Bersani: «La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia»

«La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia», dice Bersani in piazza San Giovanni sabato 5 novembre. E tutti subito a pensare: «Cattiva la finanza (volatile, inaffidabile), cattiva la comunicazione. Buona l’economia (solida, ci dà da mangiare), buona la politica». E mentre la frase già rimbalza su Twitter e Facebook, Bersani prosegue:

«Utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito. Se ci chiamiamo Partito democratico è perché rivendichiamo un punto di vista politico, autonomo, sulla realtà.»

Utili e buone entrambe, dice Bersani. Ma non basta: l’idea che la finanza sia cattiva in questo momento vince su tutto. Quindi Bersani ha svalutato entrambe, inutile che tiri il sasso e ritiri la mano.

Anche perché, solo qualche giorno prima a «Finalmente sud», aveva battuto sullo stesso chiodo:

«La prima cosa da imparare è l’autonomia della politica. Si può anche attraversare il deserto, si può essere amici di tutti, ma parenti di nessuno, bisogna avere un’idea in testa e combattere, avere rapporti amichevoli con la comunicazione, ma non essere subalterni e subordinati alla comunicazione, dobbiamo andare più a fondo, il mestiere della politica non è il mestiere della comunicazione, ha delle parentele, sì, ha delle vicinanze, ma è un’altra cosa.»

Le critiche a Bersani non si sono fatte attendere. Faccio solo tre esempi (e mi scuso per quelli che dimentico): sul Post Pippo Civati (Non mi è piaciuto, Bersani) e Luca Sofri («La “comunicazione” è fare politica»), su Linkiesta Antonio Aloisi («Caro Bersani, non pensare all’elefante»).

Pare assurdo che un politico dimentichi che comunicazione e politica coincidono da sempre, da quando cioè nel V secolo a.C. la retorica si affermò nel mondo greco come arte di ottenere il consenso nelle contese politiche, in stretta connessione, dunque, allo sviluppo della pólis e alla nascita della democrazia in occidente.

Non pare assurdo se si pensa:

  1. che la sinistra italiana ha sempre snobbato la comunicazione come qualcosa di cui il politico «autentico» e «di sostanza» non ha bisogno o, peggio, qualcosa di eticamente riprovevole, perché produce «menzogne», mentre il politico autentico dice sempre la «verità» (non a caso, di verità Bersani parla anche nel discorso in piazza San Giovanni);
  2. che la comunicazione del Pd fa acqua da quando il partito è nato e Bersani ha peggiorato la situazione. Facile attaccare e perfino ridicolizzare qualcuno che non solo ha problemi di comunicazione, ma rivendica con orgoglio la distanza fra sé (e il proprio partito) e la comunicazione. (Ma di questo abbiamo discusso più volte: metti «Veltroni» o «Bersani» nella casellina del motore di ricerca e vedi quanta roba esce.)

Il problema è cosa si intende, oggi, per comunicazione politica. Se si intende che basti fare qualche scelta cromatica per il logo e i manifesti, inventarsi qualche formula generica come slogan, coinvolgere testimonial dello spettacolo, allora Bersani ha ragione: ci vogliono prima le idee e i contenuti, e poi si pensa a queste cose. Ovvero, parlando seriamente: prima si definiscono i contenuti e si fa un piano strategico, poi si applicano le tecniche di comunicazione. Altrimenti, il marketing politico resta superficiale e fa flop.

Se invece fare comunicazione politica vuol dire entrare in relazione il più possibile diretta e continua con i bisogni, le aspettative e i problemi dei cittadini, allora Bersani ha torto marcio. E poiché credo che la comunicazione politica sia questa seconda cosa, e non un insieme di tecniche di marketing raffazzonate, Bersani ha torto marcio. Ma assieme a lui hanno torto marcio la maggior parte dei politici italiani, che da tempo hanno perso il contatto con l’elettorato. Non a caso li chiamano «casta».

Dunque, piano a criticare Bersani: fraintende la comunicazione lui, come la fraintendono molti in Italia, in politica ma anche nelle aziende e istituzioni. Non sa comunicare lui, come non lo sanno fare in molti, oggi, da Berlusconi (che fino al 2008 invece lo sapeva, eccome) al Pd, passando per il Terzo Polo.

57 risposte a “Bersani: «La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia»

  1. Ben detto, Giovanna.

  2. comunicazione e politica coincidono da sempre

    Non è che capisca completamente questo passaggio. Nel mio schema mentale ci sono 1. dei problemi politici, 2. delle ricette per risolverli e 3. una propaganda per avere il consenso sulle ricette che si vuole applicare.
    Il buon politico sarebbe colui che pesca le ricette corrette (sostanza) e le comunica nel modo migliore (forma).
    Un esempio è già visibile nell’ infra-post: la propaganda di alcuni politici contribuisce a far passare l’ equazione Finanza = Ba-bau.
    Si tratta di un messaggio stupido che ha avuto successo.
    Come devo considerare quei politici?
    Sarei più propenso a considerarli degli “stupidi di successo” piuttosto che dei bravi politici tout court per il semplice fatto che sanno come darla a bere. In caso contrario “bravo politico” è in teoria anche chi manda a fondo la nazione che governa.
    Ma forse sono troppo naif.

