Archivi del giorno: lunedì, 21 novembre 2011

La rete italiana è provinciale… o sbaglio?

Ho aperto questo blog negli ultimissimi giorni del 2007. E da un paio d’anni ho notato una differenza, a cui all’inizio non facevo tanto caso, perché avevo meno visite e meno commenti. Poi, per mia fortuna, le visite sono gradualmente aumentate e i commenti pure. Tanto, che oggi questa cosa la noto moltissimo. È da un bel po’ che la noto. E allora la devo dire, perché non mi piace per niente.

Accade questo.

I love Italia

Se parlo di comunicazione politica italiana, le visite e i commenti s’impennano. A volte – dipende dal leader di cui parlo – anche in modo esagerato, ben superiore alle aspettative. Se invece parlo di un leader straniero e di un paese europeo (o extra, che è peggio), l’interesse cala drasticamente. Stamattina ho scritto di Mariano Rajoy e della Spagna, che pure è un paese vicino, che di recente ci è stato più volte assimilato, nel bene e nel male. Insomma, le riflessioni su quella situazione dovrebbero essere pertinenti anche da noi. Invece pare che di Mariano Rajoy non freghi niente a nessuno: lo vedo dai commenti (finora uno solo), dalle visite dirette al post, dalle ricerche che in rete si fanno su questo tema.

Può essere colpa di ciò che ho scritto io, qualcuno potrebbe obiettare. Se quel che ho scritto è poco interessante, non posso accusare gli altri di scarso interesse. È la prima cosa a cui ho pensato, naturalmente, perché non sono incline a nessun tipo di blog-narcisismo.

Ma temo che la spiegazione non sia questa: gli accessi a un post calano ogni volta che il titolo del post non si riferisce chiaramente a nulla d’italiota. Insomma, mi è capitato parlando anche di Francia, Inghilterra, nord Africa, Stati Uniti. A meno che non fossi così furba da girare la frittata (già nel titolo, eh) in modo che apparisse italocentrica.

Mi piacerebbe ragionare su questo: è un problema della rete? dell’Italia? della situazione storica particolare perché, data la crisi, siamo tutti impegnati a leccarci le nostre ferite, e degli altri sempre meno c’importa? O è un problema della piccola zona di rete che frequenta questo blog, che si è abituata troppo (e allora sì, che è colpa mia) a prestare attenzione solo a faccende italiane?

La destra grigio fumo di Mariano Rajoy

In Spagna si è chiusa ieri l’epoca Zapatero con la vittoria schiacciante del Partito popolare guidato da Mariano Rajoy, che ha ottenuto il 44,55% dei voti e 186 seggi su 350 nel Congresso dei deputati. Una bella rivincita per questo signore, di cui tutti da sempre sottolineano le scarse doti.

Molti commentatori internazionali simpatizzanti a sinistra hanno sottolineato nei giorni scorsi la mediocrità del personaggio e il vuoto di molti suoi discorsi durante la campagna. El País per esempio lo ha ritratto come uomo incline a rifugiarsi nel «depende». The Guardian come «master of ambiguity». E Le Monde ha messo in fila le tautologie di cui Rajoy ha infarcito la campagna: «Il cambiamento vuol dire che bisogna cambiare», «La migliore politica sociale è creare occupazione e gestire bene l’economia», «Creare occupazione è cosa buona per chi è disoccupato», «Faremo le riforme che impone il senso comune». Le riprendeva ieri su Repubblica Omero Ciai, ricordando che Rajoy «venne scelto da Aznar come successore perché sembrava il meno brillante e il più manovrabile tra i suoi delfini» («Ecco Mariano Rajoy, il tenace»).

Altri commentatori, meno duri, si sono limitati a sottolineare come in Spagna le elezioni non le abbia in realtà vinte nessun partito, ma la crisi economica.

Sta di fatto che, a sentire Rajoy negli ultimi giorni, la sua oratoria appare perfettamente adeguata ai tempi di crisi: mai nessuna esagerazione né promessa di troppo, ma in compenso:

  1. continui appelli all’unità di tutte le forze politiche e sociali;
  2. continua attenzione alle difficoltà di chi non trova lavoro e di chi l’ha perso;
  3. continui richiami all’orgoglio nazionale, al fatto che gli spagnoli sono migliori di chi li ha governati, alla volontà di riportare la Spagna in testa all’Europa;
  4. continui riferimenti al proprio coinvolgimento emotivo (si porta spesso la mano sul cuore), al fatto di mettercela tutta e infine, ieri, alla grande, grandissima felicità e gratitudine per la vittoria. Una felicità che dura solo una notte, ha precisato però Rajoy, perché «lunedì mattina sarò subito al lavoro».

Insomma, quando i tempi sono grigi, il grigio sta bene col grigio. Un po’ perché il fumo confonde tutto e chiunque può intenderlo come preferisce. Un po’ perché i toni dell’understatement sono più consoni alla serietà che la crisi impone.

Ma attenzione: in tempi di crisi il grigio funziona a destra come a sinistra. Anzi dirò di più: nel grigio anche i confini fra destra e sinistra si perdono. Ascolta infatti questi passaggi e domandati: non avrebbe potuto dire le stesse cose anche un leader di centrosinistra? Che differenza c’è?

«Chiediamo il voto agli spagnoli per il cambiamento, per la speranza, per rompere il pessimismo…»:

«Cambiamo la Spagna tutti uniti»:

Alcuni stralci del discorso di ieri, dopo la vittoria: