Ancora sulla violenza. E sulla comunicazione sociale

Dopo il post «Stai zitta, cretina». E come sempre, le campagne contro la violenza esprimono violenza, ho ricevuto da Lucia una mail che mi ha colpita molto.

Le lascio subito la parola dopo una breve premessa: nel fare comunicazione sociale su temi gravi e importanti come la violenza sulle donne, non si possono usare immagini e parole violente, come ho già detto, altrimenti si riproduce la violenza che si vorrebbe combattere.

Ma è sbagliato anche usare con leggerezza parole di moda come «festival». Il Festival La violenza illustrata di Bologna ha infatti ferito Lucia. E come lei  – ne sono sicura – molte altre. Molti invece non ci hanno fatto caso, come non ci hanno pensato le organizzatrici del Festival, naturalmente: per abitudine, perché di festival l’Italia è piena (della letteratura, della filosofia, dell’economia…).

Festival La violenza illustrata 2011

Ma anche con le parole, oltre che con le azioni, su può fare del male. Lo si fa involontariamente e «con le migliori intenzioni», ma comunque lo si fa. È per questo che occorre aumentare il livello medio di consapevolezza nel campo della comunicazione. Ed è anche per questo (non solo, come capirai subito) che, col permesso di Lucia (il nome è fittizio), pubblico la sua mail. Ho cancellato, d’accordo con lei, tutto ciò che potesse farla riconoscere:

«Cara Giovanna, ho letto il tuo intervento “Stai zitta, cretina”. E come sempre, le campagne contro la violenza esprimono violenza” e vorrei condividere con te alcune riflessioni.

Non ti conosco personalmente e forse ti scrivo perché ho bisogno di parlare di me… Sono una donna di cinquant’anni che da qualche mese  è riuscita a denunciare l’ex coniuge per stalking, diffamazione, atti persecutori, violazione della privacy, dopo dieci anni di vita coniugale all’insegna della violenza psicologica e anche fisica. L’ex coniuge era anche datore di lavoro: un doppio esercizio di potere, quindi. È arrivato anche il licenziamento – e meno male – e di conseguenza la disoccupazione oggi, a cinquant’anni. Violenza a catena, quindi, ben oltre i lividi sul corpo.

Oggi è il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ho deciso di non partecipare a nessuna iniziativa perché sento qualcosa che urta contro il mio vissuto: le storie di chi subisce la violenza, del perché spesso ci si resta dentro quasi con pervicacia, non sono mai raccontate fino in fondo e manca sempre, secondo me, l’accento sul disagio psichico di cui è preda chi agisce violenza – disagio che nella realtà sociale che stiamo vivendo non può che aumentare: il primo gesto di violenza è SEMPRE un urlo di aiuto da parte dell’uomo, la manifestazione della sua inadeguatezza. Urlo che non viene ascoltato, raccolto, su cui non si va mai a scavare in via preventiva come si dovrebbe.

Quando la donna arriva a denunciare è sempre troppo tardi, non solo e non tanto per la donna, ma anche per il maschio, che spesso è il primo a subire “violenza” nel rapporto d’origine con la propria madre, che fatica a separarsi dal figlio maschio perché non è in grado di preservare il suo essere donna come eccentrico al suo essere diventata madre, è il suo essere donna che rende il suo essere madre un non essere “solo madre” permettendo quindi al bambino di sganciarsi dalla sua adesione simbiotica alla madre stessa.

Tra bimbo maschio e madre troppo spesso permane troppo a lungo una sorta di cannibalismo reciproco, una continuità tra i loro corpi che spezza l’orizzonte vitale del maschio stesso. E su questo non si riflette – e in giornate come oggi non si fa riflettere – abbastanza; dovremmo forse partire dal nostro essere donna per cercare di comprendere perché arriviamo a subire violenza, non tanto partendo da una posizione di genere, ma da una riflessione profonda sulle dinamiche di relazione che ci vedono coinvolte.

Fatta questa premessa per darti ragione del mio scritto, riprendo quanto dici nel tuo intervento in merito all’immagine “violenta” di quel manifesto. Ma non è altrettanto violenta e subdola la presentazione della rassegna che viene fatta a Bologna sul tema, promossa come Festival?

Origine del termine FESTIVAL: «Per l’Italia “festival” è parola relativamente recente. In origine è voce inglese, con un’etimologia a catena. In Inghilterra appare nel XIV secolo (con il significato di “festa popolare all’aperto”), ma è ricalcata sul francese antico “festivàl”, che viene dal latino medioevale “festivale(m)”, il quale risale al latino classico “festivus”, cioè piacevole, festivo. Nell’uso il termine entra in Italia molto tardi. Non la registrano i vocabolari dell’Ottocento. L’attesta nel 1900 Petrocchi in due versioni: “Féstival” all’inglese e “Festivàl” alla francese; significa comunque: “una festa musicale all’aperto in una piazza o locale fantastico alzato appositamente”. La ribadisce nel 1905 Panzini, che propone, per evitare un termine straniero, l’uso di una versione italiana curiosa: “Musicone”.»

Francamente, cara Giovanna, come donna che ha subito violenza, non mi indigna tanto la bocca cucita di quella ragazza, immagine forte, ma vera… te lo posso garantire è terribile sentirti sulla pelle e dentro l’animo i punti che appaiono su quella bocca…, mi indigna invece molto sapere che nella città sopita in cui vivo venga promosso un “Festival della violenza”.

Quindi se è vero (ma non ne sono così convinta) che non si fanno uscire le donne dalla violenza con immagini che la esprimono, è vero anche (e ne sono convinta) che non è con messaggi confusi che si crea coscienza critica e sensibilizzazione. O forse non è abbastanza chiaro dove vogliamo arrivare. Ma nemmeno da dove vogliamo partire!

Con una stretta di mano, e condividendo queste osservazioni col mio attuale compagno e con mio figlio, 20 anni, spettatore della violenza e quindi oggetto indiretto della violenza stessa (entrambi mi hanno aiutata a scucire quella bocca), ti ringrazio per avermi ascoltata fin qui. Lucia»

35 risposte a “Ancora sulla violenza. E sulla comunicazione sociale

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Quanta verità nelle parole di Lucia e quanta leggerezza vediamo in giro su troppi temi vitali. Sul discorso dinamiche di relazione spero prenda la parola Zauberei, che recentemente, non so se in un commento altrove o da se vi aveva accennato.

  3. Una lettera molto interessante e bella. Io stessa non mi ero resa conto dell’accostamento tra le parole festival e violenza.

