gli Indignati di Boston
    Voci dalla tendopoli dei manifestanti che da due settimane resiste nel cuore della capitale del Massachusetts
    http://it.peacereporter.net/articolo/30978/Tra+gli+Indignati+di+Boston

  7. Bel post. Un intervento molto utile per cambiare l’attuale situazione.
    Scendere in piazza non serve, sollevare un sopracciglio sì.
    Il bello del gioco “ridicolizziamo le “proposte” degli indignati d’Italia” è che non richiede di fare proposte alternative o di ammettere i propri errori.

    Molto profonda anche la considerazione sulla pronuncia della parola “indignados”… è proprio questo il punto. Grazie del contributo essenziale.

  8. Gli indignados, i no-global, la sinistra, e tanti altri, vorrebbero un’alternativa alla società attuale. E’ un desiderio molto naturale. Perché la società attuale ha tanti difetti. E perché la lotta per un sistema sociale alternativo ha una tradizione lunga e nobile, cui sembra impossibile rinunciare.

    Solo che questa alternativa è svanita. Ha cominciato a svanire col declino e poi col crollo del comunismo sovietico. E’ svanita del tutto da quando il mondo sottosviluppato, Cina ex-comunista in testa, ha imboccato con immenso successo la strada del capitalismo e della globalizzazione.

    Oggi e per i prossimi decenni, non c’è nessuna alternativa realistica alla globalizzazione capitalistica. Le alternative sono velleitarie, inevitabilmente confuse e vaghe.
    E’ una cosa durissima da accettare, per chi (come me) è cresciuto in una cultura di sinistra.

    Però, se si accetta il lutto, restano grandissime cose da fare. In Italia più che altrove. Anche quelle indicate dalla Banca d’Italia.
    Cose difficili da fare, perché vanno contro agli interessi di breve periodo di molte categorie di italiani, interessi che le maggioranze di ciascuno degli attuali partiti difendono, per motivi elettorali – miopi.
    Per esempio, ridurre drasticamente il debito pubblico è doloroso nel breve periodo, ma nel lungo periodo conviene, cioè conviene ai giovani. Se glielo si spiegasse bene, forse voterebbero per un programma come quello che da decenni suggerisce inutilmente la Banca d’Italia. Insieme coi loro genitori, che al futuro dei figli ci tengono pure.🙂

    Purtroppo oggi tutti i movimenti di “contestazione del sistema” paradossalmente contribuiscono solo a mantenere le cose come sono. Che significa stagnazione e declino, in un mondo che corre, e che offrirebbe formidabili opportunità.
    Purtroppo non solo gli indignados. Anche metà dell’elettorato PD.

    A Zauberei che chiede “macroeconomia de sinistra” suggerisco http://www.sbilanciamoci.org/: ma dice cose abbastanza diverse da quello che ho appena scritto.🙂
    Le analisi e le idee migliori — non solo secondo me — si trovano in http://www.lavoce.info/

  9. Ma la macroeconomia “di sinistra” esiste, è quella classica keynesiana (il suo pr oggi è Kugman), e in caso di crisi chiede spesa pubblica a debito.
    Poco praticabile da noi, che l’ arma del debito ce la siamo già giocata.
    Quella di destra ricostruisce la crisi in modo differente e propone, in assenza di free banking (il suo sogno proibito) altre gerarchie negli interventi di stabilizzazione: la politica monetaria deve avere la precedenza.
    Le differenze non sono poche, ma in piazza risulta difficile assimilarle e valutarle.
    In effetti la piazza (per confusione mentale, questo sì un tratto della sinistra) propone le ricette deflazioniste della destra più radicale: chi rompe paga e succeda quel che succeda.
    Peccato che chi paga in qualche modo, volente o nolente, giri il conto.
     

