«Il Pd che sogna» Renzi sembra una parodia di Veltroni

Ieri Matteo Renzi ha mandato una newsletter e pubblicato sul suo sito un testo per spiegare l’evento del Big Bang, che si terrà da domani a domenica, alla Stazione Leopolda a Firenze. Le analogie con la retorica di Walter Veltroni (e meno male che voleva «rottamarlo») sono talmente forti, che il testo sembra quasi la parodia di un discorso di Veltroni: una lista onnicomprensiva che mette assieme i desideri più svariati, annullando i contrasti e le contraddizioni a colpi di congiunzioni coordinanti («ma», «e non», il celebre «ma anche») e zuccherando tutto con la retorica della bellezza e l’insistenza sul sorriso e l’ottimismo.

Mattero Renzi Walter Veltroni

Della somiglianza fra Veltroni e Renzi si è già accorto Maurizio Crozza, che martedì 18 ottobre a «Ballarò» ha inscenato questo dialogo con lui:

  • «Renzi, ma lo sa chi è stato l’ultimo ad aver usato una canzone di Jovanotti?»
  • Renzi lo guarda perplesso.
  • «Veltroni.»
  • Risate del pubblico.
  • «Renzi, sicuro di voler usare il titolo di una canzone di Jovanotti per il raduno di rottamatori?».
  • Renzi ride, mentre Crozza: «Perché invece non usa Mannoia?».
  • Renzi perplesso. «Pensi che bello: Renzi Mannoia!»

Ecco il testo «Il Partito democratico che vorrei», di Matteo Renzi (i grassetti sono miei):

Il PD che sogno vuole vincere, perché si è stufato di partecipare. Combatte le idee che non condivide, ma rispetta le donne e gli uomini e quindi non accetta la logica degli attacchi personali. Vuole che tutti abbiano una casa ma non delega l’urbanistica alle cooperative dei costruttori o ai professionisti del mattone. Si organizza dentro ai circoli ma cerca di vivere soprattutto fuori, a contatto con le persone vere, quelle in carne e ossa, non quelle dei sondaggi. Scende in piazza una volta ogni tanto e quando lo fa usa le armi non convenzionali del sorriso, non della minaccia: ma soprattutto vive la piazza ogni giorno, come luogo dell’incontro, come occasione per combattere la solitudine del nostro tempo. Perché vogliamo rimanere persone, non trasformarci in consumatori. Ci sono tre milioni di italiani che si impegnano per gli altri nel volontariato, quindici milioni di cittadini che usano il cinque per mille e più di un milione di cittadini che fanno sostegno a distanza: noi non abbiamo bisogno di una big society, lo siamo già.

Il mio PD rimette a posto i conti dello Stato e della amministrazioni pubbliche, non li sfascia. Giudica immorale il debito lasciato in eredità alle nuove generazioni e non sopporta l’idea che oggi lo Stato spenda più per gli interessi che per la scuola: paghiamo più per le colpe dei padri che non per educare i figli. Vuole il consenso degli italiani, ma anche il coraggio dei cittadini. E crede che lo slogan più bello sia quello della verità. Apprezza chi lavora per le istituzioni ma non vuole che nelle aziende pubbliche l’interesse di tutti sia messo in secondo piano rispetto ai privilegi di pochi. Pensa che ci salveremo solo investendo sul merito e sul capitale umano, non sulle tutele burocratiche. Dice di volere che nessun politico metta bocca sulla Rai, su Finmeccanica, sulle municipalizzate ma non lo dice solo il giorno dopo aver perso le elezioni: lo dice – e lo fa – soprattutto il giorno dopo averle vinte.

Il mio PD crede nel coraggio prima che nella paura. È fiero di essere italiano anche quando si sente cittadino del mondo. Crede che l’Italia abbia risorse strepitose e non cede alla retorica del declinismo per cui si stava meglio quando si stava peggio. Vuole produrre bellezza, non volgarità. E vuole che lo Stato sia compagno di viaggio non ostile burocrate per chi fa impresa e per chi vi lavora. Non si preoccupa solo di chi è già tutelato, ma anche e soprattutto di chi ha trenta anni e non trova lavoro. O di chi ne ha cinquanta e l’ha appena perso. Crede nella formazione permanente ma non nei burocrati della formazione. E riduce le cattedre universitarie, ma aumenta la qualità dell’insegnamento. Manda in pensione i cittadini due anni dopo, ma assicura un asilo nido in più.