  3. Dare addosso alla comunicazione è una moda, il problema è che è una moda anche mitizzarla. Il PD non ha mai capito che, anche se non sembra, c’è ancora, anzi c’è tutto lo spazio per le scelte (che in politica spesso SONO la comunicazione) alternative, coraggiose, fuori dal coro e fuori dal “trend”. Vorrebbe farlo ma non lo fa, come in preda ad un vaghissimo ma potentissimo timore di risultare non al passo coi tempi o chi lo sa…
    Son convinto che per fortuna, dopo un lungo periodo di oscurantismo da omologazione, ora sia (anche) l’originalità ad essere vincente in comunicazione, c’è più disponibilità e più sensibilità a percepirla ed apprezzarla.
    Strizzare l’occhio al neo-liberismo negli anni ’90 è stato il peccato originale, poi è stato, quasi sempre, un lungo susseguirsi di scimmiottamenti acritici delle tendenze politiche più in voga al momento.
    In Italia comunque , in questo momento, tutte le categorie sono andate “in cavalleria” come si dice e districare le matasse di significato che si creano è spesso molto difficile.

  4. Pingback: Bersani, la comunicazione, e le basi della democrazia | Quello che ne facciamo

  5. “Il problema è cosa si intende, oggi, per comunicazione politica.”
    ecco: secondo me (e altre persone con cui ho discusso), il problema è proprio questo (ho segnalato a propositoun video di bersani nei commenti del post su renzi la scorsa settimana).
    bersani secondo me fa una gran confusione tra i termini comunicazione, informazione e propaganda.

  6. scusa, il video era quello e ho confuso il nome del video con la frase di bersani

  7. “Se invece fare comunicazione politica vuol dire entrare in relazione il più possibile diretta e continua con i bisogni, le aspettative e i problemi dei cittadini, allora Bersani ha torto marcio” ‘ questo passaggio spiega tutta la situazione. Non mi sento tanto di incolpare Bersani, però, perché in fondo tutti noi stiamo uscendo da decenni di comunicazione politica unidirezionale.

    E ancora, credo che parte della soluzione del problema sarà come governare la nostra uscita da questa situazione terribile ed allo stesso tempo iniziare un discorso a lungo termine su come riportare la comunicazione al livello di dialogo costruttivo dentro la società.

  8. acc. Giovanna, quella della “retorica” la volevo dire io🙂, e per il resto mi dispero, non vedendo niente all’orizzonte.

  9. Quoto: “Dunque, piano a criticare Bersani: fraintende la comunicazione lui, come la fraintendono molti in Italia, in politica ma anche nelle aziende e istituzioni.”

    Ahimè, che verità!

  10. “comunicazione politica unidirezionale” la comunicazione non è unidirezionale, ma è l’informazione ad avere questa caratteristica.
    o almeno a me l’hanno spiegata così.
    ma contando che su queste definizioni in italia c’è pure stata scritta una legge (l.150/2000), pretenderei un attimino più di precisione da parte di chi usa certi termini (e, a scanso di equivoci, non mi riferisco di certo a Lori, bensì a qualcuno che in teoria dovrebbe approvare certi vincoli normativi).

  11. Io sono più naif di Broncobilly (che in parte quoto, eccome se quoto!). Per me “comunicazione” significa rendere chiaro il proprio pensiero. Se sei onesto dici quel che pensi. Se sei un ipocrita no. Non credo alle “scuole di comunicazione”. Anche un analfabeta riesce a spiegarsi (ci riesco pure io che non ho fatto alcuna scuola alta). La comunicazione studiata produce spesso aberrazioni del pensiero originale, ci aiuta a mentire più spudoratamente, anche mentire a noi stessi. Il buon politico è quello che percepisce le necessità primarie di un paese e convince il maggior numero di persone che quelle cose sono essenziali per il nostro futuro. Non servono grandi discorsi, men che meno intonati alla Casini o arabescati alla Vendola. Il discorso sulla retorica come “arte di ottenere consenso” non prende in analisi il processo psicologico coatto che porta l’individuo ad accettare più facilmente una comunicazione reazionaria piuttosto che una rivoluzionaria o progressista: tutte le comunicazioni che fanno leva sul “potere fascista” che “mette le cose al posto” hanno grande presa sulla psiche dormiente del cittadino, e questo spiega come mai tutti i dittatori hanno avuto grande presa sul popolo. I governi BerluskaLega hanno sempre agito su questo fronte della comunicazione fascista. Meglio se chiudo qui.

  12. Andrea, son d-accordissimo con te. Ma definizione a parte, penso che negli ultimi decenni il concetto generalizzato di comunicazione politica era quello di un partito che cercava di comunicare con i suoi potenziali elettori. Non di dialogare..