  10. @Zaub, lo sappiamo che l’economia politica è una scienza complicata, e che si dicono tante sciocchezze da incompetenti, ma qui la cosa notevole non sono gli slogan destituiti di fondamento scientifico, bensì il fatto che tante persone sentano il bisogno di uscire di casa a manifestare. E perché l’effettaccio non sia “di destra” è bene esserci chi si considera “di sinistra”. E possibilmente senza simboli retrocessivi come il manifesto zuccheroso e sessista di SEL.

  11. indignata di chi critica da casa

    spiacente ma le uniche critiche non propositive e proteste generiche e confuse le sto leggendo qui, contro tutti quelli che domani scenderanno in piazza (in tutto il mondo). fate qualcosa anche voi per chiedere e cercare una via d’uscita a questa situazione invece di criticare demagogicamente chi alza il culo e scende in piazza e occupa e fa assemblee e legge e s’informa e, protestando, impara, discute e si scervella su possibili alternative, e tenta non solo di proporre alternative ma di praticarle, cercando di attuare forme di decisione e pratica collettive diverse dal passato. bisogna starci, nei movimenti, per vedere la ricchezza (certamente contraddittoria) delle loro dinamiche – e allora sì che le critiche possono servire; criticarli dal proprio pc dopo aver sentito questo o quel giornalista alla tv ha lo stesso valore delle lamentele avvinazzate al bar sport.

  12. @ Giovanna – ti segnalo questo: http://www.malih.senigallia.biz/?p=584 ( indignado vs incazzados)

  13. Visto che non lo vedo tra i commenti, questo è quello che pensa un ragazzo greco abbastanza informato sulla situazione del suo paese: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/14/grecia-uscire-dalleuro-e-dichiarare-il-default/163815/
    Che ci piaccia o no, siamo sulla stessa strada loro.

    Io ho 26 anni e sto facendo partire una startup, lavoro tutto il giorno senza nessun guadagno con la sola speranza che qualcosa inizi a girare, se non fosse per i miei genitori che han fatto 40anni di fabbrica non pagherei né il pane né l’affitto. Mi ritengo incredibilmente privilegiato e lo dico sempre.
    Lavoro per creare un futuro e vedo che ogni giorno viene smontato mezzo metro di quella strada su cui sto camminando.

    Detto ciò, resto sinceramente confuso riguardo a qual’è il futuro peggiore per la mia generazione e per gli sforzi che sta facendo.

  14. Pingback: Capitalismo senza rischi d’impresa « Le ali della farfalla

  15. Al di là di critiche agli “indignati” italiani per le loro motivazioni e per la loro mancanza di obbiettivi precisi , e di una oziosa loro classificazione a “destra” o a “sinistra”, le questioni che sollevano sembrano molto importanti.
    Affinché i prossimi commenti di questo blog si riferiscano soprattutto a queste questioni, piuttosto che a impressioni, magari epidermiche, sugli indignati, ricordo che esistono ancora degli intelletti italiani che cercano innanzitutto di capire i meccanismi finanziario-bancari che hanno portato all’attuale disastro per i più. Capire per poter proporre soluzioni, che non si possono chiedere ai giovani e giovanissimi indignati.
    In conclusione, segnalo le varie analisi e idee suscitate dal lungo articolo di Rossana Rossanda “la crisi senza unione” apparso su il “Manifesto” del 19 luglio. Il tutto è reperibile sul sito www. sbilanciamoci.info, rubrica “la lotta d’Europa”.
    Angelo

  16. @indignata

    Una volta scendere in piazza poteva servire a cambiare cose importanti. Una volta: quando si poteva cambiare una società nazionale indipendentemente dal resto del mondo.
    La presa della Bastiglia (1789). La presa del palazzo d’inverno a Pietrogrado (1917). La marcia su Roma (1922).

    Oggi scendere in piazza può servire a protestare per impedire forse qualcosa. Non a proporre niente di operativo — a differenza di quei grandi casi storici, e di altri minori dei secoli scorsi.

