Stage: ma se i giovani nemmeno lo chiedono, un rimborso spese, che si fa?

Faccio parte della commissione tirocini del corso di laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna, e come tale faccio da anni una battaglia quotidiana, su questo blog, in aula, via mail, negli incontri faccia a faccia con gli studenti, per informarli che possono chiedere almeno un rimborso spese per il tirocinio curricolare. La legge non lo prevede, ma se si diffonde la consapevolezza del fatto che si può chiedere e ottenere – mi sono detta – e se i ragazzi cominciano a rifiutare stage non pagati né rimborsati, be’, forse le aziende un po’ alla volta sono costrette ad adeguarsi.

Non tutti gli stage finiscono male. Alcuni proseguono

Batto e ribatto sullo stesso chiodo quasi tutti i giorni. Altrettanto fanno la Repubblica degli stagisti e il Manifesto dello stagista. Eppure, ancora oggi, quando il/la giovane di turno mi scrive o viene a trovarmi per chiedere la mia autorizzazione, in quanto tutor docente, a svolgere un certo tirocinio, alla fatidica domanda: «Hai chiesto e ottenuto almeno un gettone di rimborso spese?», queste sono le risposte. I nomi sono inventati, ma le risposte sono vere e provengono tutte da giovani fra i 20 e 22 anni: ho stralciato le mail più rappresentative fra centinaia di scambi negli ultimi anni (fra parentesi quadre i miei commenti):

Anna: «Per il rimborso spese non ho osato chiederglielo [non ha osato!] perchè lo studio è a cinque minuti da dove abito [tutta casa, tirocinio e chiesa] per cui non ne vale neanche la pena dato che lo raggiungo in modo pressoché gratuito.»

Paolo: «Il titolare della ditta al momento non è intenzionato a corrispondermi alcun rimborso. È una persona tanto buona quanto lunatica [poverino!] e quindi non escludo che alla fine dello stage mi possa retribuire qualche indennità [come un regalo?]. Anche in passato ho collaborato con lui per il progetto di un dépliant, andato a buon fine, e anche se non era prevista alcuna retribuzione, successivamente nei vari contatti la ditta ha fatto riferimento a un premio in denaro, ma ciò sino ad oggi non si è verificato» [ma nonostante l’esperienza negativa, il ragazzo insiste].

Luca: «Non abbiamo parlato di rimborso spese, anche perché l’azienda si è convenzionata per mia richiesta [e allora? conviene anche all’azienda, oltre che al giovane], e non volevo avanzare troppe pretese anche se “sacrosante” [notare le virgolette: come se Luca non ci credesse, che sono sacrosante]. Comunque sono fiducioso che il mio contributo sarà “premiato”» [ancora il regalino al bimbo bravo].

Giulia: «A dir la verità non l’ho chiesto, ma per un semplice motivo: non ce ne sarà bisogno [!], perché ci arriverei tranquillamente in bicicletta e in pausa pranzo [tutta casa e tirocinio anche lei] riuscirei a tornare sempre a casa [w la mamma!]. Hanno già ospitato altri tirocinanti (che vedo abitualmente in biblioteca durante le ore di studio) e, a tal proposito, mi sono informata preventivamente da loro [la giovane scrive poi di averlo fatto perché legge il mio blog] e mi hanno confermato di essersi trovati bene: i responsabili sono stati disponibili e corretti» [insomma non mangiano i bambini…].

Marco: «Il tirocinio non sarà retribuito e devo ammettere che rientro probabilmente nella categoria di chi ritiene normale e giusto accettare tirocini gratuiti, come lei dice sul suo blog. In particolare ritengo forse accettabile fare questo tirocinio poiché lo considero come una possibilità per fare esperienza e non come un dovere da espletare necessariamente per conseguire crediti (e le assicuro che molti colleghi la vedono unicamente così). […] La mancanza di retribuzione o “volontariato” che dir si voglia, è un prezzo che sono disposto a pagare in questo caso» [Marco appare più consapevole,  ma ha ormai deciso di accettare e a me non resta che autorizzarlo].

Roberto: «Non ci sono rimborsi spese, ma questo non è un problema perché l’agenzia si trova vicino casa mia [di nuovo: è la motivazione più diffusa]. Il lavoro è lavoro di ufficio abbinato all organizzazione dell evento, ossia accompagnare la titolare a un convegno, fiera o quel che sia, seguire l’organizzazione dell’evento e ovviamente aiutare… tutto qua» [pare tutto meno che un tirocinio interessante, eppure Roberto è pronto a farlo. Perché chi si contenta gode, o perché lo considera un obbligo per ottenere crediti, come diceva Marco?].

Elena: «Per quanto riguarda il rimborso effettivamente non l’ho chiesto perchè credevo non lo desse nessuno [ma dove vive?], devo essere sincera… In ogni modo mi sono informata e dove lo vorrei fare io non c’è possibilità, però ci tengo a farlo lì e ne farò a meno se non si riesce ad avere purtoppo…» [infatti non sono riuscita a dissuaderla]

C’è poi chi mi chiede l’autorizzazione addirittura a tirocinio già cominciato. Dopo un rimprovero da parte mia e la fatidica domanda, in genere rispondono come Claudia:

«Il tirocinio comunque l’ho trovato nella lista dei tirocini unibo [e allora? ce ne sono migliaia, di aziende convenzionate con Unibo], è molto interessante e mi stanno facendo lavorare all’organizzazione di un congresso, con fondazioni bancarie e rappresentanti regionali, purtroppo non è retribuito ed è uno stage di 3 mesi. Lunedi vado a prender tutte le carte all’ufficio tirocini, pensa che possa esser un buon tirocinio?» [l’ingenuità della ragazza è disarmante].

Ma per fortuna c’è anche chi, dopo tre quattro mail o dopo un colloquio approfondito (ma che fatica, ragazzi!), alla fine mi scrive:

«Grazie prof. Dopo averci pensato e ripensato ho deciso che l’azienda non fa per me. Ora ne cerco un’altra e le so dire.» Evviva!

Insomma, in tanti anni mi sono fatta una statistica personale: non è rappresentativa di altro all’infuori della mia esperienza, ma tant’è. Su 100 ragazzi e ragazze che mi chiedono l’autorizzazione a svolgere un tirocinio curricolare, solo 10 sono già consapevoli, perché si sono informati, hanno letto il mio blog o altri siti, hanno chiesto ad amici e parenti. E una 20ina riesco a convincerli io a cambiare azienda, per ottenere almeno un piccolo gettone di rimborso spese. Ma gli altri 70?

93 risposte a “Stage: ma se i giovani nemmeno lo chiedono, un rimborso spese, che si fa?

  1. Mi chiedo: quando dovrebbe iniziare a emergere la consapevolezza? Prima è e meglio è, questo è sicuro. Sarebbe bello se fossero le famiglie in primis a educare i figli a fare valere questi diritti basilari, ma dalle risposte dei tuoi studenti emerge che non è così.
    Allora dovrebbe essere la scuola, già dalle medie inferiori, a trasmettere questi principi, ma già di educazione civica se ne fa poca…
    E se fossero le università a specificarlo sin da prima dell’iscrizione, nelle attività di orientamento per gli studenti dell’ultimo anno delle superiori? Potrebbe anche essere un di più promozionale: “la nostra università è convenzionata con centinaia di enti e aziende che accolgono tirocinanti, tirocini in cui è possibile, per voi, il rimborso spese”, cose simili…
    Però non solo è raro che avvenga anche questo (almeno, per la mia esperienza, che però risale ormai al 2004, magari nel frattempo le cose sono cambiate), ma a volte, al contrario, la possibilità del rimborso è chiaramente scoraggiata. Conosco una scuola che organizza dei master che sono fatti bene e terminano con degli stage validi (non ti fanno fare le fotocopie e basta, insomma), ma comunque i loro organizzatori ti sconsigliano vivamente di chiedere il rimborso.
    Insomma, di fronte a messaggi così contrastanti è difficile che emerga una consapevolezza diffusa, se non su periodi molto lunghi…

  2. Diciamo che da un lato sta al buon senso dell’azienda/imprenditore riconoscere un gettone, anche se si tratta di tirocinio formativo di un mese o poco più. Conosco piccole realtà che lo fanno e grandi realtà che non lo fanno.

    Capisco anche il ragazzo che può non avere il coraggio di chiedere: magari per una questione di personalità, ma anche perchè in certi ambienti l’ultima cosa che ti senti di fare (purtroppo) è chiedere qualcosa.

    Secondo me, bisogna armarsi di coraggio. Sempre. Non intimorire davanti al datore di lavoro, al manager, all’imprenditore. Il collaboratore ha dei diritti, e quei diritti vanno fatti valere.

    Mi perdoni l’espressione, ma nella mia piccola esperienza, sto imparando che bisogna sempre avere la faccia come il c***

  3. Hai perfettamente ragione Giovanna. Sono stata in Francia per uno stage e lì i ragazzi francesi mi dissero che i loro tirocini sono regolamentati e pagati 830% del minimo salariale, tickets restourant e metro) perchè loro hanno PRETESO che lo fossero. E noi? In ogni caso continua a lottare e “never doubt that a small group of committed people can change the world”..🙂

  4. Non lo chiedono perchè significherebbe, nel 90% dei casi, sentirsi dire “le faremo sapere” lasciando il posto allo stagista successivo. Tralasciando certo chi non lo fa perché ha paura o ormai si è convinto di non averne diritto.

    Per come la vedo io, nessuno dovrebbe più accettare stage gratuiti di nessun tipo. Ma nemmeno a 200 euro al mese + bonus finale per 8 -10 ore. Ma sa, come disse un personaggio che offre nella sua azienda solo stage gratuiti “Bisogna imparare la cultura del lavoro”

    Il problema è che il sistema è drogato e dipendente dagli stagisti a basso costo, a tal punto che le strategie aziendali spesso li prevedono come parte integrante. Scusi lo sfogo ; )

  5. Io sono d’accordissimo con quanto ha scritto, ormai sono alla fine del mio tirocinio, che ho svolto LONTANO da casa ma con la forma mentis di “Marco”. Ed effettivamente ora me ne pento, non è per neinte giusto.

  6. quando lavoravo come rappresentante degli studenti alla commissione tirocini a Cesena a Scienze dell’Informazione (realtà ben diversa, c’è da dire), potevamo tranquillamente permetterci di rispedire al mittente le richieste di affiliazione delle aziende che non prevedevano neanche un minimo rimborso spese, dato che la maggioranza proveniva da aziende fondate da ex studenti che capiscono come dovrebbe funzionare la cosa

  7. Io ora sono senza lavoro, non ho abbastanza esperienza per avere un contratto e, grazie alla nuova legge, non posso più fare stage perchè “laureata da più di 12 mesi”… eppure non mi pento di aver rifiutato stage gratuiti, perchè credo che ognuno di noi valga. Certe aziende mi ricordano i campi di concentramento nazisti, che al loro ingresso avevano come messaggio di benevenuto la barbara scritta “Arbeit macht frei” (che in tedesco significa: “Il lavoro rende liberi”). Niente di più cinico e falso, più di 50 anni fa e ora. Tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto, compreso rifiutare uno stage in una nota azienda perchè il responsabile con cui avevo fatto il colloquio mi inviò messaggi sul cellulare privato nell’attesa della mia risposta sull’accettazione o meno dello stage. Bisogna aprire gli occhi ragazzi. Convincersi che si vale e tanto e avere il coraggio di dire, no grazie.