    Certo sull’origine della violenza in un uomo, ci sarebbero tante cose da dire, ma non sono un’esperta. Sicuramente se c’è una madre che cannibalizza un figlio c’è anche un padre assente che glielo lascia fare.

    Non dimentichiamo che anche l’assenza di azione contribuisce a generare e far crescere la violenza. E’ però giustissimo riportare l’attenzione sulla responsabilità, nel bene e nel male delle donne.

    Grazie davvero dei vostri post e racconti.

  4. Concordo. E (forse sbagliando) devo dire che se mai un giorno avrò un figlio spero sia femmina.

  5. Grazie a “Lucia” per aver scritto e a Giovanna per aver pubblicato. Grande consapevolezza nelle sue parole, anche se si puo`essere in disaccordo su alcuni punti.

  6. Posso prendermi il rischio di dire una boiata? Siate indulgenti. :)
    Non mi pare che si possa trovare una soluzione univoca alla comunicazione sociale senza esporsi di volta in volta a critiche più che legittime da una parte o dall’altra. Come Giovanna ci ha mostrato, l’esibizione della violenza reitera l’interpretazione semiotica contro cui si combatte. D’altronde Lucia ci invita a prendere atto che anche una comunicazione opposta basata sulla leggerezza
    rischia di far naufragare il messaggio e la credibilità di chi lo proponga.
    È chiaramente tutto un problema di sfumature: la denotazione bussa alla porta dell’intepretazione ma sono le connotazioni quelle che ti entrano dalla finestra.
    Poiché un testo è autonomo e non si possono far valere le intenzioni dell’autore nell’autorizzare alcune interpretazioni diseredandone altre che non volevamo ma che il testo partorisce comunqe ri(am)mettendole nel circolo ermeneutico, il gioco diventa difficile.
    C’è però una soluzione che rispetta tutti per escumenismo e consiste nel concepire una campagna che abbia come fine la saturazione interpretativa. Sappiamo già che una comunicazione efficace deve muovere alla pancia e alla testa. Gastronomicamente sappiamo benissimo che ogni buona ricetta per poter funzionare non può limitarsi a mettere in gioco più ingredienti possibili. Sarebbe un pasticcio – il dizionario conosce da sempre la parentela tra gusto e disastro.
    Tuttavia il grande chef è colui che articola opposizioni organolettiche e dal gioco di contrasti di singoli elementi, che assunti singolarmente sarebbero troppo banali o troppo deboli o troppo forti, ne trae una coralità che non è somma delle parti, sebbene le parti rimangano lì. Insomma, la pancia ingannata dalla testa, l’emotività in simbiosi con la cultura; i sensi obbligati a riesaminare i propri gusti primari e i propri pregiudizi attraverso una disciplina della compresenza spigolosa.
    Non è una soluzione più facile quella che propongo, perché le soluzioni facili sono sempre le equazioni già risolte. Inoltre qui teorizzare è più semplice che creare. Però abbracciando questa filosofia compositiva rimarrebbero dei vantaggi da non sottovalutare: si potrebbe ancora mostrare la violenza senza subirne i ricatti: si potrebbe mostrare il sangue nel piatto; e si potrebbe usare l’elio della leggerezza per controbilanciare: si potrebbe aggiungervi il riso.
    Chiunque verrebbe urtato da una particolare interpretazione del manifesto, dello spot, ma troverebbe comunque un’interpretazione di altri elementi capace di appagarlo, ad ogni modo sospendendo l’atteggiamento interpretativo del mettersi sulla difensiva esasperando solo la propria lettura che è poi ciò che va evitato se il messaggio vuole passare.
    Perché non saturare cognitivamente la pancia del lettore? Certamente c’è il rischio di una indigestione. Ma se indigestione dev’essere, meglio che siano tanti alimenti che uno solo.

  7. Non posso aggiungere molto perchè Lucia conferma quello che ho detto tante volte e anche qui, in tema di comunicazione sulla violenza, bisogna rivolgersi agli uomini e capire perchè esitano in certi comportamenti. Poi si possono fare molte cose anche per aiutare le donne ad acquistare consapevolezza del loro modo di abitare le situazioni e rimanerci, ma non tutto può essere fatto dalla comunicazione sociale.
    La storia del festival comunque fa infuriare anche me. Mi ha ricordato l’usanza recente di chiedere su facebook di celebrare la lotta al cancro al seno parlando di mutande e di borsette. C’è in questo alleggerimento dei contenuti un problema evidente nel sopportare il dolore, la pesantezza, e una fuga che sa di censura e che oltre che essere irrispettoso è deleterio, perchè come dire offre una collusione culturale a una rimozione individuale. Cioè l’uomo violento davanti al festival non si smuove di una virgola – anzi.

  8. Ma siamo sicure che questa lettera sia stata scritta da una donna? L’affermazione “il primo gesto di violenza è SEMPRE un urlo di aiuto da parte dell’uomo, la manifestazione della sua inadeguatezza. Urlo che non viene ascoltato, raccolto, su cui non si va mai a scavare in via preventiva come si dovrebbe”. Non solo siamo oggetto di violenza, ma da brave donnine dovremmo pure andare a scavare sul perché della violenza…non condannarla, ma tentare di capire. La colpa è nostra. Io non voglio capire, la violenza è sempre e comunque sbagliata. Secondo la teoria della sedicente Lucia, dovremmo giustificare e tentare di capire tutti serial killer: essi divengono tali perché hanno subito violenze da piccoli, quindi vanno compresi e non condannati. Caso strano poi sono stati di aiuto a Lucia due uomini: l’attuale compagno ed il figlio…ma guarda un pò. L’uomo sempre salvatore e la donna sempre generatrice di uomini psicolabili. La colpa è sempre delle donne, come la giri la giri. Indignazione nella pubblicazione di questa lettera è dir poco.

  9. In effetti è abbastanza sconvolgente trovare la parola “festival” associata a “violenza” (mi stona anche quell’”illustrata”). Ho notato che le organizzatrici del festival sono parecchie, e tutte donne. Mi piacerebbe leggere il loro punto di vista… perché mi sembra incredibile che a nessuna di loro sia venuto in mente che non si possono associare quelle due (tre) parole. A nessuna è venuta in mente? Oppure qualcuna ha sollevato il dubbio ma alla fine si è deciso lo stesso per “festival”? E perchè???