    Perché? Perché il mondo è diventato un tutt’uno, le grandi decisioni si prendono a Pechino, a Washington, a Bruxelles, e sono poco sensibili ai moti locali.
    Perfino un paese grandino come l’Italia ha opzioni molto limitate. Le manifestazioni di piazza a Roma e a Bologna possono avere deboli effetti sul governo italiano, e solo su di esso. Effetti irrilevanti.
    Vale anche per gli indignados di Wall Street. Sono pressioni troppo piccole, rispetto a forze immensamente maggiori.

    Questo non significa che ognuno di noi non conta niente. Possiamo ancora fare molto. Ma entro i limiti del realisticamente possibile. Ad esempio, fare diventare le Università italiane come le migliori del mondo (Harvard, Cambridge, Tokyo). Difficile, ma niente affatto impossibile. I sud-coreani ci stanno riuscendo.

    Possiamo fare molto anche ragionando in un blog. Più che scendendo in piazza.
    In questo blog, e in tante altre sedi di discussione, di proposte operative ne sono state fatte molte, minori e maggiori.
    Sicura che contino meno degli slogan nei cortei?

  17. Cara Giovanna,

    ho letto con estremo interesse tutti i link, e mi trovo sostanzialmente d’accordo con te.
    Ho però due riflessioni. La prima riguarda il messaggio “non paghiamo il debito”: personalmente questo non pagare il debito mi era sembrato non tanto un manifesto programmatico, quanto una sorta di provocazione, atta a far capire che il debito non lo deve pagare chi non lo ha creato. Un po’ come le manifestazioni studentesche scandivano “noi la crisi non la paghiamo [perché non siamo stati noi a provocarla]”. Mi è sembrato che far passare il “movimento” di indignati italiani per un movimento che propugna l’insolvenza in quanto tale sia stato un trucchetto mediatico molto efficace per relegare queste persone a quattro gatti che di economia spiccia non se ne intendono. Questa comunque è una mia sensazione, forse causata dal fatto che non mi pare possibile che l’opzione “non paghiamo il debito [e diventiamo come chi il debito l’ha contratto]” sia obiettivamente contemplabile.
    Seconda riflessione, un po’ fuori tema se vogliamo: trovo avvilente leggere tra i commenti delle persone, nei blog e talvolta in siti di informazione, che in italia gli indignados – alla spagnola – non esistono. Abbiamo avuto due anni accademici infuocati dalle proteste degli studenti, con tanto di lotte di strada, di proposte, di discussioni sui principali media, di occupazioni di atenei, di organizzazione di iniziative per aprirsi alla società civile, di applausi dalle finestre. E tutto è evidentemente caduto nel vuoto. Si legge ancora che non siamo abbastanza poveri, che prima o poi scenderemo in piazza con i forconi, che “ai miei tempi sì che si facevano le manifestazioni, altro che questi giovani che si fanno fregare senza fare nulla”. Beh, tutto questo c’è stato, ma siamo stati capaci di leggerlo allora? Continuiamo a dire che “prima o poi la gente si stuferà”, ma quando la gente era stufa, le persone che lamentano l’immobilismo dell’italiano medio, dov’erano?

  18. Perplesso. Perplesso non tanto dall’idea di fondo dei tuoi commenti e del tuo post in riferimento ad essi ovvero “stiamo attenti alle idee di cui ci facciamo portavoce”, Son perplesso per la forza reazionaria del tuo approccio alla questione.

    “Non so se lo sa. Non so cosa sa”.

    = Da professore nagivato e sicuro, magister-vitae, tu si che “SAI”?