  13. Afferma il professor Rovinetti che la comunicazione poco può fare se il prodotto è scadente.

    Mi immagino Bersani che offre all’elettore una mela rosso marcio.

  14. Quoto a mia volta luziferszorn e gli dico che son pienamente d’accordo col suo pensiero

  15. L’affermazione è completamente errata.
    La finanza sta sopra a tutto.

  16. @Lori: la comunicazione è dialogo.
    la monodimensionalità appartiene all’informazione.
    termini a parte, però, son d’accordo con te.
    (la lega è partita comunicando, vista l’attività di base e le sue battaglie, poi ha trasformato tutto in propaganda, ovvero incontri, dibattiti e proclami volti a rafforzare la propria immagine. e quindi le proprie poltrone)

  17. Credo che colga nel segno Andrea che scrive “bersani secondo me fa una gran confusione tra i termini comunicazione, informazione e propaganda.”

    Provo a proporvi un inventario tascabile.
    a) COMUNICAZIONE: tutti comunicano, anche un criceto che dorme (e perfino Bersani). “Non si può non comunicare”. Il tema è: che cosa si comunica?
    b) COMUNICAZIONE EFFICACE: trasmettere l’informazione che si vuole trasmettere, e non altro, e farlo in modo che l’interlocutore capisca
    c) COMUNICAZIONE PERSUASIVA EFFICACE: trasmettere l’informazione che si vuole trasmettere, e farlo in modo che non solo l’interlocutore capisca, ma sia portato, da argomentazioni sia razionali sia emozionalli, a trovarsi d’accordo. E qui entra in ballo l’ars rhetorica.
    d) PUBBLICITA’: declinazione commerciale di c)
    e) PROPAGANDA: declinazione fuorviata di c): viene trasmessa non informazione, ma dis-informazione.

  18. -“fare comunicazione politica vuol dire entrare in relazione il più possibile diretta e continua con i bisogni, le aspettative e i problemi dei cittadini”
    – “Berlusconi …fino al 2008 … lo sapeva”(far comunicazione)”
    Giovanna, sono sicuro che entrambe le tue frasi che riporto qui sopra hanno fondamento., separatamente
    Ma messe assieme , mi provocano una forma di rivolta, qualcosa non mi torna. Ad esempio, mi pare che, isolate, andrebbero bene anche sostituendo il nome di Mussolini,-fino alla guerra- a quello di B.
    Mi pare un mondo privo di quelli che si chiamavano “valori”. Hanno senso, nel mondo della comunicazione? .
    Penso di dover approfondire, leggendo il tuo libro sulla comunicazone politica, per non sentire questo disagio.. .

  19. Mi succede questo Giovanna, mi succede per dire anche quando leggo alcuni passaggi di questo blog: alle volte quando la priorità è data alla comunicazione, io sento un attrito etico, per un verso e per un altro un sapore che mi pare mistificazione.
    Giusto e chiaro non sono sempre sinonimi, e non riescono ad avere per me la medesima urgenza. La qualità della comunicazione oltretutto ha nella sua sfera di significato un rimando al guadagno in termini di voti, che la qualità della politica può non avere. Pensare alla comunicazione vuol dire fare politica per vincere, pensare alla politica vuol dire fare politica per fare delle cose giuste. Ma se io e te siamo d’accordo su certe questioni di principio a Giovà non è mica una questione di comunicazione, se fosse solo questo non credo che riuscirei a frequentare questo blog.
    Si sono d’accordo con Bersani: la comunicazione è importante, ma è braccio non testa.

  20. La tesi di Bersani non è sbagliata: la finanza è utile, anzi indispensabile, fino a che serve a finanziare le imprese e quindi lo sviluppo.
    E la comunicazione — se è “entrare in relazione il più possibile diretta e continua con i bisogni, le aspettative e i problemi dei cittadini” (Giovanna Cosenza) — serve poi a indirizzare queste aspettative verso scelte che soddisfino al meglio i bisogni e risolvano al meglio i problemi.
    La difficoltà della comunicazione politica è che le soluzioni efficaci possono essere divergenti da molte delle richieste dei cittadini.

    Società ed economia funzionano spesso in modo contro-intuitivo. Allora, un bravo politico cosa deve fare? Assecondare richieste dei cittadini che condurrebbero a conseguenze negative o addirittura disastrose? O invece, da un lato, persuadere il più possibile, e, dall’altro, vincere le resistenze che molti cittadini, o addirittura la maggioranza, oppongono alle scelte complessivamente più convenienti per tutti? Magari non convenienti nel breve periodo, ma nel medio e lungo.

  21. @annamaria
    molto efficace il tuo inventario,
    Propaganda però è l’apoteosi della comunicazione persuasiva (la persuasione non è fuorviata, ma amplificata). Persuasione non è mai eticamente accettabile, forse perdonabile nel commercio, mai nella comunicazione politica.

    @ben
    quello di cui parli tu è DITTATURA.
    L’attualità di un mondo completamente distrutto ci dimostra che quello che sostieni è falso.

  22. @ariaora

    hai ragione, quello che ho detto poteva essere inteso anche come fosse a favore di una dittatura, per quanto illuminata.
    Ma è compatibile anche con la democrazia rappresentativa. Anzi credo che le democrazie funzionino così, quando funzionano bene.
    Intendevo in effetti riferirmi ai problemi della comunicazione politica all’interno di una democrazia rappresentativa.

    “L’attualità di un mondo completamento distrutto”: intendi dire che in passato il mondo stava meglio? Quando?

  23. @ ariaora

    Ad esempio, fra qualche giorno avremo molto probabilmente un nuovo governo, nominato da un Presidente della Repubblica e votato da un Parlamento, entrambi democraticamente eletti. Questo governo farà riforme, sulle pensioni e sul lavoro, cui la grande maggioranza degli italiani sembra essere contraria.
    Sarà democrazia (rappresentativa), non dittatura. La dittatura è un’altra cosa, molto diversa e peggiore.

  24. @Ben
    non ti ho frainteso, quello che ha descritto corrisponde tecnicamente all’attuazione della DITTATURA.
    Del resto la democrazia non è mai stata realmente applicata.

    Che la tua ipotizzata elite super-intelligente applichi le scelte migliori è confutato dai fatti! basta guardarsi intorno. Io non ho parlato di passato, mi limito al presente. La devastazione attuale causata da questi superintelligentoni è davanti agli occhi di tutti.

  25. Aggiungo solo che anche nel punto di vista che ho descritto ci sono casi limitati in cui per il politico la comunicazione si identifica con la sostanza: sono i cosiddetti casi in cui si è chiamati a creare deep knowledge (http://cheaptalk.org/2010/06/29/the-best-common-knowledge-paradox-i-know/).

    Lì, grazie a una retorica sofistica (e persino leggermente truffaldina) si possono salvare nazioni o limitare i danni meritandosi la medaglia di “bravi politici”.

    Il fatto è che i sofismi di cui sopra niente possono in mancanza di “credibilità” e se Bersani la sua credibilità se la costruisce affermando che la finanza non è il ba-bau, ben venga.

    p.s. mi piacerebbe poi sapere come la figura del politico-mero-comunicatore si puo’ riconciliare con un modello istituzionale di “futarchy” (http://hanson.gmu.edu/futarchy.html) in cui le scommesse politiche giocano un ruolo chiave. Il fatto è che “più avanzato e responsabilizzante è l’ assetto istituzionale, meno conta la comunicazione”. Pensare che la politica sia per essenza comunicazione vuol dire rinunciare a ogni progresso razionale nelle istituzioni. Giudico la cosa come una strana forma di “conservatorismo nichilista”.

  26. “Aiuto, la casa sta bruciando!”…
    1: Propongo di buttare subito acqua sul fuoco!
    2: Assolutamente, no. Sarebbe meglio chiamare i pompieri.
    3: I Pompieri, ma dai… che possono fare, meglio i canadair più potenti
    4: Direi che la soluzione sia mettere ai voti le proposte

    … intanto, la casa brucia….

  27. @ ariaora

    Se tu fossi ministro dell’economia, o lo fosse una persona di tua fiducia votata da te, immagino che vorreste giustamente regolare meglio il funzionamento dei mercati finanziari.
    Vi rivolgereste certamente a esperti di economia finanziaria per capire a fondo i meccanismi dannatamente complicati da regolare.
    Una volta fattavi un’idea su come intervenire, vi rivolgereste a esperti giuristi per scrivere norme di legge da inserire nella legislazione vigente, pure molto complicata.
    Fareste benissimo, naturalmente, a tenere conto sia degli effetti del vostro intervento sulla società e sui cittadini (effetti a breve, medio e lungo termine, spesso di segno opposto), sia delle possibili reazioni dei vostri elettori.
    Questo intendo per democrazia rappresentativa.

  28. broncobilly, angelo marzollo e altri: la brevità del mio post e il desiderio di contrapporlo all’ennesima svalutazione della comunicazione, fatta da Bersani come da mille altri in Italia, mi ha portato a ricordare la posizione antica e radicale per cui fare politica coincide col fare comunicazione politica.

    In realtà tutto sempre dipende da cosa si intende per «comunicazione», ovviamente. Utilissimo il glossario postato da Annamaria, grazie!

    Allora mettiamola così: senza contenuti, senza valori, la comunicazione – intesa come quell’insieme di tecniche di marketing che oggi si usano nei migliori casi di comunicazione politica occidentale – fa cilecca. Esattamente come fa cilecca qualunque campagna pubblicitaria che parta da un brief povero e incoerente.

    broncobilly dice che “più avanzato e responsabilizzante è l’ assetto istituzionale, meno conta la comunicazione”. Vero, ma anche qui dipende da cosa si intende per comunicazione, no?

    Tornando all’Italia e al problema di Bersani: ammettiamo che il Pd abbia, come Bersani sempre ripete, un programma fantastico e idee e contenuti fantastici su tutti i temi e problemi rilevanti per l’Italia oggi.

