Si possono fare campagne per la sicurezza stradale senza stigmatizzare i disabili?

Ricevo da Simona Lancioni, del Coordinamento del Gruppo donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), una riflessione critica sull’ultima campagna per la sicurezza stradale «Pensa a guidare», lanciata dall’Ania (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici), che condivido e rilancio:

«Le campagne in tema di sicurezza stradale sono iniziative indiscutibilmente apprezzabili e tuttavia alcune scelte di comunicazione possono destare qualche perplessità.

Proprio nei giorni scorsi è uscita su Superando una riflessione critica sulla recente campagna lanciata dall’Ania. Il testo, a firma di Carlo Giacobini (vedi: «Un’immagine figlia di troppi pregiudizi»), si concentrava sul manifesto dell’iniziativa, che contiene tre scritte numerate: 1. Entrare in bagno accompagnati. 2. Passare molto tempo a casa. 3. Muoversi solo in carrozzina. Segue la raccomandazione: «Rispetta le regole della strada. Eviterai regole più dure a te e agli altri». Di lato, sullo sfondo, si vede un pezzo di sedia a rotelle manuale.

Ania, Manifesto per la sicurezza stradale

Pur apprezzando l’iniziativa, Giacobini osserva: «È però l’immagine della disabilità che trovo tragicamente foriera di distorsioni e pregiudizi. O forse è solo figlia di questi ultimi.

La disabilità come “castigo”, come “disgrazia”, come ineluttabile fonte di dipendenza dagli altri, di sofferenza di cui è responsabile il caso, o il non avere rispettato alcune regole. Subdolamente transita e ci permea il concetto che della disabilità non è mai responsabile il contesto; il contesto la subisce, la sopporta, la compatisce. Ne ha pietà».

Chi si occupa di disabilità, infatti, sa benissimo che molti dei disagi che interessano chi ha una disabilità sono legati più al contesto e alla mancanza di servizi adeguati che non alla condizione di disabilità.

La tentazione peraltro di persuadere a stili di vita corretti facendo leva sullo stigma negativo associato alla disabilità non è affatto nuova e talvolta si riscontra anche in prodotti realizzati da professionisti della comunicazione.

Un altro esempio? La campagna sulla sicurezza stradale «Mettici la testa» (vedi sotto), ideata e prodotta da Rai Educational di Giovanni Minoli, in collaborazione con Autostrade per l’Italia nel 2008. In essa si usa la testimonianza di Jacqueline Saburido, una ragazza del Texas che, all’età di vent’anni, nel 1999, mentre era in auto, venne travolta dalla vettura guidata da un giovane in stato di ebbrezza. Nell’incidente morirono due amici di Jacqueline. Lei venne miracolosamente salvata, ma subì quaranta interventi chirurgici ed è rimasta gravemente disabile e completamente sfigurata nel viso e nel corpo.

Il servizio mostra insistentemente il prima e il dopo di Jacqueline e quest’ultima riveste il ruolo della persona “che non vorremmo mai diventare”.

Anche in questo caso l’iniziativa è apprezzabile, ma l’atteggiamento con il quale si è indotti a guardare a Jacqueline è ben distante dall’invito al rispetto per la persona, qualunque siano le sue condizioni e il suo aspetto, tanto che viene da chiedersi se sia possibile fare campagne sulla sicurezza senza stigmatizzare la condizione di chi ha una disabilità. Io credo di sì. Probabilmente basterebbe pensarci e non discutere di questi aspetti solo all’interno del mondo della disabilità» (l’articolo è uscito anche su Superando, col titolo «Quella che non vorresti essere»).

Gli spot della campagna Ania «Pensa a guidare» (2011):

Lo spot della campagna «Mettici la testa» di Rai Educational (2008):

Abbiamo parlato di campagne per la sicurezza stradale anche qui:

36 risposte a “Si possono fare campagne per la sicurezza stradale senza stigmatizzare i disabili?

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Ma Giovanna, per una volta ti invito a guardare il dito oltre alla luna. Quale sensibilità può mai muovere l’ANIA a produrre spot delicati nei confronti dei disabili? L’ANIA, ovvero la lobby della professione più parassitaria del mondo, più parassitaria della mafia?
    Ad ANIA interessa solo diminuire gli incidenti per lucrare maggiormente sulle polizze vendute dai suoi associati (che al 2010 in Italia è oltre 2,4 volte la Francia, e comunque il doppio della media europea, dati ISVAP. Inutile dire che il numero di incidenti italiani è nella media europea, così come disabilità e mortalità che ne conseguono).
    Quindi la mia risposta è tranchant: inutile chiedere all’ANIA di essere rispettosa verso i disabili quando non lo è nemmeno nei confronti degli abili.
    Discorso diverso per lo spot by Minoli&Co : in questo caso il limite è nella filosofia professionale che ha sempre contraddistino l’uomo che non è stato in grado di scindere uno spot dallo stile peloso delle sue inchieste. D’altronde Minoli è un Toscani con meno talento e lo stile Toscani a molti piace, molti lo imitano e in pubblicità funziona purtroppo.