    “Se è un perditempo, cavalca l’onda per darsi un ruolo, per stare in mezzo agli altri, per sentire di esserci. Meglio quest’anno di altri, perché indignarsi va di moda”

    = perchè? veramente credi in una società dove ogni voto equivale ad una presa di coscienza ponderata? sentire d’esistere, prendere forza dagli altri, non è forse positivo? o , come Umberto Eco, sei di quella “sinistra che si differenzia dalla destra perché la sera legge Kant?”
    La moda è a volte anche uno spirito nell’aria, una VOGLIA di esserci, per VEDERE cosa succede, per CAPIRE.
    Io invece di questa sinistra che crede e difende il dogma della “coerenza” morale intellettuale e politica a tutti i costi (compreso quello di non prendere una decisione o di sbattere contro un muro) io, di questo, dico che non so cosa farmene, e nemmeno l’Italia lo sa.
    è invece Indice di una forza motrice, che dimostra genericamente e in maniera pur confusa e libera, la propria indignazione, che riconquista la forza di dire NO, perché così non va, io a questo dico sì.
    Perchè è da sinistra a destra (se vogliamo guardar bene) che l’indignazione è sparita.

    “Ma gli slogan? Hanno senso? E dove portano?”=

    Forse questi giovani, non hanno voglia di restare nel salotto (dei genitori) per vedere dove portano questi slogan, e preferiscono fare un esercizio pratico : gridarli, crederci e vedere dove portano, con la speranza che portino lontano dalla palude.

    Insomma, mi dispiace commentare negativamente questo post, ma vi ritrovo una REAZIONE all’ AZIONE che sa di “tirata d’orecchi”……è proprio vero che da incendiari si diventa pompieri.
    in ultimo una considerazione generale: dal nichilismo, nessuna indignazione è possibile, secondo me.

  19. Molto vero quello che sostiene Ben. E aggiungo che storicamente siamo finiti in questo “mare di merda” attraverso la progressiva sospensione del giudizio critico, l’annientamento della critica come professione giornalistica (letteratura, musica, cinema) a favore degli imbonitori, azzeramento delle capacità di discussione in ambito scolastico e familiare, etc. In altre parole state buoni, annuite, accettate, mettetevi a 90gradi: c’è chi pensa, ragiona e discute per voi. Ora scendere in piazza è come scendere in un luogo altro dove possiamo lamentarci, sfogarci, litigare, prenderci a mazzate. Poi però tutti di nuovo a casa dentro le gabbiette, tutti dietro alla propria scrivania o con la cazzuola in mano, o davanti al televisore che vomita per lo più idiozie sedanti. Sì, in piazza a sfogarsi ma poi si torna nel recinto, da bravi cittadini modello che della protesta han fatto momento ricreativo.

  20. Mentre ascolto con angoscia le notizie degli scontri a Roma e vedo con altrettanta angoscia le immagini di ciò che sta avvenendo, rispondo a chi mi accusa di aver scritto un post reazionario (nazario), o di aver scritto critiche non propositive standomene a casa (Indignata di chi se ne sta a casa), o di guardar tutto col sopracciglio alzato (Gianmaria), pubblicando qui lo scambio che ho avuto con Alessandro Gilioli ieri sul suio blog, dopo che lui ha ripreso il mio pezzo, a sua volta fraintendendolo un po’, in questo post:
    http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/10/14/indignati-il-bambino-e-lacqua-sporca/.

    Credo infatti che nazario, indignata e Gianmaria abbiano liquidato un po’ troppo in fretta quanto ho scritto e dunque rivolgo anche a loro ciò che ho scritto a Gilioli.

    Rispondo a Alessandro Gilioli:

    Alessandro, scusa ma credo tu abbia letto un po’ frettolosamente il mio post, se ritieni che io stia buttando il bambino e l’acqua sporca. O forse sono io che non mi sono spiegata e allora cerco di farlo ora.

    Dici:
    “Facciamo presto, noi «intellettuali di sinistra» a dire che no, non si fa così, non si può andare in default, siete ragazzi confusi etc etc.”

    Non faccio presto per niente: parlo a decine, spesso centinaia, di ventenni tutti i santi giorni. Col blog e fuori dal blog, nelle aule, nei corridoi, via mail. Cerco di dare strumenti di orientamento, perché siano loro a farsi un’opinione. Ma soprattutto perché me li chiedono. I link che oggi ho postato servono a questo, mica a dire a qualcuno che NON deve fare qualcosa o che deve farla. Mica a ridicolizzare gli indignati.