  8. Sono appena rientrata da uno stage di sei mesi in Francia. Lì si che la parola “stage” è degna di rispetto: si percepisce una retribuzione fissata dalla legge (talvolta è pure di molto superiore), ci sono i buoni pasto, i trasporti sono pagati, ci si sente parte integrate dell’azienda, si conoscono i propri tutor e con loro si discute e dialoga in maniera costruttiva. Tutte cose che in Italia ho raramente trovato. I ragazzi francesi mi hanno detto che i loro tirocini sono regolamentati e pagati perchè loro hanno PRETESO che lo fossero. Del resto la Francia è un Paese noto per “fare di tutto pur di ottenere qualcosa”. I loro scioperi mettono ko il Paese. E noi? Per quanto resteremo ancora in questo dormiveglia? In ogni caso io come te giovanna continuo a lottare perchè “never doubt that a small group of committed people can change the world”..🙂

  9. @Silvia
    hai ragione, il lavoro non rende liberi e non è una laurea che conferisce un valore alle persone.
    Condivido la tua rigidità nel non prostituire i frutti del proprio lavoro. Nel frattempo come fai a vivere?

  10. Lo stage non dovrebbe proprio esistere, è un’apostrofo inesistente tra le parole ” non ti pago” siamo noi che dobbiamo rifiutare stage e tirocini infiniti.

  11. gentile professoressa, le rispondo tristemente. Io stessa ho fatto un tirocinio non pagato, che ora si è trasformato in una collaborazione di 5 mesi, pagata 600 euro al mese senza buono pasto (36 ore alla settimana).
    Nel mio caso, quando ho accettato il tirocinio, non avevo la minima idea di poter richiedere un contributo spese, davo per scontato che tutti fossero gratuiti. Inoltre, non avrei avuto il coraggio di chiederlo, perché sono anni che mi sento dire che gli studi che ho fatto sono assolutamente inutili, che i laureati italiani non troveranno mai lavoro, che sono una ragazza e quindi comunque farò più fatica… ed ecco che, leggendo le sue riflessioni, mi sono resa conto che… mi hanno convinta!
    Mi hanno convinta, è l’unica ragione: ci hanno convinto che non troveremo mai nulla, quindi ogni occasione professionalizzante noi la cogliamo, grati e stupidi, come se fosse un regalo che ci fanno!
    Sicuramente, finchè non ci scrolleremo via questa patina di insicurezza, non otteremo nulla: dovremmo imparare da quegli studenti francesi di cui parlava qualcuno prima!

  12. Forse una causa profonda di questi comportamenti è la debolezza, in Italia, di una cultura delle regole, a cominciare da quelle più elementari (non si lavora gratis), e della competizione meritocratica di mercato (valgo tot: se mi vuoi, mi paghi tot, altrimenti cerco un compratore migliore).

    Molti di noi, me incluso, tendono invece a praticare una cultura corporativa: coi pari si solidarizza e non si compete scopertamente, e quindi neanche si pensa abitualmente a se stessi nei termini del proprio valore di mercato. E con l’autorità ci si fa valere collettivamente piuttosto che individualmente — valendosi dei principi, largamente riconosciuti e rispettati, che regolano la competizione individuale.

    Esempio tipico di cultura corporativa: il lasciar copiare a scuola. Da noi è quasi un obbligo morale, nel mondo anglosassone è invece vissuto dagli studenti stessi come sleale violazione delle regole di una giusta competizione.

    Non dico con questo che la cultura corporativa non possa avere in certe situazione certi vantaggi. Ma in Italia è forse troppo forte, essendo anche diventata meno adatta al mondo attuale.

  13. Purtroppo questo problema riguarda tutti, chi lavora da dipendente e chi svolge lavoro autonomo, laureati e non laureati, che si svolga lavoro in forma di impresa o professione la situazione diffusa è sulla medesima lunghezza d’onda: la compressione delle retribuzioni e dei ricavi. Ad aggravare la situazione la pressione fiscale che è sempre più pesante.

  14. Un aiuto per gli stagisti a farsi valere — solo un aiuto per chi vorrà servirsene — verrà probabilmente dal nuovo Codice del lavoro, che il nuovo governo approverà prossimamente. E’ fra le cose richieste dall’Europa, e Monti è sempre stato molto favorevole.

  15. Non ho approfondito ma pare che questi siano i diktat dell’europa

    1) mercato del lavoro: modifica della contrattazione collettiva in favore di accordi a livello dell’impresa;
    2) pensioni: innalzare l’età pensionabile e parificarla per uomini e donne;
    3) pubblica amministrazione: adeguare salari e produttività, e promuovere la mobilità;
    4) ordini professionali: liberalizzare;
    5) beni dello Stato: privatizzare.

    http://crisis.blogosfere.it/2011/11/spread-ecco-cosa-chiedono-per-lasciarci-in-pace.html

  16. Bella discussione.
    Il mercato e’ fatto di domanda e offerta.
    Finche’ le famiglie continueranno a viziare i propri figli ci sara’ sempre qualcuno disposto a lavorare gratis (tanto paga il papi) e questo rovina il mercato per tutti.

    Comunque casi di successo ce ne sono. Se le universita’ tenessero un po’ di contatti con gli ex alunni credo che potrebbero organizzare dei begli incontri tra chi e’ riuscito a fare il salto e chi ancora non osa nemmeno provare

  17. @Federico Lovat
    La tua tesi è sbagliata poiché le dinamiche di equilibrio tra domanda e offerta sono completamente alterate attraverso la legge.

    Secondo te chi non lavora gratis e quindi resta disoccupato da chi è mantenuto?

  18. Nella lettera di Draghi e Trichet si accenna a questo in modo sintetico:

    “Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.”

    Sia Draghi sia Monti hanno sostenuto pubblicamente, in modo più dettagliato, una riforma che limiti il prolungamento nel tempo dei lavori a tempo determinato e favorisca invece fortemente un passaggio progressivo a lavori a tempo indeterminato.
    Questo renderà molto meno aleatorie le prospettive di assunzione per i giovani. Conseguentemente anche per gli stagisti si creerà un ambiente in cui più facilmente potranno farsi valere per ottenere un rapporto di scambio più equo con le aziende.

  19. Carissima Giovanna,
    seguo il tuo blog da lontano, da Bruxelles dove lavoro per il Forum Europeo della Gioventù (European Youth Forum, http://www.youthforum.org). Il Forum è la piattaforma delle organizzazioni giovanili in Europa e forse l’unica organizzazione che fa lobby per gli interessi dei giovani a livello europeo. Il tema degli stage ci sta molto a cuore, come puoi immaginare. Lo riteniamo chiave nel quadro (sconsolante) della situazione delle politiche per l’impiego giovanile nel nostro continente.

    Per questo motivo, il Forum sta promuovendo una Carta Europea per degli Stage di Qualità, in cooperazione con Membri del Parlamento Europeo (Emilie Turunen, MEP danese di 27 anni), La Repubblica degli Stagisti e altre organizzazioni attive a livello europeo, come Génération Précaire in France and Intern Anonymous in the UK. La Carta Europea contiene degli standard di qualità per gli stage e vuole essere un contributo concreto per rendere gli stage uno strumento formativo di qualità per tutti i giovani europei e non un’altra forma di lavoro precario formalizzato.

    Il testo integrale della Carta è disponibile su http://www.qualityinternships.eu. Per sostenere il progetto, abbiamo anche creato una pagina Facebook: http://www.facebook.com/qualityinternships.

    Qui sotto, vorrei condividere con te e con i tuoi lettori anche la mia esperienza per quanto riguarda gli stage:

    Mi sono laureata nel 2008 all’Università di Bologna, in Scienze della Comunicazione Pubblica, Politica e Sociale. Ho prima ottenuto la Laurea Triennale a Siena, nel 2005 in Scienze della Comunicazione. Entrambi i corsi di Laurea prevedevano degli stage curriculari come requisito necessario per ottenere il titolo.

    Nell’estate 2005, poco prima di laurearmi (in pari, esattamente 36 mesi dopo la mia immatricolazione), ero alla disperata ricerca di questo benedetto stage. Dopo diverse ricerche, ero indecisa se arrendermi ad uno stage economico e “sotto casa” ma vuoto di contenuti o se buttarmi a capofitto in uno stage interessante e formativo ma fuori casa (io di Firenze, residente a Siena per gli anni dell’Università, lo stage a Rovereto, provincia di Trento). Entrambi, non solo non retribuiti, ma senza neanche l’ombra di un rimborso spese. Ho scelto il secondo, chiesto un prestito alla mia famiglia e sono partita per un’estate a fondovalle nel profondo nord Alpino. Volevo fare la giornalista, entro nella redazione di Osservatorio Balcani, scriverò la mia tesi sulla guerra in Bosnia e il ruolo dei media nel favorire l’intervento della NATO nel 1992.

    Altro giro, altra corsa, altra Laurea. You gotta love the Bologna Process. Ad inizio 2007, ero a Bologna, con un solo esame ancora da dare (ostico, Giglioli, volevo 30…) e nessuna idea di che argomento di tesi volessi studiare, pendeva su di me una maledizione: i 10 crediti ECTS equivalenti allo stage.

    Ancora una volta: dilemma. Ancora una volta una ricerca estenuante dello stage “con rimborso spese”. Ancora una volta, impossibile da trovare. Vorrei fare uno stage in un organismo europeo, per respirare aria nuova, per capire se (come penso) potrò lavorare sulle strategie di comunicazione dell’Europa rivolte ai giovani, con un’ipotesi su come la comunicazione europea sia (possa essere) veicolo di educazione alla cittadinanza attiva. Il mio corso di Laurea si focalizza sulla Comunicazione Pubblica, mando mail alle rappresentanze in Italia della Commissione Europea e del Parlamento Europeo (a Roma e a Milano). Settimane di attesa, e poi: da Milano mi rispondono che sono molto interessati e mi fissano un colloquio per la settimana successiva. Senza rimborso spese, mi ritrovo sul primo Eurostar della mattina, leggendo Comunicazioni europee e Libri bianchi sulla gioventù.

    Il colloquio è cordiale, ma ci dispiace, non possiamo offrirle nessun rimborso. Ma tutti gli stage europei sono pagati (è sul vostro sito), provo timidamente ad avanzare qualche richiesta, seppur parziale di rimborso. Lo stage per noi è atipico, si giustificano, prendere o lasciare. Milano, vi assicuro, è carissima. L’Eurostar per tornare a casa a Firenze ogni weekend pure. Ho guadagnato più punti Trenitalia in quei 3 mesi…. Ma, it’s the European Union, baby! E tanti stage sono non pagati, almeno questo è “prestigioso”, ho pensato, poteva andarmi peggio!

