Archivi del mese: novembre 2011

Sulla pelle degli uomini (intesi come maschi)

Abbiamo discusso più volte, su questo blog, dell’estetica pubblicitaria che sempre più spesso, di recente, sta facendo al corpo degli uomini ciò che da decenni fa a quello delle donne: plastificazione, fotoritocco, omologazione. E ho già detto più volte che la tendenza può solo accentuarsi, se non interviene una spinta contraria da parte dei consumatori e delle consumatrici.

Giorni fa Luca mi segnala una campagna dell’azienda di abbigliamento Nuvolari, che va pure oltre: pelle maschile che fa tutt’uno con l’abito. L’effetto è inquietante e ricorda la patologia del serial killer de Il silenzio degli innocenti, che cuciva abiti con la pelle delle sue vittime.

È interessante accostare l’immagine alle labbra cucite della campagna «Stai zitta, cretina», per chiedersi una volta in più: che bisogno c’è di rappresentare i corpi umani in queste condizioni, per fare campagne commerciali o sociali?

Mal comune, in questo caso, non è affatto mezzo gaudio.

Nuvolari

Possiamo aggiungere questa campagna alla riflessione sul corpo maschile che abbiamo cominciato oltre due anni fa. Vedi anche, a ritroso:

Bello e impossibile (4): l’esplosione Bang e l’apoteosi Pirelli, 2 dicembre 2010

Il corpo degli uomini, 23 novembre 2010

L’uomo che fa ridere 2, 20 settembre 2010

Gran Prix all’ironia sul macho, 29 giugno 2010

Bello e impossibile (3), 12 aprile 2010

Bello e impossibile (2), 19 novembre 2009

L’uomo senza paura (o quasi), 11 novembre 2009

L’uomo che fa ridere, 28 ottobre 2009

L’uomo normale, 26 agosto 2009

L’uomo instancabile, 27 luglio 2009

Bello e impossibile, 12 giugno 2009

L’uomo in ammollo, 8 giugno 2009

Si può guardare Fiorello senza essere né qualunquisti, né «rosiconi»

Parlare di Fiorello in questi giorni è difficilissimo. Se lo critichi, passi per «rosicona», come lo stesso Fiorello ha etichettato Sabina Guzzanti che su Twitter lo definiva «noiosissimo». Lui non ha certo dimostrato di saper accettare le critiche, ma lei in effetti aveva fatto la spocchiosa, dicendo di averlo visto solo cinque minuti: come fai a giudicare una trasmissione in cinque minuti?

Ma pure se ammetti che ti piace, finisci male: con la crisi che c’è, come fai a cedere alla nostalgia di un varietà che ricorda quelli di Antonello Falqui, come ha detto Arbore (aggiungendo però che lo fa in modo dichiarato «ed è qui la sua forza»)? E se hai un minimo di cultura, come fai a farti attrarre da uno spettacolo che «innova senza innovare», come ha detto Baudo?

Insomma, se dici che Fiorello ti è piaciuto e ti ha fatto ridere, passi per qualunquista e sempliciotta.

Ma l’audience include tutti, sempliciotti e rosiconi, e dunque i dati di ascolto continuano ad aumentare: prima puntata 39,19% di share, seconda 42,59%, ieri 43,18%.

Vorrei allora focalizzare l’attenzione sull’operazione complessiva della Rai. Ieri Fiorello l’ha esplicitata subito:

«Ma sì, abbiamo voluto fare un inizio così, ma proprio apposta, apposta, amici che siete a casa, per farvi dimenticare almeno per un minuto, due minuti, tutti i problemi, questa crisi che ci affligge. Allora uno vede queste piume, questi ba… (so’ spariti? ammazza), tutti questi ballerini e non ci pensa più.

L’abbiamo fatto apposta per voi, fatevi una risata, pure finta, ma fatevela, via! Che bello, ridiamo in faccia a questa crisi, non ne possiamo più, non ne possiamo più… sempre crisi crisi crisi crisi crisi… l’Italia, siamo noi, siamo noi, quelli che faremo crollare l’Europa, maddeché? dicono a Roma, ddeche? che in Spagna stanno peggio di noi, la corrida la stanno facendo con le pecore, la stanno facendo…».

E così via, passando per l’invito a «capoccione Sarkozy» a «stare sciallo» e finendo con la canzone «E la crisi, la crisi. E la crisi l’è bela, l’è bela…» sulle note di «E la vita, la vita» che Cochi e Renato cantavano all’inizio degli anni 70, anche per esorcizzare – guarda caso – un’altra crisi, quella petrolifera del 1973, che portò l’Italia alle tristezze della cosiddetta austerity (domeniche senz’auto, riduzione dell’illuminazione stradale e commerciale, ecc.).