Il mio PD crede nella politica e per questo teme l’antipolitica. Pensa che o si tagliano i costi della cosa pubblica oggi o saremo travolti tutti. Supera il bicameralismo perfetto, riduce i livelli istituzionali, taglia il numero e l’indennità dei parlamentari e dei consiglieri regionali, cancella i vitalizi e lo fa davvero, non solo negli annunci di campagna elettorale. Abolisce il finanziamento pubblico ai partiti perché altrimenti non ha senso fare i referendum. Ringrazia chi ha servito per tanti anni le Istituzioni. Ringrazia davvero, senza ironie. Ma non crede offensivo chiedere il ricambio per chi da qualche lustro occupa gli scranni del Parlamento: si può far politica anche senza una poltrona, anche rimettendosi in gioco. Chi ha causato il problema in questi anni non può proporsi come la soluzione. E comunque, qualunque sia la legge elettorale, in Parlamento ci deve andare chi prende voti, non chi prende ordini.

Il mio PD scommette sui diritti civili e anche sui doveri privati. Il mio PD non è terrorizzato da chi ha idee ma da chi non ne ha mai avute e magari vive ancora di rendita su quelle degli altri. Il mio PD è quello che fanno gli elettori con le primarie e nella vita di tutti i giorni. È quello che insieme proveremo a fare anche alla Stazione Leopolda.

20 risposte a “«Il Pd che sogna» Renzi sembra una parodia di Veltroni

  1. Giovanna, ho esaminato il testo di Matteo Renzi per vedere se, come dici tu, “annulla i contrasti e le contraddizioni a colpi di congiunzioni coordinanti («ma», «e non», il celebre «ma anche»)”.

    Non trovo nessuna contraddizione nelle molte coppie di elementi coordinati. Sono opposizioni retoriche in cui generalmente il primo elemento rappresenta ciò che il PD fa o dice di voler fare e il secondo elemento ciò che il PD tace o non fa. In tutti i casi il secondo elemento può considerarsi un opportuno e importante completamento del primo. (A volte l’ordine dei due elementi è invertito.)

    Prendo come esempio il caso che sembrerebbe prestarsi di più alla tua tesi:
    “[Il PD] non si preoccupa solo di chi è già tutelato, ma anche e soprattutto di chi ha trenta anni e non trova lavoro.”
    La tutela dei lavoratori a tempo indeterminato non mi sembra in contraddizione con la tutela dei giovani precari. E’ pur vero che sindacati e PD si preoccupano dei primi a scapito dei secondi.
    La conciliazione dei due elementi è invece presente in vari paesi europei. E’ raccomandata, e a breve sarà imposta, all’Italia dalle autorità europee.
    La proposizione di Renzi è una buona sintesi delle proposte di legge di Pietro Ichino, che forse anche per questo ha aderito all’iniziativa del Big Bang.

    Non credo che il problema dei manifesti programmatici di Veltroni e Renzi, effettivamente molto simili, sia l’incoerenza.
    Per Veltroni è stato non aver fatto seguire le azioni alle parole. Incoerenza di molte scelte politiche e comportamenti quotidiani, ma non incoerenza del manifesto programmatico. Mi riferisco al discorso del Lingotto, 2007: http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/politica/partito-democratico5/discorso-integrale-veltroni/discorso-integrale-veltroni.html.
    Per Renzi vedremo.

    Si può dissentire, ovviamente, dalla linea “liberale di sinistra” di Veltroni o Renzi. Ma sarebbe una linea rispettabile, se fosse messa seriamente in pratica.
    L’incoerenza la cercherei, ripeto, fra il dire e il fare.

  2. Chiarimento: nel testo di Renzi “il PD” è quello che lui vorrebbe. Nel mio commento è invece il PD attuale, che Renzi critica.