    Ma se un sacco di persone – che non siano i suoi più stretti collaboratori e sostenitori – un sacco di persone, non solo da destra ma anche da sinistra, ancora queste proposte e programmi e idee e contenuti non li hanno capiti, dicono che non ci sono, si lamentano, urlano addirittura che non ci sono, sarà ben un problema di comunicazione di Bersani e di tutto il Pd, o no? Ovvio che sì, in almeno 3 o 4 sensi della parola, a occhio.

    Insomma oggi in un paese come il nostro, la comunicazione – intesa come quell’insieme di tecniche di marketing che oggi si usano nei migliori casi di comunicazione politica occidentale – da sola non è sufficiente né a vincere le elezioni né a rendere seria e “di sostanza” una proposta politica. Ma è certamente necessaria, perché altrimenti i “bei contenuti” restano nel cassetto.

  29. stiamo trascendendo, il quesito è solo uno:
    per bersani, la politica è costruita sul dialogo tra partiti e istituzioni di cui fanno parte oppure di azioni decise da qualcuno che (a torto o no) sta in un posto decisionale più elevato?

  30. stavo scrivendo il commento mentre giovanna postava il suo

  31. @ Giovanna

    Tu dici: “Ma se un sacco di persone … queste proposte e programmi e idee e contenuti non li hanno capiti, dicono che non ci sono, si lamentano, urlano addirittura che non ci sono, sarà ben un problema di comunicazione di Bersani e di tutto il Pd, o no?”

    Tu rispondi “Ovvio che sì”. Ma se, come credo, questi programmi proprio non ci sono?
    In questo caso a me sembra che il problema prioritario sia fare scelte al riguardo. Il problema di comunicarle viene dopo.

    Solo che queste scelte sono terribilmente difficili, e Bersani ha forti motivi per non farle.
    Ad esempio, se il PD scegliesse, e poi pure riuscisse a comunicare in modo persuasivamente efficace (Annamaria) le sue scelte, potrebbe magari ottenere il mio voto e tuttavia perdere il tuo, o viceversa.

  32. @Ben
    guarda che il risultato del disfacimento che è davanti agli occhi di tutti (e tieni conto che il bello/brutto deve ancora arrivare) è il frutto dei consigli dei tecnici.
    Chi pensi che ci sia dietro ai politici che dimostrano di non avere la più pallida idea dei principi economici??
    i tecnici intelligentoni, gli esperti…

  33. @ ariaora

    Non hai risposta alla domanda implicita nel mio post.
    La esplicito:
    tu, o chi per te, come ministro dell’economia, come interverresti sui mercati finanziari? (Che sono uno dei tanti meccanismi socio-economici che determinano il funzionamento della società, tutti dannatamente complicati e spesso contro-intuitivi.)
    Pensi davvero che, avendo sentito solo il parere dei cittadini, saresti in grado, tu o chi per te, di procedere operativamente alla scrittura di un provvedimento di legge efficace?
    Il parere dei cittadini più o meno lo sai già. Sareste in grado, tu o il politico in cui hai più fiducia, di scriverlo ora, senza ricorrere a nessun esperto?

    Scusa se ti chiedo di prendere sul serio queste domande, prima di rispondere.

  34. In parte off-topic. Qualcuno sa dirmi se ci sono studi sulla comunicazione (o meglio, problemi di comunicazione) dei Radicali di Bonino e Pannella? Penso ad esempio al fatto che molte persone in questi mesi pensino che appoggiano Berlusconi, mentre in realtá gli han sempre votato contro (dopo averne spiegato i motivi in modo un po´ piú concreto del “deve andarsene” di Bersani, fra l´altro), o al fatto che la gente dica sempre “Sí, hanno anche ragione sulle questioni su cui si battono, ma sono questioni circostanziali e noi abbiamo bisogno di un progetto globale” sebbene ogni anno al congresso radicale viene votato un documento programmatico che include economia, istituzioni scolastiche, etc.
    E qui si dice tanto che i nuovi media contino ormai, ma su internet il sito dei radicali nonché radio radicale pone ogni questione ed ogni registrazione a disposizione di chiunque voglia prendersi il tempo di leggere o ascoltare. In piú l´associazione agorá digitale si occupa da vari anni delle potenzialitá di internet, delle leggi liberticide del governo, dei partiti pirata in svedesi e tedeschi etc.
    Con alcuni amici ho parlato dell´argomento, ed alcuni pensano sia solo colpa dei media mainstream (leggi: televisione) dove non compaiono quasi mai (mentre Casini e Di Pietro piú volte ogni giorno), altri giustamente considerano la logorrea di Pannella😀
    Ma il problema del messaggio che a molti italiani giunge (quando giunge) inverso alla realtá resta. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano esperti o cultori dell´informazione, é una questione interessante secondo me….grazie!

  35. scusate, intendevo “comunicazione” piú che “informazione”

  36. @Ben
    Non ho preso le tue domande poco sul serio. Quello che va precisato è che ognuno è libero di avere le sue opinioni ma vanno classificate per quello che sono.
    Un governo “tecnocratico” non può essere in alcun modo chiamato “democrazia” altrimenti si commette una truffa.