Questo per dire che la battuta, la risata e la canzonetta sono da sempre il modo più semplice ed efficace con cui la televisione distoglie l’attenzione dai problemi. Il trucco funziona in tutti i paesi del mondo, ma con gli italiani ha una forza particolare.

Vuol dire che Fiorello è un astuto manipolatore? No, è solo un eccellente strumento, uno showman bravissimo ed eclettico che la Rai sta usando anzitutto per mettere una toppa alla sua, di crisi, e guadagnare introiti pubblicitari a gogò, come sta facendo da tre settimane.

Dopo di che, a ben osservare ciò che accade dopo Fiorello, con Bruno Vespa che in «Porta a porta» continua l’autocelebrazione della Rai, si capiscono altre cose:

  1. Vespa esordisce contrapponendo la propria trasmissione alle «reti progressiste»: «Tanti anni fa le reti progressiste dicevano “Adesso finalmente possiamo parlare dei problemi dei lavoratori eccetera, e facevano dei programmi terrificanti, ma concentrati sui problemi eccetera. I lavoratori però, che avevano lavorato tutto il giorno alle presse, tornavano a casa e sentivano dentro alla televisione tutti i loro problemi, si intristivano e cambiavano canale. Fiorello l’ha capito e quindi cerca di esorcizzare e dire “Vabbe’, un momento di allegria, se la piglia con Sarkozy, interpretando un sentimento largamente condiviso, e quindi anche in questo diventa popolare, e cerca appunto di esorcizzare la crisi dicendo che alla fine ce la faremo”».
  2. Vespa approfitta della gag di Fiorello che si rivolge a Putin, per chiarire che «Il lettone di Putin non esiste: Putin ha regalato a Berlusconi un quadro dell’Ottocento, nel quale è ritratto un letto con baldacchino. Berlusconi dice a un amico architetto: “Voglio un letto come questo” e l’amico gli risponde: “Ma io te lo faccio meglio”, e gli fa un lettone con il baldacchino, piuttosto bello, tanto che Berlusconi ha sempre detto “Non ho mai capito se le mie visitatrici vengono per me, o perché è bello il letto”».
  3. Infine spiega che le radici del successo di Fiorello stanno in valori «abbastanza consolidati come la famiglia e l’amore». E lancia un servizio che mostra l’attaccamento di Fiorello alla famiglia d’origine e alla sua, con la moglie che l’ha salvato dalla perdizione, e tutto ciò che sappiamo.

Insomma, con Porta a Porta il centrodestra sta cominciando a ricostruire la sua rispettabilità nel dopo Berlusconi, vale a dire sta ritessendo la rete di valori ed emozioni che faranno da sfondo alla campagna elettorale. Una rete che gli scandali sessuali e la crisi economica hanno sfilacciato e che perciò occorre ricucire. Il tempo per lavorare bene c’è, visto che le elezioni saranno nel 2013, come ha ribadito Berlusconi ieri fuori dal tribunale di Milano, e bisogna lasciare Monti tranquillo a lavorare.

E Fiorello? Lui è uno strumento, dicevo. Ben pagato e certo almeno in parte consapevole, ma convinto – immagino in buona fede – che «non c’è niente di male se gli italiani ridono un po’».

Già, che male c’è? Infatti ieri ho mollato Gad Lerner, che di solito vedo al lunedì, per seguire Fiorello. E mi sono divertita, a parte una certa lentezza di troppo (ma dopo un po’,  se ti lasci andare, non la noti nemmeno).

Qualunquista? Pronta a seguire il riflusso? No, umana. E per mestiere osservatrice: guardo Fiorello, capisco un sacco di cose e, nel frattempo, mi faccio pure due risate.

Fiorello parla della crisi:

Un fermo immagine dal «Porta a porta» di ieri:

Per rivedere tutta la puntata di «Porta a Porta» di ieri, questo è il link al sito della Rai.

Ancora sulla violenza. E sulla comunicazione sociale

Dopo il post «Stai zitta, cretina». E come sempre, le campagne contro la violenza esprimono violenza, ho ricevuto da Lucia una mail che mi ha colpita molto.

Le lascio subito la parola dopo una breve premessa: nel fare comunicazione sociale su temi gravi e importanti come la violenza sulle donne, non si possono usare immagini e parole violente, come ho già detto, altrimenti si riproduce la violenza che si vorrebbe combattere.

Ma è sbagliato anche usare con leggerezza parole di moda come «festival». Il Festival La violenza illustrata di Bologna ha infatti ferito Lucia. E come lei  – ne sono sicura – molte altre. Molti invece non ci hanno fatto caso, come non ci hanno pensato le organizzatrici del Festival, naturalmente: per abitudine, perché di festival l’Italia è piena (della letteratura, della filosofia, dell’economia…).

Festival La violenza illustrata 2011

Ma anche con le parole, oltre che con le azioni, su può fare del male. Lo si fa involontariamente e «con le migliori intenzioni», ma comunque lo si fa. È per questo che occorre aumentare il livello medio di consapevolezza nel campo della comunicazione. Ed è anche per questo (non solo, come capirai subito) che, col permesso di Lucia (il nome è fittizio), pubblico la sua mail. Ho cancellato, d’accordo con lei, tutto ciò che potesse farla riconoscere:

«Cara Giovanna, ho letto il tuo intervento “Stai zitta, cretina”. E come sempre, le campagne contro la violenza esprimono violenza” e vorrei condividere con te alcune riflessioni.

Non ti conosco personalmente e forse ti scrivo perché ho bisogno di parlare di me… Sono una donna di cinquant’anni che da qualche mese  è riuscita a denunciare l’ex coniuge per stalking, diffamazione, atti persecutori, violazione della privacy, dopo dieci anni di vita coniugale all’insegna della violenza psicologica e anche fisica. L’ex coniuge era anche datore di lavoro: un doppio esercizio di potere, quindi. È arrivato anche il licenziamento – e meno male – e di conseguenza la disoccupazione oggi, a cinquant’anni. Violenza a catena, quindi, ben oltre i lividi sul corpo.

Oggi è il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ho deciso di non partecipare a nessuna iniziativa perché sento qualcosa che urta contro il mio vissuto: le storie di chi subisce la violenza, del perché spesso ci si resta dentro quasi con pervicacia, non sono mai raccontate fino in fondo e manca sempre, secondo me, l’accento sul disagio psichico di cui è preda chi agisce violenza – disagio che nella realtà sociale che stiamo vivendo non può che aumentare: il primo gesto di violenza è SEMPRE un urlo di aiuto da parte dell’uomo, la manifestazione della sua inadeguatezza. Urlo che non viene ascoltato, raccolto, su cui non si va mai a scavare in via preventiva come si dovrebbe.

Quando la donna arriva a denunciare è sempre troppo tardi, non solo e non tanto per la donna, ma anche per il maschio, che spesso è il primo a subire “violenza” nel rapporto d’origine con la propria madre, che fatica a separarsi dal figlio maschio perché non è in grado di preservare il suo essere donna come eccentrico al suo essere diventata madre, è il suo essere donna che rende il suo essere madre un non essere “solo madre” permettendo quindi al bambino di sganciarsi dalla sua adesione simbiotica alla madre stessa.

Tra bimbo maschio e madre troppo spesso permane troppo a lungo una sorta di cannibalismo reciproco, una continuità tra i loro corpi che spezza l’orizzonte vitale del maschio stesso. E su questo non si riflette – e in giornate come oggi non si fa riflettere – abbastanza; dovremmo forse partire dal nostro essere donna per cercare di comprendere perché arriviamo a subire violenza, non tanto partendo da una posizione di genere, ma da una riflessione profonda sulle dinamiche di relazione che ci vedono coinvolte.

Fatta questa premessa per darti ragione del mio scritto, riprendo quanto dici nel tuo intervento in merito all’immagine “violenta” di quel manifesto. Ma non è altrettanto violenta e subdola la presentazione della rassegna che viene fatta a Bologna sul tema, promossa come Festival?

Origine del termine FESTIVAL: «Per l’Italia “festival” è parola relativamente recente. In origine è voce inglese, con un’etimologia a catena. In Inghilterra appare nel XIV secolo (con il significato di “festa popolare all’aperto”), ma è ricalcata sul francese antico “festivàl”, che viene dal latino medioevale “festivale(m)”, il quale risale al latino classico “festivus”, cioè piacevole, festivo. Nell’uso il termine entra in Italia molto tardi. Non la registrano i vocabolari dell’Ottocento. L’attesta nel 1900 Petrocchi in due versioni: “Féstival” all’inglese e “Festivàl” alla francese; significa comunque: “una festa musicale all’aperto in una piazza o locale fantastico alzato appositamente”. La ribadisce nel 1905 Panzini, che propone, per evitare un termine straniero, l’uso di una versione italiana curiosa: “Musicone”.»