    Nonostante tutto, probabilmente grazie ad uno stiramento al legamento al ginocchio che mi tiene bloccata a casa ad inizio 2008, mi laureo.

    Per fortuna, dopo queste esperienze “gratuite” mi sono detta, BASTA. Dopo la laurea, mai più stage non pagati.

    Non è facile, le aziende non ti offrono niente, neanche i buoni pasto. Le istituzioni neanche, sono tutti stage atipici se non sei tra i pochi fortunati che riescono a spuntarla e sono selezionati per i programmi di stage alla Commissione Europea o al Parlamento tra migliaia di colleghi stranieri che hanno molta più esperienza di te. Le ONG? Non hanno i soldi, e poi: è per una buona causa…

    Alla fine, mi viene incontro l’UE. Il Fondo Sociale Europeo, prima, grazie al mio Comune, Firenze, vengo sovvenzionata per uno stage sul territorio con 900 EUR per 3 mesi di stage. E’ poco, ma alla fine, sono “sotto casa” e mi copre le spese vive senza dover chiedere ancora soldi alla mia famiglia. Durante lo stage partecipo a progetti europei, entro in contatto con organizzazioni con cui lavoro ancora oggi, viaggio in tutta Europa.

    Il programma Leonardo, poi, grazie all’Università di Bologna. Avevo fatto, in tempi non sospetti (cioè Ottobre 2007), domanda per una borsa per uno stage di 5 mesi all’estero. Opzione 1: Valencia, Spagna – in una web tv per giovani europei. Opzione 2: Bruxelles, Belgio – in un’organizzazione giovanile che organizza un evento in cooperazione col Parlamento Europeo. Vinco la Borsa per il Belgio, per un valore totale di 4000 EUR, 800 EUR al mese, calibrata sulle spese del paese ospitante. European Youth Press, l’organizzazione che mi ha offerto lo stage, mi offre l’alloggio come benefit del contratto, un risparmio non indifferente.

    Grazie a quest’esperienza entro in contatto con lo European Youth Forum, e pochi mesi dopo, faccio domanda per la posizione di Media and External Relations Coordinator. Vengo selezionata, sostengo un colloquio e una prova pratica e inizio a lavorare allo Youth Forum 2 giorni dopo la fine del mio stage Leonardo.

    Here I am.

    Tutto questo per dire che… Stage senza rimborso e stage rimborsati (o meglio retribuiti) sono stati equalmente importanti per arrivare alla mia posizione lavorativa attuale (stabile – ho un contratto di 5 anni e ben retribuita). Con due note a margine.

    1. Sono stata abbastanza fortunata nell’aver incontrato, nella maggioranza dei casi, degli stage formativi di qualità. In cui sono stata effettivamente in grado di imparare qualcosa e di sperimentare in modo pratico le mie conoscenze accademiche.

    Qualità prima di tutto, con obiettivi formativi concordati con l’azienda/istituzione, con un tutor di stage competente che sia in grado di seguire lo stagista nel percorso formativo, con una valutazione finale che permetta allo stagista di individuare le competenze acquisite.

    2. Per me, il punto di non ritorno, è stata la Laurea Magistrale. Ed è una differenza non da poco. C’è un baratro di differenza tra l’essere studenti e l’essere laureati e tra effettuare stage prima o dopo la Laurea.

    Gli stage formativi curriculari sono inseriti in un periodo di studi ed è nell’interesse dello studente che essi siano facilmente individuabili e perseguibili. Essi dovrebbero essere sostenuti dall’Università e da altre istituzioni pubbliche per quanto riguarda borse di studio. In questa direzione vanno il programma Leonardo e Erasmus Placement dell’UE e altre borse a livello regionale, voucher formativi e quant’altro.

    Gli stage extra curriculari, effettuati dai giovani laureati, sono assolutamente differenti. Dovrebbero essere trattati come contratti di lavoro veri e propri, con l’unica caratteristica che è la formatività degli stessi a determinarne lo specifico carattere di apprendimento rispetto ad un contratto d’impiego temporaneo.

    La mia esperienza non è certamente universalmente valida, ma credo che rispecchi (con qualche fortuna!) l’esperienza di molti giovani come me, non solo in Italia, ma in Europa.

    Per gli stagisti d’Europa, è il momento di rendersi conto dei loro diritti e di rivendicarli nel momento in cui accettano uno stage. Rimborso, formazione, valutazione, contratto. Sono diritti.

    Spero che questo lungo commento/lettera non ti abbia annoiato troppo.

    Grazie,
    Letizia

  20. Ma che linguaggio forbito per dire che…

    @Ben ma come parli??? ma come parliiii???🙂
    “limiti il prolungamento nel tempo dei lavori a tempo determinato”
    traduci prego…

  21. Professoressa, ma che giovani ci sono in giro? Possibile che farsi prendere per i fondelli sia uno sport? Quando capiranno che tirocini e stage sono una fregatura?

  22. Mi rifiuto di farli, non trovo giusto non essere retribuiti per cose per le quali altri vengono pagati, va bene anche il contratto a tempo determinato, ma con tutti i giusti diritti, compresi i contributi per le pensioni!

  23. Praticamente un compendio della magagne sociali e culturali che affliggono il Paese, dall’etica del compromesso estremo al mantenimento dei giovani in uno stadio infantile e in un’identità di eterni scolari…
    Perché i “bimbi bravi” come Giovanna giustamente li definisce, se accettano le mansioni assegnate senza fare storie, talvolta persino confidando in una gratifica non preventivata, agiscono in pratica come scolaretti diligenti: hanno 20-22 anni ma è come se ne avessero 15 o meno, probabilmente vivono l’università e il tirocinio come una tappa neppure finale di un percorso scolastico e obbligato, dov’è più importante uscirne con una pagella ben timbrata che con una buona formazione…
    Il che mi pare in linea col fatto che spesso selezionano l’ente o l’università in base alla breve distanza da casa, così appena finita la mezza giornata di dovere c’è il piacere che li attende con famiglia e amici, insomma continuano a vivere in una dimensione da adolescenti in età scolare…
    Ma c’è da meravigliarsi, visto che persino di fronte a fatti come una rissa, ho sentito definire i 20enni “ragazzini” da una barista di Campo de’ Fiori, pochi mesi fa? pur senza toni troppo indulgenti disse “erano gente di qui, ragazzi, o meglio ragazzini, 20 anni, insomma ragazzini” (!!)

  24. @Enzo Corsetti
    secondo te perché molti hanno l’approccio che hai descritto?
    Accadrebbe lo stesso se l’università fosse, come dovrebbe, un luogo di studio e di ricerca libero e appassionato e non solo una fabbrica di certificati d’esame?

  25. “limiti il prolungamento nel tempo dei lavori a tempo determinato”
    = impedisca di rinnovare di continuo un contratto di lavorio precario, senza passare entro un dato tempo a un contratto di lavoro stabile

  26. Chiedere un rimborso ad un datore di lavoro non è facile ma è un diritto. Bisogna essere ben convinti delel proprie capacità ma allo stesso tempo essere abbatanza umili per capire fino a dove si può arrivare. Non basta dire che tirocini e stage sono una fregatura, perchè non è così. Perchè all’estero funziona meglio tutto il sistema dell’ingresso del mondo del lavoro?! Perchè la classe politica italiana è quello che è, ok. Ma anche perchè, fattore secondo me fondamentale, i giovani vengono resi consapevoli prima dell’iscrizione all’università. Sono convinta che non si si può laureare in Comunicazione (sono laureata in giornalismo, quindi riconosco la fondamentale importanza di queste facoltà e di chi le frequenza o ci insegna) e poi accettare uno stage senza rimborso perchè il settore è saturo o perchè è vicino casa o perchè non si ha voglia di “sbattersi” a cercare e chiedere. Bisogna essere consapevoli al momento dell’iscrizione a cosa si andrà incontro. Accettare uno stage senza rimborso significa semplicemente ammettere la propria sconfitta davanti al mondo, sminuirsi pur di “stare impegnati” prolungando un periodo della propria vita a discapito di un altro, rendendosi perfettamente sostituibili l’uno all’altro (le fotocopie le san fare tutti). E magari poi anche lamentandosi che dopo vari stage non si trova lavoro. Ma se fin’ora l’hai fatto gratis??

  27. @ariaora
    Probabilmente hai ragione, però allora significa che quel degrado dell’università e della scuola è avvenuto essenzialmente nell’ultimo quindicennio… perché non si comportavano affatto da scolaretti i miei colleghi di università, parlo dei primi anni ’90, e neppure le mie compagne di scuola superiore verso la fine del liceo a fine anni ’80: erano quasi tutte persone già consapevoli del loro valore e disposte a farsi valere!
    Ero semmai io, a vivere quel percorso come uno scolaretto diligente fino a poco prima della laurea, guarda caso perché ritenevo di non avere alternative, cioè mi ero lasciato inculcare l’idea che non avrei ricevuto la minima considerazione senza una laurea… e-forse-pure-dopo-con-quella, come peraltro è poi avvenuto, quindi potrebbe essere questa una spiegazione.
    Ossia: chi ritiene non avere chances si deresponsabilizza, si limita a sopravvivere, ripiegandosi sul suo orticello; il che non significa che i primi colpevoli siano gli studenti e tirocinanti, ma piuttosto chi schiaccia la loro coscienza di diritto e di valore propagandando la strategia del compromesso estremo per sopravvivere.

  28. @Ben
    scrivi “= impedisca di rinnovare di continuo un contratto di lavorio precario, ”

    Intendi dire che la legge attuale permette di rinnovare di continuo un contratto precario? non ci credo.

  29. @Enzo Corsetti: “chi ritiene non avere chances si deresponsabilizza, si limita a sopravvivere, ripiegandosi sul suo orticello; il che non significa che i primi colpevoli siano gli studenti e tirocinanti, ma piuttosto chi schiaccia la loro coscienza di diritto e di valore propagandando la strategia del compromesso estremo per sopravvivere.”

    Sono assolutamente d’accordo con te, era quello che avevo provato a dire, senza riuscirci probabilmente🙂

  30. il problema è che finché la legge permette alle aziende di scegliere se pagare o non pagare il tirocinio loro decideranno di non pagare.
    è la legge che va cambiata. gli studenti non sono ingenui, sono coscienti della loro impotenza.

  31. @ ariaora

    sono stato impreciso: intendevo rapporto di lavoro precario, che può assumere tante forme oltre al contratto, che permettono ora di aggirare la legge.
    La proposta (di Ichino, sostenuta da Monti e Draghi) è di semplificare la legislazione in modo da rendere tutto ciò non più conveniente per le aziende, oltre che vietato.