  10. Mi si perdoni il tono polemico ma sarei curiosa di sapere se è una comunicazione giusta invece la pubblicazione della lettera di una donna maltrattata convinta che la violenza sia una malattia e che il maltrattante non solo vada aiutato (aiutare il violento anzichè la vittima) ma sia completamente senza volontà, al punto da far ricadere la “causa” della violenza in un’altra donna, ossia nella madre del maltrattante (e non in un padre, in entrambi i genitori o in nessuno dei due) genderizzandola in maniera edipica.
    Auguro invece a Lucia di incontrare persone competenti nel suo cammino che l’aiutino a capire non solo la differenza tra violenza e patologia ma anche ad uscire dal processo misogino in cui si trova intrappolata.

  11. La nostra società non si è mai occupata della patologie maschili ma ha sempre e quasi esclusivamente considerato quelle femminili a cominciare da Freud in avanti. Psicanalisti, psicologi, psicoterapeuti – uso il maschile plurale per una ragione seria che riguarda una formazione unisex che deve essere messa radicalmente in discussione – hanno sempre avuto le donne quali clienti privilegiate. Sono loro infatti che rivolgono agli “esperti” delle domande di cura. Gli uomini lo fanno molto più raramente e per placare le loro angosce scelgono altre strade… Così proliferano libri sull’anoressia e bulimia, sull’steria, sugli attacchi di panico e quant’altro. Le nevrosi ossessive, un tempo prevalentemente maschili e che oggi si stanno diffondendo – non per caso – fra le donne sono patologie estremamente gravi, insidiose, silenziose ma altamente distruttive. E’ necessario orientare lo sguardo alla “clinica” del maschile.

  12. Venusia, Jo: ho pubblicato la mail proprio perché mi sembrava densa di spunti per una riflessione collettiva e per tante singole riflessioni individuali.

    Jo: ti domandi «se è una comunicazione giusta invece la pubblicazione della lettera di una donna maltrattata». Sì, credo che discutere di queste cose sia utile per tutti/e. Senza che nessuno/a abbia la pretesa di avere la verità in tasca, per favore.

    Lucia ha semplicemente raccontato la sua esperienza e ci ha regalato la sua interpretazione e il suo punto di vista. Merita il rispetto di tutti/e per questo, anche se non si è d’accordo sull’interpretazione.

  13. Vi segnalo questa iniziativa partita nel 2009 a Firenze.
    http://www.centrouominimaltrattanti.org/

  14. Chiedo nuovamente venia per questo mio intervento ma non intendevo affatto che fosse una pessima comunicazione la pubblicazione della “lettera di una donna maltrattata” bensì la pubblicazione della “lettera di una donna maltrattata convinta che la violenza sia una malattia e che il maltrattante non solo vada aiutato ma sia completamente senza volontà”.
    Sono due cose molto differenti a mio parere, mi chiedo a chi giovi sdoganare il concetto che la violenza sia una patologia e mi scuso per essere ancora intervenuta solo per questo chiarimento.

  15. Due osservazioni. La prima è che è piuttosto frequente se non addirittura la maggioranza dei casi l’esperienza e il giudizio di Lucia, per un mucchio di buone ragioni. Ora io non voglio parlare di una persona che non conosco, non so niente di Lucia, parlerò di quello che ho appreso lavorando con donne nella situazione di lucia – e quindi non di lei. So che quando la relazione di coppia si patologizza nella violenza di genere i motivi per parlare di malattia dell’uomo sono molti. Il primo brutalmente è che è vero, e negarlo non serve proprio a nessuno, non fa diminuire la violenza, il secondo è che è funzionale alla difficoltà della donna perchè anche essa hai i suoi motivi – parte economici e sociali ma buona parte riguardanti la psicopatologia a sua volta, per non aver lasciato un compagno violento fino a un certo momento. Non si può penalizzare questa cosa, e non ci si può semplicemente arrabbiare con le donne perchè hanno un certo stato d’animo anzichè un altro. E’ controproducente e anche davvero irrispettoso. E’ terribile sentirsi giudicati non per i propri pensieri ma per i propri sentimenti, perchè li scegliamo molto di meno, e non sappiamo proprio dove mettere le mani per cambiare, ammesso che astrattamente capiamo o siamo d’accordo con il dover cambiare.
    Lucia ha lasciato il compagno violento e io sottolineo l’importanza di questo gesto, e il fatto che anche questo è stato pubblicato nella lettera – vuol dire che ha fatto un percorso duro e critico, magari complicato anche per questioni tutte concrete di soldi – e questo va premiato nei commenti, ragione di più se l’ha fatto comprendendo che il marito stava male e che lei in qualche modo e per cose sue era invischiata nella stessa patologia. Aveccene! Nei centri antiviolenza, nei luoghi di cura per le famiglie si combatte con il problema di donne che parlano di maschiacci brutti e cattivi, dicono peste e corna, denigrano rivendicano sbraitano, poi si fanno fare occhi neri e dire parolacce davanti a bambini molto piccoli e poi ci vanno a letto, senza volersi mai veramente allontanare. Non è che gli uomini so tutti cattivacci e le donne sono tutte puarettine ecco. Questo non serve proprio a nessuno.
    Invece è giusto quello che dice Paola Zanetti: per secoli il maschile non si rivolto alla cura e la cura non si è occupata del maschile, è ora che cambino le cose. Ma le cose Paola stanno cambiando, cominciano i centri di ascolto per uomini violenti, cominciano le pubblicazioni sulla violenza maschile (suggerisco, per fare un esempio il piccolo “i centauri” si Luigi Zoja, sullo stupro di gruppo. Non si è d’accordo su tutto ma ha tanti spunti interessanti.

  16. Le attenuanti che si possono fornire in qualsiasi reato vanno certamente comprese e analizzate, ma trovo la situazione rappresentata in questo caso un po’ paradossale. Molto “tirata per i capelli”.

    In estrema sintesi attribuisce ogni colpa alle donne e trasforma l’uomo in un pupazzo inanimato, un Adamo perduto per colpa di tutte le Eve del mondo: la madre cannibale e la moglie che denuncia sempre troppo tardi.

    Troppo tardi. Cosa significa esattamente? E quando dovrebbe denunciare una donna maltrattata? O chi dovrebbe denunciare? La suocera?
    E cosa significa esattamente che “dovremmo forse partire dal nostro essere donna per cercare di comprendere perché arriviamo a subire violenza”?
    “Perché arriviamo a subire” mi sembra una domanda che cerca le responsabilità della violenza in capo a chi la subisce (perché noi donne arriviamo a subire).
    Non mi trova d’accordo questa espressione. Con pochi passaggi arrivo ad affermare che ho subito violenza perché indossavo una minigonna, o perché non stavo zitta, o per qualsiasi altro motivo.
    Forse arrivo a subire violenza solo perché un altra persona usa la violenza come forma di comunicazione, il che è inaccettabile. Non devo indagare la vittima, ma il colpevole, a meno di situazioni d’incapacità di intendere e di volere.