  3. Mi trova d’accordo su tutto!

  4. Mi sono mangiato il testo e urge ribadirlo: il costo medio della polizza RCA al 2010 in Italia è oltre 2,4 volte la Francia e comunque il doppio della media europea).
    Aggiungo che la disabilità non riceve sconti sul costo polizza, chiaro? Quindi la campagna ANIA offende il disabile perché lo strumentalizza in tutti i modi per i suoi avidi scopi, che sono altri.

  5. Professoressa, vorrei soffermarmi su questa frase del suo articolo, senza la quale tutto il ragionamente non starebbe in piedi:

    “Chi si occupa di disabilità, infatti, sa benissimo che molti dei disagi che interessano chi ha una disabilità sono legati più al contesto e alla mancanza di servizi adeguati che non alla condizione di disabilità.”

    Ritengo che questa frase contenga una falsità. La disabilità è considerata una mancaza “assoluta” di un’abilità dal punto di vista dei cosidetti normodotati, anche senza considerare il contesto, altrimenti non si spiegherebbe perché si chiama dis-abilità. Ma dal punto di vista del disabile questa sentimento di “inferiorità” è tutt’altro che assoluto, anzi, decisamente relativo. In questo sentimento i “servizi” e il “contesto” incidono in maniera decisamente poco preponderante, oserei dire minima e vado a spiegare il perché. Conosco persone che non possiedono la vista sin da quando sono nate e loro non si sentono disabili. Non hanno mai conosciuto ciò che non hanno quindi non ne sentono la mancanza. Siamo noi che gli diciamo che loro sono disabili, siamo noi che li etichettiamo così, dentro la mente di una persona nata senza la vista non esiste la possibilità di vedere e sviluppa altre abilità compensatorie. Diverso è il discorso per chi arriva a quella condizione in età adulta in seguito ad un incidente, la sua sarà una tragedia ed una grande, enorme disabilità. Non si possono mettere sullo stesso piano le due condizione e Lei professore, con tutto il rispetto, mi sembra cadere in questa “trappola”. Questa campagna si riferisce soltantanto alla seconda categoria di disabili, cioè quelli che hanno raggiunto questo status in età più o meno adulta. Quindi a parer mio non ci sono i presupposti per parlare di pregiudizio.

  6. @Luca Orgiu, la frase di cui lei parla non l’ha scritta la professoressa, ma io, Simona Lancioni. Ed essa non contiene una falsità. La sua distinzione tra disabilità dalla nascita e disabilità acquisita non è adeguata a capire ciò che ho scritto. Mi spiego meglio con un esempio. Proprio oggi sul Corriere della sera è riportata la storia di Mariaclaudia Cantoro, un’insegnante disabile, che denuncia che il treno utilizzato per andare al lavoro non contiene (come previsto dalle Leggi) neanche un posto attrezzato per far viaggiare le persone in carrozzina. Trova l’articolo in questione a questo indirizzo:
    http://www.corriere.it/cronache/11_novembre_23/insegnante-disabile-treno-catenaro_44ba9690-15c8-11e1-abcc-e3bae570f188.shtml
    Rispetto a quanto scritto nell’articolo aggiungo che delle 2400 stazioni ferroviarie italiane sono solo circa 240 quelle attrezzate per consentire ad una persona in carrozzina di salire e scendere dal treno. Come vede tutti questi disagi non c’entrano nulla con l’epoca di insorgenza della disabilità. Sono invece tutti generati dal contesto e dalla mancanza di servizi adeguati. E questo è solo un esempio. Di esempi di contesti “disabilitanti” se ne potrebbero fare tantissimi.

  7. Riporto, perché penso che sia utile, la definizione contenuta nel preambolo della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità:
    “la disabilità è il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri”.
    La Convenzione è disponibile al seguente indirizzo:
    http://www.uildm.org/gruppodonne/la-convenzione-delle-nazioni-unite-sui-diritti-delle-persone-con-disabilita/

  8. Luca Orgiu, aggiungo a quanto scritto da Simona Lancioni che, anche se non ho scritto io la frase né l’articolo nel suo complesso, l’ho pubblicato perché lo condivido.

    Dunque le rispondo anch’io, innanzi tutto dicendo che concordo con la risposta di Simona e poi aggiungendo che, se può essere vero ciò che lei scrive, caro Luca, sull’esistenza di alcune differenze nel modo in cui soggettivamente vive la propria disabilità chi ci è nato rispetto a chi invece ci è diventato dopo un incidente, anche se fosse vero in generale questo, dicevo, cosa tutta da dimostrare caso per caso, visto che il mondo delle disabilità è vario e i modi soggettivi di vivere questa varietà possono a loro volta essere i più disparati, anche ammettendo che fosse vera la sua generalizzazione, ripeto, non sarebbe una buona ragione perché una campagna sociale potesse arrogarsi il diritto di marcare in modo così pesante questo stigma differenziante.

    Detto altrimenti: che possibilità diamo a una persona che sia diventata disabile per un incidente, di accettare la sua nuova condizione, di conviverci e viverla al meglio, se la costringiamo a vedere spot e manifesti che le ricordano la gravità differenziante a cui è stata d’improvviso costretta? Non dovrebbero invece, queste persone, essere aiutate a vivere la loro nuova condizione nel modo più sereno e normalizzante possibile? Non è certo sottoponendole a spot e manifesti che rimarchino la loro differenza che le aiutiamo, non trova?