  32. Mi faccio una domanda, ma quante aziende che offrono tirocinio sono popolate da ex-tirocinanti che provano poi un senso di vendetta nel fare soffrire gli altri e sottometterli all’ingiustizia di un tirocinio non ricompensato ? Chi offre tirocini/lavoro non retribuito e’ totalmente privo di etica e merita l’isolamento da parte di tutti, dico tutti, i nostri giovani [che poi sarebbe anche l’ora che si svegliassero questi giovanotti e chiedessero con forza delle regole in tal senso].
    Queste ditte [fatico a chiamarle aziende] devono rimanere schiacciate dal mercato perche’ chi e’ privo di etica non ha diritto di esserci.

  33. @Enzo Corsetti
    parli di assenza di chances come se NON fosse una realtà (dici “chi ritiene”), come se la condizione di sudditanza fosse frutto di un’idea immaginata che genera una sorta di annichilimento (di cui si sottintende quindi la responsabilità, una mancanza di volontà).
    Non sono d’accordo, la situazione che determina la reazione è vera, concreta e si dovrebbe dire che quando capisci che ogni tua azione sarà vana allora è probabile che non agirai e in un processo circolare alimenterai la condizione di sudditanza.

    Sugli anni ’80 ho una pessima opinione, mi ricordo gli yuppies e tanto basta. Credo che il decadimento sia iniziato in modo particolare proprio nella seconda metà degli anni ’80.

  34. @Maurone
    L’etica nel mercato non conta niente. Un’azienda che fa contratti precari avrà meno costi e sarà più competitiva. Basta che un’azienda lo faccia e tutte le altre dovranno seguire lo stesso stile. L’azienda che non lo facesse sarebbe costretta a praticare prezzi più alti e sarebbe estromessa dal mercato fino a fallire.

    Tu quando compri qualcosa compri dove trovi il prezzo più basso o dove trovi quello più alto?

  35. @ariaora
    L’assenza o scarsità di chances è realtà effettiva, come io avevo accennato riferendomi proprio alla mia esperienza, dicendo “come peraltro è poi avvenuto”, riferito alla minima considerazione prima e dopo la laurea, ma giustifica solo in parte l’atteggiamento di sudditanza… perché almeno i giovani dovrebbero essere incoraggiati a lottare per cambiare le cose, mentre scoraggiarli in partenza diventa una sorta di profezia che prepara da sé il suo avverarsi.
    Un tirocinante non può sapere che ogni sua azione sarà vana prima di aver fatto una moltitudine di tentativi, ma nelle parole dei tirocinanti riportati da Giovanna non c’è soltanto rassegnazione, c’è anche la mancanza di coscienza del valore del proprio lavoro, c’è la percezione anche autonoma di valere poco, che deriva dal sentirsi dire che non sanno fare niente e che lo studio non vale niente… Certo si potrebbe obiettare che quanti dicono così hanno ragione, cioè molti affermano che è vero che i laureati escono dall’università senza saper “fare” niente ecc., e allora di lì il discorso sulla qualità della formazione e sul distacco da questo mitologico “mondo del lavoro” (come se professioni e mestieri funzionassero tutti con dinamiche uguali), il discorso qui si amplierebbe troppo…

  36. C’è poco da filosofeggiare, gli yuppies????, troppi ma, forse, perchè…ho letto dei gran discorsoni qua dentro!!!…quando, in realtà, si tratta di fare, di passare alla pratica, senza FARSI TROPPE PARANOIE… chi, cosa, l’azienda… si tratta solo di chiedere il rimborso, perchè il lavoro svolto va pagato.

    Dobbiamo banalmente CHIEDERE SEMPRE IL RIMBORSO SPESE…c’è poco da dire!!!! ma, molto da fare per ottenerlo! Onestamente non mi sembra una roba così infattibile. Poi, non è detto che te lo concedano, ma almeno chiedilo, no?!

  37. CHE NOIA!CHE BARBA ,CHE NOIA, DISCORSI TRITI E RITRITI!
    sarebbe bello che ognuno di noi faccia concretamente qualcosa nel suo piccolo, se tutti facessimo la stessa cosa e ci credessimo, qualcosa potremmo ottenere, invece le persone si crogiolano nel loro vittimismo(crisi economica, si la sentiamo tutti c’è ,ma FAI qualcosa per migliorare le cose, nel tuo piccolo, cm per es chiedere il rimborso spese) e si perdono in discorsoni lunghi e melensi. Che noia! non dobbiamo aspettare che le cose si facciano da sole, che arrivi qualche santo che ci salvi da questa situazione tremenda(crisi economica e non solo, morte dello spirito e delle buone intenzioni)Le cose si cambiano partendo dal basso,(da noi), non dall’alto,(da loro)

  38. Un’esperienza personale per dare un contributo alla riflessione.

    Laureata a fine ottobre e a spasso da un mese, sentivo già il peso dell’inutilità sociale. Spedivo curricula a destra e a manca e nell’attesa dissi di sì a una amica che mi proponeva di fare la commessa nelle casette del mercatino di natale…10 ore al freddo a vendere coperte di pile!

    il mese trascorso assieme agli altri “elfi natalizi” mi permise di conoscere la commessa della casetta dietro la mia. Parlando del più e del meno, mi suggerì di inviare un curriculum anche all’azienda dove suo marito era socio.

    Non ho mai saputo se il colloquio ottenuto fu dovuto alle cioccolate calde bevute assieme o a quanto scritto nel mio scarno A4 di neolaureata. Fatto sta che dopo 40 minuti di piacevole chiacchierata, mi disse con gentilezza e trasparenza: “mi sembri in gamba, ma attualmente non stiamo cercando un profilo come il tuo”.

    Avrei potuto ringraziare ed uscire, un po’ delusa.
    E invece mi uscì dalla bocca una frase che ancora oggi mi domando da dove la presi: “Vi darebbe fastidio se lavorassi qui da voi GRATIS per un po’? Invece che stare a casa ad aspettare che rispondano, mi faccio un’esperienza per poter scrivere una riga in più nel curriculum”

    L’espressione spiazzata del mio interlocutore fu seguita da un esitante “beh, vediamo come si può fare”

    TRE GIORNI DOPO avevo una postazione, potevo andare e venire quando volevo (ovviamente) ma mi coinvolsero subito in un interessante progetto, con riunioni e gruppi di lavoro.

    UN MESE DOPO il titolare mi fermò sulle scale per dirmi “A noi non piace tenere le persone senza pagarle..troviamo un sistema per riconoscerti qualcosa”

    TRE MESI DOPO un impiegato trovò un lavoro più vicino a casa.
    Il profilo combaciava con il mio…ero lì tra i piedi🙂 ….fui assunta senza battere ciglio.

    OGGI sono 10 anni che lavoro lì, l’azienda si è evoluta e io con essa, sono responsabile di un ufficio con 4 addetti e ogni tanto mi viene in mente quella frase detta senza pensare.

    Riflessione:
    la fortuna (in questo caso un’azienda etica) è qualcosa che si trova se ci si mette nelle condizioni giuste e ogni tanto queste condizioni passano per una strada stretta che sembrerebbe non portare da nessuna parte…ma che magari, svoltato l’angolo, si apre su un bellissimo parco!

    A noi la capacità di scegliere le strade giuste.

  39. Quant’è vero quello che scrivi Giovanna! E il problema ancora più grave è che questo tipo di mentalità poi ovviamente continua anche con i primi contratti: tantissimi miei coetanei “non osano chiedere”, come dicono molti di questi esempi che tu riporti, perché danno per scontato che il lavoro, seppur malpagato, sia una concessione che non ci si può permettere di trattare! Si deve solo ringraziare di averne avuto uno, come se fosse piovuto dal cielo. Non c’è nulla di cui meravigliarsi quindi se poi le aziende ci marciano e a chi avanza qualche minima e sacrosanta richiesta rispondono prontamente, «ma di che ti lamenti? ci sono centinaia di tuoi coetanei che vorrebbero fare il tuo lavoro a condizioni molto peggiori! guardati intorno!». Il cambiamento deve partire anche da noi, hai ragione, grazie per quello che stai facendo! Elena

  40. Mi viene in mente che forse, in questo caso, una facoltà come quella di lettere e filosofia, visto anche l’alto numero di iscritti, potrebbe impegnare qualche risorsa nell’ organizzare una o due occasioni di orientamento sui tirocini per renderli consapevoli dei loro diritti (mi vengono in mente le riunioni per gli erasmus in uscita) invece di lasciare così tanto all’iniziativa e alla cura dei singoli docenti. Certo non tutti quei 70 c’andrebbero ma magari 35 si. (Se poi queste occasioni esistono già chiedo scusa per il commento fuori strada)

  41. Io la mia opinione l’ho già scritta qui: http://www.ilcorpodelledonne.net/?p=8447 sul blog di lorella zanardo.

  42. scusate, http://www.ilcorpodelledonne.net/?p=7912 il link giusto credo sia questo, comunque mi riferisco alla seconda lettera da parigi, per la rubrica “lettera da…”

  43. Sono Anna, nonché Camilla.

    Ci tengo a rendere esplicito il mio nome poiché nonostante lo pseudonimo conferitomi dalla Professoressa mi sono sentita presa in causa perché le parole sono identiche a quelle della mia mail.
    Probabilmente il cambio del nome è stato fatto dalla Professoressa poiché non voleva violare la nostra privacy, ma l’ha fatto ugualmente pubblicando una parte della mail. Aggiungo che la mia mail è completamente decontestualizzata, infatti, nello scambio di mail per esteso si parlava di gettone ed io in seguito ad aver detto che non osavo chiederlo avevo specificato che avevo sbagliato termine.
    Oltre a ringraziare la Professoressa di pubblicare così liberamente le mail ricevute dagli studenti che, facendo il loro giretto quotidiano sul blog, se le ritrovano spiattellate in faccia senza alcun mezzo termine, non ritengo giusto il fatto che MIE parole dette quasi confidenzialmente alla professoressa siano rese pubbliche in internet cui centinaia di persone (a dir poco) posso accedere.

    Tralasciando questo che lo considero un discorso marginale, credo che bisogna soffermarci, più che sulla consapevolezza, su altri valori.
    Prima di tutto vorrei porre l’accento che uno studente che accetta un tirocinio non pagato NON è assolutamente uno studente inconsapevole né tantomeno è colpa della famiglia che non l’ha ben educato. Soffermatevi sul fatto che in pratica il tirocinio è diventato una tappa obbligatoria per raggiungere la laurea. A questo punto cos’è obbligato a fare uno studente universitario? La strada da seguire è una e unica: fare un tirocinio!

    Da quello che so il 90% dei tirocini non sono pagati e probabilmente quelli che lo sono allo studente non interessano minimamente.
    A questo punto se uno seguisse la strada della CONSAPEVOLEZZA le alternative sarebbero due: fare un tirocinio a cui si è completamente disinteressati ma pagati oppure non laurearsi (parlo del mio caso nello specifico ma immagino che come me ci siano altri mille studenti).

    Il punto è che la prima istituzione che dovrebbe avere consapevolezza è l’università stessa.
    Se si da così tanto peso all’opera retribuita ( non fraintendetemi, lo ritengo giusto) allora che cambiassero le modalità del tirocinio; che affiliassero solo quelle aziende che sono disposte a pagare lo studente; che imponessero l’obbligo del “gettone”.

    Parlando della mia esperienza io sarò più un peso che altro per l’azienda in cui farò il tirocinio e questo solo perché al posto che farmi fare segreteria, fotocopie e quant’altro mi insegneranno il lavoro passo per passo, partendo dalle basi, e non sarò di alcuna utilità li dentro. Ci sono persone che pagano fior fior di soldi per fare quello che sto facendo io ed io cosa dovrei fare? chiedere un gettone inesistente? Rimborsi immaginari per cose in cui non spendo? Direi di no!
    Le trasferte che farò con l’azienda saranno pagate da loro e uguale i pasti (nella mail originale si parlava anche di questo ma nella parte che ha pubblicato la professoressa ciò non risulta!).

    Pertanto io mi definisco consapevole al 100% di quello che sto andando a fare e sono altamente felice di farlo poiché anche se non è un tirocinio pagato è ciò che vorrei fare nel mio futuro e un ottimo trampolino di lancio. Nel mio caso non sono io a fare un favore all’azienda ma è l’azienda a fare un favore a me.

    In quanto studentessa che ha chiesto l’approvazione da parte della professoressa Cosenza vorrei dare un consiglio alla stessa: se trova così divertenti le nostre mail da potersi permettere di fare battutine sul nostro conto quali “casa, chiesa e tirocinio” non accetti in partenza i nostri tirocini poiché ci mette in una situazione di totale imbarazzo, visto che, come lei ben sa, il suo blog è seguito da tantissime persone e anche da me. Proprio per questo motivo prima di rendere pubbliche le mie parole poteva semplicemente contattarmi.

    Specifico che non vorrei risultare assolutamente offensiva, maleducata o quant’altro; credo che anche la professoressa non volesse assolutamente denigrarci. Ci tenevo solo a dire la mia in veste di “Anna: casa, chiesa e tirocinio”.

  44. @giada
    il discorso “filosofico” comportamentale non l’ho introdotto io.
    Ho citato gli yuppies degli anni 80 solo perché @Enzo Corsetti parlava di quegli anni così “perché non si comportavano affatto da scolaretti i miei colleghi di università, parlo dei primi anni ’90”. Non condivido il parere e non mi dilungo.

    Quello che dicevo all’inizio è che il problema è molto più grave del rimborso spese per gli stage, riguarda molte categorie diverse per fascia di età e tipo di lavoro.
    Come ho già scritto c’è stata una generale e progressiva compressione delle retribuzioni e dei ricavi (quindi riduzione degli stipendi e dei guadagni da lavoro in generale). Approfondire tutto il discorso qui non è possibile come diceva @Enzo Corsetti che prendeva giustamente anche in considerazione altri elementi.

    Per chiarezza non solo sono contraria a lavorare gratis, quando poi magari lo stage consiste nel fare fotocopie (come mi disse tempo fa una persona), ma penso che nessuno dovrebbe essere costretto a lavorare per compensi ridicoli.
    E comunque attenzione a lamentarsi per gli anni di studio. Studiare è anche un privilegio, e non si studia solo per trovare un lavoro. E questo lo si capirà forse troppo tardi quando non tutti potranno scegliere di studiare come sta già accadendo.

    Una precisazione sull’essere pratici: non significa dare un ordine che tutti dovrebbero eseguire senza ragionare in proprio. Essere pratici significa verificare sul campo, considerare il reale.

  45. Camilla, grazie per aver scritto, ma tranquillizzati: non sei tu l’Anna della mail. È vero che hai scritto parole simili a quelle, ma decontestualizzate il senso cambia, le sfumature cambiano, come tu stessa dici. E non c’è nessuna violazione della privacy da parte mia, non solo perché ho cambiato il nome nel testo originario che ho postato, ma perché ora ho pure cancellato il cognome che tu avevi messo.

    Non hai bisogno di fare coming out, Camilla, non devi, per un semplice motivo: Anna non è nessuno dei ragazzi e delle ragazze che mi hanno scritto, presi individualmente. Anna è un insieme, una composizione di comportamenti simili che, ti assicuro, sono centinaia da quando faccio parte della commissione tirocini. La stessa cosa vale per Roberto, Claudia e così via.

    Come ho composto i testi che ho pubblicato? Ho fatto taglia e incolla da mail reali e le ho decontestualizzate proprio perché nessuno potesse autoriconoscersi o essere riconosciuto da amici e parenti. Dunque è vero che quei brani sono reali. Ma non ha senso che nessuno/a si ritenga deriso/a o spiattellato/a in pubblico: nessun/a ragazzo/a in carne e ossa è davvero qualcuno/a di questi personaggi, che sono una composizione di mille comportamenti sparsi in tanti ragazzi diversi. Dunque nessuno/a può sentirsi davvero chiamato in causa, se non nella misura in cui riconosce un pezzetto di sé in quei personaggi.

    Ma di qui a dire che io «faccio battutine» sui singoli ne passa, cara Camilla; non faccio battutine, cerco di aiutare.

    Ora ti senti arrabbiata con me, ma sei sicura di orientare bene la tua rabbia? Non dovresti piuttosto orientare la tua rabbia verso il mondo? impegnandoti per dare il meglio di te, e poi rivendicando il tuo valore, chiedendo, pretendendo di trovare il tirocinio che più ti piace e che per giunta sia pagato?

    Sto facendo una battaglia, cara Camilla, proprio perché vedo decine di giovani rassegnati e disposti a tutto. Tu dici che l’università dovrebbe convenzionare solo aziende che pagano, aziende che rimborsano. Lo penso anch’io e l’ho detto molte volte nelle sedi preposte, ma la strada è lunga per motivi che qui sarebbe troppo complicato spiegare. Ci arriveremo, Camilla, ma ci vuole tempo.

    Intanto mi accontento della mia piccola battaglia quotidiana. Che secondo me passa dalla diffusione delle consapevolezza. È proprio per questo che ho deciso di scrivere questo post. È proprio per questo che ho deciso di renderlo più realistico facendo una composizione di taglia e incolla da mail che davvero mi sono arrivate.

    Volevo dare a tutti coloro che possono riconoscersi in una frazione di questi comportamenti una piccola scossa. E volevo pure farvi arrabbiare, è vero. Ma non contro di me, che cerco in tutti i modi di esservi alleata, in questa battaglia. La rabbia devi rivolgerla contro il mondo, cara Camilla, non contro di me che ti posso aiutare.

    Il problema è che forse ora sei arrabbiata più che altro con te stessa. Ma non devi neanche questo. Non sei tu Anna, ripeto. Ma fa’ di tutto per non diventare come Anna. Né col tirocinio né in futuro. E se dovevo pagare il prezzo di farti arrabbiare anche con me per dare a te e ad altri una piccola scossa, ebbene: sono felice di averlo pagato.

    Però mi viene in mente: non ricordo esattamente in questo momento la tua situazione particolare, ma se per caso vuoi cambiare tirocinio e cercarne uno remunerato, perché non ci proviamo? Quando vuoi, vienimi a trovare che ne parliamo.

  46. Anna nonché Camilla dice: “Il punto è che la prima istituzione che dovrebbe avere consapevolezza è l’università stessa.
    Se si da così tanto peso all’opera retribuita ( non fraintendetemi, lo ritengo giusto) allora che cambiassero le modalità del tirocinio; che affiliassero solo quelle aziende che sono disposte a pagare lo studente; che imponessero l’obbligo del “gettone” ”

    Io sono esattamente della stessa opinione. Lo studente che ha l’obbligo di fare un tirocinio curriculare, che deve da qualche parte iniziare a costruirsi delle competenze lavorative ( che l’università non insegna perché non è questa la sua funzione), che deve costruire la sua rete, non è nella posizione di poter ottenere un bel nulla. Chiedere può e deve certamente, ma non ha armi per ottenere alcunchè. L’università invece potrebbe prendere l’impegno di non affiliarsi a chi non da nessun tipo di rimborso, e intendo tutte le università d’Italia. Cosa succederebbe se le università non stipulassero più convenzioni di nessun tipo con chi offre stage non pagati?
    Mi sembra una strada più pratica rispetto all’aspettarsi uno “sciopero” dagli stage non pagati da parte della popolazione studentesca, che sarebbe giusto ma che richiederebbe un enorme sforzo e coraggio da parte di singoli individui, seppure in massa ( le università invece possono agire come istituzione).
    Giovanna Cosenza sottolinea un comportamento che non è causa ma conseguenza di questa situazione folle, e lo schernisce nei commenti tra parentesi. Per noi studenti, laureandi, laureati, la situazione è disperante, io non rido.

    Giulia

  47. Giulia, anche tu, per cortesia: non schernisco nessuno, cerco di scuotervi. Non rido di niente e di nessuno, sono semplicemente stanca di ripetere le stesse cose, stanca di combattere una battaglia che dopo tanti anni mi pare immane.

    All’ennesimo/a giovane che mi ha detto: «non ho osato chiedere», ho deciso di scrivere questo post.

    Cosa è causa e cosa è conseguenza? È un po’ la questione dell’uovo e della gallina, temo. Le istituzioni rispondono poco o lentamente? E allora cominciamo noi, mi sono detta. Ecco perché ho deciso di trattare questi temi sul blog. Ecco perché ho scritto questo post, che è più duro di altri, ne sono consapevole. Ma se può servire a dare la scossa a qualcuno, pago il prezzo di accettare che un po’ della vostra rabbia si rivolga anche contro di me. L’ho scritto anche in risposta a Camilla.

    Però attenzione: sono io l’obiettivo giusto? È con me che dovete arrabbiarvi?

  48. Prof, ho letto tutti i commenti sul blog, e sono arrabbiato, molto arrabbiato. Secondo lei, cambierà davvero mai qualcosa? Come ha scritto un altro ragazzo prima di me, chiedere un rimborso equivale a rifiutare lo stage/tirocinio, perché ci sarà sempre chi chiuderà la bocca e accetterà di lavorare gratis. E io continuerò sempre ad arrabbiarmi, sempre di più, inutilmente.

  49. Gentile dott.ssa,
    La seguo spesso e con molto interesse, ma credo che i suoi commenti a quelle che definisce “ingenuità” dei ragazzi siano un po’ eccessivi.

    Li spaventiamo, li torturiamo con programmi idioti in tv, una politica di corruzione e di uno stato di crisi che non ha mai fine e poi ci meravigliamo se non chiedono il rimborso?

    A me preoccupano perché sono disorientati, ma non trovo di che meravigliarsi o stupirsi. Sono il frutto della società che hanno loro prerarato.

    Cordialità,
    RP

  50. Incollo, come mi ha chiesto, i due messaggi di FB:

    i giovani non lo chiedono perché non lo sanno.
    Bisognerebbe che nelle convenzioni di stage sia chiaro, come nei contratti di lavoro: ci sono dei doveri ma ci sono anche dei rimborsi.
    Non si tratta di piccoli servi…
    Semmai di una burocrazia che occulta bene i diritti…

    Le università italiane mettono nelle mani degli studenti un vademecum dello stagista? Non credo…
    In uno stato in cui tutti si sentono in dovere di lavorare gratis perché tanto non c’è alternativa, è l’università che dovrebbe tutelare gli stagisti e spiegare cosa devono fare. Non sono le università che firmano le convenzioni con le aziende? Che le firmano a fare queste convenzioni se non tutelano gli studenti?

  51. printempseducation, lei dice: “Li spaventiamo, li torturiamo con programmi idioti in tv, una politica di corruzione e di uno stato di crisi che non ha mai fine e poi ci meravigliamo se non chiedono il rimborso?”

    Non mi sta bene questa rappresentazione dei ventenni come vittime passive. Sono giovani ma sono adulti, hanno il futuro nelle loro mani, se non parte da loro la spinta al cambiamento, da chi deve partire?

    Voglio scuoterli, voglio semplicemente tirare fuori il meglio da loro. E se serve qualche commento fra parentesi quadra di troppo, uso anche quello.

    A loro chiedo, come ho già fatto: sicuri che è con me che dovete prendervela? Per due commenti fra parentesi? A chi li rappresenta come vittime passive però chiedo: sicuro di fare il loro bene? sicuro che questa rappresentazione sia il modo migliore per aiutarli? Non è dicendo alla vittima che, tanto, è vittima e non ci può fare niente, che la si aiuta a non essere più vittima.

  52. Ho letto qua e là che qualcuno ha citato la Francia, dove vivo da tre anni.

    Gli stage hanno un rimborso pari a 416 euro (euro più euro meno, non l’83% dello smic!).

    Ma quando qui si fa uno stage c’è un contratto da firmare con tutti i diritti e i doveri dello stagista redatto dall’Università e dall’ente che accoglie. E lo stagista è obbligato a leggerlo prima di firmarlo (letto e approvato firma).

    Le Università italiane fanno così? E perché è complicato pretendere che le Università scelgano solo stage pagati?

  53. printempseducation: ora sono molto stanca per risponderle in modo circostanziato. Prometto che tornerò sul tema «cosa può fare l’ateneo (e non la singola docente poveraccia)» coinvolgendo anche altri colleghi.

  54. A Parigi, i miei amici/amiche che facevano stage, erano TUTTI/E pagate almeno quanto bastava per mantenersi (e sto dicedo a Parigi, non a Maccaretolo..)

    Non capisco perchè in Italia sembra una cosa cosi fuori dal mondo.

  55. @giovannacosenza
    “Non mi sta bene questa rappresentazione dei ventenni come vittime passive. Sono giovani ma sono adulti, hanno il futuro nelle loro mani, ”
    Scusami è comprensibile che non ti piaccia la rappresentazione, tuttavia corrisponde alla realtà.
    Non capisco poi il parallelo con gli “adulti” come se gli adulti avessero il futuro nelle loro mani…

    @Riccardo Pinardi
    Secondo wikipedia il tirocinio in Francia è pagato il 30% del salario orario minimo (SMIC)
    http://it.wikipedia.org/wiki/Tirocinio

    Quanto tempo dura il tirocinio?

  56. ariaora, mi sono espressa male… l’avevo detto, che sono stanca!🙂

    Volevo dire: sono giovani, ma anche adulti (Uno a 20 non è un bimbo che va accudito.) Ma in più i ventenni devono avere la consapevolezza che il futuro è nelle loro mani, se vogliono. Anche il futuro di un adulto è nelle sue mani: solo che è un po’ più corto. E sempre più corto, man mano che uno diventa sempre «più adulto»…🙂

  57. santeparole, Giovanna, “cominciamo noi”, i vittimismi non servono a niente, e se da soli ci sentiamo troppo vulnerabili, colleghiamoci. Grazie, pubblico il tuo post nel nostro gruppo, dove discutiamo di tematiche di categoria in cui l’alternativa “vittimismo inconcludente/presa di coscienza attiva” è da sempre oggetto di discussione.

  58. @giovannacosenza
    In linea teorica, ma nella pratica non credo che sia così. Ad esempio, se esistono leggi che autorizzano il precariato, quello esisterà indipendentemente dalla volontà di un giovane, o di un adulto.
    Si possono eventualmente fare scelte coraggiose, rifiutare ogni forma di prostituzione di sé e degli altri, ma questo comporta delle conseguenze e/o ritorsioni e quindi, è vero che si sceglie il futuro, ma gli esiti non sono necessariamente positivi e utili, anzi.
    E allora penso che non si possa dare alcuna responsabilità alle nuove generazioni, anzi gli adulti dovrebbero scusarsi e vergognarsi per aver consegnato questo mondo.

    Ma per stare sul tema e capire l’entità del problema particolare, quanto tempo dura il tirocinio?

  59. Scusa, @ariaora, ma in base al tuo ragionamento dovremmo essere ancora all’età della pietra😉 Le nuove generazioni si sono spesso, se non sempre, dovute battere per guadagnarsi spazio, rispetto, opportunità. Se i ventenni (ma anche i trentenni di oggi) sono imbelli, non è certo solo “colpa” loro, ma anche vederli solo come vittime passivi, non rende onore né a loro né alla realtà, a mio parere. Anche perché poi su questo stesso blog Giovanna ci racconta spesso anche storie di ventenni che “ce la fanno”. Purtroppo sono casi singoli.

  60. Il mio intento non era assolutamente quello di esprimere rabbia, anzi, credo che questa sia una tematica che va affrontata su piani diversi e il mio punto di approdo voleva essere appunto questo.
    Credo sia fondamentalmente inutile parlare esclusivamente di tirocini non remunerati e di studenti che li accettano passivamente poiché questa è solo una goccia d’acqua in un oceano, il problema è altrove, soprattutto nel nostro paese.
    In primo luogo credo sia da considerare il sistema politico/legislativo. Dato che credo sia troppo lungo parlarne qui e considerato che la mia preparazione in materia non è elevata, basterà dire che finché esisterà la possibilità di scelta a livello legislativo riguardo alla remunerazione, è quasi logico che il modello che andrà per la maggiore sarà quello del tirocinio pressoché gratuito.
    Nessun tipo di istituzione si preoccupa di tutelare studenti, stagisti e tirocinanti, cosa che invece in altri stati europei succede. Sempre prendendo in considerazione il modello francese, ogni giovane disoccupato che ne farà richiesta, avrà a disposizione un servizio sociale utile ad indirizzarlo verso il lavoro nel miglior modo possibile, seguito fino all’inizio dell’attività da psicologi e assistenti. Inoltre in Francia è lo stato stesso a contribuire alle spese dei giovani che fanno qualcosa per iniziarsi ad un futuro lavoro (parlo per esperienza di un amico). In Italia questo assolutamente non succede e la domanda viene spontanea: se non lo fa lo Stato perché devono farlo le singole aziende?
    E’ proprio in questa direzione che vorrei spingere la mia riflessione: il marcio è posizionato molto più in alto di quelle che sono le singole aziende e gli studenti non posso fare altro che muoversi nel loro piccolo. Ciò implica il chiedere il rimborso perché è lecito, ma di certo non è funzionale astenersi dal tirocinio che, anche se gratuito, è pur sempre formativo, obbligatorio e in molti casi può essere estremamente piacevole.
    Concludo dicendo che il mio è un discorso estremamente generale e che se si dovesse affrontare punto per punto non basterebbe una giornata. Le toppe da mettere sono tante ed è giustissimo quello che dice la Professoressa , ognuno di noi deve provare a contribuire nel proprio piccolo a risanare la situazione.
    Credo che chi, come me, accetta un tirocinio non retribuito non lo faccia per rassegnazione, ingenuità o quant’altro; credo lo si faccia per la pura volontà di svolgere quell’attività e per iniziarsi ad un futuro secondo i propri desideri, costi quel che costi.

  61. Cari ragazzi,
    io a 19 anni avevo il mondo intero che mi rompeva le palle che dovevo andare a lavorare per qualcun altro (sennò non era un vero lavoro) e roba così.
    Insomma ho ignorato tutti e aperto la partita iva, ho iniziato a trovarmi i clienti per i fatti miei, e già nei primi mesi guadagnavo più dei miei colleghi universitari che pure lavoravano, oggi tiro avanti. Non ho i privilegi dei lavoratori a tempo indeterminato, pago un sacco di tasse ma sicuramente non lavoro gratis (trad. non sono schiavo di nessuno e all’estero mi rispettano anche visto che la mia esperienza lavorativa non si basa sul portare in giro i caffè).

    Io sono stato circondato da molte persone che volevano che lavorassi per loro gratis, o a prezzi irrisori, e avevo la partita iva e mi presentavo come un professionista. Questi tizi ci sono ovunque, in tutto il mondo, e cosa sperano di ottenere non l’ho mai capito sinceramente.
    Comunque in quel momento, essendo giovane, alcuni di loro mi intimorivano allora usavo questo piccolo trucchetto mentale, mi dicevo “se io ora lo prendessi a pugni, lo ucciderei?”. Essendo io giovane e in forma, e loro spesso vecchi o magri come un grissino la risposta era sempre positiva, e forte del fatto che la cosa peggiore che può accadere se fai arrabbiare una persona è che ti ammazzi, e preso atto che la capacità di ammazzarmi quella persona non l’aveva, trovavo il coraggio di chiedere i soldi (con molta tranquillità eh, non vi aspettate scene strane), che mi comunque mi erano dovuti.
    Molti alla fine sono stati contenti di pagare, altri hanno deciso di rivolgersi ad altri e poi sono tornati con la coda tra le gambe, altri non li ho più sentiti e spero che abbiano trovato quel che cercavano.
    Nessuno è stato picchiato, e non ce n’è mai stata realmente l’intenzione, non vi preoccupate.

    Fatevi rispettare, SVEGLIA! Voi valete, non siete delle merdine, valete!

  62. @ilaria m
    non ho mai scritto che le nuove generazioni non si debbano muovere per ottenere un cambiamento. Ho detto che non possono essere colpevolizzati per come funziona il sistema e men che meno, eventualmente, per come li ha formati.
    I singoli casi di successo (?) non sono significativi, anzi, secondo me quando i casi sono troppo singoli significa che il sistema non funziona.
    E soprattutto bisognerebbe chiarire il concetto di successo.

    @Camilla
    Condivido molto di quello che hai scritto.

  63. Ciao Giovanna.. ti do del tu, mi permetto!
    Quando ho letto il titolo del post nel gruppo feisbucchiano dedicato alla RdS mi sono incuriosita ed eccomi qui!.

    Dunque.. noi giovani, io in primis, siamo ingenui e disinformati così tanto che spesso sembriamo spugne che assorbono tutto!!
    Da un lato le imprese sanno il fatto loro e purtroppo noi candidati possiamo fare poco (oltre a saper poco!).

    Una risposta alla tua domanda?
    Per la mia esperienza i giovani sono abituati, dagli adulti, a logiche davvero povere:
    – Se hai 20 e sei senza lavoro sei un essere “ignobile” che non può neanche dire la sua!
    – Se il ragazzo non trova lavoro, è colpa sua perchè la ditta ha sempre ragione!
    – Se hai 28 anni e sei precario, fai pena.. sai perchè? perchè non puoi farti carico di un mutuo che continuerai a pagare anche dopo essere morto!

    Tutto ciò, spesso, avviene nelle case e nel giovane genera una ricerca sfrenata del lavoro.. un lavoro a tutti i costi perchè così,dopo, può dire “IO ADESSO LAVORO”.. anche se si accetta di lavorare gratis, anche se si accetta il primo lavoro che capita.
    [voglio far notare ai ragazzi che con quel lavoro noi ci dobbiamo vivere quindi è bene fare scelte e, se è il caso, azzardare (con testa!)]

    Io ho rifiutato stage non retribuiti ma non perchè come dice Federico, qualche post più su, c’è qualcuno che mi mantiene.. assolutamente, se qualcuno si mette al mio posto mi farebbe i complimenti per le scelte ardue e la santa pazienza!🙂

    Altro aspetto se non hai un lavoro dietro casa sei “un problema” perchè ovviamente il lavorare lontano da casa implica costi/tempi diversi e il diverso non è sempre trattato bene, anche all’interno della propria famiglia!

    Insomma è la cultura in cui noi giovani ci troviamo che ci blocca, che ci porta a non azzardare un minimo, a dire sempre si, che ci porta ad accettare tutto.. perchè è più facile dire sempre si che andare contro corrente!!
    Buona serata

  64. ps: gli stage che mi sono stati proposti per la maggior parte erano gratuiti e da come presentati promettevano solo tanto sforzo.. solo con due sono “scesa a patti” e per fortuna, azzardando, sono riuscita ad ottenere una buona formazione umanamente e professionalmente parlo.. ho azzardato bene.. ma l’occhio vigila sempre!🙂

  65. @dino
    il discorso sulla partita iva dipende da molti fattori, bisognerebbe studiare il tuo caso in profondità ci sono molti fattori da considerare.
    Conosco un artigiano molto preparato tecnicamente, i prezzi di mercato di quello che produce sono molto bassi.
    Ebbene, ho detto a questo artigiano di provare a proporre dei prezzi più alti, di non cedere alle pressioni inevitabili. Mi ha detto “facile parlare, i prezzi sono quelli e non li stabilisco io, altrimenti non si lavora”.

  66. Pingback: Tirocinio, e lavoro sottocosto | ariaora!

  67. Sull’argomento avvio d’impresa vi segnalo questa discussione molto interessante:
    http://antoniomenna.wordpress.com/2011/10/08/se-steve-fosse-in-provincia-di-napoli/

  68. mi sembra di essere in mezzo a messaggi a dir poco schizzofrenici. Da un lato, ci si accusa di essere viziati, ignoranti, sbruffoni, di non abbassarci più a fare determinati lavori. Dall’altra, ci viene detto che siamo ingenui, che sarebbe meglio non fare tirocini non pagati perché ci diamo la zappa sui piedi da soli.

    Ma io vi chiedo una cosa: avete provato a dare una letta alle bacheche di offerte di lavoro ultimamente? Il requisito che salta più agli occhi è ESPERIENZA. Non mi danno un lavoro se non è esperienza, l’università nonn mi da esperienza, mentre studio mi danno solo stage gratuiti.
    E io che devo fare per farmi l’esperienza?
    Abito sul lago di Garda, di stagioni ben pagate ne ho fatte, e vi assicuro che guadagno molto di più a fare la cameriera che non a fare ciò che sto facendo ora in un ufficio, ma da qualche parte dovrò pur cominciare!

  69. @Emanuela
    la tua frase
    “mi sembra di essere in mezzo a messaggi a dir poco schizzofrenici”
    è perfetta
    togli pure il “mi sembra”🙂
    Una mia amica mi ha chiesto un consiglio
    http://ariaora.wordpress.com/2011/11/11/ha-trovato-un-lavoro-e-mi-chiede-un-consiglio/
    non so cosa dirle, se cominciare a farle discorsi schizzati, oppure stare con i piedi per terra.

  70. Mi sono laureata a marzo in Scienze della Comunicazione con la professoressa Giovanna Cosenza, che è anche il mio tutor per il tirocinio formativo.
    Mi chiedo se voi che vi siete sentiti presi in causa dal post della Prof. avete mai seguito una sua lezione, avendo così modo di “conoscerla” un pò. Io sì e sono sicura che le sue intenzioni non potrebbero mai contemplare lo schernire o “offendere” gli studenti.
    Riguardo ai tirocini formativi sapevo ben poco ed è stato grazie a lei e ai suoi consigli (sul blog, a lezione, a ricevimento) che ho potuto scegliere un tirocinio con rimborso spese, che tutt’ora sto svolgendo, scartandone molti altri che non erano retribuiti.
    Ho 23 anni e ho appena iniziato i due anni di laurea magistrale. Dopo anni e anni di studi tra liceo classico e università ho avuto voglia di provare ad inserirmi in un ambiente lavorativo vero e perchè no guadagnare qualche soldino per non gravare sempre e solo sui miei genitori. Prima e dopo la laurea ho cercato a lungo il tirocinio giusto, eliminando tutti quelli che alla voce rimborso spese dichiaravano un bel “NO”, finchè non ho avuto la possibilità di fare la richiesta presso l’Ente in cui avevo svolto anche il tirocinio curriculare, richiesta che è stata accettata. Ora sono al 6 mese di tirocinio e ricevo un rimborso spese che viste le condizioni di molti altri stage è discreto. Quello che voglio dire è che non avrei mai accettato uno stage che mi impegnasse 36 ore alla settimana senza un rimborso spese e questo anche grazie alla Prof.Cosenza che ci ha sempre spronato a non cedere a questi metodi. E’ sicuramente frustrante cercare e cercare un impiego senza trovare altro che stage gratuiti, ma non bisogna fermarsi e rassegnarsi! Bisogna saper dire di no! Detto questo non giudico chi accetta di svolgere stage formativi non retribuiti. Possono esserci tanti motivi, ma quando fate i colloqui almeno provateci a far valere i vostri diritti, che siate vicino casa o no state prestando un servizio a qualcuno che nella maggior parte dei casi ottiene aiuto a costo zero! Siamo giovani e abbiamo bisogno di fare pratica e formarci, ma non di essere presi del tutto in giro!

  71. ARIAORA:

    La questione è semplice, ma ti devi complicare la vita(non mi dilungo!hai scritto un poema omerico)ok!
    per me l’essere pratici, non significa dare un ordine che tutti dovrebbero eseguire senza ragionare in proprio DAI!RIDIMENSIONIAMO LA COSA,NON ho scritto come un despota terrorista!Non mi piace il tuo tentativo di farmi passare come tale. Ho solo detto che bisognerebbe praticizzare, ovvero non perdersi in ragionamenti trascendentali, quando il FARE è VISIBILE AGLI OCCHI: chiedere il rimborso(domandare è lecito, rispondere è cortesia,hahah!e fatti una risata!) Ho commentato l’articolo di Giovanna perchè la frase NON HO OSATO CHIEDERE IL RIMBORSO, mi ha fatto venire l’orticaria, l’orchite,avendola già sentita milioni di volte…(anche io ho accettato uno stage non retribuito,ma almeno ho triturato le palle a tutti per avere sto rimborso, le ragazze stagiste che lavoravano già li INVECE mi hanno detto:ma va la, cosa lo chiedi a fare il rimborso!io:senza parole.)

    STRINGENDO, perchè avrai capito che mi piace sintetizzare: Il mio commento nasce dalla stanchezza psicofisica di sentire sempre e ovunque:NON HO OSATO CHIEDERE IL RIMBORSO!!Tutto ruota intorno a questa frase, ASSURDA a mio avviso.

    Aria Ora, anche se non siamo d’accordo,grazie per la tua risposta (non sono ironica!).Grazie davvero e buona giornata.

    CIAO

  72. @giada
    d’accordo🙂 non ti offendere, io prediligo la sintesi al prolisso. Però, peccato che delle cose che ho scritto ti a colpita solo la citazione degli yuppies che poi era un tentativo (visti i risultati sbagliato) per riportare il discorso dal “filosofico” al concreto.

    Mi interessa molto il tuo punto di vista e mi farebbe molto piacere se tu e altri mi proponessero dei consigli per la mia amica di cui ho scritto sopra.

  73. Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione a marzo con la Professoressa Cosenza che è anche il mio tutot per il tirocinio formativo che sto svolgendo.
    Leggendo i vari commenti mi chiedo se le persone che l’hanno “accusata” di schernire o “deridere” con le sue affermazioni gli studenti abbiano mai seguito una sua lezione avendo così l’opportunità di conoscerla un po’. Io si e sono convinta che le sue intenzioni non potrebbero mai implicare né scherno né derisione, perché a differenza di tanti altri professori incontrati nel corso degli studi lei è una professoressa e una donna che tiene davvero ai suoi studenti, ai giovani in generale e al loro futuro.
    Riguardo ai tirocini formativi sapevo ben poco ed è stato grazie alla Prof. e ai suoi consigli (sul blog, a lezione, a ricevimento) se ho scelto un tirocinio con rimborso, scartandone molti altri che non prevedevano alcuna retribuzione.
    Ho 23 anni e ho appena iniziato i due anni della Laurea Magistrale, ma dopo anni di studi tra liceo e università ho sentito il bisogno di provare ad inserirmi in un ambiente lavorativo, per mettere in pratica le nozioni assimilate, capire cosa vorrei davvero fare in futuro e, perché no, guadagnare qualcosa. Prima e dopo la laurea triennale mi sono così impegnata nella ricerca dello stage giusto, eliminando a priori tutti quelli che alla voce “Rimborso Spese” dichiaravano un bel “NO” che mi ero abbastanza demoralizzata, sicura di non trovare niente. Alla fine ho fatto richiesta all’Ente dove avevo svolto il tirocinio curriculare di 3 mesi e sono stata presa. Ora sono al sesto mese e ricevo un rimborso che, viste le testimonianze altrui, si può considerare discreto (Anche se non ho buoni pasto nonostante i due giorni di rientro).
    Quello che voglio dire è che non avrei mai accettato uno stage che mi impegnasse 36 ore senza un minimo di retribuzione e questa fermezza è derivata sicuramente in buona parte dal continuo spronarci della Professoressa Cosenza a non cedere a questi metodi. Non metto in dubbio che sia frustrante cercare e cercare un impiego senza trovare altro che stage gratuiti! Perché lo è! Ma bisogna almeno provare a non rassegnarsi e avere il coraggio di dire un “NO” ad un colloquio anche solo perché non è prevista retribuzione! Detto questo non giudico chi accetta tirocini gratuiti perché ci possono essere tanti motivi o situazioni diverse. Ma che siate vicini o lontani da casa, state prestando un servizio a qualcuno che nella maggior parte dei casi ottiene aiuto extra a costo zero! Siamo giovani e abbiamo bisogno di fare tanta pratica e formarci, ma non di essere presi del tutto in giro!

  74. chiedo scusa se il commento appare due volte ma la prima volta mi si è bloccato il browser e ho riscritto tutto pensando che non l’avesse pubblicato!

  75. @M.Lucia
    Quelli che chiami “questi metodi” sono regole di mercato stabilite per LEGGE.

    Ti consiglio la rilettura di quello che ha scritto @Camilla perché ha scritto ben altro che una semplice lamentela per la citazione allegra delle frasi degli studenti.

  76. Mi scusi, non mi sono resa conto di essere entrata con il link del sito del movimento.
    Il mio nome è Rosa Piro.
    Cordialmente.

  77. Mi è ben chiaro che si tratti di regole stabilite per legge ma siccome è una scelta e c’è anche chi retribuisce quello che intendevo io è che non si deve accettare stage che non prevedono rimborsi, punto.

  78. @M.Lucia
    “punto” dillo a tua sorella🙂
    @Camilla ha fatto un suo ragionamento. Per una valutazione delle vostre scelte andrebbe fatta un’analisi qualitativa oltre che quantitativa, che non mi pare sia il caso di fare in questa sede.

    Certo, tutti sono liberi di scegliere. Sapresti darmi un consiglio per questa mia amica che non sa cosa fare? (trovi il link pochi commenti sopra, oppure sul link al mio profilo).

  79. Non era un’offesa e mi sembra che il tuo modo di rispondere a tutti i commenti sia un pò troppo “agitato”. Non ho giudicato Camilla e ho infatti detto che ognuno può avere i propri motivi per scegliere un tirocinio. Io il mio l’ho scelto per la qualità del lavoro e sono molto soddisfatta perchè è un’esperienza che mi sta formando. Ho solo detto che sicuramente non avrei accettato senza un minimo di rimborso. E comunque in questa discussione si stanno affrontando vari aspetti e io ho scritto per dire la mia su una cosa in particolare e cioè di come mi siano stati utili i consigli della Prof.Cosenza. si parla tranquillamente e si condividono le proprie esperienze e non vedo perchè tu debba usare certi toni. Detto questo, Buona giornata!

  80. Troppe comodità e troppa apparenza in circolazione.

  81. @M.Lucia
    Tu hai scritto “punto”, questo significa, “chiusa la discussione” non c’è altro da dire oltre ciò che sostieni tu. Spiacente, c’è anche il punto di vista di @Camilla e mi pare molto solido e per niente avventato.
    Dove sarebbe l’agitazione, puoi specificare meglio?

    Consigli per la mia amica niente?

  82. @M.Lucia: anch’io sono stata una studentessa del Professoressa e ho seguito il suo corso di Semiotica II e appunto per questo motivo so benissimo che non voleva deridere nessuno (cosa che ho specificato nel mio primo post). Mi hanno lasciata un po’o perplessa i commenti riportati nelle mail, nonostante io sappia benissimo che voleva essere un modo per spronarci attraverso del sarcasmo, anche se non lo ritengo giusto. Invece sono contraria al fatto della non accettazione di stage/tirocini che non prevedono rimborsi, ma ognuno ha la sua opinione e so bene che non volevi “giudicarmi” =).

    Come dice @ariaora bisogna fare un’analisi qualitativa. Per esempio ci sono persone che preferiscono fare qualcosa di veramente mirato alle loro aspettative piuttosto che qualcosa di più generico ma retribuito, i più fortunati riescono a trovare sia la qualità che la retribuzione, ma non sempre è così. Parlando secondo la mia esperienza ho deciso di fare un tirocinio non retribuito poiché rispecchia nel minimo dettaglio i miei desideri e un tirocinio uguale retribuito non l’ho trovato; se poi mi accorgerò nel corso del tirocinio che non farò quello che mi ero prefissata è ovvio che interromperò il tutto e ne troverò un altro.

    Il tutto sta nel saper valutare le proprie scelte nel modo giusto, chiedendosi soprattutto se si sta facendo la cosa giusta per se stessi. Come ha detto
    @ M. Lucia innanzi tutto bisogna valutare la qualità del tirocino e chiedersi se lo si reputa veramente formativo e interessante. Per questo motivo non bisogna fare di tutta l’era un fascio, ci sono casi e casi.

  83. Interveniamo solo ora e ringraziamo la professoressa per il lavoro che fa qui e tutti i giorni.

    Siamo perfettamente d’accordo: i giovani non sono solo vittime, ma ci dobbiamo svegliare. In tanti lo stiamo già facendo e questa è la nota positiva, ma bisogna continuare ed insistere!

    Grazie Giovanna!

  84. Il ragionamento di @Camilla è molto saggio ed equilibrato.
    In effetti risulta difficile immaginare che qualcuno che ti insegna un lavoro da zero sia anche disposto a pagarti (per quello che mi risulta gli insegnanti si fanno, giustamente, pagare). Un’azienda sarà disposta a pagarti, anche in questo caso giustamente, solo se rappresenti un profitto, o un investimento.

    Diverso il caso in cui lo stage consiste nel fare fotocopie (e quindi non ti insegnano nulla di rilevante).

    Ben più grave il problema dei compensi di lavoro genarali. Quanto tempo durano i tirocini?

  85. Pingback: No Free Jobs, tra mito e leggenda. Come tutto ebbe inizio. | WikiCulture

  86. Torno giusto giusto adesso da un colloquio in un’emittente televisiva dell’emilia romagna (se posso dire il nome 7 gold), in cui mi ero candidata per uno stage…
    Vado…tirocinio…giornata completa…farai un po’ il lavoro di redazione ecc..rimborso spese: non previsto.
    Dunque: premetto che io vengo da un’esperienza lavorativa, da contratti a progetti, sempre brevi ma sempre pagati, eppure poiché il contratto sta per scadere sono disposta a tornare indietro e fare un tirocinio…ma almeno che ci sia il rimborso spese…
    Non ho molto da perdere quindi lo chiedo: “come mai non c’è un rimborso spese? Un gettone di presenza?”
    Rsiposta: “non è previsto”.
    Io: “e le possibilità di rimanere in azienda dopo aver fatto lo stage gratuito per 6 mesi?”
    Risposta: “anche quelle, al momento sono zero, alcuni colleghi se non sono andati, e non sono neanche stati rimpiazzati, e non c’è proprio questa intenzione”.
    Io: “siete un’emittente televisiva, di certo non un’azienda familiare, possibile che non abbiate quei 200- 300 euro simbolici, da dare a uno stagista. Giusto per dire: lavori gratis, ma almeno non ci rimetti. Giusto per dire: ti sfrutto, ma non del tutto. Mi spiace accettare senza rimborso spese va contro i miei principi, al di là del fatto che io me lo possa anche permettere. E’ una questione di eticità.”
    ecc…

    Morale: me ne vado senza un tirocinio, avendo fatto forse la figura di quella venale che ha fatto solo perdere tempo…a mani vuote, tale e quale a quando sono arrivata, però ho fatto la mia parte e non mi sono piegata…ma quante volte ancora capiterà…? Perchè l’università non chiude definitivamente l’accordo con queste aziende? Mica è sempre obbligata ad accettare!
    Mi sento un po’ scoraggiata.

  87. @Flavia
    Perché dopo lo stage cosa ti aspetti? nel settore della comunicazione, come altri e forse più, lavorare circa gratis non è una rarità. Tutto sommato loro sono stati chiari, ti hanno detto che non ci sono prospettive per il futuro e non hanno bisogno di personale aggiuntivo. Quindi, perché dovrebbero pagarti e perdere tempo ad insegnarti?
    Parere mio, almeno in un caso ti sarebbe convenuto accettare:
    – se avresti imparato a fare un lavoro che non sai fare e che avrebbe potuto esserti utile per proporti ad altri.

    Il problema attuale è che il lavoro (dipendente, o autonomo in qualsiasi forma, professionale o d’impresa) non vale più niente ma è solo martoriato da leggi vergognose. Lo stage almeno ha un termine e serve per imparare un mestiere, il lavoro sottopagato dura tutta la vita. Bel sistema coccodè.

  88. Il problema è di scienze della comunicazione, che doveva essere a limitatissimo numero chiuso, poiché non serve tutta questa gente (con una preparazione da rivista) che per leggere due chiacchiere sembra stia studiando l’universo intero ( e poi esultano per un 24). E poi…i professori cosa avrebbero fatto nella loro vita?

  89. Caro Osho, grazie per aver portato anche qui lo splendido risultato dei pregiudizi contro Scienze della comunicazione. Basati su chiacchiere vuote come il tuo intervento anonimo, appunto.

  90. @Osho
    Lo studio è un diritto. Il numero chiuso andrebbe abolito come anche quei ridicoli test d’ingresso.
    Non c’entra niente scienze delle comunicazioni, c’è uno sfruttamento generalizzato del lavoro e leggi vergognose che inducono le piccole imprese alla chiusura e permettono lo sfruttamento del lavoro. Vergogna a chi permette che accada tutto questo.
    E’ in atto un esproprio massivo di risorse e quello che stiamo vedendo è solo l’inizio.

  91. osho, ciao!

    almeno lo sai chi è Osho!!!??
    è un grande maestro spirituale di un certo spessore, con la dote di risvegliare la mente vuota della gente come te!!

    Veniamo a noi SIGNORE DI POCO SPESSORE..
    penso che il problema sia tuo! e tuo rimane, per fortuna:
    l’insoddisfazione personale e l’assenza di idee originali sono mali che strisciano nel cuore di chi si nutre di superficialità. superficialità e lamento( inteso come bisogno impellente di rompere le palle) porta all’invecchiamento precoce..e alla morte dello spirito!

    Vuoi sapere qual’è la gente che rappresenta una piaga sociale!!!!??

    Chi rinuncia all’occasione di vivere, chi si crogiola nella VUOTEZZA dell’anima, chi è morto e non lo sa.

    I professori, gli studenti, tutti e dico tutti SERVONO, non sai quanto!

    Aspetto un tuo risveglio!
    (aspetto e spero, allora!hihihi)

  92. Si sono una fregatura e uno sfruttamento. Io però vi chiedo chi di voi è entrato in un qualsiasi studio o azienda direttamente con un determinato con una delle mille lauree che oggi vengono considerate carta straccia (come la maggior parte di quelle umanistiche)? Continuo a cercare annunci di lavoro e tutti offrono solo apprendistato o stage fino a 29 anni. Dopo i 30 che facciamo ci spariamo?

  93. e la cosa che mi fa ridere e piangere allo stesso tempo è che i datori di lavoro sostengono che lo fanno per te, perché ti offrono questa enorme opportunità di formarti , di imparare e poi… poi sei formato e torni a casina tua. La mia datrice mi sarà 300 euro e mi ha detto che avrebbe potuto darmi di meno quindi … beh .. grazie signora.

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