Francamente, cara Giovanna, come donna che ha subito violenza, non mi indigna tanto la bocca cucita di quella ragazza, immagine forte, ma vera… te lo posso garantire è terribile sentirti sulla pelle e dentro l’animo i punti che appaiono su quella bocca…, mi indigna invece molto sapere che nella città sopita in cui vivo venga promosso un “Festival della violenza”.

Quindi se è vero (ma non ne sono così convinta) che non si fanno uscire le donne dalla violenza con immagini che la esprimono, è vero anche (e ne sono convinta) che non è con messaggi confusi che si crea coscienza critica e sensibilizzazione. O forse non è abbastanza chiaro dove vogliamo arrivare. Ma nemmeno da dove vogliamo partire!

Con una stretta di mano, e condividendo queste osservazioni col mio attuale compagno e con mio figlio, 20 anni, spettatore della violenza e quindi oggetto indiretto della violenza stessa (entrambi mi hanno aiutata a scucire quella bocca), ti ringrazio per avermi ascoltata fin qui. Lucia»

L’insostenibile leggerezza dei commenti su Facebook

Di solito posto su Facebook ogni articolo che scrivo per il blog, subito dopo averlo chiuso. È un’abitudine che ho da sempre, qualcosa che gli amici di Facebook si aspettano: se non lo facessi penserebbero che non ho scritto.

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Sanno pure, gli amici di Facebook, che preferisco ricevere commenti sul blog e non su Facebook. Di solito lo dico esplicitamente: se qualcuno/a scrive un commento interessante e articolato su Facebook (ripeto: se), immediatamente gli/le chiedo di ricopiarlo qua. «Perché su fb il commento si perde in pochi minuti, sul blog resta», spiego.

Ma la ragione non è solo questa. «Se» il commento è interessante e articolato, dicevo. Altrimenti taccio. Il mio obiettivo è infatti quello di invogliare solo i commenti più motivati e ponderati, scoraggiando provocazioni, parolacce, tifoserie ed esternazioni insensate. Che su Facebook vengono spontanee, qui molto meno.

«Il mezzo è il messaggio», diceva McLuhan, anche se non basta il mezzo a fare un messaggio, come abbiamo detto altre volte.

Tuttavia il mezzo può condizionare (e anche molto) il messaggio, e allora chiediamoci: perché i commenti che arrivano su Facebook allo stesso articolo sono tendenzialmente più improvvisati, emotivi, stracciati e spesso sciocchi di quelli che arrivano qui?

Per ragioni di interfaccia anzitutto: su Facebook lo spazio per i commenti non ha limiti, ma è angusto e scomodo, nel senso che ospita caratteri piccoli, non permette la formattazione, a volte dà problemi con gli «a capo», e così via. Tutti fattori che, congiunti, inducono una scrittura poco curata e poco organizzata. Le stesse persone che qui si scusano anche per un singolo refuso, su Facebook se ne fregano di tutto: segni di interpunzione, errori ortografici, pasticci logici, insensatezze. Perché su Facebook si fa così. Ma si fa così (anche) perché l’interfaccia è quella, e così induce a fare.

E poi c’è il tempo di fruizione: le videate di Facebook fuggono via a una velocità tanto maggiore, quanto maggiore è il numero di amici che hai e il numero di attività che tu e i tuoi amici fate in bacheca. Basta un’ora e puff: tutto sparisce e, se vuoi ripescare qualcosa che hai postato solo qualche ora prima, ci metti un bel po’.

Insomma la scrittura su Facebook è molto più vicina a una conversazione orale di quella che si pratica nella blogosfera: verba volant su Facebook, scripta manent sui blog, verrebbe da dire.

Poi naturalmente dipende dai blog: dal tipo di contenuti (informazione, diaristica, commento politico, gossip, ecc.), dallo stile di scrittura, dal tono di voce di chi gestisce il blog, dal modo in cui risponde ai commenti, e così via. E dipende dalle persone che commentano, naturalmente. Perché – vale la pena ricordarlo una volta in più – il messaggio non è solo il mezzo, casomai è anche il mezzo.

«Stai zitta, cretina». E come sempre, le campagne contro la violenza esprimono violenza

Manca un giorno al 25 novembre, che è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e ci risiamo: come ogni anno, siamo circondate da campagne che mostrano volti e corpi femminili tumefatti, donne che strisciano a terra, che si nascondono in un angolo buio, che si riparano col braccio, e altri orrori del genere.

È talmente ovvio, che ormai dovrebbero saperlo tutti, eppure – evidentemente – gli operatori sociali, le associazioni, le istituzioni che si occupano di violenza contro le donne e i consulenti che realizzano per loro queste campagne non l’hanno ancora capito.

Dunque lo ripeto: non si combatte la violenza con immagini che la esprimono. Né si fanno uscire le donne dal ruolo di vittime se si insiste a rappresentarle come vittime.

Di qui poi a dire in positivo come una campagna su questo tema dovrebbe essere, ne passa: fare comunicazione sociale è difficilissimo, ben più difficile che fare pubblicità commerciale. Ma i due «non» che ho appena detto sono fra le poche certezze da cui partire. Eppure, ogni anno, nessuno li prende in considerazione.

Prendo un solo esempio del 2011, la campagna di Intervita. Queste sono le affissioni in zona Milano e gli annunci stampa sui maggiori quotidiani in questi giorni (clic per ingrandire):

Stai zitta, cretina.

Cosa vedo? Il volto di una bella ragazza con gli occhi chiari e la bocca attraversata da grossolani punti di sutura, e una scritta che le dà della cretina e le ordina di tacere.

Certo, l’intenzione di Intervita è mostrare la scena per dire: «Non si fa, non si chiude la bocca a una donna come fosse una cretina». Ma cosa, nel manifesto, dovrebbe indurci a concludere che «non si fa»? Niente: pensa «non si fa» solo chi già lo pensava prima di vedere l’immagine e leggere la scritta, chi è già consapevole di essere di fronte a una campagna contro la violenza sulle donne.

Per il resto, vedo l’ennesima metafora appiattita sulla raffigurazione del suo significato letterale (un po’ come le maniche rimboccate di Bersani e il vento che alzava la gonna del Pd romano).

Ma vedo soprattutto l’ennesimo accanimento fisico (quell’ago che ha cucito la bocca…) su una figura femminile. Bella, per giunta, perché le donne in pubblicità vanno così. E cretina, perché lo dice la headline.

Si possono fare campagne per la sicurezza stradale senza stigmatizzare i disabili?

Ricevo da Simona Lancioni, del Coordinamento del Gruppo donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), una riflessione critica sull’ultima campagna per la sicurezza stradale «Pensa a guidare», lanciata dall’Ania (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici), che condivido e rilancio:

«Le campagne in tema di sicurezza stradale sono iniziative indiscutibilmente apprezzabili e tuttavia alcune scelte di comunicazione possono destare qualche perplessità.

Proprio nei giorni scorsi è uscita su Superando una riflessione critica sulla recente campagna lanciata dall’Ania. Il testo, a firma di Carlo Giacobini (vedi: «Un’immagine figlia di troppi pregiudizi»), si concentrava sul manifesto dell’iniziativa, che contiene tre scritte numerate: 1. Entrare in bagno accompagnati. 2. Passare molto tempo a casa. 3. Muoversi solo in carrozzina. Segue la raccomandazione: «Rispetta le regole della strada. Eviterai regole più dure a te e agli altri». Di lato, sullo sfondo, si vede un pezzo di sedia a rotelle manuale.

Ania, Manifesto per la sicurezza stradale

Pur apprezzando l’iniziativa, Giacobini osserva: «È però l’immagine della disabilità che trovo tragicamente foriera di distorsioni e pregiudizi. O forse è solo figlia di questi ultimi.

La disabilità come “castigo”, come “disgrazia”, come ineluttabile fonte di dipendenza dagli altri, di sofferenza di cui è responsabile il caso, o il non avere rispettato alcune regole. Subdolamente transita e ci permea il concetto che della disabilità non è mai responsabile il contesto; il contesto la subisce, la sopporta, la compatisce. Ne ha pietà».

Chi si occupa di disabilità, infatti, sa benissimo che molti dei disagi che interessano chi ha una disabilità sono legati più al contesto e alla mancanza di servizi adeguati che non alla condizione di disabilità.

La tentazione peraltro di persuadere a stili di vita corretti facendo leva sullo stigma negativo associato alla disabilità non è affatto nuova e talvolta si riscontra anche in prodotti realizzati da professionisti della comunicazione.