    Ugo, capisco e condivido quanto scrivi sull’Ania, ma la riflessione di Simona – e la mia di conseguenza – è più generale, insisto. Lo dimostra il secondo esempio, ma tu giustamente ci ricordi che Minoli “toscaneggia” e dunque rilancio in questo modo.

    Ammesso e non concesso il cinismo strumentalizzante che può star dietro a certe produzioni (ma forse invece è solo banale inconsapevolezza e superficialità), ammesso e non concesso il cinismo di Ania e altri, mi riservo, io, la possibilità di additarlo per prenderne le distanze. Indico la luna perché altri la guardino, certo, ma guardo anche il dito, io, guardo tutt’e due, luna e dito, perché una comunicazione sociale più attenta fa bene anche al dito di chi la produce. Persino all’Ania fa bene.

    Specie se facciamo in modo che la consapevolezza su certi errori cominci a diffondersi. Che è una delle ragioni per cui lavoro a questo blog.🙂

  9. @ Ugo Per me la questione va vista nei termini di fare informazione corretta e non di chi fa informazione (Ania o Minoli). Infatti è molto facile che un’informazione scorretta possa indurre a comportamenti altrettanto scorretti. Per molto tempo si è creduto che la disabilità fosse un problema della persona e questo ha dispensato la società (le persone e le istituzioni) dal fare la loro parte per includere le persone disabili. Oggi appare chiaro che se la menomazione non si può eliminare (ad esempio non c’è ancora una cura per le distrofie muscolari, né un modo per ricostruire un midollo spezzato), si può invece fare molto per eliminare le barriere comportamentali ed ambientali. Il difetto della campagna dell’Ania è proprio quello di continuare a far credere che la disabilità sia generata dalla sola menomazione e non dall’interazione di questa col contesto. A me interessa poco “chi” dice questo. A me interessa sottolineare che ciò non è vero.

  10. Quando ho sentito lo spot ho avuto un senso di disagio, ma non sapevo bene perché. Lo ha esplicitato bene Simona Lancioni.

    E’ vero, essere normodotati è meglio che essere disabili, ma “passare molto tempo a casa”, come si dice nello spot, è una disabilità nella disabilità di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno, come dice Giovanna. Lo spot fa sembrare normali i disagi dei disabili e questo lo trovo socialmente pericoloso.

    Lo spot, evidentemente, voleva far leva sulla paura dei normodotati nel diventare disabili. Poteva farlo senza stigmatizzare i loro problemi? Penso di sì.

  11. Tutte le culture fasciste fanno leva sulla paura; si va dalla clava alla cinghia per i pantaloni, dalle punizioni divine al babau. Provare disagio è poco. Inutile dire che in tutto ciò gioca un ruolo pesantissimo la cultura cattolica.

  12. Dopo aver riletto più e più volte l’articolo e i successivi commenti, ammetto di aver sbagliato il commento precedente, anzi, di aver commesso imperdonabili errori. Raccolgo con umiltà e gratitudine le osservazioni che mi sono state mosse e mi do (e vi chiedo) una seconda e ultima possibilità per contribuire al dibattito in modo costruttivo. Stavolta con un diverso punto di vista.

    Mi viene in mente un estratto da una intervista della psicologa Marie-Louise Von Franz che vorrei riportare a memoria. Lei già molti decenni fa lei aveva capito l’urgenza di questo tema e raccontava di un cleptomane che viveva nel suo paese in Svizzera. Il paese contava poche migliaia di anime quindi tutti lo conoscevano. Ogni volta che lo incontravano o che lui entrava in un negozio era frequente che qualcosa di valore sarebbe stato rubato. Dal momento che tutti riconoscevano in questo atteggiamento una diversità con cui bisognava convivere si armavano di pazienza e nonostante conoscessero l’identità del colpevole invece di denunciare il furto alla polizia andavano a casa del “ladro” e chiedevano alla madre di restituire la refurtiva, la quale collaborava volentieri. Questo atteggiamento collettivo permetteva di far condurre al malato una vita normale nella quale la sua malattia non schiacciava la sua libertà.

    Anche se il personaggio di cui ho parlato non è un disabile fisico il paragone mi sembra più che mai calzante. Al giorno d’oggi, in una cittadina e tanto più in una metropoli, una malattia del genere porterebbe nella più felice delle ipotesi ad una carcerazione immediata, che metaforicamente è ciò che vivono molti disabili sulla sedia a rotelle.

    Nella cultura siberiana i nati disabili vengono chiamati “figli voluti da Dio” (cit. il libro “Educazione Siberiana” di Nicolai Lilin). Vengono accolti con un’attenzione particolare e tutto il villaggio collabora affinché queste persone diverse non si sentano limitate dalla loro condizione. Si riteneva inoltre che i Voluti da Dio avessero sensibilità e capacità particolari, che fossero Persone Sacre di cui bisognava fare tesoro e che avrebbero arricchito l’intera comunità. Ma anche chi è vittima di un incidente avrebbe goduto delle stesse attenzioni. È un’atteggiamento spontaneo e non dettato dalla cosidetta carità Cristiana.