    Il problema che vuoi evidenziare è l’incompetenza tecnica dei cittadini su questioni economiche e quindi l’incapacità di offrire soluzioni. Questo è un problema effettivo, infatti attuare una democrazia non è semplice ci vuole un substrato culturale (perché hanno tolto educazione civica dalle scuole?)
    Ebbene, la realtà ci dimostra che questa incapacità ce l’hanno anche i tecnici (a meno che non ci abbiano condotto in malafede in questa situazione).

    Rispondo alla tua domanda: se io avessi chiesto consulenza ai tecnici che hanno condotto una intera nazione e tutto il mondo in questa situazione li licenzierei subito e mi informerei anche per chiedere il risarcimento del danno.
    Dopo mi metterei a studiare approfonditamente economia perché bisogna sempre studiare da soli, non ti puoi mai fidare ciecamente di un tecnico. Altrimenti può succedere come per la caldaia… che ti si stacca un filo e ti dicono che c’è da cambiare tutta la scheda… tanto te… non ci capisci.

  37. Forse, ariaora, più che distinguere tra democrazia e dittatura bisognerebbe distinguere tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Non penso proprio che Ben voglia abolire le elezioni!
    Per privilegiare la seconda formula non c’ è nemmeno bisogno di enfatizzare troppo l’ ignoranza degli elettori. Basta meditare sul concetto di time inconcistency. Sorge quando so che voglio una cosa ma so anche che quando mi presenteranno il conto non la vorrò più.
    Ci si lega le mani prima, è una strategia.
    Anch’ io ho rinunciato all’ abbonamento annuale al parcheggio per venire al lavoro tutti i giorni in bicicletta; certe mattine (di pioggia!) non posso fare come vorrei: mi sento uno schiavo. Ma non so di chi.

  38. @ariaora: bingo!
    Solo la conoscenza ed il sapere portano alla vera libertà!
    Meno si studia meno saremo liberi di decidere, di proporre, di innovare, di pensare, di vivere.

  39. @ ariaora e Consolata

    D’accordissimo con voi: la democrazia funziona tanto meglio quanto più i cittadini sono competenti su cose socio-economiche e politiche, e ben informati. Anch’io penso che sia un punto cruciale.

    Nel frattempo, mentre ci diamo da fare per aumentare le conoscenze socio-economiche nostre e di tutti, come facciamo a governare?

    E quanto tempo pensate che ci voglia perché la maggioranza dei cittadini sia in grado di valutare in modo competente una riforma dei mercati finanziari, o della legislazione sul lavoro, ecc.?
    Io sono ottimista, ma penso che sia comunque un lungo lavoro. Che stiamo già cercando di fare anche in questo blog!🙂

  40. Infatti, la situazione drammatica in cui riversiamo oggi è, a mio avviso, perché per troppo tempo si è vissuto di “vacche grasse” senza curarsi che inevitabilmente sarebbe venuto il tempo delle “vacche magre”.

    La storia, in tal senso insegna, ma purtroppo nessuno l’ha mai studiata a dovere e ci si ritrova sempre sorpresi. E, questo, vale per la politica, l’economia, la ricerca, ecc…

    Ad ogni modo, seppur ottimista (l’Italia in passato ha fatto grandi cose) penso che ci voglia ancora davvero molto prima di uscire da questa situazione stagnate, perché di questo si stratta: siamo in un pantano, sabbie mobili. A prescindere dal colore del partito, mi sembra che al momento ci sia nessuno in grado di avere il coraggio che serva a cambiare davvero le cose.

    Ma mi sembra evidente che sia una situazione non solo nostra, ma davvero universale. Ci siamo svegliati un giorno e ci siamo trovati impreparati in un mondo che è di colpo cambiato. La tecnologia ha di certo fatto il suo ruolo, poiché tramite il web la comunicazione e l’informazione hanno giocato un ruolo fondamentale per questo cambiamento.

    Ora non ci riconosciamo più nei vecchi modelli, ma non abbiamo ancora trovato un modello di Governo (inteso come regole di mercato, regole di convivenza) che ci soddisfi. Se non è zuppa è pan bagnato. E lo scontento arriva da ogni parte del mondo, da ogni ceto sociale, da ogni credo. E’ una richiesta di aiuto universale a cui ora non si trova risposta. E, questo, in Italia è particolarmente sentito, ora più che mai. Ci troviamo le piazze piene di gente che contesta e protesta, insieme operai e industriali…. mai visto prima cose analoghe. Servono menti fresche, idee nuove, etiche nuove a 360°…

    Si, caro Ben: per quanto noi possiamo essere ottimisti (e lo dobbiamo essere per forza) la strada è ancora lunga ed in salita. Ma come cita una famosa pubblicità: “è nelle situazioni peggiori che si vedono le perfomance migliori”.
    Confidiamo!

  41. Mi pare che siamo d’accordo che senza partecipazione attiva non è possibile realizzare una vera democrazia?
    Allora secondo voi come si può procedere e cosa serve?
    Senza pensare al fattore temporale, come si può procedere partendo dal problema attualmente più urgente quello economico?

