Archivi del mese: novembre 2011

La rete italiana è provinciale… o sbaglio?

Ho aperto questo blog negli ultimissimi giorni del 2007. E da un paio d’anni ho notato una differenza, a cui all’inizio non facevo tanto caso, perché avevo meno visite e meno commenti. Poi, per mia fortuna, le visite sono gradualmente aumentate e i commenti pure. Tanto, che oggi questa cosa la noto moltissimo. È da un bel po’ che la noto. E allora la devo dire, perché non mi piace per niente.

Accade questo.

I love Italia

Se parlo di comunicazione politica italiana, le visite e i commenti s’impennano. A volte – dipende dal leader di cui parlo – anche in modo esagerato, ben superiore alle aspettative. Se invece parlo di un leader straniero e di un paese europeo (o extra, che è peggio), l’interesse cala drasticamente. Stamattina ho scritto di Mariano Rajoy e della Spagna, che pure è un paese vicino, che di recente ci è stato più volte assimilato, nel bene e nel male. Insomma, le riflessioni su quella situazione dovrebbero essere pertinenti anche da noi. Invece pare che di Mariano Rajoy non freghi niente a nessuno: lo vedo dai commenti (finora uno solo), dalle visite dirette al post, dalle ricerche che in rete si fanno su questo tema.

Può essere colpa di ciò che ho scritto io, qualcuno potrebbe obiettare. Se quel che ho scritto è poco interessante, non posso accusare gli altri di scarso interesse. È la prima cosa a cui ho pensato, naturalmente, perché non sono incline a nessun tipo di blog-narcisismo.

Ma temo che la spiegazione non sia questa: gli accessi a un post calano ogni volta che il titolo del post non si riferisce chiaramente a nulla d’italiota. Insomma, mi è capitato parlando anche di Francia, Inghilterra, nord Africa, Stati Uniti. A meno che non fossi così furba da girare la frittata (già nel titolo, eh) in modo che apparisse italocentrica.

Mi piacerebbe ragionare su questo: è un problema della rete? dell’Italia? della situazione storica particolare perché, data la crisi, siamo tutti impegnati a leccarci le nostre ferite, e degli altri sempre meno c’importa? O è un problema della piccola zona di rete che frequenta questo blog, che si è abituata troppo (e allora sì, che è colpa mia) a prestare attenzione solo a faccende italiane?

La destra grigio fumo di Mariano Rajoy

In Spagna si è chiusa ieri l’epoca Zapatero con la vittoria schiacciante del Partito popolare guidato da Mariano Rajoy, che ha ottenuto il 44,55% dei voti e 186 seggi su 350 nel Congresso dei deputati. Una bella rivincita per questo signore, di cui tutti da sempre sottolineano le scarse doti.

Molti commentatori internazionali simpatizzanti a sinistra hanno sottolineato nei giorni scorsi la mediocrità del personaggio e il vuoto di molti suoi discorsi durante la campagna. El País per esempio lo ha ritratto come uomo incline a rifugiarsi nel «depende». The Guardian come «master of ambiguity». E Le Monde ha messo in fila le tautologie di cui Rajoy ha infarcito la campagna: «Il cambiamento vuol dire che bisogna cambiare», «La migliore politica sociale è creare occupazione e gestire bene l’economia», «Creare occupazione è cosa buona per chi è disoccupato», «Faremo le riforme che impone il senso comune». Le riprendeva ieri su Repubblica Omero Ciai, ricordando che Rajoy «venne scelto da Aznar come successore perché sembrava il meno brillante e il più manovrabile tra i suoi delfini» («Ecco Mariano Rajoy, il tenace»).

Altri commentatori, meno duri, si sono limitati a sottolineare come in Spagna le elezioni non le abbia in realtà vinte nessun partito, ma la crisi economica.