    Ho riportato questi due esempi perché ritengo che l’atteggiamento culturale sia il nodo chiave della questione, molto più dei servizi che comunque male non fanno. Ma se non si affronta la questione culturale, anche con tutti i migliori servizi del mondo un disabile sarà sempre isolato e stigmatizzato.

    Purtroppo le campagne di cui discutiamo raccolgono il sentimento che oggi è dominante e cioè che qualsiasi alterazione da quella che viene considerata normalità è contemporaneamente una inferiorità, un condizione di cui vergognarsi e da cui prendere le distanze.

    Finisco con l’essere completamente d’accordo con Lei professoressa Cosenza e con Simona Lancioni e spero di aver dato uno spunto di riflessione ulteriore e più pertinente con questo mio secondo intervento.

  13. @Simona Lancioni/Giovanna
    Pienamente d’accordo con questa battaglia e con ciò che avete scritto.
    Io mi sono limitato a constatare nello specifico che è difficile sensibilizzare un committente come ANIA, perché certi tatti e certe accortezze si applicano prima di tutto nel tuo mestiere. Perciò se usi i disabili per le tue campagne pretendo che tu ti sia preoccupato anche di agevolarne le tariffe e un quadro normativo dell’RCA a loro favore. Giusto considerare la questione sotto il profilo della comunicazione corretta. Giusto anche constatare l’eventuale corrispondenza tra quel che comunicano quegli attori e cosa praticano nei loro servizi. Altrimenti la comunicazione corretta rischia di diventare una comunicazione politicamente corretta: e quindi ipocrita.

  14. Grazie per aver riportato idee su cui concordo pienamente. Anzi la cosa curiosa è che stavo proprio preparando delle slide per una lezione in cui avrei parlato della disabilità per illustrare i diversi frame possibili affrontando temi sociali. Spunti importanti.

    Della discussione mi interessa però un aspetto che non emerge: perché agenzie, professionisti, istituzioni più o meno in buona fede, continuano ad adottare punti di vista così stereotipizzati? Quale meccanismo conduce persone e organismi, sicuramente preparati, a produrre risultati tanto controproducenti?

    Immagino Giovanna si indirizzi su dimensioni di altro tipo, ma da qualche anno io mi intestardisco verso (almeno) due altre risposte:

    1. La buona causa
    La buona intenzione produce l’idea che il fine giustifichi qualsiasi mezzo. Soprattutto sul tema della sicurezza stradale, da tempo emerge la possibilità di adottare rappresentazioni aggressive, pur di ottenere il risultato. Politicamente corretto è ormai essere scorretti, se serve.

    2. Il buon cittadino
    E’ ormai automatico pensare ad una campagna sociale come indirizzata a correggere comportamenti individuali. Persino su un tema come questo in cui i condizionamenti “strutturali” non possono che essere determinanti.

    In questo senso mi pare davvero difficile pensare a campagne per la sicurezza stradale che non stigmatizzino. Almeno fino a quando non si rovescerà la prospettiva.
    Guarda caso come si sta cercando di fare per la disabilità…

  15. @ Luca Orgiu scrive: “ritengo che l’atteggiamento culturale sia il nodo chiave della questione, molto più dei servizi che comunque male non fanno. Ma se non si affronta la questione culturale, anche con tutti i migliori servizi del mondo un disabile sarà sempre isolato e stigmatizzato”.
    Luca, i servizi sono un prodotto della cultura. Se la persona disabile potesse frequentare le scuole senza problemi (invece di dover litigare per avere tutte le ore di sostegno, l’assistenza generica, gli ausili didattici…), se potesse salire su tutti gli autobus e i treni (e scendere dove vuole, come tutte le altre persone), se tutti i cinema fossero accessibili, se tutti i programmi televisivi avessero le audiodescrizioni per i ciechi e i sottotitoli per i non udenti, ecc. Se ci fosse tutto questo, le persone con disabilità potrebbero partecipare in tutti gli ambiti della vita sociale, e nessuno avrebbe più motivi di compatirli. Né loro si sentirebbero discriminati.
    @ Ugo scrive: “Io mi sono limitato a constatare nello specifico che è difficile sensibilizzare un committente come ANIA, perché certi tatti e certe accortezze si applicano prima di tutto nel tuo mestiere. Perciò se usi i disabili per le tue campagne pretendo che tu ti sia preoccupato anche di agevolarne le tariffe e un quadro normativo dell’RCA a loro favore.”
    Ugo, non so dire quale sia la condotta imprenditoriale di ANIA, pertanto non mi esprimo su questo. Se fosse scorretta penso che ANIA dovrebbe modificarla nei confronti di tutti i suoi clienti, e non solo nei confronti dei disabili. C’è la carità e ci sono i privilegi: le persone con disabilità non vogliono né l’una né gli altri. Chiedono, molto più prosaicamente, rispetto, diritti e servizi. Come tutti i cittadini.

  16. Nel post precedente c’è qualche errore di battitura, me ne scuso, e ne approfitto per segnalare questo testo: Jean Vanier, Julia Kristeva
    Il loro sguardo buca le nostre ombre. Dialogo tra una non credente e un credente sull’ handicap e la paura del diverso (Donzelli).
    http://www.donzelli.it/libro/2311
    Non l’ho ancora letto, ma, da laica, penso che il tema sia molto stimolante e attuale. Quindi credo che lo leggerò.

  17. Buongiorno a tutti, scrivo perché per alcuni motivi sono sensibile al tema, quello delle campagne sociali in particolare, e perché conosco e apprezzo questo blog e la sua autrice. Sono giornalista, e sono anche ufficio stampa della Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids, la LILA, ma queste sono mie opinioni del tutto personali.

    Condivido molto quanto scritto dalle due autrici del post, e se posso fare un paragone, lo spot lo vedo, dal mio particolare punto di vista, come il tentativo di dire: se ti prendi l’Hiv vivrai come un appestato, ovvero come il puntare il dito su quelle che saranno le conseguenze sociali, non individuali, dell’incidente. Diverso sarebbe dire, sempre in riferimento alla mia materia: per tutta la vita dovrai prendere farmaci. Insomma: un conto è dire dovrai stare per sempre seduto, un altro dire non potrai uscire di casa.

    Se posso fare un’osservazione ulteriore, che non trovo nel post né nei commenti: sarebbe bene, quando si coinvolgono popolazioni specifiche, soprattutto se vulnerabili, sentire anche la loro opinione. L’Ania lo ha fatto con i disabili?

  18. @valentina Grazie per le considerazioni. Non so dire se l’Ania abbia contattato le persone con disabilità, penso che sarebbe stato opportuno farlo. A ciò però si deve aggiungere che non è detto che le persone con disabilità si intendano di comunicazione, infatti può capitare che anche queste ultime commettono madornali errori in questo ambito. Comunicare bene non è così semplice🙂

  19. @simona perfettamente d’accordo, e parlo per esperienza🙂 ma è un passaggio che va comunque affrontato proprio perché utile a entrambi, se non c’è solo rivendicazione ma rispetto reciproco dei ruoli, e la comunicazione ne guadagna.

  20. @Simona Lancioni: Il mio ultimo post era molto lungo proprio perché i due esempi che ho portato (il racconto di Marie-Luouise Von Franz e quello di Nicolai Lilin) secondo me erano storie necessarie e fondamentali sull’argomento e dimostrano l’esatto contrario di cioè che hai scritto nel tuo ultimo commento. Nel periodo e nei luoghi a cui si riferiscono gli estratti che ho riportato i servizi erano e sono tuttora, praticamente nulli. Ma con quelle culture alle spalle la persona disabile riesce vivere una bella vita. Bada bene, una bella vita e non una vita come tutti gli altri, non una vita uguale alle persone non disabili. Perché pensare di ottenere questo è dannosissimo.

    Quello che raccontano i due esempi sopra citati è che certe persone hanno avuto, hanno e avranno sempre bisogno di una cultura sociale che li accolga, è quello il discriminante che passa tra il sentirsi integrati e il sentirsi “un peso” ai margini della società. In realtà senza la cultura della differenza i servizi potrebbero essere anche un ulteriore danno nei loro confronti. Perché provocherebbe nella gente un sentimento di distanza maggiore e pensieri del tipo:
    “hai il parcheggio riservato, di cosa ti lamenti? Non paghi il biglietto dell’autobus e vuoi anche altre agevolazioni? C’è la passerella per le carrozzine, quindi non c’è bisogno che ti aiuto io. Il servizio pubblico spende tanti soldi per gli handicappati quindi non c’è bisogno che io mi sporco le mani per loro, lo faccio già pagando le tasse.”
    Con i servizi i disabili potranno pure andare al cinema da soli, ma in un clima decisamente più discriminatorio.
    Io dico che sarebbe più auspicabile una società senza posti per gli invalidi, ma piena di gente pronta a cedere il posto ad una persona menomata, non pagata per farlo, ma educata a farlo. Senza scivoli sugli autobus ma con tanti passegeri che collaborano spontaneamente a far salire una carrozzina. Invece delle audiodescrizioni anonime e registrate per i cechi preferirei un amico, o un parente, ma anche un semplice conoscente alla lontana che aiutasse il non vedente a comprendere il programma che sta vedendo. E così via. E non è utopia, succede in moti posti del mondo, più poveri e molto meno “serviti” del nostro.

    Vedi Simona, pensare di creare una situazione normalizzatte è gravissimo. Il disabile è diverso, ogni disabile è diverso come lo è ogni persona non disabile e questa differenza deve essere accettata, anzi evidenziata culturalmente per evitare stigmatizzazioni. I servizi invece creano l’illusione che siamo tutti uguali. Lui può andare al cinema senza nessuno che lo aiuti, esattamente come tutti. Può vedere un film come tutti, può salire sull’autobus come tutti. Dove sta la differenza allora?

  21. @Luca Orgiu Scrivi: “Io dico che sarebbe più auspicabile una società senza posti per gli invalidi, ma piena di gente pronta a cedere il posto ad una persona menomata, non pagata per farlo, ma educata a farlo. Senza scivoli sugli autobus ma con tanti passegeri che collaborano spontaneamente a far salire una carrozzina. Invece delle audiodescrizioni anonime e registrate per i cechi preferirei un amico, o un parente, ma anche un semplice conoscente alla lontana che aiutasse il non vedente a comprendere il programma che sta vedendo. E così via. E non è utopia, succede in moti posti del mondo, più poveri e molto meno “serviti” del nostro.”
    In sintesi: meglio la carità del diritto! Meglio la dipendenza dell’indipendenza! Io credo che tu neanche ti renda conto di quali bestialità stai scrivendo.
    Scrivi ancora ” Il disabile è diverso, ogni disabile è diverso come lo è ogni persona non disabile e questa differenza deve essere accettata, anzi evidenziata culturalmente per evitare stigmatizzazioni.” E chi ha mai parlato di eliminare le differenze? Pensi che queste vadano tutelate negando i più elementari diritti civili e umani? Poter andare la cinema da soli vuol dire negare la differenza? Luca……………….

  22. @Simona: Carità è un concetto che non mi appartiene, non sono neanche Cristiano. Tu confondi gesti di educazione e convivenza con carità e la cosa mi rattrista molto. Non è una confune poco grave. Purtroppo la nostra religione ha fatto pesanti danni alle nostre teste.
    Non mai detto ne implicitamente ne esplicitamente che è meglio la dipendenza dell’indipendenza, ho detto che è meglio avere educazione e cultura, piuttosto che avere servizi e ignoranza. E lo rivendico.

    Ma visto che vuoi parlare di indipendenza ok. Questo “mito dell’indipendenza” è un altro bel danno della nostra era capitalistica. Cosa vuol dire “indipendenza”? Ti senti indipendete tu? Indipendente da cosa da chi? Senza un’idraulico pui riparare un lavandino? Senza un avvocato puoi fare una causa? Senza un tecnico puoi ripare il computer su cui scrive? Non scherziamo, tutti dipendiamo continuamente da altre persone, in continuazione, l’indipendenza è invenzione del marketing. Ci sono persone che dipendo di più dagli altri ed altri di meno. A ben vedere le banalità a questo punto non vengono più dalle mie parole. Ho ammesso di aver sbagliato il primo commento, ma stavolta no. Penso stavolta sia stata tu ad aver riflettuto poco prima di scrivere. Oltrettutto non mai detto, e non capisco da cosa lo evinto, di negare i servizi ai disabili, di negargli i diritti. Ho detto e ribadisco che senza una cultura dietro i servizi servono a poco e possono anche fare danni culturali. Il che è ben diverso. Mi hai messo in bocca troppi concetti che non ho espresso, prova a rileggere i miei post perfavore.

  23. @Luca Orgiu: “sarebbe più auspicabile una società senza posti per gli invalidi […] Senza scivoli sugli autobus […] Invece delle audiodescrizioni anonime e registrate per i cechi preferirei un amico”
    no, no… Luca tu hai scritto proprio questo.
    Levami una curiosità, ma te una persona con disabilità l’hai mai vista? L’hai mai frequentata? Ci ha mai parlato almeno per sbaglio? Su quali basi stai ipotizzando cosa sarebbe meglio per loro?

  24. @Simona Lancioni: PS: ho fatto tantissimi errori di battituta e mi sono dimenticato molti verbi ausiliari, chiedo scusa!

  25. @Simona Lancioni: La risposte alle tue ultime 4 domande sono rispettivamente: 1-Sì! 2-Sì! 3-Sì! 4-Sulla base di esperienze dirette e indirette e sulla base di molteplici letture tangenti al tema.

    Dell’ultimo commento che ho fatto hai estratto una frase che era in unm evidente contesto ipotetico in cui volevo affermare una scala di valori che rivendico. Cioè che è più importante l’aspetto culturale, educazionale, pedagogico e sociale che non quello strettamente legato ai servizi e che se dovessi scegliere (ipotesi!) tra le due, preferirei la prima. Era chiaro, ma se ancora una volta ho sbagliato (rileggendo non mi pare) ad esprimermi chiedo scusa, che non mi auguro che diminuiscano i servizi o che si smetta di investire su questi. Bensì mi auguro che si dia la priorità ad una diffusione di una cultura al riguardo. Ripeto, non è carità è cultura, è educazione. Forse tu la dai per scontata questa educazione, ma non è così. Il primo dei mille esempi che mi vengono in mente è un fatto di cronaca di qualche giorno fa. Un signore è morto perché protestava con un tipo che aveva occupato il posto riservato alla moglie handicappata ecco il link se non lo avessi letto:

    http://archiviostorico.corriere.it/2011/novembre/20/Lite_per_posto_auto_riservato_co_8_111120020.shtml

    Come risolvi questo problema? Fai più posti per disabili? Secondo me non aiuterebbe, bensì sarebbe utile diffondere un tipo di educazione più umana, quella cultura della differenza a cui mi riferisco. Di esempi di cronaca come quello che ho citato ce ne sono a bizzeffe e io con i miei occhi ne ho visti tanti.
    Ti invito a leggere i due libri (dell’intervista alla Von Franz è stato fatto un libro) a cui mi sono riferito, se non per intero almeno gli estratti a cui mi sono riferito, non sono libri sui disabili, ma centrano bene il problema a parer mio. Loro sono stati sicuramente più bravi di me ad esprimersi senza pericoli di travisazioni.