    In assenza di patologie psichiatriche, chiunque, uomo o donna che sia, è per me libero di scegliere e risponde delle proprie scelte.

    Grazie come sempre degli interessantissimi spunti che offri.

  17. Al di là dell’interpretazione simil-freudiana che Lucia dà della vicenda (vedo anche il rischio di una nuova colpevolizzazione della donna, ma credo che questo andrebbe detto a chi l’ha seguita nel suo percorso), il punto del ciclo della violenza, e quindi dell’apprendimento infantile in ambito familiare e conseguente nuova perpetrazione della vessazione, o anche semplicemente del codice di relazione gerarchico da parte dell’uomo (e della donna, in forme forse meno evidenti), è importante. Lucia, o chi per lei, secondo me ha ragione nel pretendere una strategia comunicativa che sollevi le origini del problema (che sono molte, e culturalmente identificabili anche senza scomodare Freud), e che si rivolga a un target trasversale. D’accordissimo con lei sull’inappropriatezza del termine “Festival”, che non solo rimanda a un’atmosfera d’intrattenimento che mi pare del tutto fuori luogo, ma contribuisce a relegare il problema a una manciata di giorni di visibilità, facendolo cadere poi nell’usuale oblio. Del resto la locandina rosa con sagome di femmine “canonicamente” identificabili (fiocco per la bimba, gonna e tacco per la mamma) ci dice qualcosa sull’accuratezza della riflessione a monte del “Festival”, come qualcosa ci dice la ragazza incinta, chiaramente fotografata seminuda, adagiata su un mobile di casa sotto i portci di piazza Re Enzo. “I pensieri sempre i più buoni cancellati dalle intenzioni”, cantava Fossati (chiudano un occhio i semiotici che di intenzioni non si occupano).

    Il problema fondamentale sta nel pretendere di affrontare un tema di rilevanza sociale, e per di più sanitaria, dall’unico punto di vista di una precisa tradizione di pensiero (legittima, ma parziale come tutte le tradizioni), che ovviamente porterà sul campo delle sue strategie i propri presupposti. L’argomento è spinoso, perchè che le violenze di genere siano basate su un preciso modo di intendere (gerarchicamente) il rapporto uomo-donna è un fatto, e questo predispone alla tentazione del separatismo, e a una nuova ghettizzazione. Fermo restando che nessuno si sogna, al di là di circostanziati disaccordi, di non riconoscere ai femminismi il loro escamativo contributo nel contrasto alle violenze sulle donne. Bisogna però riconoscere, onestamente, una generale difficoltà nel segmentare strategie su un target trasversale, o anche di ipotizzare un maturo lavoro persuasivo e di sensibilizzazione, che coinvolga l’uomo anzichè stigmatizzarne la “naturale” (?) tendenza all’aggressività e quindi alla prevaricazione. E’ plausibile interferire su un problema relazionale dedicandosi a un unico polo della relazione? La risposta è no, dal mio punto di vista. E secondo me Lucia, o Lucio che sia, questo voleva dire.

    Sarebbe certamente auspicabile un lavoro archeologico preliminare, volto a sollevare una numerosa serie di componenti culturali e psicologiche e sociali e…in concorso, moltiplicare i messaggi, investire risorse, pluralizzare i punti di vista, coinvolgere i giovani e le giovani (!), godere di una continuità praticamente quotidiana. “Sfondare”, per così dire, i contesti usuali entro cui questi dibattiti si svolgono di solito. E’ certamente più economico, in senso lato e meno lato, battere sulla denuncia dell’esito infausto del problema, e riferirsi ad antichi codici, nella convizione che questo scateni una generale e perdurante ondata di identificazione/indignazione.

    La strada è ancora lunga, non è affatto detto che le voci critiche siano beneaccolte e che le idee avanzate nei contesti più vari siano fattivamente messe in grado di avere seguito. Anche quando l’obiettivo è fondamentalmente comune, alcune zavorre persistono. Così ci si separa. E ci si perde.

  18. Monica ma non dobbiamo considerare la comprensione psicologica alternativa alla questione giuridica. Questo è il dramma nostro culturale. Sono due cose diverse, e che vanno benissimo d’accordo – dal mio punto di vista la denuncia è terapeutica, per lei come per lui. E’ una cosa che fa bene alla psicopatologia. Se uno stato funzionasse – per cui il provvedimento penale si accompagnasse a un processo di terapia, come accade in diversi paesi civili – una lo denuncerebbe sapendo di agire bene a molti livelli.

  19. Scusa Zauberei, io sulle dinamiche di coppia che descrivi sono d’accordo con te; però mi piacerebbe sapere perché non ti soffermi sulla parte di quella lettera in cui Lucia si lancia in interpretazioni psicanalitiche credo sue personali sulla genesi della violenza maschile a partire dal rapporto con la mamma. Anche se una donna è stata maltrattata ed è stata molto in gamba a riconoscerlo e a liberarsene, non è che le si deve dare ragione su tutto.

  20. Ilaria – hai ragione sono riflessioni relativamente approssimative, ma in parte ci entrano con la realtà, stigmatizzo sempre la psicoanalisi selvaggia, ma mi pareva che nel complesso Lucia accentasse cose importanti che non dice nessuno, e anche questo discorso che fa sul materno in diversi casi non è proprio fuori luogo. Più genericamente io, come madre di figlio maschio mi pongo il problema, e penso di avere una responsabilità non solo del suo assetto culturale ma anche del suo assetto psicologico. E se ammetto che un gesto ha un origine patogena – va da se che la mamma ci entra assai.
    Ma a questo punto aggiungiamo a beneficio del dibattito: anche il padre. E la coppia che il piccolo futuro maschio violento vede in atto.