  3. Per la verità, nel testo di Renzi ci sono anche opposizioni vere e proprie: “Il mio PD rimette a posto i conti dello Stato e della amministrazioni pubbliche, non li sfascia.”
    Ma non credo che fossero queste l’oggetto della critica di Giovanna. Opposizioni di questo genere le usiamo tutti, e sono talvolta efficaci. Specialmente per riferirsi a comportamenti negativi molto diffusi (“li sfascia”), che è talvolta opportuno denunciare e contrastare.

  4. Certo, leggere che Ben considera l’atteggiamento d Renzi “liberale di sinistra” mi fa abbastanza effetto. Molte cose sono semmai “liberali di destra”, lo dico considerando la tradizione liberale di destra come rispettabille e certamente non rappresentata dal bluff di Forza Italia e suoi derivati.
    Comunque dal mio punto di vista sei il PD dovesse mai decidere di puntare su un boy scout autoesaltato come Renzi, l’ho già scritto altrove, non avrà mai il mio voto.
    Personalmente punto su Serracchiani e Civati. Che mi sembarno più pacati, meno dediti a “fare i simpatici dinamici” (chi fa il simpatico già mi ricorda qalcuno ch vorrei dimenticare) e più progressisti.

  5. Bene….D’Alema vs Veltroni/Prodi ieri, Bersani che fa il piacione oggi ( molto del merito è di Crozza) Civati/Serracchiani vs Renzi ( il nuovo che avanza) domani…. che dire un partito di lotta e di governo!😛

  6. @ william nessuno

    Disambiguiamo ‘liberale di sinistra’ e ‘liberale di destra’. Non in termini astratti e ideologici, ma concreti, focalizzandoci su un punto cruciale: i licenziamenti.

    In Italia licenziare, anche per validi motivi, è difficile nelle aziende private, tranne che in quelle molto piccole, e quasi impossibile nel settore pubblico.

    Data la competizione economica globale che NON è aggirabile, questo, insieme a varie altre cose, frena lo sviluppo economico.
    Favorisce la delocalizzazione (spostare il lavoro all’estero) e il lavoro a tempo indeterminato.
    Blocca gli investimenti stranieri, la nascita di nuove imprese e la loro trasformazione in grandi imprese competitive a livello mondiale.

    Quindi, una certa liberalizzazione dei licenziamenti dei lavoratori a tempo indeterminato nel pubblico e nelle grandi e medie aziende private, è oggi semplicemente necessario, pena il declino economico. Il quale finirebbe per ritorcersi inesorabilmente contro i lavoratori stessi: meno lavoro e meno reddito per tutti.

    Il punto principale è che una ragionevole liberalizzazione dei licenziamenti consentirebbe, in cambio, un passaggio dei giovani al lavoro a tempo indeterminato in tempi più brevi e in modo più regolare — questo è il senso del nuovo Codice del lavoro proposto da Ichino e altri parlamentari del PD (in minoranza nel partito).
    Leggi, ad esempio, l’ultima intervista di Ichino: http://www.pietroichino.it/?p=17657 — senza obiettare che è comparsa su Il Giornale. Ichino pubblica perfino su Il Giornale perché deve convincere non solo la sinistra, ma anche la destra.

    Se la diagnosi è corretta, ed è molto difficile negare che lo sia, allora diventa importante decidere come farla questa liberalizzazione dei licenziamenti.
    C’è un modo di destra: liberalizzazione selvaggia, scarsi sussidi di disoccupazione, scarsi programmi di riqualificazione e ricollocazione.
    E c’è un modo di sinistra (operante nei paesi scandinavi): liberalizzazione ragionevole, efficaci misure per la protezione e la ricollocazione dei disoccupati.

    Spero che sia ora più chiaro perché disambiguare il significato di “liberalizzare”, distinguendo fra “liberali di destra” e “liberali di sinistra”, sia politicamente cruciale oggi in Italia.

    Le alternative forse sono, oggi in Italia, solo queste due.
    Al di là della nostra maggiore o minore simpatia per la faccia da boy-scout di Matteo Renzi.🙂

  7. Scusate, ho scritto che la difficoltà di licenziare “favorisce la delocalizzazione (spostare il lavoro all’estero) e il lavoro a tempo indeterminato.”
    Intendevo dire “… lavoro a tempo determinato.”