Sta di fatto che, a sentire Rajoy negli ultimi giorni, la sua oratoria appare perfettamente adeguata ai tempi di crisi: mai nessuna esagerazione né promessa di troppo, ma in compenso:

  1. continui appelli all’unità di tutte le forze politiche e sociali;
  2. continua attenzione alle difficoltà di chi non trova lavoro e di chi l’ha perso;
  3. continui richiami all’orgoglio nazionale, al fatto che gli spagnoli sono migliori di chi li ha governati, alla volontà di riportare la Spagna in testa all’Europa;
  4. continui riferimenti al proprio coinvolgimento emotivo (si porta spesso la mano sul cuore), al fatto di mettercela tutta e infine, ieri, alla grande, grandissima felicità e gratitudine per la vittoria. Una felicità che dura solo una notte, ha precisato però Rajoy, perché «lunedì mattina sarò subito al lavoro».

Insomma, quando i tempi sono grigi, il grigio sta bene col grigio. Un po’ perché il fumo confonde tutto e chiunque può intenderlo come preferisce. Un po’ perché i toni dell’understatement sono più consoni alla serietà che la crisi impone.

Ma attenzione: in tempi di crisi il grigio funziona a destra come a sinistra. Anzi dirò di più: nel grigio anche i confini fra destra e sinistra si perdono. Ascolta infatti questi passaggi e domandati: non avrebbe potuto dire le stesse cose anche un leader di centrosinistra? Che differenza c’è?

«Chiediamo il voto agli spagnoli per il cambiamento, per la speranza, per rompere il pessimismo…»:

«Cambiamo la Spagna tutti uniti»:

Alcuni stralci del discorso di ieri, dopo la vittoria:

I baci di UN-HATE: scandalo o nostalgia?

Mercoledì è stata presentata a Parigi la campagna globale del gruppo Benetton UNHATE, ideata da Fabrica, che raffigura capi di stato e leader religiosi che si baciano sulla bocca: Barack Obama bacia il leader cinese Hu Jintao, ma anche il presidente del Venezuela Hugo Chavez; Nicholas Sarkozy bacia Angela Merkel; il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu bacia il palestinese Mahmoud Abbas; Papa Benedetto XVI bacia l’imam del Cairo Mohamed Ahmed el-Tayeb.

Quest’ultimo, srotolato sul ponte Sant’Angelo a Roma, suscita ovviamente l’immediata reazione del Vaticano. Il portavoce Lombardi lo definisce «un uso del tutto inaccettabile dell’immagine del papa». E pure un consigliere dell’imam del Cairo definisce «irresponsabile e assurdo» il fotomontaggio. Al che, Benetton lo ritira dopo qualche ora, dichiarando all’Ansa «che il senso di questa campagna UNHATE è esclusivamente combattere la cultura dell’odio in ogni sua forma. Siamo perciò dispiaciuti che l’utilizzo dell’immagine del Papa e dell’Imam abbia urtato la sensibilità dei fedeli. A conferma del nostro sentimento abbiamo deciso con effetto immediato di ritirare quest’immagine da ogni pubblicazione».

Nel frattempo anche la Casa Bianca «esprime irritazione» per l’uso dell’immagine di Obama, ma non al punto – evidentemente – da indurre Benetton a ritirare le affissioni relative.

La campagna cita la celebre foto del bacio fra Breznev e Honecker nel 1979, un bacio che allora era reale (secondo l’usanza russa) e non photoshoppato come oggi (clic per ingrandire):

Breznev-Honecker 1979

Ma tutti l’associano al bacio fra la giovane suora e il giovane prete, che nel 1991 portava la firma di Oliviero Toscani:

Bacio suora prete Toscani

E in effetti la campagna ricorda molto le provocazioni di Toscani, non tanto per l’idea di associare temi sociali a un marchio commerciale (cosa che ormai fanno in molti), quanto per l’intenzione di destare scandalo a tutti i costi con l’obiettivo di far parlare di sé (parlino bene o male…). L’intenzione è evidente, nonostante le dichiarazioni contrarie di Alessandro Benetton, tanto che lo stesso Toscani, sentendosi copiato (il fotografo ruppe il rapporto con Benetton nel 2000), si è precipitato a definirla un’idea «vecchia e patetica».