  21. Porto l’esempio di un tipo di approccio alla questione che mi è capitato di studiare di recente, e sottolineo, UN tipo, che offre una spiegazione diversa e non necessariamente alternativa, ma semplicemente affiancabile come altrettanto possibile in molti casi di violenza familiare – perché se è vero che la spiegazione di Lucia ha le sue ragioni (ma detta così io ci vedo, confesso, rischi e limiti che sono già stati ben espressi), quella ultima di zauberei ne ha per me qualcuna di più (di ragioni, non di limiti). E’ il resoconto di una modalità di terapia congiunta di uomini violenti e delle donne con cui vivono di uno psicoterapeuta della famiglia australiano, Michael White. Chiaramente accenno a questa esperienza di terapia perché sono curiosa di sentire il parere in proposito anche di zaub. Si trova in “La terapia come narrazione”, capitolo “Violenza domestica”
    White è subito chiarissimo circa i limiti dell’esperienza, che sono che l’approccio congiunto vale per gli uomini che hanno scelto di provare a rinunciare al comportamento violento e le donne che hanno un desiderio intenso di mantenere la relazione, con la consapevolezza molto chiara delle obiezioni a tale metodo, in primis la critica che tale pratica incoraggi l’uomo a sottrarsi alle proprie responsabilità e che contemporaneamente si rinforzi una concezione “vittimologica” che attribuisce una responsabilità di provocazione alla donna. Quello che per White caratterizza e differenzia il suo approccio è il fatto di analizzare la violenza nel contesto dell’ideologia patriarcale (cosa che io ho trovato a dir poco sorprendente, trattandosi di un terapeuta uomo), accentuando la responsabilità dell’uomo per gli atti violenti, e, grazie a un lavoro che scardina le limitazioni degli stereotipi di genere, rendendo addirittura, secondo lui, più praticabile la separazione da parte della donna (“Nella mia esperienza, nel corso di questo processo la donna si svincola dalla responsabilità della violenza e recupera la propria dignità quando arriva a una posizione di autorità in relazione alla propria storia e alla propria esperienza”.) Considerazioni su molti aspetti della questione (sociali, economici, giuridici) sono lasciate fuori proprio perché il discorso è piuttosto specifico, ma White proveniva dai servizi sociali e aveva ben presenti tali aspetti. Nella parte finale del saggio fa riferimento ad allontanamenti temporanei e a predisposizione di piani di vie di fuga nel corso della terapia.

    Cerco di riassumere, servendomi anche di qualche citazione. Per White, nell’ideologia patriarcale si trovano idee e apprendimenti circa la gerarchia come ordine naturale e “l’insindacabile diritto dell’uomo ad assumere una posizione superiore”, e sono idee che vengono rinforzate ogni giorno dai media, da altre coppie, dalle storie familiari. “Per la donna le conseguenze di queste idee implicano oppressione, sfruttamento, disperazione e depauperamento personale. Per l’uomo, implicano essere avvelenato da una rabbia presuntuosa e una grossolana insensibilità legata a una profonda incapacità di distinguere tra la propria esperienza dei fatti e l’esperienza della donna, in particolare l’esperienza dell’atto violento (‘Era solo uno schiaffetto’).” La terapia attraversa queste fasi:
    Il terapeuta fa emergere la teoria della coppia sulla violenza (che di solito implica l’aggressività vista come un dato biologico, una reazione inevitabile a una provocazione). Successivamente il terapeuta informa la coppia sul fatto che le spiegazioni da lui conosciute contrastano profondamente con la loro teoria e, dopo avere indagato sulla disponibilità ad ascoltare, presenta l’ideologia patriarcale come contesto della violenza dell’uomo verso la donna, identificando gli atti di aggressività e di violenza dell’uomo come “strategie derivate dai concetti patriarcali relativi al possesso delle donne da parte degli uomini e al diritto di questi ultimi di esercitare a proprio piacimento il potere sulla loro proprietà”. Più che di patologia White parla di tossicità di una rabbia che più viene espressa e più avvelena l’uomo. Attraverso un susseguirsi di domande che giustappongono idee contrastanti, viene presentata alla coppia la possibilità di scegliere (ad es: “L’avvelenamento da rabbia arrogante e l’isolamento personale si adattano al tipo di persona che sei, oppure pensi che l’autodeterminazione e il contatto con gli altri ti si adattino di più?”) Seguono domande ipotetiche sulla vita dell’uomo in seguito a un cambiamento : “Se la tua partner acquistasse autorità su se stessa, riappropriandosi della propria storia e fidando nella propria esperienza, come pensi che affronteresti le sue forti opinioni? Pensi che riusciresti a fronteggiarle o pensi che andresti in pezzi? Se ti opponessi a queste idee sulla supremazia dell’uomo, questo potrebbe allontanarti dagli altri uomini. Come affronteresti il problema?”. Nell’esperienza di White, la decisione è stata sempre di sperimentare il cambiamento, indipendentemente dagli esiti finali – che possono essere anche di scegliere di separarsi. Il resto della terapia è costituito da compiti attentamente seguiti dal terapeuta e da risposte attente ai progressi fatti dalla coppia nel liberarsi dai valori patriarcali.

    Mi scuso per la lunghezza e anche per il fatto che non rendo sufficientemente la complessità del lavoro di White. Ma mi sembrava importante darne almeno testimonianza qui, dove mi piace vedere che si riesce a parlarne con calma e profondità.

  22. Veramente Freud ha a mala pena considerato le patologie femminili e le ha notoriamente tutte ridotte all’invidia del pene. Freud era un maschilista di prima statura.

    “Women oppose change, receive passively, and add nothing of their own,” he wrote in a 1925 paper entitled “The Psychical Consequences of the Anatomic Distinction Between the Sexes.”

  23. Non mi addentro in questioni di psicologia. Ci tengo, però, a far presente una cosa.
    Mi sembra che alcuni commenti (Venusia, Jo) fraintendano le parole di Lucia, o meglio: non le capiscano affatto.
    Ammetto che quando ho letto il post ho sussultato anch’io di fronte alla ricostruzione della stessa Lucia sulle motivazioni della violenza subita, da ricondurre alla storia psichica del marito. Non mi sono permesso, da inesperto, di commentare. Ho aspettato di ascoltare professionisti – grazie, Zauberei.
    Tuttavia, trovo che le parole di questa donna esprimano non soltanto una grande verità, troppo spesso trascurata, ma una forza e un coraggio da fare invidia a molti – me per primo. Uscire fuori, attraversare il disagio tutto e mettersene fuori, osservarlo, stringersi, coccolarsi, e dopotutto arrivare a capire che sì, probabilmente quest’uomo le ha procurato dei danni enormi, ma vale comunque la pena interrogarsi sui perchè, anche sui perchè di lui, è straordinario.
    Ho apprezzato molto.
    Non credo si andrà da nessuna parte finchè si continuerà a far credere alle donne vittime di violenza che sono solo vittime, e non più soggetti pensanti.
    Consiglio a tutti di visitare il sito di maschile plurale, leggere qualche testo di Stefano Ciccone. http://maschileplurale.it/cms/
    Interrogarsi sulla violenza senza interrogarsi su chi la fa? Non mi sembra intelligente.