  8. Ben, dici:

    La tutela dei lavoratori a tempo indeterminato non mi sembra in contraddizione con la tutela dei giovani precari

    Dopodiché, nel post successivo, fai l’ esempio dei licenziamenti facili in cui a me pare evidente la contraddizione: rendere più facile licenziare chi ora è tutelato non puo’ significare “avere a cuore le sue tutele”..
    Più in generale, mi sembri condividere il fatto che i guai per i nostri giovani derivino dal dualismo del mercato del lavoro, un problema che si combatte per l’ appunto scalfendo la tutela blindata dei “già tutelati”. Ma questo contraddice la citazione che è un chiaro “ma anche”, ovvero un modo attraverso cui il “bravo comunicatore” di sinistra cerca, grazie a un illusionismo, di far passare un messaggio di destra al quale ormai si è convertito anche  il fior fiore degli osservatori di sinistra (Ichino, Ricolfi…).
    E qui torniamo a quanto dicevamo ultimamente: 1, l’ economia è l’ unico terreno che registra una vittoria culturale della destra (peccato stia diventando anche l’ unico terreno su cui si misura la politica) 2. se quelli di Renzi/Veltroni non sono “trucchetti”, allora la politica è solo retorica priva di ogni sostanza.

  9. p.s. sela linea Renzi dovesse imporsi, persino io prenderei in considerazione l’ eventualità di un voto, proprio come ho fatto per Veltroni. Quindi…

  10. @broncobilly
    l’ economia è l’ unico terreno che registra una vittoria culturale della destra (peccato stia diventando anche l’ unico terreno su cui si misura la politica)”
    A me sembra che da molte parti s’invochi sempre di più il cambiamento di questo modello di sviluppo. Di giustificazioni del capitalismo, dal 2008, ne vedo in giro poche. A meno che lei non mi spieghi che questa crisi non è da addebitare al capitalismo liberista.

  11. Renzi è un maestro dell’inganno, come amministratore comunale. Si prenda il (P.R.G,) P.S, a “volumi 0″= 2.300.000 mc. -Il tunnel TAV, e la stazione Foster che rimangono. Come politico è talmente schierato con la destra che non può chiamarsi nemmeno liberale. Si candida ad essere il nuovo occupatore dello stato, deve farlo attraverso il controllo di un partito: il P.D.

  12. @ broncobilly

    la tua obiezione sulla contraddizione fra interessi dei lavoratori garantiti e precari (il dualismo del mercato del lavoro) è in parte giusta, ma solo in parte, e una parte minore, secondo me. Mi spiego.

    Una liberalizzazione ragionevole, come quella proposta da Ichino, si applica solo alle nuove assunzioni. Chi ha già il posto fisso resta garantito come prima. La liberalizzazione “di sinistra” non lo tocca.

    I nuovi assunti avrebbero certamente interesse a un posto con le forti garanzie oggi vigenti, nel pubblico e nelle grandi aziende.
    Ma, per quelli che ancora non hanno un lavoro a tempo indeterminato, quale delle due alternative seguenti è preferibile:
    – la prospettiva di un lavoro a tempo indeterminato, con un rischio di licenziamento maggiore che in passato, con un sistema di protezione dalla disoccupazione di tipo scandinavo, e con buone prospettive di riassunzione grazie a un buon ritmo di sviluppo economico,
    – oppure una lunga prospettiva di lavori precari e sottopagati, e scarse possibilità, in un’economia in declino, di arrivare ad avere un lavoro e un reddito decenti?

    Il funzionamento del mondo attuale, di cui l’Italia è una piccola parte, non consente una terza via.
    Grazie anche al formidabile sviluppo economico dell’ex terzo mondo, in cui i progressisti hanno giustamente tanto sperato. Ora che finalmente è arrivato, accettiamone qualche limitato svantaggio, insieme coi molti vantaggi attuali e futuri.🙂

    Tieni poi presente che i lavoratori non-giovani con posto fisso hanno un interesse anche economico all’occupazione dei loro figli: una limitata riduzione delle loro garanzie, conseguente a una liberalizzazione di destra, potrebbe apparire tutto sommato conveniente a loro nel medio e lungo periodo. Ma è ben comprensibile che i cittadini facciano i loro conti nel breve periodo.
    Del lungo periodo si dovrebbero occupare i politici seri.😦

  13. @Ben, hai ragione da vendere.

