Archivi del mese: dicembre 2011

La comunicazione elitaria di Mario Monti

Sono molti i commentatori che oggi parlano dello stile di comunicazione di Monti. Per forza: dopo la lunghissima conferenza stampa di ieri (2 ore e 40 minuti, un’ora più del previsto) in cui Monti ha parlato molto, ma è riuscito a dire pochissimo sulla cosiddetta fase due della manovra (che ha battezzato «cresci-Italia»), non si poteva non cercare di capire come sia riuscito a fare questo piccolo miracolo comunicativo.

Monti e lo spread

Ecco allora che Massimo Giannini parla su Repubblica del «linguaggio ruvido del disincanto» di Monti. Ma precisa: «Restano parole» e chiude il pezzo facendo l’elenco di tutto ciò che non ha detto.

Ecco che Luca Telese descrive sul Fatto la metamorfosi di Monti da «capo tecnico» a «piacione», concentrandosi sulle sue battute che – mi fido del conteggio che ha fatto – sono state ben sedici e si distinguono da quelle di Berlusconi, perché «quelle di Silvio Berlusconi quasi sempre erano grossolane e facevano ridere solo lui (o Sandro Bondi). Quelle montiane sono molto argute, anche se spesso non si capiscono».

Ecco che Roberto Zuccolini sul Corriere evidenzia ancora una volta l’ironia di Monti e parla di «stile da professore a cui tutti ormai si stanno abituando».

E il politologo Mauro Calise, sul Mattino di Napoli, saluta con favore il cambiamento di stile che Monti sta introducendo nella politica italiana: «È una piccola, importante soddisfazione poter dimostrare che è possibile comunicare ai propri cittadini anche le decisioni più difficili. Riuscire a farsi capire, e senza alzare il dito, o la voce». Una posizione simile a quella che ieri ha sostenuto anche Annamaria Testa, in un’intervista a Repubblica TV.

Sono d’accordo, a macchia di leopardo, solo con alcune di queste posizioni. Cioè:

  1. L’abbassamento di toni che Monti porta nella politica italiana è perfetto per il periodo che stiamo vivendo. Non è detto che, passato il suo governo, questo stile possa continuare: non solo perché molti dei politici che ne hanno un altro resteranno gli stessi, ma perché pure gli italiani si sono ormai abituati da quasi vent’anni a toni ben più forti. Basterà una parentesi di poco più di un anno a farli cambiare?
  2. La chiarezza di Monti è tutta da verificare: per una certa élite intellettuale quel che dice Monti è chiaro, ma per gli altri? In questo concordo con Luca Telese, che ha fatto il conto, oltre che delle battute, anche degli anglicismi e delle parole tecniche che Monti ha usato: quanti «comuni mortali» riescono a seguirlo?
  3. Anche l’ironia di Monti ha un’efficacia elitaria: funziona con i giornalisti italiani e stranieri (ridono, annotano), funziona con l’élite politica internazionale che lui giustamente deve rassicurare, ma è raggelante per la parte più povera e meno colta degli italiani che o non la capiscono o la considerano una presa in giro che non tiene conto dei loro problemi e sacrifici. Se nella «fase due» della manovra, sui cui tutti abbiamo ancora il fiato sospeso, Monti non farà davvero qualcosa di concreto per queste persone e se non riuscirà a essere convincente anche per loro, la sua popolarità, ancora alta nonostante tutto, calerà drasticamente.

Insomma lo stile di Monti funziona in questa fase, perché c’è bisogno di parlare all’élite politico-mediatica internazionale, più che ai cittadini e alle cittadine italiane, e lui sa farlo. Ma quanto potrebbe funzionare in una campagna elettorale, in cui il leader deve rivolgersi direttamente a chi può votarlo?

In un paese come il nostro, in cui le fasce meno abbienti e colte della popolazione vanno ancora a votare, poco secondo me. In un paese con percentuali più alte di astensionismo, già di più. Chissà che paese saremo fra un anno.

PS: questo articolo è uscito anche sul Fatto Quotidiano.

Sono stata a Cortina con @sarofiorello

Sto osservando cosa fanno le star dello spettacolo su Twitter in questi giorni di vacanza. Come tutti sanno, infatti, da qualche mese Twitter va di moda nel jet set italiano e ci trovi un po’ tutti: da Gerry Scotti a Saro Fiorello, da Federica Panicucci a Claudio Cecchetto, da Simona Ventura a Lorenzo Jovanotti, da Alfonso Signorini a Massimo Boldi. E vai, vai: dinne uno a caso, controlla e lo trovi. O, se non lo trovi, vedrai che a giorni arriva.