  24. Sono d’accordo con zauberei quando dice che ci sono vari aspetti – penali, culturali, psicologici – che non si escludono l’uno con l’altro.
    Certamente, prima di tutto, società e Stato devono dare ogni tutela possibile alle donne e punire duramente i maschi violenti, SENZA NESSUNA attenuante psicologica e culturale.

    Questo non impedisce di cercare di capire.
    Lucia, sulla base della sua esperienza, ci ha offerto generosamente un’interpretazione psicologica (“il primo gesto di violenza è SEMPRE un urlo di aiuto da parte dell’uomo, la manifestazione della sua inadeguatezza”). Chi lo sa se è davvero “SEMPRE” così, sempre psicopatologia.
    So di casi di donne che subiscono la violenza domestica pur essendo economicamente indipendenti. Quanto è patologia e quanto “cattiva” cultura?

    Se si capiscono meglio le dinamiche culturali e psicopatologiche della violenza (come cerca di fare ad esempio Michael White, citato da ilaria), si può anche tentare una comunicazione più efficace.
    In particolare, proponendo modelli positivi praticabili dalle persone più a rischio, uomini e donne.
    Ad esempio, il video della Comencini, che focalizza solo un aspetto affettivo — non sappiamo quanto importante e diffuso — della relazione fra violento e vittima, avrà pure aspetti criticabili. Ma l’ultima immagine, quella della donna maltrattata che dice “Io NON ti amo”, offre un modello positivo accessibile alle donne picchiate che invece dicono, infelicemente, “Io ti amo”.

  25. Alcune cose:
    Alessandra è verissimo quello che tu dici su Freud, ma vale solo per lui. Dopo di lui si può dire che la psicoanalisi si è occupata tantissimo di donne, e tantissimo di madri al punto che quella era la nuova chiave di volta del sessismo – perchè tutte le colpe delle psicopatologie future erano di lei – e il padre?
    Ilaria è molto interessante quello che tu dici, e credo abbastanza utile. Credo che involontariamente l’approccio così centrato sui dati culturali abbia effetti anche psicodinamici. Dobbiamo comunque renderci conto che quando si parla di violenza intrafamiliare non possiamo permetterci il lusso di considerare il problema unidirezionale del maschile contro il femminile e basta, perchè nove volte su dieci ci sono dei bambini che di quella violenza sono spettatori e già di per se questo è un abuso verso di loro. Allo stesso tempo il legame tra bambini e genitori è qualcosa che va protetto e aiutato a migliorare, perchè noi possiamo cambiare i nostri mariti ma non possiamo cambiare i nostri padri, quindi è sacrosanto che si facciano terapie familiari e di coppia che esitino in un modo di collaborare – che la famiglia rimanga unita o che si finisca in una separazione. Non si può credere che se un bambino ha un padre violento allontanare il mostro sia la cosa migliore, perchè quel mostro sarà per sempre il suo cattivo gigante interno, un oggetto persecutorio e doloroso con cui non gli basterà una vita per fare pace.
    L’unica perplessità che ho Ilaria è che questo approccio trascuri aspetti psicodinamici dei casi in cui il padre abbia una diagnosi piuttosto grave che sono sul campo molto frequenti, per cui si creino cambiamenti epidermici e contingenti ma che in certi momenti nevralgici sono cancellati da un sostrato patologico che ritorna (per esempio: una seconda gravidanza della compagna) anche le psicoterapie di coppia a orientamento sistemico relazionale o psicodimanico in quei casi secondo me necessitano di uno spazio aggiuntivo di elaborazione e di lavoro – e non è da escludere qualche volta di farmaci – solo per il padre.

  26. Sono rimasta un po’ perplessa e turbata da alcuni punti esposti in questa discussione, proverò ad esporli, ma devo dire che è davvero molto difficile per me…
    1. Complimenti alla signora per il coraggio di aver lasciato un marito del genere, complimenti legati anche al fatto di essere dipendente da lui non solo affettivamente (c’era un bambino), ma anche economicamente.
    2. Complimenti per aver avuto il coraggio di parlarne. Anche io ho avuto una storia con un partner violento, durata qualche anno. Ed è la prima volta che lo scrivo, ed è come lanciare un macigno: sto facendo una fatica bestiale, e non so nemmeno se avrò poi la forza di confermare l’invio del messaggio. E’ da poco che riesco a parlarne, con poche persone, e pensare che sono passati 10 anni!
    3. Io credo che il suo percorso, mi permetto di dirlo, non sia ancora finito. Credo che solo quando non si sentirà più in colpa per quello che ha subito sarà veramente libera. Io ci ho messo tanto, tantissimo, a non abbassare lo sguardo quando lo vedevo per strada… Mi permetto di dire una cosa, ma non mi fraintenda, perché non la conosco e non so quale sia la sua vita… lei è una madre, di un maschio, e lei vede le radici della violenza maschile in una “madre che cannibalizza il figlio”, una madre che “fatica a separarsi dal figlio maschio perché non è in grado di preservare il suo essere donna come eccentrico al suo essere diventata madre”. Ecco, io in questo ci vedo una gabbia, un laccio, che la tiene legata al suo passato: non è colpa sua, lei non è colpevole di niente!!
    4. Passando al commento da persona un po’ più distaccata, sono molto d’accordo con chi, forse Zauberei, sottolinea che se tanto si è fatto sul lato “vittima”, poco si è fatto sul lato “offender”.
    Qui a Trento si è da poco iniziato un progetto sperimentale per il recupero degli uomini fautori di violenza, per me molto interessante. Credo sarebbe assolutamente utile e opportuno iniziare a studiare seriamente, e senza volontà di scaricare ancora una volta la colpa sulle spalle delle donne, le radici di questa violenza.