    Dici:
    “Facciamo presto, nelle nostre case di proprietà e con i nostri stipendi sicuri (ma per quanto?), a prendere per il culo ragazzi che non hanno gli strumenti culturali per andare oltre la rabbia.”

    Non “prendo per il culo” nessuno. Il mio articolo “non prende per il culo”, ma cerca di stimolare una riflessione.

    E non faccio presto per niente: prima di scriverlo ci ho pensato due giorni. E prima di decidermi ho ricevuto 12 mail di ragazzi e ragazze fra i 19 e i 22 anni che mi chiedevano un’opinione sugli indignati, sull’opportunità di andare o no a Roma, sulla (in)sensatezza di certi slogan, sulla confusione che loro per primi sentivano in se stessi, ma soprattutto sentivano nelle voci a cui i media hanno dato la parola in questi giorni.

    Fra parentesi: non ho la fortuna di avere la casa di proprietà perché non ho genitori che mi abbiano aiutato, a tempo debito, a comprarla. Dunque devo ancora finire di pagarmi il mutuo (mancano 7 anni). Da sola.

    Dici:
    “Ecco mi viene il dubbio che questa nostra reazione sia una proiezione. Una proiezione dei nostri sensi di colpa inconsci.”

    Non ho nessun senso di colpa. Ho vissuto e vivo io in prima persona le stesse frustrazioni che vivono i 20-30enni. La precarietà in Italia esiste da decenni, se non sei figlio di o amico di. Poiché non sono figlia di nessuno, sono stata precaria fino a 38 anni. Dunque sono anch’io fra quelli che non avranno mai una pensione decente.

    Capisco che, facendo io ora la docente universitaria, mi porto dietro il carico di stereotipi e pregiudizi che questo ruolo ohimè in Italia comporta. Ma non buttiamo il bambino con tutta l’acqua sporca, sono d’accordo con te.

    Io non lo faccio mai con gli altri. E spero non lo facciano gli altri con me. Grazie per aver letto e condiviso la mia riflessione. E grazie per averla un po’ fraintesa, perché così mi hai permesso di chiarire qualcosa che forse qualcun’altro potrebbe a sua volte fraintendere. Le parole sono sempre circondate da mille buchi e permettono mille scivoloni…🙂

    Controrisposta di Gilioli:
    Grazie della gentile e puntuale precisazione. Ovviamente il ‘prender per il culo’ gli indignados non era riferito a te ma a molte battute che leggo su Facebook e su Twitter. Rigrazie.

  21. http://mazzetta.splinder.com/post/25663115/perche-ce-lhanno-con-le-banche

    se serve una lettura utile, questa è la più utile che ho trovato in giro

  22. Trovo paternalistico giustificare la “confusione” e la “mancanza di obiettivi” degli indignati dicendo che “non hanno gli strumenti culturali per andare oltre la rabbia.” (Gilioli)

    Strumenti e proposte ci sono, accessibili e comprensibili. La lettera di Trichet e Draghi, pubblicata sul Corriere, è chiara. Se per qualcuno non è chiara, è facile da spiegare.
    Le proposte di Draghi e Trichet non sono accettate né dal governo né dalle opposizioni, in buona sostanza. Ma la scelta principale, oggi, è dire sì o no alla sostanza di queste proposte. Poi, se si dice sì, c’è modo e modo, ovvio.

    Gli indignati sono per il sì o per il no? A me sembra che, con la loro rabbia, siano per il no. Come il governo e gran parte dell’opposizione, tutti invece abbastanza calmi. Ma che differenza fa?
    Lo sono senza saperlo? Mi sembra meno paternalistico dire che lo sono, e basta.