Un altro esempio? La campagna sulla sicurezza stradale «Mettici la testa» (vedi sotto), ideata e prodotta da Rai Educational di Giovanni Minoli, in collaborazione con Autostrade per l’Italia nel 2008. In essa si usa la testimonianza di Jacqueline Saburido, una ragazza del Texas che, all’età di vent’anni, nel 1999, mentre era in auto, venne travolta dalla vettura guidata da un giovane in stato di ebbrezza. Nell’incidente morirono due amici di Jacqueline. Lei venne miracolosamente salvata, ma subì quaranta interventi chirurgici ed è rimasta gravemente disabile e completamente sfigurata nel viso e nel corpo.

Il servizio mostra insistentemente il prima e il dopo di Jacqueline e quest’ultima riveste il ruolo della persona “che non vorremmo mai diventare”.

Anche in questo caso l’iniziativa è apprezzabile, ma l’atteggiamento con il quale si è indotti a guardare a Jacqueline è ben distante dall’invito al rispetto per la persona, qualunque siano le sue condizioni e il suo aspetto, tanto che viene da chiedersi se sia possibile fare campagne sulla sicurezza senza stigmatizzare la condizione di chi ha una disabilità. Io credo di sì. Probabilmente basterebbe pensarci e non discutere di questi aspetti solo all’interno del mondo della disabilità» (l’articolo è uscito anche su Superando, col titolo «Quella che non vorresti essere»).

Gli spot della campagna Ania «Pensa a guidare» (2011):

Lo spot della campagna «Mettici la testa» di Rai Educational (2008):

Abbiamo parlato di campagne per la sicurezza stradale anche qui:

I piccoli passi stereotipati di Calzedonia

Seguo la comunicazione del gruppo Calzedonia (di cui fanno parte Intimissimi e Tezenis) da due anni ormai. E posso dire – evviva! – che c’è stato qualche progresso.

Ecco le tappe del mio pedinamento:

  1. La doppia tristezza dello spot Calzedonia, 14 ottobre 2009.
  2. Risposte stereotipate per spot stereotipati, 20 ottobre 2009.
  3. La mestizia di Calzedonia è di nuovo con noi, 26 ottobre 2010.
  4. Calzedonia risponde, 29 ottobre 2010.
  5. Le mutande Bunga Bunga Dance, 22 giugno 2011.
  6. La mezza novità di Irina Shayk per Intimissimi Uomo, 24 agosto 2011.

Rivedendo nel complesso questi due anni, va detto, a onor del merito:

  1. che Calzedonia ha sempre risposto,
  2. che in effetti sta provando a cambiare qualcosa.

Piccoli e timidi passi, ma li stanno facendo. Arriviamo infatti allo spot di quest’anno, sempre firmato Saatchi & Saatchi (gli stessi di «Sorelle d’Italia»), con cui Calzedonia festeggia i suoi 25 anni.

Siamo sempre immersi nell’atmosfera patinata ed estetizzante tipica di Calzedonia, sempre di fronte a volti e corpi bellissimi, tendenzialmente bianchi e coi capelli lunghi e vaporosi. Ma lo sforzo di metterci una spruzzatina di maggiore varietà va riconosciuto.

Le donne, per esempio, non si limitano a sorridere guardando l’orizzonte ma hanno un lavoro: certo, fanno le hostess come una Barbie anni Sessanta e le ballerine di un musical che pare Moulin Rouge!, ma per fortuna fanno anche le calciatrici come in Sognando Beckham.

Anche gli uomini, per par condicio di stereotipi rétro, sono immersi in un’atmosfera da film anni Ottanta, perché fanno gli «ufficiali gentiluomini» e li vediamo tutti concentrati in un simbolico alzabandiera.

E poi ci sono i bambini, che a scuola stanno ben attenti a un maestro che pare uscito da L’attimo fuggente, tutti tranne un maschietto riccioluto, che si distrae pensando alla sua stanza con gli aeroplanini, mentre appare la scritta «Da soli si va più veloce». E alla fine suona la campanella e tutti insieme corrono via felici, mentre appare «Ma insieme si va più lontano» (perché per Calzedonia sono «25 anni insieme»).

Insomma, l’azienda veneta ce la sta mettendo tutta, pur nei limiti del suo stile di comunicazione. Peccato che i progressi si notino solo nella versione lunga dello spot e nel film che ne celebra il backstage, perché la versione di 23″ Donna ritaglia i soliti frammenti di gambe e sederi perfetti.

Lo spot lungo:

Il backstage:

La versioni di 23” Donna:

La versione 15″ Uomo: