Archivi del giorno: lunedì, 14 novembre 2011

I discorsi di Berlusconi, Monti e Napolitano: vince Napolitano

Ieri sera attorno alle 21.00 abbiamo assistito, nel giro di pochi minuti, ai discorsi di tre presidenti: Berlusconi, Presidente del consiglio uscente, Monti, Presidente entrante, e Napolitano, Presidente della Repubblica.

BERLUSCONI

Il discorso di Berlusconi è stato, a detta di tutti, uno dei migliori degli ultimi mesi, tanto da poter essere accostato – come lui stesso ha fatto – a quello della discesa in campo nel 1994. Sono d’accordo, ma solo per quel che riguarda i contenuti strettamente intesi, e cioè senza minimamente tenere conto né del contesto, né della storia degli ultimi anni e mesi, né della performance. Il che però è impossibile, in politica come in qualunque ambito.

Il contesto e la storia recente rendono buona parte del discorso non credibile. Dice di aver «raggiunto molti degli obiettivi che ci eravamo prefissi fin dal 1994», ma non è così. Dice di voler «modernizzare l’Italia, riformando la sua architettura istituzionale, il suo sistema giudiziario, il suo regime fiscale», e di voler «liberare il nostro paese dagli egoismi e dalle incrostazioni ideologiche e corporative che gli impediscono di sviluppare tutte le sue meravigliose qualità e potenzialità», ma sono anni che lui e il suo partito si sono dimostrati troppo lontani da questi obiettivi perché oggi queste parole non suonino vuote.

Nella performance Berlusconi appare teso, stanco, provato: ha gli occhi fissi dell’animale impaurito che gli abbiamo visto diverse volte negli ultimi anni (vedi La faccia di Fini e Berlusconi). A un certo punto, verso la fine, sembra gli manchi pure il fiato: «Non mi attendo… [pausa lunghissima e respiro affannoso mentre scuote impercettibilmente la testa] riconoscimenti, ma non mi arrenderò finché non saremo riusciti a modernizzare l’Italia». Inoltre non sorride mai, se non in chiusura, ma lo fa in modo visibilmente forzato: «A tutti voi l’augurio di poter trasformare in realtài sogni e i progetti [è qui che tenta per la prima volta di sorridere] che portate nel cuore per voi e per i vostri cari [il sorriso si fa più più ampio, ma è sempre tirato]. Viva l’Italia. Viva la libertà».

Insomma l’unica emozione che Berlusconi esprime è la tristezza. Eppure, a leggere il testo del discorso, le emozioni a cui fa riferimento – da bravo ex comunicatore – sono molte: dopo la tristezza, che in effetti nomina all’inizio («È stato, consentitemi di dirlo, triste, vedere che un gesto responsabile e, se permettete, generoso, come le dimissioni sia stato accolto con fischi e con insulti»), ci sono la gratitudine («ringrazio comunque gli italiani, grazie per l’affetto, per la forza che ci avete trasmesso»), l’amore («Fu – e rimane – una dichiarazione d’amore per l’Italia»), l’orgoglio («Siamo un grande paese»), la determinazione («Non mi arrenderò finché…»).

Tante emozioni nominate, ma una sola davvero agita col viso e corpo. Una sola davvero espressa, dunque: la tristezza.

MONTI

Monti fa un discorso molto controllato dal punto di vista emotivo. Esprime gratitudine nei confronti della fiducia che il Presidente della Repubblica gli ha dato, parla di «grande senso di responsabilità», di «sfida del riscatto», di «sforzi», di «dignità e speranza», ma parla soprattutto di doveri («il paese deve vincere… deve tornare a essere… deve essere sempre di più elemento di forza», «lo dobbiamo ai nostri figli…»). Per tutto il discorso Monti esprime solo calma e autodisciplina, facendo molte pause fra una parola e l’altra, anche quando parla del «momento di difficoltà», del «quadro europeo e mondiale turbati», addirittura di «emergenza» e «urgenza».