    Se ci limitiamo alla proposta Ichino, questa prevede l’ adozione di un contratto ragionevolmente flessibile SOLO per i neoassunti. Un contratto che lentamente negli anni diverrà l’ unico vigente.

    A lungo andare, quando andrà in pensione l’ ultimo moichano, avremo un mercato più flessibile. Ma qui e ora ne avremo uno più rigido.

    A parità di domanda di flessibilità e di risorse per il welfare, l’ irrigidimento temporaneo del mercato indotto dalla soluzione Ichino, ci farà passare nell’ immediato dalla dicotomia tutelati/precari alla triade tutelati/flessibili/in nero (e disoccupati).

    Incentivando nero e disoccupazione, paradossalmente neanche in questo caso ci sarebbe coerenza con il “ci preoccupiamo sia di chi è tutelato sia di chi non trova lavoro”. Chi non trova lavoro avrebbe ancora meno possibilità di trovarne, almeno sotto l’ ombrello del pur sempre esigente “contratto unico”. Ma per lo meno è un’ incoerenza “da sinistra”, se così si puo’ dire.

    ma forse stiamo cavillando ed è meglio attenersi alla logica di fondo: in presenza di un mercato “duale” la soluzione ottima (al di là della sua praticabilità politica) consisterebbe nel redistribuire in modo equo i privilegi troppo concentrati. E come in tutte le redistribuzioni, ci sarebbe chi dà e chi prende. In casi del genere, per definizione, non si possono tutelare entrambe le categorie.

    @rispettarelosceno

    La storia non finisce, chi vivrà vedrà. Le mie dichiarazione riguardano il passato. Ma in fondo anche l’ oggi: il paradigma prevalente delle diagnosi e delle cure è bene o male sempre quello. Basta gettare l’ occhio sulla lettera della BCE: fedeli alla linea come non mai!

  14. @ broncobilly

    “la soluzione ottima (al di là della sua praticabilità politica) consisterebbe…”

    le soluzioni ottime sono solo quelle praticabili.🙂

  15. @Ben:

    per “ottima” intendo “razionale”.

    Ma al di là di questo, se l’ unica “soluzione praticabile” consiste nell’ aumentare disoccupati e i lavoratori in nero, non possiamo dire di averli aiutati. Resta quindi contradditoria l’ affermazione: “[Il PD] non si preoccupa solo di chi è già tutelato, ma anche e soprattutto di chi ha trenta anni e non trova lavoro.”

    Ma forse è una contraddizione “da sinistra” e siamo tutti più tranquilli.

  16. Vorrei sottolineare un aspetto linguistico che forse non emerge da questo comunicato, ma in generale dalla politica parlata e praticata di Renzi sul lavoro: l’equivalenza lavoro garantito=privilegio. Dal diz.hoepli, Privilegio: “Diritto, concessione particolarmente vantaggiosi accordati a una o a poche persone in deroga alla norma comune”.
    Privilegiato può essere definito chi vive di rendita o gli viene regalato un lavoro senza doverselo conquistare. Non chi ha iniziato a lavorare entro le norme di un sistema esistente che progressivamente è stato distrutto.
    Chiamare privilegiati i lavoratori è aberrante (nel senso etimologico del termine) e pone le basi per una politica del lavoro aberrante.

  17. Potrebbero andare via insieme per l’africa…

  18. @Ben:

    “….Non credo che il problema […] sia l’incoerenza.
    Per Veltroni è stato non aver fatto seguire le azioni alle parole. Incoerenza di molte scelte politiche e comportamenti quotidiani…”

    Non la penso come te: Veltroni fu silurato da sinistra (come da tradizione) e proprio perchè avrebbe fatto seguire i fatti alle parole, ovvero stava cercando di fare “pulizia” in casa propria.

  19. permette, Giovanna? condivdo su fb🙂

  20. Pingback: Renzi che fa l’asino, ovvero l’errore del «bravo comunicatore» « metamorfosi

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...