  42. Purtroppo il problema della democrazia non è tanto come si credeva una volta l’ “ignoranza”, e nemmeno l’ “ignoranza razionale”.
    E’ piuttosto l’ ideologia.
    Essere ideologici è tremendamente divertente, ma ci sono contesti dove questo divertimento costa caro. Quando vado a far la spesa, per esempio, tengo per forza di cose la mia ideologia sotto controllo.
    In democrazia costa pochissimo professarla a manetta visto che possiamo riversare su terzi gran parte dei nostri eventuali errori.

  43. @ ariaora

    Spero di non deluderti: si può procedere usando al meglio le istituzioni della democrazia rappresentativa che già abbiamo, ed eventualmente modificandole in meglio. Ci sono moltissime e importantissime cose che si possono fare entro questi limiti.

    Due fra mille, forse minori, ma rispondenti a un’importante esigenza espressa anche da te: inserire nei programmi scolastici, nella scuola media superiore, insegnamenti elementari di economia e sociologia politica, riducendo il peso della filosofia (nei licei) e degli insegnamenti letterari. Promuovere programmi divulgativi TV sul funzionamento dell’economia, stile Piero Angela (mi pare che su La7 ci sia già qualcosa del genere affidato a Prodi.)

  44. ok Ben, la tua è un’idea per il lungo periodo e hai risposto giusto perché io ho detto “senza pensare al fattore tempo”.

    allora, così non può funzionare, propongo un altro interrogativo: cosa possiamo fare subito e che abbia un effetto immediato?

  45. @ ariaora

    cosa possiamo fare subito e che abbia un effetto immediato?
    Esaminare le proposte — tutte competenti, praticabili subito, operative e a costo zero — presentate nell’autorevolissimo e politicamente indipendente sito lavoce.info. Precisamente in http://www.lavoce.info/dossier/pagina2975.html

    Esaminarle, stabilire quali ci vanno bene, e sostenerle per quel che possiamo.
    Se ne siamo in grado, proporne altre nei campi di cui abbiamo diretta e competente esperienza.

  46. @Ben
    ok si incomincia a leggere documenti, ti accontenti di una sola fonte?
    e come facciamo per la verifica del tecnico e per evitare il rischio tecnico/caldaia?

  47. @ ariaora

    le fonti affidabili, in materia di politica socio-economica, sono ben poche.
    Vedi, su di una linea apparentemente più radicale, http://www.sbilanciamoci.info/, in cui però trovo discorsi generali piuttosto che proposte operative dettagliate e immediatamente praticabili (come da te giustamente richiesto).

  48. L’autorevolezza non è una variabile attendibile.
    Tutte i tecnici che ci hanno condotto nelle sabbie mobili sono autorevoli e affidabili.

    Come riconosci le fonti affidabili?
    Ad esempio, Galileo Galilei era affidabile, era autorevole?

  49. @ ariaora

    Scusa, Giovanna, se siamo OT, ma le domande che mi rivolge ariaora sono importanti. Questo naturalmente non comporta che lo siano altrettanto le mie risposte.😉

    L’autorità di Galilei non era riconosciuta dalla Chiesa (che però lo prese assai sul serio), ma era riconosciuta dai principali scienziati del suo tempo, che corrispondevano con lui.
    Similmente, oggi un economista è affidabile se è riconosciuto nella comunità internazionale degli economisti.
    Al suo interno ci sono posizioni “di sinistra” (Paul Krugman, Stephen Stiglitz, entrambi premi Nobel) e “di destra” (la linea di Milton Friedman, pure premio Nobel, e della scuola di Chicago).
    Ma, nonostante le divergenze, vi è accordo su molte cose fondamentali, e criteri condivisi per riconoscere la competenza. Soprattutto, gli uni e gli altri contribuiscono alla crescita di un patrimonio cognitivo comune.
    Franco Modigliani (premio Nobel e grande personalità “di sinistra”) disse in questo senso “dopo Friedman, siamo tutti friedmaniani”.
    Nello stesso senso Friedman avrebbe potuto dire, e probabilmente ha detto, di essere marxista e keynesiano.
    Direi che è imprudente considerare affidabile un economista che non sia riconosciuto nella comunità internazionale degli economisti.

  50. Quindi, poiché i fatti ci mostrano che i tecnici economisti cosiddetti “autorevoli” hanno tutti fallito in modo eclatante, quello che intendi dire è che a fallire è l’intera casta autoreferenziale composta dalla comunità internazionale degli economisti?

