Archivi del giorno: lunedì, 28 novembre 2011

Ancora sulla violenza. E sulla comunicazione sociale

Dopo il post «Stai zitta, cretina». E come sempre, le campagne contro la violenza esprimono violenza, ho ricevuto da Lucia una mail che mi ha colpita molto.

Le lascio subito la parola dopo una breve premessa: nel fare comunicazione sociale su temi gravi e importanti come la violenza sulle donne, non si possono usare immagini e parole violente, come ho già detto, altrimenti si riproduce la violenza che si vorrebbe combattere.

Ma è sbagliato anche usare con leggerezza parole di moda come «festival». Il Festival La violenza illustrata di Bologna ha infatti ferito Lucia. E come lei  – ne sono sicura – molte altre. Molti invece non ci hanno fatto caso, come non ci hanno pensato le organizzatrici del Festival, naturalmente: per abitudine, perché di festival l’Italia è piena (della letteratura, della filosofia, dell’economia…).

Festival La violenza illustrata 2011

Ma anche con le parole, oltre che con le azioni, su può fare del male. Lo si fa involontariamente e «con le migliori intenzioni», ma comunque lo si fa. È per questo che occorre aumentare il livello medio di consapevolezza nel campo della comunicazione. Ed è anche per questo (non solo, come capirai subito) che, col permesso di Lucia (il nome è fittizio), pubblico la sua mail. Ho cancellato, d’accordo con lei, tutto ciò che potesse farla riconoscere:

«Cara Giovanna, ho letto il tuo intervento “Stai zitta, cretina”. E come sempre, le campagne contro la violenza esprimono violenza” e vorrei condividere con te alcune riflessioni.

Non ti conosco personalmente e forse ti scrivo perché ho bisogno di parlare di me… Sono una donna di cinquant’anni che da qualche mese  è riuscita a denunciare l’ex coniuge per stalking, diffamazione, atti persecutori, violazione della privacy, dopo dieci anni di vita coniugale all’insegna della violenza psicologica e anche fisica. L’ex coniuge era anche datore di lavoro: un doppio esercizio di potere, quindi. È arrivato anche il licenziamento – e meno male – e di conseguenza la disoccupazione oggi, a cinquant’anni. Violenza a catena, quindi, ben oltre i lividi sul corpo.

Oggi è il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ho deciso di non partecipare a nessuna iniziativa perché sento qualcosa che urta contro il mio vissuto: le storie di chi subisce la violenza, del perché spesso ci si resta dentro quasi con pervicacia, non sono mai raccontate fino in fondo e manca sempre, secondo me, l’accento sul disagio psichico di cui è preda chi agisce violenza – disagio che nella realtà sociale che stiamo vivendo non può che aumentare: il primo gesto di violenza è SEMPRE un urlo di aiuto da parte dell’uomo, la manifestazione della sua inadeguatezza. Urlo che non viene ascoltato, raccolto, su cui non si va mai a scavare in via preventiva come si dovrebbe.

Quando la donna arriva a denunciare è sempre troppo tardi, non solo e non tanto per la donna, ma anche per il maschio, che spesso è il primo a subire “violenza” nel rapporto d’origine con la propria madre, che fatica a separarsi dal figlio maschio perché non è in grado di preservare il suo essere donna come eccentrico al suo essere diventata madre, è il suo essere donna che rende il suo essere madre un non essere “solo madre” permettendo quindi al bambino di sganciarsi dalla sua adesione simbiotica alla madre stessa.

Tra bimbo maschio e madre troppo spesso permane troppo a lungo una sorta di cannibalismo reciproco, una continuità tra i loro corpi che spezza l’orizzonte vitale del maschio stesso. E su questo non si riflette – e in giornate come oggi non si fa riflettere – abbastanza; dovremmo forse partire dal nostro essere donna per cercare di comprendere perché arriviamo a subire violenza, non tanto partendo da una posizione di genere, ma da una riflessione profonda sulle dinamiche di relazione che ci vedono coinvolte.

Fatta questa premessa per darti ragione del mio scritto, riprendo quanto dici nel tuo intervento in merito all’immagine “violenta” di quel manifesto. Ma non è altrettanto violenta e subdola la presentazione della rassegna che viene fatta a Bologna sul tema, promossa come Festival?

Origine del termine FESTIVAL: «Per l’Italia “festival” è parola relativamente recente. In origine è voce inglese, con un’etimologia a catena. In Inghilterra appare nel XIV secolo (con il significato di “festa popolare all’aperto”), ma è ricalcata sul francese antico “festivàl”, che viene dal latino medioevale “festivale(m)”, il quale risale al latino classico “festivus”, cioè piacevole, festivo. Nell’uso il termine entra in Italia molto tardi. Non la registrano i vocabolari dell’Ottocento. L’attesta nel 1900 Petrocchi in due versioni: “Féstival” all’inglese e “Festivàl” alla francese; significa comunque: “una festa musicale all’aperto in una piazza o locale fantastico alzato appositamente”. La ribadisce nel 1905 Panzini, che propone, per evitare un termine straniero, l’uso di una versione italiana curiosa: “Musicone”.»

Francamente, cara Giovanna, come donna che ha subito violenza, non mi indigna tanto la bocca cucita di quella ragazza, immagine forte, ma vera… te lo posso garantire è terribile sentirti sulla pelle e dentro l’animo i punti che appaiono su quella bocca…, mi indigna invece molto sapere che nella città sopita in cui vivo venga promosso un “Festival della violenza”.

Quindi se è vero (ma non ne sono così convinta) che non si fanno uscire le donne dalla violenza con immagini che la esprimono, è vero anche (e ne sono convinta) che non è con messaggi confusi che si crea coscienza critica e sensibilizzazione. O forse non è abbastanza chiaro dove vogliamo arrivare. Ma nemmeno da dove vogliamo partire!

Con una stretta di mano, e condividendo queste osservazioni col mio attuale compagno e con mio figlio, 20 anni, spettatore della violenza e quindi oggetto indiretto della violenza stessa (entrambi mi hanno aiutata a scucire quella bocca), ti ringrazio per avermi ascoltata fin qui. Lucia»