  23. Pingback: Non hanno usato la fantasia « Ilcomizietto

  24. Non che ci fose da aspettarsi molto, a leggere altri post, devo confessarlo. Mi chi pretende – da docente universitario – di “ragionare su quello che sta accadendo” non dovrebbe permettersi di liquidare con tanta arroganza la manifestazione del profondo disagio economico e sociale che stiamo attraversando. Siamo tutti consapevoli che la piazza non è una soluzione, che facilmente dietro agli slogan si nascondono semplificazioni, estremizzazioni, qualunquismo e disinformazione. E gli esecrabili avvenimenti di questo pomeriggio, opera di veri criminali, non migliorano l’immagine.
    Ma dire che chi protesta è, nella migliore delle ipotesi, solo arrabbiato E confuso … mettersi a classificarlo come di destra (esercizio utile ed assolutamente originale!) … compiacersi di facili ironie sulla pronuncia di indignados e ggiovane … beh già solo questo, Professoressa, fa un po’ in.dig.nare …

  25. Gli “strumenti culturali” esistono, di certo la piazza fa prevalere gli “strumenti ideologici”.
    Non si vuole pagare il debito fatto da “altri”. Ma spesso gli “altri” sono i nostri genitori e il loro debito è un effetto collaterale delle loro “conquiste” piazzaiole vantate con enfasi per decenni.
    Lo scoraggiamento è tale che costringe a considerare con serietà le parole di Perotti sul 24 ore: evitiamo di curare un malato del genere con le ricette europee (tagli e privatizzazioni), le possibilità di guarirlo sono scarse e, soprattutto, non vede l’ ora di imputare alla “cura” la responsabilità di tutti i suoi mali. Lo cito:

    … il fantomatico Washington consensus [… taglio di spesa e tasse…] verrà accusato ancora una volta di essere la causa vera della recessione greca, quando in realtà la causa fondamentale è che nessun Paese può vivere per anni al di sopra delle proprie possibilità e sperare di non pagare il conto. Quel poco di cultura di mercato che si stava diffondendo nell’Europa meridionale verrà ulteriormente messo in discussione.
    L’immagine della troika che scende dalla scaletta dell’aereo e chiede al Governo di licenziare decine di migliaia di dipendenti pubblici non fa che fomentare reazioni populistiche e scomposte, come è avvenuto in altri Paesi in passato.Forse anche per questo sarebbe meglio prendere atto della situazione, e lasciar dichiarare un default. Dato che niente può salvarla, forse è meglio evitare di generare la convinzione che il crollo della Grecia sia dovuto alla pesante condizionalità della troika

  26. a broncobilly

    Il tuo commento a Perotti può essere frainteso. Può darsi che sia meglio lasciare fallire la Grecia, non sono in grado di valutare. Ma poi la Grecia, per risollevarsi, dovrà comunque fare quella cura lì.

    Anche per l’Italia la scelta principale è dello stesso genere: o la linea di liberalizzazione Draghi, o l’inerzia attuale. Che inevitabilmente comporterà un graduale impoverimento delle nuove generazioni.
    Il grosso della classe politica italiana, di destra e sinistra, preferisce l’inerzia. Idem l’elettorato, indignati inclusi. Fino a che movimenti e leader politici lungimiranti e coraggiosi non convinceranno gli italiani che non conviene.

    Una linea di liberalizzazione può essere di destra, ma può essere anche di sinistra. (La linea Draghi è vaga al riguardo, com’è giusto che sia da parte di un tecnocrate.)
    Si può liberalizzare e ridurre l’evasione fiscale, tassare meno il lavoro e più le rendite, liberare il lavoro delle donne e dei giovani, e altre ottime cose.
    Che però da sole, senza liberalizzazione, oggi in Italia sono impossibili.

    Questa è la linea prevalente in http://www.lavoce.it/.

