Archivi del giorno: martedì, 1 novembre 2011

Nella guerra fra generazioni siamo tutti dinosauri

Pd o non Pd, destra o sinistra, semplificare il conflitto fra Bersani e Renzi in «guerra fra generazioni» non fa bene a nessuno in Italia. Se contrapponi i «giovani che scalciano» agli «adulti», come fa Bersani, implicitamente li svaluti come «non ancora adulti», e cioè «immaturi», «inesperti», «incompetenti». Se chiami «dinosauri» i non più giovani, come fa Renzi, stai dicendo che sono mostruosi, brutti e talmente cattivi che andrebbero cancellati in un colpo.

 Dinosauro

Intendiamoci: non è per buonismo che dico che la guerra fra generazioni nuoce all’Italia. È perché non porta da nessuna parte. Il problema infatti è: chi sono i giovani in Italia?

Se sono solo quelli che l’Istat mette nella fascia di età 15-24, allora anche Renzi è un dinosauro da spazzare via. Se invece non sono loro (come si fa a catalogare fra i «dinosauri» un 25-26enne?), allora comincia il balletto: i venticinquenni contro i trentenni, contro i quarantenni, contro i cinquantenni, contro… Che senso ha? Lo osserva anche il trentenne (giovane? adulto? dinosauro?) Giampaolo Colletti oggi, nel suo blog sul Fatto quotidiano: La guerra generazionale fa male ai giovani.

Se invece i giovani sono solo quelli fra 15 e 24 anni, allora poveracci: sono solo il 10% della popolazione – dice l’Istat– e cioè circa 6 milioni. Quattro gatti, che per giunta sono destinati a diminuire se le nascite continuano a calare e non aumentano gli immigrati. Dove vanno quattro gatti da soli? Da nessuna parte, visto che hanno poco rilievo elettorale. Lo dimostrano, fra l’altro, gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione giovanile (quella dei 15-24 appunto): il 29,3% dei ragazzi fra 15 e 24 anni è senza impiego. È la percentuale più alta da quando l’Istat cominciò queste rilevazioni, nel gennaio 2004.

E allora? Allora aveva visto lungo Pasolini, nel 1973, quando individuava nel post-sessantotto l’inizio di un baratro: se manca la «dialettica» fra generazioni, come la chiamava Pasolini, nessuno cresce, non i «giovani» ma nemmeno gli «adulti». Tutto resta immobile, tutti facciamo la fine dei dinosauri.

Le generazioni dovrebbero confrontarsi, scambiarsi saperi e pratiche, anche litigare in modo acceso, ma non auspicare l’una la cancellazione dell’altra.

Ecco cosa scriveva Pier Paolo Pasolini il 7 gennaio 1973 sul Corriere della sera. L’articolo s’intitolava “Contro i capelli lunghi”:

«Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di un’ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da benpensanti teppisti.

Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri – che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente – alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico.

Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato – essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, “superare” i padri.

Invece l’isolamento in cui si sono chiusi – come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù – li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato – fatalmente – un regresso.

Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre.» (P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975, p. 10)