  51. @ ariaora

    Non volevo replicare nuovamente (l’ho fatto altre volte in questo blog) alla tesi catastrofica riguardo alla “devastazione attuale” comprovata da “fatti”, ma visto che insisti, vedi: http://hdr.undp.org/en/data/trends/

    Tutti gli indicatori statistici mondiali mostrano un progresso complessivo negli ultimi decenni, quanto a riduzione della povertà, della mortalità infantile, aumento del reddito, dell’istruzione e dell’aspettativa di vita.
    Progresso formidabile nel “terzo mondo” (Asia, Sud-America, Europa orientale e ora anche Africa), cioè per la maggioranza dell’umanità, senza pari nella storia dell’umanità.
    Mentre in Occidente, in gran parte come effetto dello sviluppo dei paesi emergenti (Cina, India, Brasile, e altri), vi è crescita debole o lieve declino, a un livello di benessere e qualità della vita comunque ancora altissimo, relativamente al resto del mondo e al passato anche recente.

  52. La sai l’ultima novità?
    la razione di cioccolato è passata da 20 gr, a 25 gr.

  53. Mi scosto dai commenti fino ad ora scritti per chiedere a Giovanna una precisazione sulla frase “la sinistra italiana ha sempre snobbato la comunicazione”
    Cosa intendi?
    Il centro-sinistra in generale, il vecchio ulivo, il pd?
    Perché, andando un po’ ritroso, ci accorgiamo che la comunicazione (talvolta mischiata a propaganda) è stata un elemento che ha fortemente caratterizzato la sinistra italiana.
    Tra la fine degli anni ’60 e i primi ’80 la “Grafica di pubblica utilità” introdotta da Albe Steiner, ha trovato terreno fertile nelle amministrazioni più “rosse” (lo afferma Cinzia Ferrara nel suo “la comunicazione dei beni culturali”) senza dimenticare le splendide operazioni comunicative nate per sostenere battaglie sociali (ad esempio la donna crocefissa dell’Espresso), fino ai manifesti comunisti, spesso opere grafiche eccellenti.

    Trovo che ci sia un forte problema di comunicazione nella sinistra da diversi anni. E trovo che la comunicazione di 30-40 anni fa oggi sia non solo superata, ma addirittura dannosa. Ma trovo sbagliato anche affermare che la sinistra italiana sia sempre stata distante da questi temi, e anzi, credo che un approfondimento sul tema potrebbe essere un interessante spunto per un prossimo articolo.

  54. E’ di qualche anno fa un intrigante piccolo pamphlet di Mario Perniola, intitolato “Contro la comunicazione”. La sua lettura, al di là delle posizioni provocatorie dell’autore, induce a una riflessione sulle principali direzioni di significato del termine: vi è innanzitutto la comunicazione come spazio “relazionale”, governato dalle dinamiche e dai bisogni che si muovono dentro la relazione (che è ciò di cui si occupano soprattutto gli psicologi e, in parte, i semiotici); poi vi è la comunicazione come insieme di tecniche e di procedure (grosso modo la dimensione del marketing); infine, vi è la comunicazione come nebulosa di significati che si tengono insieme per almeno un tratto comune, quello della “pratica comunicativa sociale non necessariamente supportata da una precisa motivazione relazionale” (stare con, agire insieme, rendersi visibili, partecipare, apparire, ecc.).
    Quest’ultima accezione, che mi sembra sia quella chiamata in causa da Perniola, storicamente oggi coincide con grandissima parte dell’universo televisivo, almeno per ciò che riguarda la politica: il suo linguaggio, i suoi codici etici, i sistemi valutativi sottesi e così via.
    Non so se eccedo in ottimismo nel preferire di pensare che Bersani (e i tanti che a sinistra hanno espresso una posizione simile) si riferisca a tale ultima area semantica. So tuttavia che lo strapotere mediatico della TV, tipico degli ultimi 20/30 anni, coincide abbastanza con l’affermazione della cultura e dell’ideologia berlusconiana, che sulla pratica dell'”esserci, a tutti i costi, e dire, a tutti i costi” ha costruito persino un partito.
    Rimane una domanda: quando la TV era un contenitore neutro, a scarso tasso linguistico , vale a dire quando accoglieva contenuti altri, cabaret, teatro, cinema, giornalismo di divulgazione scientifica e così via, poteva capitare che alla Tribuna Politica di turno i sorteggiati per il confronto si rifiutassero di incontrarsi per il dibattito (vedi, che so?, MSI e Democrazia Proletaria). Oggi, che la TV crea i suoi contenuti (e dunque è un medium con un alto tasso di linguisticità propria), coi suoi innumerevoli format e le sue sciabordanti forme rappresentative, per avere un sorteggio di quel tipo chiamerebbero Moggi………

  55. E’da poco che ho scoperto questo blog, ma devo dire che mi è stato davvero utile, dal momento che sono impegnata a scrivere una tesi sul linguaggio politico. Quindi, grazie mille! Inoltre, vorrei chiederti un consiglio. Devo scrivere qualcuno sul linguaggio di Bersani, ma a differenza di Berlusconi o Vendola, in giro si trova davvero poco. Per caso potresti suggerirmi qualcosa? Grazie ancora, scusa il disturbo!

  56. Pingback: Bersani #pb2013: la svolta personalizzante - Giovanna Cosenza - Il Fatto Quotidiano

  57. Pingback: La giustezza della comunicazione di Bersani | 20centesimi

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