Peccato, perché l’idea di riportare in pubblicità un po’ di calore fra essere umani, invece di mostrare donne e uomini gelidi e isolati, pronti a rifiutarsi a vicenda perché troppo presi dall’abbracciare biscotti giganti o desiderare drink altrui, non sarebbe sbagliata. E pure l’idea di riproporre nostalgicamente il vecchio «fate l’amore, non fate la guerra» degli anni ’60 non sarebbe male: trovo che risponda a un bisogno che nei consumatori c’è, dopo anni di immagini fredde ed estetizzanti.

Peccato, perché un po’ di questo calore nella campagna c’è: nel video, per esempio, che preso in sé non sarebbe male. E anche il sito Unhate.benetton.com, con il Kisswall su cui tutti possono pubblicare i propri baci privati andrebbe in questa direzione.

Ma questi «ingredienti affettivi», chiamiamoli così, non si compongono in modo coerente con l’intenzione di scandalizzare, né con l’atmosfera nostalgicamente sessantottina. E la campagna su internet, al netto delle provocazioni off line, è un po’ troppo patinata per diventare davvero virale: 264 mila views in tre giorni sono pochini per il video di un grande marchio in una campagna globale. Chissà.

Il video:

Le immagini (clic per ingrandire):

Unhate 1

Unhate 2

Unhate 3

Unhate 4

Unhate 5

I primi tormentoni sul governo Monti

Tutti precisano che, per carità, bisognerebbe aspettare prima di parlare. Prima di manifestare eccessivi entusiasmi («Finalmente un governo competente, un governo che ci porti fuori dalla crisi!») o timori («È un governo di banchieri, saremo controllati dalla finanza internazionale!»).

Eppure tutti parlano, eccome. Era passato solo qualche minuto dalla comunicazione ufficiale di Mario Monti, e già nei vari speciali televisivi e su internet fioccavano i commenti e le polemiche fra entusiasti (la maggioranza) e denigratori (che comunque ci sono).

Governo Monti

E allora propongo un gioco: teniamo traccia di tutto ciò che si sta dicendo in queste ore, a caldo, per confrontarlo con quanto si dirà fra qualche mese, quando avremo osservato il governo Monti «alla prova» di qualche fatto. Così vediamo la differenza. Non è difficile, perché è un governo «che deve fare in fretta», come dicono tutti; dunque la tendenza a dimenticare sarà controbilanciata dalla rapidità con cui si succederanno gli avvenimenti. Non dovrebbe essere toppo difficile, insomma, ricordarsi somiglianze e differenze.

Faccio una prima lista delle cose che si sono dette ieri (in televisione, su internet, al bar) e stamattina presto (sui quotidiani).

È un governo di «professori» (La Repubblica), no peggio, di «secchioni» (Libero). No, dobbiamo essere ancora più precisi, diceva ieri sera Lerner durante lo speciale dell’Infedele: è il «governo della Bocconi», della cultura Bocconi e di tutto ciò che rappresenta. E ne parlava con qualche docente Bocconi, appunto, e una manciata di studenti Bocconi. Niente di nuovo, per Lerner, che ospita spesso sia docenti sia studenti Bocconi e in qualche modo ieri ci stava dimostrando di aver sempre visto giusto, ospitando chi conta davvero (docenti) o chi conterà (studenti).

Al che si è subito osservata una curiosa convergenza: quella fra le proteste degli studenti (non bocconiani) che in questi giorni scendono in piazza con parole d’ordine come «diritto allo studio» e «difesa dell’università pubblica» – come accade da decenni in autunno – e ciò che del nuovo governo dicono personaggi come Ferrara, Sallusti, Belpietro, Santanché, Feltri, che fino a un mese fa sostenevano Berlusconi e ora paiono collocarsi molto più a destra di lui nel parlare di «nuovi padroni» e di «trappola dei banchieri» (Il Giornale).