  27. Ho letto con estrema attenzione tutto il dibattito che è seguito alla pubblicazione del mio contributo e voglio soltanto fare alcune precisazioni
    Quando uomini e donne si sforzeranno di comprendere senza giudicare, forse avremo raggiunto quell’equilibrio di “persone” che ci permetterà di vivere delle relazioni sane, non intendo soltanto di coppia, nelle quali la differenza di genere è, come ogni diversità, la ricchezza propria della relazione e non, come spesso accade, l’alzare una barricata a difesa del proprio essere.
    Ho raccontato il mio vissuto, che è ciò che la vita offre ad ogni individuo nell’esperienza quotidiana, ma è anche la somma delle esperienze del passato che sono ancora vive nella coscienza individuale. Questo vale per me donna, ma vale anche per il maschio che ha agito violenza nei miei confronti. Non ho mai giustificato nessun gesto di violenza che ho subito, ma ho compreso, che dietro ognuno di questi gesti c’è l’espressione di un disagio interiore profondo sul quale non si indaga e non si interviene a fondo. Cercare le ragioni non vuol dire giustificare, non vuol dire giudicare, vuol dire comprendere e poiché la violenza sulle donne NON è un problema delle donne, o si parte da un’analisi del maschile, o continueremo a dividerci tra vittime e carnefici senza fare passi avanti.
    E’ proprio perché si sottovaluta il primo gesto di violenza che la violenza diviene poi “patologica”, tanto per chi l’agisce quanto per chi la subisce, ma quel gesto è un grido d’aiuto, è l’espressione dell’incapacità di portare avanti un dialogo relazionale su un altro piano. E’ lì che l’uomo dovrebbe rivolgersi ai…. centri antiviolenza! In questo senso ho detto che quando la donna arriva a denunciare è sempre troppo tardi tanto per lei che per il maschio… E qui bisognerebbe aprire la discussione sulla difficoltà… antropologica del maschio a mettersi in discussione e a guardare dentro se stesso.
    Non ho attribuito colpe alle madri – e quindi alle donne – ho semplicemente osservato che tra madre e figlio deve necessariamente avvenire un processo di separazione, di abbandono e che non sempre questo processo è, diciamo, reso agevole da parte delle madri , in particolare quando non interviene la figura del padre come elemento di rottura del rapporto di “cannibalismo” , di continuità tra il corpo della madre e quello del figlio. Ne risulta una sorta di necrosi affettiva – questo ho riscontrato nell’uomo con cui ho condiviso anni di vita, necrosi affettiva che si è manifestata non solo nei confronti miei in quanto altra metà del cielo, ma nel senso lato degli affetti, che si tratti di figli o di relazioni di amicizia.Con ciò non ho voluto e non voglio dire che quella sia LA causa della violenza, ma semplicemente che bisogna indagare ANCHE lì.
    E poi non dimentichiamo, per cortesia, che dentro le relazioni ci sono anche i figli e che spesso nella scelta di restare o di lasciare una situazione di violenza, quanto restare e quando lasciare, da parte di una donna c’è la valutazione del bene e del male, del meglio o del peggio anche proprio in funzione dei figli. Quel “mostro” è sempre colui che l’ha generato…

    Un’ultima cosa. Quanta “violenza” nelle parole di Jo e di Venusia… al punto da dubitare che Lucia sia veramente una donna… o da criticare il fatto che siano stati due maschi, il mio compagno e mio figlio, ad aiutarmi a scucire quella bocca! E chi avrebbe dovuto farlo? C’è tutta una questione di ricostruzione affettiva mia, di superamento della violenza subita e delle dinamiche patologiche che mi facevano restare dentro quella gabbia…, che non potevo non affrontare riconsiderando il mio stare in una relazione di coppia e condividendo con chi ha scelto di vivere con me l’analisi di quello che ho vissuto e con chi, figlio maschio, ha visto, ha sofferto, ha pianto, ed è cresciuto maturando un’estrema consapevolezza di quella che è l’identità di genere all’interno delle relazioni…

    .

  28. Presupposto: chi si trova in una voragine di amore/dolore non può avere una visione lucida. Le dinamiche sono complesse, questa lettera dà spunti importantissimi per capire che non è tutto bianco o nero, ma difficile.
    Credo che Lucia non sia stata né coraggiosa né codarda: è stata sfortunata.
    Sfortunata per non aver saputo lasciare subito al primo accenno di violenza e umiliazione. Sfortunata per aver trovato un uomo indegno. Sfortunata per essere cresciuta nella società attuale, ancora così bigotta e antiquata, che continua a parlare di donna come “posseduta”, “madre”, “moglie”, “figlia”, mai in termini semplici di “persona”.
    Sfortunata perché vittima della concezione di superdonna che supersopporta sulle sue superspalle il peso della famiglia.

    Il binomio donna-colpevole e uomo-salvatore ce lo insegnano da sempre. Di madri apprensive ce ne sono tante, ma accusare il troppo amore (eccessivo, smisurato, invadente, ok) di portare l’uomo alla violenza, è chiaramente insensato.
    Anche leggere l’uomo che picchia e umilia come povero essere che chiede aiuto. Tutto rientra nell’ottica della superdonna salvatrice (e sopportatrice) del mondo.

    Interessante notare anche che in alcuni commenti Lucia viene attaccata (perché ha sopportato, perché accusa la suocera, perché inconsapevole), ma io mi chiedo: e l’ex marito in tutto questo, che ha fatto? Ha picchiato, umiliato, si è nascosto dietro la madre, ha licenziato. Mi piacerebbe sapere che fine farà.
    (giusto per la solita storia che in passerella ci sono sempre solo le donne, gli uomini sono deresponsabilizzati)