    Una linea diversa, più statalista, in http://www.sbilanciamoci.info/

  27. scusate, http://www.lavoce.info/, NON lavoce.it che è una rivista dell’Umbria.😦

  28. Nella sfigurata versione dell’ halleluja, Hendel non emerge grazie ai profili ma dal spaiente sovrapporsi dei campi. Grigio su grigio, eccolo spuntare all’ orizzonte la ricomposizione della grande composizione. Dal big bang ai buchi neri, dal fiat lux all’ apocalisse andata e ritorno, dall’ alta fedeltà al grado zero del suono. Un bel viaggetto.
     
    Ben, distinguerei le cose.
    Un conto sono le parole di Perotti: con l’ aria che tira la “cura” rischia di essere scambiata con la “causa” della malattia producendo un disastro culturale (per cui meglio astenersi).
    Traspongo all’ Italia cio’ che lui dice per la Grecia avendo in mente la lezione Argentina.
    La trasposizione è semplice poiché l’ “aria che tira” è proprio quella che si teme. Chi scende in piazza chiede:
    – + spesa pubblica (per scuola, sanità, università, trasporti…)
    – + lavoro garantito a tempo indeterminato.
    Come possono giudicare costoro la ricetta draghi: + tagli alla spesa e + privatizzazioni? Male, molto male, tant’ è che si fanno chiamare “Draghi mostruosi” e accuserebbero di tutto un approccio del genere.
    Quanto al mio commento precedente, mi limitavo ha usare i termini destra e sinistra secondo la convenzione: è di “destra” chi è liberale in economia (liberista) e autoritario in tema di società (conservatore); è di “sinistra” chi è autoritario in economia (statalista) e liberale nelle materie sociali (libertario).
    La destra sembra aver vinto la battaglia culturale di fine secolo in campo economico, la sinistra in campo sociale. Modigliani (guru della sinistra) diceva che dopo Friedman (guru della destra) siamo tutti friedmaniani, cosicché nasce la necessità un po’ patetica di dire al militante che il liberismo non è poi così malvagio (se lo adeguatamente travestito).

  29. Scusate il casino del postaggio precedente (la titolare puo’ cancellarlo). Cerco di riprendere il filo qua sotto.
    Ben, distinguerei le cose.
    Un conto sono le parole di Perotti: con l’ aria che tira la “cura” rischia di essere scambiata con la “causa” della malattia producendo un disastro culturale (per cui meglio astenersi).
    Traspongo all’ Italia cio’ che lui dice per la Grecia avendo in mente la lezione Argentina.
    La trasposizione è semplice poiché l’ “aria che tira” è proprio quella che si teme. Chi scende in piazza chiede:
    – + spesa pubblica (per scuola, sanità, università, trasporti…)
    – + lavoro garantito a tempo indeterminato.
    Come possono giudicare costoro la ricetta draghi: + tagli alla spesa e + privatizzazioni? Male, molto male, tant’ è che si fanno chiamare “Draghi mostruosi” e accuserebbero di tutto un approccio del genere.
    Quanto al mio commento precedente, mi limitavo ha usare i termini destra e sinistra secondo la convenzione: è di “destra” chi è liberale in economia (liberista) e autoritario in tema di società (conservatore); è di “sinistra” chi è autoritario in economia (statalista) e liberale nelle materie sociali (libertario).
    La destra sembra aver vinto la battaglia culturale di fine secolo in campo economico, la sinistra in campo sociale. Modigliani (guru della sinistra) diceva che dopo Friedman (guru della destra) siamo tutti friedmaniani, cosicché nasce la necessità un po’ patetica di dire al militante che il liberismo non è poi così malvagio (se lo adeguatamente travestito).

  30. Pingback: Non siamo messi poi così male « Lit Skeight 3.0

  31. “se trovi riflessioni ben argomentate e documentate sulla protesta di questi giorni, segnalamele!” chiedeva Giovanna.

    Oggi “la voce” pubblica un articolo eccellente su quelle che potrebbero ben essere le ragioni profonde della protesta, specialmente in Italia: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002604.html

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