Ma possiamo anche pensare che abbiano virato d’improvviso a sinistra, visto che i loro slogan coincidono non solo con quelli degli studenti, ma con quelli del Manifesto, che oggi titola «I banchieri di Dio», del Fatto quotidiano, che titola «Dio, banche e famiglia» (per sottolineare la matrice sia finanziaria sia cattolica del nuovo governo), e di Liberazione, che titola «Intesa di governo» e ci aggiunge il marchio di Banca Intesa (da cui viene Corrado Passera).

Poi naturalmente c’è il tormentone generazionale. Poiché in questo periodo va di moda simulare attenzione ai giovani, ecco che tutti si infiammano sull’età media dei ministri. In proposito ho letto su Facebook conversazioni raccapriccianti. Uno status come «Per fare il governo tecnico hanno svuotato le case di riposo» ha scatenato, per esempio, quasi un centinaio di commenti in pochi minuti: per dire che sì («Scandalo! ci governano i vecchi come mio padre, ma se gli dici che è vecchio a 57 anni ti prende a randellate») o per dire che no («L’età non conta, l’importante è la competenza»). E qui siamo ancora nell’ambito di una conversazione civile, ma altrove si leggono nefandezze come «Dovrebbero ammazzarli tutti dopo i 50 anni», che ve le raccomando.

Per fortuna Monti ha schivato il tormentone sulle donne: ne ha messe solo tre su 16 ministri (sono il 18,75%, meno di quelle del governo Berlusconi e della media di donne in parlamento), ma occupano «posti chiave», come dice Repubblica. Poiché sul fatto che conti la qualità e non la quantità sono tutti d’accordo, per il momento le polemiche paiono chetate. L’Unità ha addirittura messo le foto delle tre ministre in prima pagina, col titolo «Si cambia aria».

Dimentico qualcosa? Ogni integrazione della primissima lista di tormentoni è benvenuta.

Ma la domanda fondamentale è: quanto e come cambieranno questi tormentoni nei prossimi mesi? Il che dal mio punto di vista equivale a chiedersi: quanto inciderà la primissima immagine di questo governo con quella che si costruirà (anche) in base a ciò che farà in concreto? E quanto, viceversa, l’azione concreta si tradurrà in un cambiamento d’immagine?

Com’è stata Anna Maria Cancellieri a Bologna

A governo Monti fatto e proclamato, i già numerosi accessi degli ultimi due giorni a un post che avevo scritto diversi mesi fa su Anna Maria Cancellieri si stanno impennando.

Ecco allora – a grande richiesta 🙂 – cosa scrivevo il 12 maggio 2011 sulla comunicazione di Anna Maria Cancellieri, e sulla sua capacità di entrare in relazione con i cittadini e le cittadine di Bologna, nel periodo (oltre un anno) in cui è stata commissario qui da noi:

L’esempio di Anna Maria Cancellieri.

Stage non pagati, stage pagati, e infine un lavoro: imparare dall’esperienza altrui

Chiedo spesso a ex studenti e ex studentesse di Scienze della comunicazione di raccontare il loro percorso dopo la laurea: leggere le esperienze altrui può essere utile a chi si deve ancora laureare o l’ha appena fatto, e non sa che pesci pigliare.

Se poi la storia finisce bene, meglio ancora: dato il momento di crisi, vedere qualche lucina in fondo al tunnel non è male.

L’esperienza di Letizia è interessante a due livelli: sia perché oggi lavora al Forum Europeo della Gioventù, che molto sta facendo per regolamentare gli stage in Europa; sia perché pure lei è passata sotto le forche caudine dello stage non pagato… ma è finita bene.

European Youth Forum, For Youth Rights

Scrive Letizia:

«Carissima Giovanna, seguo il tuo blog da lontano, da Bruxelles dove lavoro per il Forum Europeo della Gioventù (European Youth Forum). Il Forum è la piattaforma delle organizzazioni giovanili in Europa e forse l’unica organizzazione che fa lobby per gli interessi dei giovani a livello europeo. Il tema degli stage ci sta molto a cuore, come puoi immaginare. Lo riteniamo chiave nel quadro (sconsolante) della situazione delle politiche per l’impiego giovanile nel nostro continente.