  26. @Luca Orgiu: vedi Luca, se tu avessi letto e ascoltato bene ciò che chiedono le persone con disabilità – mi riferisco alle politiche portate avanti dalla FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) e dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), che sono gli organismi italiani che insieme rappresentano le istanze dell’associazionismo del settore della disabilità -, sapresti che ciò che rivendicano è molto distante da ciò che auspichi te.
    Nemmeno loro negano l’importanza del fattore culturale ma non contrappongono cultura a servizi. E se queste politiche le stanno portando avanti in prima persona proprio i diretti interessati io credo che gli altri non possano fare altro che rispettarle e, se le condividono, sostenerle.

  27. @Simona Lancioni: Vorrei ribadire che sono completamente solidale al tuo lavoro e al lavoro delle associazioni da te citate e naturalmente anche all’associazione per cui lavori. Ma qui stiamo commentando un articolo su campagne pubblicitarie che, a quanto pare, stigmatizzano i disabili. Nel contesto di questi commenti il soggetto della discussione sono gli autori e gli spettatori di queste campagne, quindi sono per una stragrande maggioranza persone non-disabili.
    Per cui ripeto il mio punto di vista che continuo a ritenere molto pertinente: per evitare stigmatizzazione, banalizzazioni e rappresentazioni estremamente stereotipate il problema culturale è prioritario rispetto a quello della diffusione dei servizi. Se l’oggetto della discussione fosse stato: “Cosa chiedono i disabili?” allora il discorso sarebbe stato diverso e non avrei insistito così tanto.
    Ci tengo anche ad ammordire i miei toni perché è per me un piacere ed un onore avere l’opportunità di affrontare questo genere di discussioni, perché so di avere tantissimo da imparare. Evidentemente abbiamo delle divergenze di visione, ma so che qui tutti abbiamo gli stessi scopi, ovvero divulgare e sensibilizzare. Quindi ti ringrazio sinceramente del tempo che hai investito (e/o che investirai) in questo botta e risposta. Naturalmente estendo il ringraziamento anche alla professoressa Cosenza.

  28. @Luca Orgiu, nessuno nega che ci sia un problema culturale. Ma servizi e cultura vanno di pari passo. Mi spiego con un esempio.
    La mia associazione si occupa di distrofie muscolari. Nelle forme più gravi la persona che ne è interessata arriva ad avere bisogno di assistenza continua (per alzarsi ed andare a letto, per lavarsi, vestirsi, mangiare, uscire di casa, ecc.). Fino ad oggi l’assistenza è stata affidata (o “scaricata”) quasi interamente sulle famiglie, e qualcuno (spesso una donna) ha dovuto rinunciare a cercare un lavoro, oppure lasciarlo, per fare ciò che lo Stato non garantiva. E’ normale che finché le cose stanno così chi guarda dall’esterno si fa un’idea della condizione di disabilità grave come condizione di rinuncia, limite e passività. Nel 1998 la Legge 162 ha riconosciuto alle persone con handicap grave (nelle Leggi sopravvive ancora il temine handicap) il diritto ad avere dei contributi per finanziare progetti di assistenza personale autogestita, trovare un assistente personale, assumerlo, assicurarlo e garantirsi un margine di autonomia dalla famiglia (e della famiglia). Questa Legge è stata applicata in modo diverso, con tempi diversi, in regioni diverse. Dove ha funzionato abbiamo potuto vedere persone con disabilità grave che studiano o che lavorano senza dover chiedere favori ad amici e parenti. Persone che si sono fatte una famiglia propria. Alcune hanno anche avuto figli. Persone disabili che, pur stando nella propria famiglia, non dipendono da essa, oppure ne dipendono in misura minore. Anche chi guarda dall’esterno non potrà non farsi un’idea diversa della condizione di disabilità, un’idea dove la passività lascia il posto all’autodeterminazione. Vedere questo aiuta a cambiare la cultura anche in coloro che di disabilità non ne sanno nulla. Come può cambiare la cultura se la mancanza di servizi e la negazione dei diritti riduce queste persone e le loro famiglie in stato di bisogno? Se non diamo alle persone con disabilità gli strumenti per vivere in modo diverso e dignitoso neanche l’immagine di queste persone potrà cambiare, e dunque nemmeno la cultura, né i pregiudizi, né i comportamenti discriminatori che spesso ne conseguono.

  29. ringrazio la professoressa giovanna e simona lancioni per aver postato e discusso quest’argomento. a suo tempo lo spot dell’Ania mi lasciò l’amaro in bocca e mi chiesi a che livello eravamo davvero in Italia per vedere ancora questo genere di pubblicità. chi come me vive una disabilità deve combattere ogni giorno non solo contro il problema derivante da una salute imperfetta, ma anche contro i pregiudizi culturali che avvolgono peggio di una viscida ragnatela. questo genere di spot non sensibilizza per nulla l’opinione comune, anzi secondo me la incattivisce!

  30. @Simona Lanciani: Se le battaglie sui due fronti fossero portate avanti di pari passo sarebbe certamente la cosa più auspicabile… certo, ma non è possibile, è utopistico.

