Archivi del giorno: lunedì, 17 ottobre 2011

Piazza mediatizzata, violenza spettacolarizzata

In questi giorni molti lamentano il modo in cui il 15 ottobre a Roma è trattato dai media: troppa attenzione alla violenza e poca alla maggioranza di manifestanti pacifici, si dice. Vale la pena allora riassumere considerazioni che su questo blog abbiamo fatto altre volte.

In Italia, come in tutto il mondo, la piazza non esiste se non è mediatizzata: senza opportune riprese televisive e copertura stampa, senza insistenza mediatica sull’evento, la piazza nasce e muore in poche ore. Demonizzare i media, allora, ha poco senso: senza di loro la mobilitazione di piazza esiste solo per chi ci va e chi se la vede sotto casa. Per tutto il resto del mondo no.

La pratica dello «scendere in piazza» è ormai inflazionata, usurata. In Italia, poi, lo è in particolar modo. Dalle manifestazioni No Global dei primi anni 2000 a oggi, lo è ancor di più: a destra come a sinistra tutti prima o poi sono scesi in piazza, dalle grandi organizzazioni di partito e sindacato ai gruppi e gruppuscoli indipendenti, da Berlusconi coi suoi sostenitori alle associazioni animaliste.

Perciò è molto più difficile fare notizia scendendo in piazza oggi, di dieci anni fa: chi si limita a manifestare si guadagna al massimo un frammento di telegiornale.

Per guadagnare più spazio sui media, ci sono vari modi:

  1. Portare in piazza molte, moltissime persone. Ma bisogna farlo davvero, non solo dichiararlo: il giochetto degli organizzatori che gonfiano le cifre (un milione, due) e la questura che le sgonfia (100, 200 mila) c’è sempre stato, a destra come a sinistra, me si è accentuato negli ultimi anni. Fra l’altro, evidenziare i contrasti fra le cifre è ormai diventato un genere giornalistico. Vedi La retorica dei numeri.
  2. In assenza di grandi numeri, si possono fare cose strane, originali. Ma poiché di cose strane in piazza, dal ’68 a oggi, ne abbiamo viste tante (nudo, maschere, carri variopinti), giocare al rialzo comporta rischi di illegalità e idiozia di massa.
  3. Fare qualcosa che sia davvero nuovo, creativo, è sempre più difficile: bisogna usare il cervello, lavorare in staff, saper gestire in modo oculato i tempi, i modi e gli equilibri delicatissimi della sorpresa. Non a caso, le stranezze di piazza riescono bene a professionisti della comunicazione come Greenpeace. Ma ci vogliono soldi, uno staff preparato (gli addetti alle azioni spettacolari di Greenpeace si allenano per mesi, anche fisicamente) e un’organizzazione capillare. Non a caso, negli ultimi anni i flash mob e le stravaganze di piazza sono passati dal sociale al commerciale, andando a finire nel guerrilla marketing. Ma anche in questo caso l’usura è già arrivata: nessuno si stupisce più per un balletto in piazza e bisogna inventare cose nuove.
  4. In assenza di creatività (su questo vedi anche Roma 15 ottobre, il grado zero del senso, di Annamaria Testa), la violenza in piazza è un modo sicuro per guadagnare spazio sui media. Ed eccoci arrivati agli scontri di sabato.

Attenzione però: non sto dicendo che gli scontri avessero come obiettivo consapevole di guadagnare l’attenzione dei media. Sto dicendo che, ogni volta che in una manifestazione ci sono scontri, i media ci si tuffano sopra perché mostrare la violenza, il fuoco, il sangue è uno dei modi principali per vendere più copie e alzare l’audience. La ripetizione e l’usura sono in agguato anche su queste immagini forti. Ma se la violenza sta sotto casa nostra, per un po’ l’attenzione è assicurata.

Dunque c’è poco da lamentarsi, i media funzionano così perché sono gli esseri umani a funzionare così: dove c’è sangue guardano.

Ecco perché le prime pagine di ieri erano tutte identiche. Ed ecco perché la violenza in piazza va assolutamente prevenuta, da parte di chi organizza una mobilitazione: innanzi tutto per evitare feriti o, peggio, morti; ma anche per impedire che si mangi tutta l’attenzione dei media. Anche per una ragione comunicativo-mediatica, dunque, non solo etica.

Detto questo, ora che la frittata è fatta, è necessario porci problema degli effetti che immagini come queste qua sotto – che continueremo a vedere per almeno una settimana anche in tv – avranno sulla politica attuale, sul governo e sull’opinione pubblica: abitudine? rabbia irrazionale e ulteriore violenza? spinte alla conservazione in nome della sicurezza? rafforzamento del governo Berlusconi?

È su questo che bisogna ragionare oggi. Non tanto per l’oggi, ma per il «che fare» prossimo venturo.

Ecco le copertine di ieri, quasi tutte con la stessa fotografia: giornali moderati, di destra e di sinistra (clic per ingrandire):

Corriere 16 ottobre Repubblica 16 ottobre  Stampa 16 ottobre

Sole 24 Ore 16 ottobre LIbero 16 ottobre   Giornale 16 ottobre  Unità 16 ottobre