Per questo motivo, il Forum sta promuovendo una Carta Europea per degli Stage di Qualità, in cooperazione con Membri del Parlamento Europeo (Emilie Turunen, MEP danese di 27 anni), La Repubblica degli Stagisti e altre organizzazioni attive a livello europeo, come Génération Précaire in France and Interns Anonymous in the UK. La Carta Europea contiene degli standard di qualità per gli stage e vuole essere un contributo concreto per rendere gli stage uno strumento formativo di qualità per tutti i giovani europei e non un’altra forma di lavoro precario formalizzato.

Il testo integrale della Carta è disponibile su: http://www.qualityinternships.eu. Per sostenere il progetto, abbiamo anche creato una pagina Facebook.

Qui sotto, vorrei condividere con te e con i tuoi lettori anche la mia esperienza per quanto riguarda gli stage.

Mi sono laureata nel 2008 all’Università di Bologna, in Scienze della Comunicazione Pubblica, Politica e Sociale. Ho prima ottenuto la laurea triennale a Siena, nel 2005 in Scienze della Comunicazione. Entrambi i corsi di laurea prevedevano degli stage curriculari come requisito necessario per ottenere il titolo.

Nell’estate 2005, poco prima di laurearmi (in pari, esattamente 36 mesi dopo la mia immatricolazione), ero alla disperata ricerca di questo benedetto stage. Dopo diverse ricerche, ero indecisa se arrendermi a uno stage economico e “sotto casa”, ma vuoto di contenuti o se buttarmi a capofitto in uno stage interessante e formativo ma fuori casa (io di Firenze, residente a Siena per gli anni dell’Università, lo stage a Rovereto, provincia di Trento).

Entrambi, non solo non retribuiti, ma senza neanche l’ombra di un rimborso spese. Ho scelto il secondo, chiesto un prestito alla mia famiglia e sono partita per un’estate a fondovalle nel profondo nord Alpino. Volevo fare la giornalista e mi sono detta: entro nella redazione di Osservatorio Balcani e scriverò la mia tesi sulla guerra in Bosnia e il ruolo dei media nel favorire l’intervento della NATO nel 1992.

Altro giro, altra corsa, altra laurea. You gotta love the Bologna Process. A inizio 2007, ero a Bologna, con un solo esame ancora da dare (ostico, Giglioli: volevo 30…) e nessuna idea di che argomento di tesi volessi studiare. Pendeva su di me una maledizione: i 10 crediti ECTS equivalenti allo stage.

Ancora una volta: dilemma. Ancora una volta una ricerca estenuante dello stage “con rimborso spese”. Ancora una volta, impossibile da trovare. Vorrei fare uno stage in un organismo europeo, per respirare aria nuova, per capire se (come penso) potrò lavorare sulle strategie di comunicazione dell’Europa rivolte ai giovani, con un’ipotesi su come la comunicazione europea sia (possa essere) veicolo di educazione alla cittadinanza attiva. Il mio corso di Laurea si focalizza sulla Comunicazione Pubblica, mando mail alle rappresentanze in Italia della Commissione Europea e del Parlamento Europeo (a Roma e a Milano).

Settimane di attesa, e poi: da Milano mi rispondono che sono molto interessati e mi fissano un colloquio per la settimana successiva. Senza rimborso spese, mi ritrovo sul primo Eurostar della mattina, leggendo Comunicazioni europee e Libri bianchi sulla gioventù.

Il colloquio è cordiale, ma ci dispiace, non possiamo offrirle nessun rimborso. «Ma tutti gli stage europei sono pagati (è sul vostro sito)» e provo timidamente ad avanzare qualche richiesta, seppur parziale di rimborso. «Lo stage per noi è atipico», si giustificano, «prendere o lasciare». Milano, vi assicuro, è carissima. L’Eurostar per tornare a casa a Firenze ogni weekend pure. Ho guadagnato più punti Trenitalia in quei 3 mesi… Ma, it’s the European Union, baby! E tanti stage sono non pagati, almeno questo è “prestigioso”, ho pensato, poteva andarmi peggio!

Nonostante tutto, probabilmente grazie a uno stiramento al legamento al ginocchio che mi tiene bloccata a casa ad inizio 2008, mi laureo.

Per fortuna, dopo queste esperienze “gratuite” mi sono detta, BASTA. Dopo la laurea, mai più stage non pagati.

Non è facile, le aziende non ti offrono niente, neanche i buoni pasto. Le istituzioni neanche, sono tutti stage atipici, se non sei tra i pochi fortunati che riescono a spuntarla e sono selezionati per i programmi di stage alla Commissione Europea o al Parlamento tra migliaia di colleghi stranieri che hanno molta più esperienza di te. Le ONG? Non hanno i soldi, e poi: è per una buona causa.

Alla fine mi viene incontro l’UE. Il Fondo Sociale Europeo, prima, grazie al mio Comune, Firenze, vengo sovvenzionata per uno stage sul territorio con 900 EUR per 3 mesi di stage. È poco, ma alla fine, sono “sotto casa” e mi copre le spese vive senza dover chiedere ancora soldi alla mia famiglia. Durante lo stage partecipo a progetti europei, entro in contatto con organizzazioni con cui lavoro ancora oggi, viaggio in tutta Europa.

Il programma Leonardo, poi, grazie all’Università di Bologna. Avevo fatto, in tempi non sospetti (cioè ottobre 2007), domanda per una borsa per uno stage di 5 mesi all’estero. Opzione 1: Valencia, Spagna – in una web tv per giovani europei. Opzione 2: Bruxelles, Belgio – in un’organizzazione giovanile che organizza un evento in cooperazione col Parlamento Europeo. Vinco la Borsa per il Belgio, per un valore totale di 4000 EUR, 800 EUR al mese, calibrata sulle spese del paese ospitante. European Youth Press, l’organizzazione che mi ha offerto lo stage, mi offre l’alloggio come benefit del contratto, un risparmio non indifferente.

Grazie a quest’esperienza entro in contatto con lo European Youth Forum, e pochi mesi dopo, faccio domanda per la posizione di Media and External Relations Coordinator. Vengo selezionata, sostengo un colloquio e una prova pratica e inizio a lavorare allo Youth Forum 2 giorni dopo la fine del mio stage Leonardo.

Here I am.

Tutto questo per dire che… Stage senza rimborso e stage rimborsati (o meglio retribuiti) sono stati equalmente importanti per arrivare alla mia posizione lavorativa attuale (stabile – ho un contratto di 5 anni e ben retribuita). Con due note a margine:

1. Sono stata abbastanza fortunata nell’aver incontrato, nella maggioranza dei casi, degli stage formativi di qualità. In cui sono stata effettivamente in grado di imparare qualcosa e di sperimentare in modo pratico le mie conoscenze accademiche.

Qualità prima di tutto, con obiettivi formativi concordati con l’azienda/istituzione, con un tutor di stage competente che sia in grado di seguire lo stagista nel percorso formativo, con una valutazione finale che permetta allo stagista di individuare le competenze acquisite.

2. Per me, il punto di non ritorno, è stata la laurea magistrale. Ed è una differenza non da poco. C’è un baratro di differenza tra l’essere studenti e l’essere laureati e tra effettuare stage prima o dopo la laurea.

Gli stage formativi curriculari sono inseriti in un periodo di studi ed è nell’interesse dello studente che essi siano facilmente individuabili e perseguibili. Essi dovrebbero essere sostenuti dall’università e da altre istituzioni pubbliche per quanto riguarda borse di studio. In questa direzione vanno il programma Leonardo e Erasmus Placement dell’UE e altre borse a livello regionale, voucher formativi e quant’altro.

Gli stage extra curriculari, svolti dai giovani laureati, sono assolutamente differenti. Dovrebbero essere trattati come contratti di lavoro veri e propri, con l’unica caratteristica che è la formatività degli stessi a determinarne lo specifico carattere di apprendimento rispetto ad un contratto d’impiego temporaneo.

La mia esperienza non è certamente universalmente valida, ma credo che rispecchi (con qualche fortuna!) l’esperienza di molti giovani come me, non solo in Italia, ma in Europa. Per gli stagisti d’Europa, è il momento di rendersi conto dei loro diritti e di rivendicarli nel momento in cui accettano uno stage. Rimborso, formazione, valutazione, contratto. Sono diritti.»

Sessismo e religione cattolica: un connubio inevitabile?

Mi arriva da Angelo – che ringrazio – una riflessione su sessismo e religione cattolica, che evidenzia un legame che in questo spazio non abbiamo mai discusso. Ho deciso di pubblicarla, ma lo faccio premettendo che mi piacerebbe che su questo tema si esprimessero anche – e soprattutto – cattolici e cattoliche praticanti.

Non si tratta insomma di accusare una religione di discriminazione contro le donne, secondo un percorso più o meno obbligato da decenni di divisioni, in Italia, fra laici e cattolici, credenti e non credenti. Casomai mi piacerebbe capire come possa convivere, oggi, la fede cattolica con una visione paritaria e libertaria della relazione fra genere maschile e femminile.

Ragazza che prega

Non vorrei insomma che si cadesse anche qui nella solita contrapposizione: come se per forza i cattolici dovessero essere anche sessisti, mentre i non sessisti starebbero tutti dalla parte di chi si definisce non dico ateo, ma almeno cattolico non praticante o «poco praticante e molto, molto dubbioso» come si è definito Angelo dopo che gliel’ho chiesto.

«Cara Giovanna, mi sono letto e riletto l’articolo che Anna Paola Concia, Loredana Lipperini, Eliana Frosali e Zauberei hanno scritto sull’Unità (vedi «Le donne e la trappola degli stereotipi», l’Unità, 10 novembre 2011), per contestare un pezzo dello stesso giornale in cui si riproponeva lo stereotipo sessista di donna bella e vuota d’idee.

Condivido in toto la protesta, così come sottoscrivo la tua analisi di qualche settimana fa a proposito di un certo uso della nostalgia negli spot (vedi Attenzione mogli! Attenzione mamme! E si torna agli anni Sessanta), con conseguente e pericoloso richiamo a una donna tutta votata alla vita domestica e al benessere dei propri cari.

Comprenderai quindi la mia forte irritazione quando stamattina (domenica 13 novembre) a messa ho ascoltato le Letture:

“Una donna forte chi potrà trovarla?
Ben superiore alle perle è il suo valore.
In lei confida il cuore del marito
e non verrà a mancargli il profitto.
Gli dà felicità e non dispiacere
per tutti i giorni della sua vita.
Si procura lana e lino
e li lavora volentieri con le mani.
Stende la sua mano alla conocchia
e le sue dita tengono il fuso”.

E poi:
‘Illusorio è il fascino e fugace la bellezza,
ma la donna che teme Dio è da lodare’. (Dal libro dei Proverbi)

E un brano della seconda lettura: “Sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire” (Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi).

Ora. So bene che una diffusa misoginia allaga i testi biblici, insomma è roba nota; so pure che i brani non vanno interpretati alla lettera e che magari solo una minima parte di chi frequenta la messa, segue con attenzione.

Benissimo. Ma a me fa ugualmente impressione quell’armamentario sessista e scontornato dalle esigenze quotidiane delle persone. Per disarmare gli stereotipi e il pregiudizio che ancora permeano i discorsi contemporanei, credo bisognerà lavorare sui fondamentali, anche su quella parola domenicale che striscia piano dentro le famiglie. Grazie mille, Angelo

Vedi anche: La liturgia del 13 novembre 2011, il post in cui Loredana Lipperini riprende l’articolo dell’Unità Di film e di tacchi, e quello di Zauberei La questione delle donnine nude.