  29. Lavoro a stretto contatto con un servizio che affronta specialisticamente il problema della violenza di genere secondo il metodo codificato dall’associazione Artemisia di Firenze. Dopo molti anni di osservazione ravvicinata dei “casi” trattati dal servizio e in presenza di dati statistici inequivocabili circa la “normalità” dei soggetti maltrattanti , sono definitivamente convinta che la causa della violenza maschile contro le donne non sia la malattia. La malattia può essere, come qui già detto, conseguenza di una autorizzazione a priori, di tipo socio-culturale, di una serie di comportamenti che, a lungo andare, diventano patologici perché non compresi nella loro vera origine, non trattati, non contrastati né sanzionati a sufficienza e quindi lasciati liberi di propagarsi, di ingigantirsi fino ad assumere connotati patologici. Le patologie non affrontate con la prevenzione, si sa, diventano più difficili da curare, ma a mio parere quelle di cui parliamo sono difficili da curare perché non riconosciute nella complessità della loro eziologia che, spero almeno su questo vi sia chiarezza, non sono di tipo biologico. L’influenza del contesto si rivela, dunque, determinante non soltanto per l’insorgenza del fenomeno ma anche per la sua incontrastata persistenza: un maschio violento paga molto poco ciò che infligge ad una donna ed ai minori eventualmente coinvolti. Paga poco in termini giudiziari e paga ancora meno in termini di stigmatizzazione dei suoi comportamenti. Al contempo esiste e persiste la tendenza ad attribuire responsabilità alle donne, anche di ciò che subiscono e a partire dalla madre. Esiste e persiste un grado di complicità femminile ancora da indagare e da analizzare nelle sue effettive componenti (paura, vergogna, pudore, senso di minorità psicologia e sociale anche a fronte di identità socio-professionali ben definite, etc.) che, a sua volta, va declinata nel contesto in cui si produce. Per questa ragione trovo il termine che io stessa ho usato, “complicità”, fortemente inadeguato a definire l’insufficiente resistenza opposta dalle donne alla violenza maschile. Dovremmo trovarne un altro. E che magari comprenda l’insufficiente resistenza della società intera alla violenza maschile.
    Interessante osservazione quella di Paola Zaretti sulle modalità maschili di provvedere alle loro angosce, all’angoscia, aggiungo, della propria soggettività in crisi profonda. Oltre all’esibizione della virilità (della quale il Paese risulta saturo e le donne usate come strumenti all’uopo), mi chiedo se la violenza fisica, sessuale, psicologica, economica, patrimoniale che gli uomini esercitano sulle donne non sia la somma della necessità di arginare quell’angoscia. Per questo pongo alla competenza e alla lucidità di Paola Zaretti la questione su come tenere conto, in sede clinica e terapeutica delle cause della violenza maschile nel trattamento della patologia che a un certo punto si manifesta come tale.
    Chiederei anche alla comunità che pure qui si interroga sul fenomeno, di arrivare ad una definizione condivisa dell’effettiva consistenza (e caratteristiche) della patologia maschile al fine di evitare quanto in molti commenti adombrato, ovvero il rischio di confondere le conseguenze con le cause nell’eterna attribuzione di colpe al soggetto femminile e nella sottovalutazione delle responsabilità maschili. Credo anch’io, infatti, che individuare nella malattia la causa della violenza maschile contro donne e minori sia un pericoloso errore ed un ostacolo all’appropriatezza degli interventi sui soggetti violenti e su coloro che ne subiscono i comportamenti.

  30. Il tema è complesso. Poiché uccidere non è considerato “normale”, si tende ad attribuire agli autori di crimini e di violenze una qualche forma di patologia. Sappiamo bene, però, che gli uomini che uccidono mogli e/o amanti, sono considerati da parenti e amici, persone al di sopra di ogni sospetto, non solo normalissime ma dolci, affettuose, insomma degli ottimi mariti e padri di famiglia. E dunque? Credo che per capirne di più, sia necessario partire dall’ordine simbolico e dal suo funzionamento per comprendere come il virus della la malattia, della patologia, siano tutte dentro questo ordine e vengano da esso veicolate, tramesse, propagate. La relazione uomo-donna o, se si preferisce, donna-uomo è impossibile non per una qualche incoorensibile e oscura ragione ma perchè è fondata sui presupposti – errati, come ben sottolieato da Ina Praetorius – di tale ordinamento che prevede il primato assoluto e dunque la prevaricazione di un sesso sull’altro. In sede clinica e terapeutica siamo molto indietro: una clinica e una terapia incapaci di mettere radicalmente il discussione il modello patriarcale dell’ordinamento simbolico non può curare nessuno: né uomini, nè donne. I luoghi deputati alla” cura” sono stati fondati da uomini e la formazione che viene impartitaal loro interno non tiene minimamente in conto la differenza di genere. I testi canonici son sempre gli stessi e il pensiero di Irigary in Italia è stato ripreso dalle filosofe e non dalla psicanaliste. E questo non è un caso.

  31. Care,
    intervengo sulla questione Festical La violenza illustrata di cui si è parlato sopra. Sono 6 anni che portiamo avanti come Casa delle donne per non subire violenza il festival insieme oltre 30 enti/associazioni e organizzazioni del territorio bolognese. Volevamo precisare alcuni punti sull’iniziativa portata avanti in questi anni.

    Il festival è inteso come serie di iniziative a carattere culturale, un contenitore di eventi coordinati, per celebrare un mese di denuncia del fenomeno, non certo una festa per dire la violenza alle donne è un trionfo della società. Ci sembra ovvio!!!
    Il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza per noi è una giornata di lotta e non di rito vuoto, ma dire no alla violenza di genere.

    La nostra filosofia è quella di non raccontare la violenza alle donne come uno spettacolo ma indicare possibili vie di uscite, di messa in discussione di contesti dati per scontati, la proposta di politiche coordinate, la cultura contro la violenza etc.

    Ben venga che in tutta italia nascono iniziative di denuncia della violenza di genere, ma non solo per il 25 novembre (o il mese di novmembre) ma tutto l’anno per ogni occasione.

    Guardate qante, artiste, scrittirici, donne e uoomini si sono impegnate all’inizitive. Noi siamo fiere di questa niziativa che fa crescere la città e combatte una cultura di omertà che tutt’ora giustifica la violenza alle donne.

    ANNA

    http://festivalviolenzaillustrata.blogspot.com/

  32. @Anna: ma infatti non si sta contestando la vostra iniziativa; è che quel termine: “festival” associato a “violenza” stona davvero tanto. Mi piacerebbe capire (come già chiesto) come mai a voi non sembra inappropriato. Al di là della definizione di wikipedia, in genere la parola festival richiama qualcosa di positivo che si vuole mettere in mostra e “festeggiare”: che sia la musica (festival musicali), la filosofia, la letteratura… Un festival della letteratura per es. mette al centro la letteratura per celebrarla, festeggiarla, e così via. Ora capirai che, date le succitate analogie cui siamo abituati, “festival della violenza” stona molto e può ferire, anche se è ovvio che non è un’iniziativa a favore della violenza. Ma le parole hanno un peso.

  33. Si intende infatti esattamente “festeggiare la giornata mondiale contro la violenza sulle donne”

    Per questo la parola festival

    Per quanto riguarda il titolo “La violenza illustrata” è la citazione del titolo di un celebre testo di Nanni Balestrini che già dagli anni 70 metteva in luce l’invariante di violenza presente nei titoli e nelle parole usate dai giornali

    L’intento del festival nasce proprio per questo: è proprio quello di denunciare la violenza comunicativa facendo esplicito riferimento a una comunicazione rispettosa delle questioni di genere

    Per questo non vengono mai usate foto, immagini o scene violente in tutti gli eventi, i film e le artiste selezionate

  34. Pingback: Contro la violenza: realtà e rappresentazione « Un'altra Donna

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