Non sorride mai, se non rispondendo alla giornalista che gli chiede un riscontro sulle voci circolate sui ministri. Il sorriso, lievissimo e quasi beffardo («ho avuto poco tempo per leggere»), accompagna una netta smentita: «mi dicono che ne sono circolate molte in questi giorni [è qui che sorride], attinenti ai tempi e ai nomi: sono voci di pura fantasia».

È infine quasi brusco quando si sottrae alle ulteriori domande sui tempi: «Proprio per lavorare presto e bene vi saluto e vi ringrazio molto per la vostra attenzione».

Insomma Monti è freddo, ma non può che essere così, perché deve esprimere il massimo controllo della situazione.

NAPOLITANO

Il discorso del Presidente della Repubblica è un vero e proprio storytelling, come oggi va di moda dire, che serve a ricostruire ciò che ha fatto, il contesto e i motivi per cui l’ha fatto.

Napolitano ci rispiega (casomai non l’avessimo capito, noi e i politici che abbiamo votato) «la gravità della crisi finanziaria e dei pericoli di regressione economica dinanzi a cui si trovano l’Italia e l’Europa», regalandoci un bignami della situazione che include dettagli molto concreti: «Da domani alla fine di aprile verranno a scadenza quasi duecento miliardi di Euro di Buoni del Tesoro e bisognerà rinnovarli collocandoli sul mercato».

Mette a posto quelli che alludono alla scarsa democraticità di un governo tecnico: «Non si tratta ora di operare nessun ribaltamento del risultato delle elezioni del 2008 né di venir meno all’impegno di rinnovare la nostra democrazia dell’alternanza attraverso una libera competizione elettorale per la guida del governo».

È interessante come Napolitano riesca a distribuire per tutto il discorso, pur rimanendo sempre nei limiti della correttezza formale, valutazioni personali e pure qualche stoccata. Ricorda che aveva fatto di tutto perché le cose non finissero così: «dopo anni di contrapposizioni e di scontri nella politica nazionale, e di molti inascoltati appelli alla moderazione, a un confronto non distruttivo, a una maggiore condivisione e coesione su scelte e obbiettivi di fondo». Nel definire «Mario Monti, personalità indipendente, rimasta sempre estranea alla mischia politica», fa fare alla politica italiana la figura della «mischia», appunto. Nel raccontare le consultazioni con le forze politiche, placa ogni polemica sulle dimissioni tardive di Berlusconi con un semplice avverbio: le «dimissioni correttamente rassegnatemi dall’on. Berlusconi».

Nella mischia complessiva l’immagine che Napolitano ci offre di sé è impeccabile: «come Capo dello Stato ho seguito con scrupolosa imparzialità questo travaglio, rispettando il ruolo del Presidente del Consiglio e del Governo, in uno spirito di leale cooperazione istituzionale».

E conclude dicendo: «Non è tempo di rivalse faziose né di sterili recriminazioni. È ora di ristabilire un clima di maggiore serenità e reciproco rispetto.» Il che implica, ovviamente, che finora tutto ciò non c’è stato, mentre proliferavano «rivalse faziose e sterili recriminazioni».

Ma il meglio di sé, come persona, Napolitano lo dà rispondendo ai giornalisti: asciutto ma non brusco, gentile ma senza concessioni, lucidissimo e preciso anche senza leggere, liquida il chiacchiericcio mediatico di questi giorni con parole che spero restino a futura memoria: «Naturalmente se qualcuno si inventa prima che si fa il governo in due ore, poi i tempi risultano allungati, ma non si è mai detto con una base minima di serietà che bastasse un giorno, o ventiquattro ore, o tre ore. Come ha detto il professor Monti, farà nei tempi più brevi che consenta il necessario scrupolo per consultare, ascoltare, raccogliere tutti gli elementi e poi venire qui a dirmi se scioglie, come mi auguro, la riserva».

A chi insomma oggi mi chiedesse un buon esempio di leadership politica italiana, risponderei mostrando ciò che ha fatto Napolitano in questi mesi, fino a questo discorso finale. A chi mi chiedesse un parere sulla polemica fra giovani e anziani, in politica come fuori, risponderei definendo Napolitano il più giovane politico e comunicatore che al momento abbiamo. E per fortuna che c’è.