    Tu pensi però che la forza dell’immagine di un servizio che funziona possa cambiare la cultura, può cambiare l’immagine di uno stereotipo. Io no, anzi, penso il contrario. La forza dell’immaginario, la forza della cultura può creare le condizione per avere i servizi adeguati, il contrario non mi sembra sia mai avvenuto. Ma credo che a questo punto possa diventare una discussione filosofica del tipo viene prima l’uovo o la gallina.

    Dalla mia posso dire che prima Beccaria ha scritto il suo libro e poi è stata abolita la pena di morte. Tutti i fenomeni discriminatori (e anche i fenomeni contrari) sono nati prima nell’immaginario collettivo per poi riversarsi nella realtà. Vedi “I Protocolli dei Savi di Sion” (anche se era un falso ha creato cultura) per l’antisemitismo. Ma anche senza andare troppo indietro nel tempo, quello che abbiamo vissuto negli ultimi anni credo dimostri quelli che dico. Prima si è creata la cultura del “Berlusconismo” e poi è diventata realtà. Il mio timore è i “servizi” facciano un buco nell’acqua senza la giusta educazione. Ma ripeto, a questo punto diventa una disputa filosofica.

    Sono pronto a rimangiarmi quello che ho scritto se mi accorgessi di aver sbagliato il mio ragionamente, ma finora, dai miei modesti studi: senza cultura non c’è realtà, non ci sono servizi. Senza servizi invece può comunque nascere la giusta cultura.

  31. @Luca Orgiu certo, certo, aspettiamo che la massa si acculturi. Se, mentre aspetta, a qualche disabile grave dovesse scappare la pipì e non c’è nessuno che gliela fa fare può sempre farsela addosso e filosofarci sopra…

  32. @Simona Lancioni: esatto, il tuo ultimo commento rappresenta esattamente quello che ho detto, era quello che volevo dire fin dall’inizio. La penso proprio così. Lo vedi che abbiamo trovato un accordo?
    Un abbraccio

  33. @Luca Orgiu non vorrei deluderti ma il mio commento era antifrastico… pensavo si fosse capito:-)

  34. @Simona Lancioni: hem… l’avevo capito e sono io che ti sto deludendo forse… il mio ultimo commento era, voleva essere, palesemente ironico! Purtroppo ci siamo trovati in un’empasse e quindi voleva essere una risposta ironica alla tua frase altrettanto ironica per salutarti cordialmente…

    Pensavo fosse chiaro che non vorrei mai lasciare neanche un solo malato, non in Italia, ma nel mondo, senza una qualcuno che si curi di lui. Invece non lo è. Evidentemente devo migliorare la mia dialettica se do l’impressione di essere un cinico del genere, colpa mia.

  35. Vorrei dire la mia, che in sintesi mi trova completamente d’accordo con Simona. Ho la sclerosi multipla che finora mi ha dato problemi motori e di motilità visiva. Non permanenti, per fortuna, ma con quei deficit ho dovuto convivere anche oltre i sei mesi. Ho, inoltre, il brutto difetto di essere orgogliosa e testarda, mi adatto facilmente ai problemi ma mi incazzo quando vedo che l’ambiente esterno non collabora.

    I problemi che ho riscontrato nella fase “dismotoria” sono: i suv che ti parcheggiano sul parcheggio dei disabili e si incazzano anche quando tu li aspetti e li prendi a insulti; il fatto che per prenotare il saliscendi per prendere il treno devi chiamare un 199, aspettare mezz’ora e poi pregare che funzioni altrimenti sei fregata; il fatto che sugli scivoli dei marciapiedi ci parcheggino sopra; che ci siano un sacco di ascensori troppo piccoli per poterci entrare in carrozzina; stessa cosa dicasi per le scale mobili piatte; strade dissestate, marciapiedi in condizioni improponibili. E questi sono i primi che mi vengono in mente.

    Il disabile medio non nasconde la testa sotto la sabbia, tuttavia vuole essere autonomo il più possibile. Perchè anche (e soprattutto) per dignità personale non è bello dover arrivare a farsi accompagnare al bagno o dover chiedere aiuto ogni tre per due.

    Ormai son convinta che è possibile giudicare il livello di civiltà di un paese in base a due fattori: da come tratta gli animali e da come tratta i disabili.

    A tutti quelli convinti che ad un disabile in carrozzina faccia piacere essere tirato sull’autobus dai passeggeri anzichè avere, chessò, uno scivolo retraibile già montato sul mezzo consiglio di noleggiare una carrozzina per una o due settimane, sedercisi sopra e iniziare la meravigliosa avventura nel mondo dei disabili motori. Poi vediamo se gli sguardi “compassionevoli”, pietosi, guardinghi (falsi disabili docent), le piccole azioni di pietà perchè vedono che da solo non ce la fai (per colpa della dannata barriera architettonica!) sono ancora così auspicabili.

  36. Sono d’accordo con te. Esistono tanti disabili che nella vita fanno molte più cose di me. Un esempio è Simona Atzori: è nata senza braccia eppure è una ballerina e fa tutto con i piedi. Sa pure sedersi a gambe incrociate e rialzarsi subito. Tutte cose che io ci metto un’eternità a fare o non riesco proprio a fare. Oppure c’è un ragazzo senza braccia e senza gambe (ha solo un “piedino”) eppure nuota! Io invece dell’acqua ho la fobia!

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