Obiettivo: coltivare la relazione di vicinanza coi fan, stabilire con loro un’intimità quotidiana, fatta di piccole abitudini ed emozioni condivise. Un po’ come fa Vasco Rossi su Facebook da luglio (vedi Vasco: un bicchiere di verità in un mare di comunicazione), ma senza la reciprocità di Facebook: su Twitter i vip possono stabilire una relazione di broadcasting esattamente come in tv, ma col vantaggio di creare un’intimità molto più stretta.

Perché più stretta? Perché su Twitter i vip si mescolano alle persone comuni e non se ne distinguono se non per il numero di follower: poche centinaia o migliaia i comuni mortali, decine o centinaia di migliaia le star (per ora, ma cresceranno). E perché puoi interagire con loro direttamente, proprio come fai con gli amici. Inoltre, se sei fortunata o molto brava a stimolarli col tweet giusto, ti rispondono o ti retwittano. E così la sera puoi raccontare a tutti che Gerry Scotti o Massimo Boldi hanno parlato con te.

Fra quelli che usano meglio Twitter, segnalo @sarofiorello. Perché meglio? Perché ti fa sembrare davvero, più che in altri casi, di entrare nella sua vita privata. Nella sua famiglia. Di stargli quasi attaccato al corpo e guardare le cose come le vede lui, con la telecamera in soggettiva che accompagna il suo sguardo secondo per secondo.

Fiorello per esempio il giorno di Natale e Santo Stefano ci ha mostrato le foto dei piatti che mangiava (prima e dopo il morso), e della sua faccia sfatta dopo l’abbuffata. Ci ha mostrato il video di come ha accolto il fratello Beppe che arrivava a pranzo il giorno di Santo Stefano: porta di casa chiusa, campanello, voce della madre in sottofondo, Beppe che appare, Saro che grida «Beppe! Beppe! Beppe!» come nella trasmissione #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend, Beppe che si accascia fingendo di morire come in tv, ma poi risorge, battuta, risata e tutti a tavola.

Ora Fiorello è in vacanza a Cortina. Da due giorni si alza all’alba e cammina tutto solo per le strade deserte, riprendendo ciò che vede: vetrine addobbate, hall di alberghi famosi, il campanile che si vede nei cinepanettoni, una signora che porta a spasso il cane. Parla da solo, fa battute sonnolente, si ferma a parlare coi pochi che sono già svegli e lavorano: l’operatore ecologico, l’edicolante, i gestori di un bar e gli sparuti avventori. Poi un incontro d’eccezione: due tipi di Kalispéra, che gli fanno un’intervista che andrà in onda domani (anticipazione!).

Fiorello ha una grande abilità personale di entrare in relazione con chiunque, di giocare alla pari e farsi amico. Un’abilità che il mezzo enfatizza, quasi estremizza, perché fra foto, tweet e filmati puoi stargli fisicamente vicino come mai potresti dal vivo. Puoi stargli addosso, quasi in collo, soli tu e lui. A un certo punto, infatti, nel video di ieri Fiorello lo dice: «Bella sta cosa, ahò, dici: “Ahò, oggi so’ stato a Cortina con Fiorello, ahò”, ma vi rendete conto che sono da solo? che ora sono, le sette e mezzo? che ora è? e che sto parlando anche da solo? cioè parlo con voi…».

Infatti arriva il ringraziamento di una fan, puntualmente da lui ripreso: «@sarofiorello grazie che ci tieni compagnia anche quando sei in vacanza! Smack 🙂 »

Non so se Fiorello lo faccia per contratto o se è una strategia di comunicazione specifica del suo marchio. In ogni caso lo fa con partecipazione e divertimento autentici. Perciò l’effetto è potente. Quasi inquietante.

I tweet di stamattina (clic per ingrandire):

Fiorello a Cortina mattina del 29 dicembre 2011

La passeggiata video di ieri mattina:

Questo articolo è apparso oggi anche sul Fatto Quotidiano.

OsservatorioTivvù: il live-tweeting su Kalispéra

In attesa di finire il lavoro di selezione dei numerosi cv arrivati (a proposito, grazie!) e di avviare la raccolta dati per OsservatorioTivvù, Dino Amenduni, che fa già parte del gruppo, ha fatto due esperimenti (il 16 e 23 dicembre) di live-tweeting su Kalispéra, la trasmissione condotta da Alfonso Signorini che va in onda su Canale 5 al venerdì sera in prima serata.

Kalispéra

Il live-tweeting non è tanto rilevante per la raccolta dati – giusto per spiegarlo ai molti che ce l’hanno chiesto – quanto per comunicare, strada facendo, che stiamo lavorando. Non è un metodo di osservazione né di ricerca, insomma, ma un pezzo della sua comunicazione.

Però osservare (io con Arianna Ciccone e altri giornalisti e blogger di Valigia Blu) il live-tweeting di Dino Amenduni, in diretta mentre la trasmissione andava, mi ha indotta a fare alcune considerazioni che possono essere utili anche alla ricerca.

La principale è che vedere una programma tv mentre si segue il live-tweeting di qualcuno, induce un distanziamento da ciò che si vede in televisione e dunque una sorta di raffreddamento emotivo. Il che può essere utile per favorire l’obiettività dello sguardo, ma può anche far perdere qualche effetto: lasciarsi andare alle emozioni che un programma televisivo vuol suscitare in noi serve fra l’altro a registrarne l’efficacia. Sapendola gestire, ovviamente.

In pratica:

  1. Leggere tweet come «Signorini: “Stasera ci aspetta il cenone di Natale”. La casa e il Natale, due simboli alla portata di tutti» e «Signorini: “La mia famiglia è smembrata, ma vorrei rivivere quell’atmosfera con voi [pubblico]” (altra scena familiare)», mentre si osserva la versione natalizia del salotto di Kalispéra, spezza l’atmosfera di intimità che la scenografia vorrebbe indurre.
  2. Leggere «Parole chiave dell’intervista di Signorini a Garko: Natale, periferia, racconto. L’inclusione sociale in tv», «Portare ‘gli esclusi’ sulla scena è un classico dell’infotainment. Permette al pubblico di immedesimarsi» e «Gabriel Garko ha portato il suo cane sulla scena. La ricerca dell’atmosfera casalinga è veramente totale», proprio durante l’intervista di Signorini a Gabriel Garko, non ci permette più di sentire quella vicinanza fra noi, Signorini, Garko e «gli esclusi» che l’intervista voleva farci sentire.
  3. Idem durante le canzoni: leggere un tweet come «E Albano va con il suo superclassico leggermente riarrangiato: quandooo il soooole sorgeràààà» proprio mentre Albano canta è distanziante rispetto alle associazioni mentali, ai ricordi e al coinvolgimento emotivo (positivo o negativo), che la canzone (come qualunque canzone pop, che la ami o la detesti non importa) può destare.

Un secondo punto, non meno rilevante, è il ruolo che il live-tweeting di OsservatorioTivvù può svolgere rispetto al fatto che Kalispéra (come altre trasmissioni) comunica in diretta cosa dicono e fanno i suoi fan su Twitter e Facebook. In pratica, può esercitare una funzione di controllo sull’attendibilità di ciò che in televisione si dice sui social media.

Esempi di tweet che Dino ha mandato con questa funzione:

  1. «Primo feedback della giornalista di Libero da Facebook e Twitter. Come sempre, va tutto benissimo.»
  2. «I feedback da Twitter sul programma sono minori e meno favorevoli di quelli su facebook.»
  3. «Dopo un’ora e mezza di programma, il web avrà occupato al massimo 45 secondi di diretta. Niente interazione social?»
  4. «Kalispera non è trending topic su Twitter, venerdì scorso lo era. Vedremo se il dato Auditel sarà coerente.»

Notevole che, proprio qualche minuto dopo il tweet in cui Dino osservava che Kalispéra non fosse ancora Trending Topic (TT) (mentre lo era stata la settimana prima), è magicamente apparso il TT. Casualità? Non so. È ovvio, in ogni caso, lo scollamento fra ciò che accade in rete e i dati Auditel, visto che i numeri di fan su Twitter e Facebook sono irrisori rispetto a quelli dei telespettatori: Kalispéra è stata finora un flop di audience, indipendentemente dalla messa in scena della sua vitalità nei social media.

Un’ultima considerazione. Potrà capitare – prevedo – che le nostre attività di live-tweeting siano menzionate nelle trasmissioni. Dovremo stare attenti a non farle strumentalizzare: né come segnale di consenso («Persino il Fatto quotidiano, di solito critico, ci apprezza e ci segue!», visto che Dino ha un blog lì), né come segnale di interesse da parte nostra nei confronti della trasmissione («Ci studiano!»).

Ma noi non siamo interessati a nessuna trasmissione in particolare: terremo sotto osservazione tutto l’infotainment delle reti generaliste e non solo qualche programma sporadico, per capire se, come e quando lì dentro accadano cose rilevanti per la comunicazione politica italiana.

PS: questo articolo oggi è apparso anche su Valigia Blu.

#natale, i politici e gli auguri su Twitter

Gli auguri sono un terreno di analisi interessante per chi si occupa di comunicazione: semplici o arzigogolati, originali o codificati, standard o personalizzati, implicano una certa capacità di gestire le relazioni private e professionali, in un equilibrio difficile fra ritualità dovuta e partecipazione più o meno sentita. Come tali, dicono molte cose sulla capacità di comunicazione di chiunque. A maggior ragione dei politici.

Holiday Wishes

Mi sono divertita a osservare come i politici italiani hanno fatto gli auguri di Natale su Twitter. A volte hanno dato prova di una buona padronanza sia del mezzo sia del rituale, a volte sono stati incerti, a volte solo banali. Limito al minimo i commenti e lascio ai lettori il giudizio. Gli esempi sono a campione: mi scuso con i politici che per brevità ho trascurato.

Auguri convenzionali. Fra i più semplici ci sono quelli di Rossi, presidente della Toscana: «Buon Natale a tutti». Casini, leader dell’Udc, li anima col punto esclamativo: «Buon Natale a tutti, auguri!». Poi c’è Vendola che, pur non eccellendo di solito per sintesi, stavolta è molto asciutto: «Buon Natale da Sinistra Ecologia Libertà», ma solo perché linka al profilo Facebook dove ci sono 10 righe firmate Claudio Fava; e perché su YouTube c’è una videolettera augurale di oltre 6 minuti.

Auguri personali. Gasparri, del Pdl, ci mette una citazione e il cuore: «“Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare” (Seneca). Auguri di cuore a tutti». Giorgia Meloni, del Pdl: «Vi auguro di essere felici, orgogliosi di voi stessi e delle vostre famiglie. Vi auguro di saper guardare…» e prosegue su Facebook. Alfano, segretario del Pdl: «Spero abbiate trascorso una buona vigilia e un buon Natale e vi auguro di concludere al meglio questa bella giornata!». E Civati, del Pd: «Buon Natale, che sia una festa di speranza e prossimità».

Auguri per fare politica. Sono ad esempio quelli di Di Pietro, che il 24 dice di voler passare il #natale «con i 1500 operai di Fincantieri», «i 100 dipendenti dei treni notte che da stamattina stanno sui tetti» e «le decine di migliaia di precari che da anni fanno funzionare la scuola e in cambio continuano a ricevere sganassoni». Poi il 25 dice «#buonnatale: il cambiamento è possibile e a portata di mano. Proviamoci insieme».

Auguri con informazioni sulla vita privata. Paola Concia, del Pd, comincia il 24 dicembre: «In partenza per Francoforte dalla mia famiglia. L’amore ai tempi dello spread 😉 Buon Natale a tutte e tutti»; poi il 25: «Buon Natale dalla Germania ;-)». Nunzia De Girolamo, Pdl, comincia il 24 con: «Auguri per un sereno e felice natale. Buon Natale»; poi il 25 allude a uno spostamento: «Buon Natale… rotolando verso sud… :-)». Infine risponde ai singoli che le fanno gli auguri.

Auguri simil-privati in luogo pubblico. Fra i politici che hanno risposto più di tutti agli auguri dei cittadini ci sono i sindaci De Magistris, Idv, e Emiliano, Pd. De Magistris comincia il 23 dicembre mostrando la foto di una kit per scrivania «appena ricevuto dai collaboratori » e poi per due giorni non fa che rispondere (al ritmo di 4-5 tweet all’ora) con formule standard come: «Ricambio a te e famiglia». Non solo risponde, ma sottolinea di farlo: «È il mio primo natale da sindaco vorrei (e ho provato) portare i miei auguri a tutti». Finché il 25 si placa, mandando due sole risposte. Compulsivo come lui è Emiliano: non solo risponde a decine di tweet, ma lo fa in modo personalizzato e per giunta retwitta chi parla bene di lui, tanto che una follower ci fa caso: «L’autoreferenzialità nel retwittare chiunque ti faccia un complimento la dice lunga sui livelli di vanità. Dei magistrati». Ed Emiliano, sportivo, retwitta pure lei.

Senza auguri. A controbilanciare l’uso ossessivo che alcuni fanno di Twitter c’è il Pd: gli account di Bersani, YouDem e del Pd mandano l’ultimo tweet (senza auguri) il 22 dicembre. E poi tacciono fino al 26 incluso. Persino Renzi è sparito dal 24 al 26. Ma la virtù non starebbe nel mezzo?

È poi c’è la novità di Mario Monti (se non è un fake) che sceglie proprio il giorno di Natale per sbarcare su Twitter: «Buone Feste! in occasione di questa pausa natalizia, ho deciso finalmente di approdare su Twitter. Auguri, e benvenuti a tutti!».

Vedremo come i politici se la caveranno con gli auguri per l’anno nuovo, che sono sempre più impegnativi. A maggior ragione per l’anno che ci attende.

PS: Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto quotidiano.

Riflessioni prenatalizie su blog, emozioni, accettazione dell’altro. E mille auguri per tutti

Da due giorni ho un blog anche sul Fatto quotidiano. Non toglierò tempo e risorse mentali a questo, che per me resta al primo posto e anzi – preannuncio – fra pochi giorni cambierà veste grafica, perché ho bisogno di riorganizzare l’impaginato per far emergere (e riemergere) temi e sezioni. E far nascere cose nuove.

Userò lo spazio che il Fatto mi offre (anche) per tirare le fila delle discussioni che facciamo qui. Per verificarle con un pubblico più ampio, vedere se resistono alla prova dell’alto tasso di partecipazione emotiva che spesso esprimono i lettori del Fatto.

Mi interessa il rapporto fra emotività e razionalità. In questo spazio tendiamo tutti ad argomentare e documentare quel che diciamo, molto più che in altri blog. E di questo sono sempre grata ai lettori di Dis.amb.iguando. Altrove invece i lettori tendono a entusiasmarsi o insultare, osannare o deridere con più facilità. Il che può creare effetti aberranti: la blogger si può gasare per poco, come può sentirsi ferita per poco. Ma l’emotività propria e altrui può anche essere un buon banco di prova per la tenuta di ciò che si ha da dire. Una prova a cui non voglio sottrarmi.

Ho aperto la mia collaborazione col Fatto con un pezzo dal titolo Gli italiani sono razzisti?, in cui ho ripreso alcuni ragionamenti che abbiamo fatto nelle ultime settimane (e non solo).

Voglio rilanciare qui il modo in cui ho concluso sul Fatto: penso che l’accettazione dell’«altro» – altra pelle, altra razza, altra religione, ma anche altro sesso, altra età, altra abilità fisico-cognitiva, altra idea politica – l’accettazione profonda, autentica, libera da tutte le ipocrisie del politically correct, cominci solo quando ammettiamo, con noi stessi e con gli altri, che dell’altro non tutto ci piace, non tutto è bello, colorato, gioioso. E anche se non ci piace, va bene così.

Per questo la sinistra sbaglia quando parla di integrazione dipingendone solo le meraviglie. Per questo il «volemose bene» fa più danni di quel che si immagina, perché lascia solo agli estremismi intolleranti e razzisti la possibilità di esprimere disagi, ansie, preoccupazioni per tutto ciò che dell’altro non riusciamo a capire o semplicemente a mandar giù, perché non ci piace.

Integrazione, invece, vuol dire anche starsi reciprocamente sulle scatole per mille ragioni e mille torti da ambo le parti, e non raccontarsi che non è vero, ma riuscire lo stesso a negoziare sempre pacificamente i propri e altrui spazi, a mediare e convivere, anche se non vogliamo diventare amici intimi di quel qualcuno con cui mediamo.

Il che vale per il migrante di cui non ti piace l’odore che lascia sul bus del mattino, come per gli adolescenti che fanno casino in strada alle tre di notte. Ma vale anche per il marito (o la moglie) che ti fa saltare i nervi quando lascia l’asciugamano «storto». Ed è cosa reciproca, naturalmente, perché anche al migrante non piace il tuo odore e ai giovani casinari nessuno toglie dalla testa che se vai a letto prima di mezzanotte sei da buttare. Mentre per il marito (o la moglie) l’asciugamano è dritto come lo piega lui (o lei), mica come lo pieghi tu.

Detto questo, propongo un Merry Christmas d’annata con i Ramones. Auguri, eh. 🙂

Le caste e il pensiero-mafia sono sempre quelli degli altri

La settimana scorsa Maurizio Crozza ha fatto due monologhi sul pensiero-mafia e le caste, il primo a «Ballarò», martedì 13 dicembre, il secondo a «Italialand», venerdì 16.

Il pensiero-mafia è quello che c’è «quando siamo in chiusura, quando ci chiudiamo: “Fate quel che volete ma non toccate i miei interessi”». Ovviamente Crozza critica il fallimento del governo Monti (almeno per ora, perché a sentire Passera «non è finita») sulle liberalizzazioni di farmacie e tassisti.

La gag di Crozza è di quelle acchiappapopolo, perfetta cioè per suscitare facile consenso e applausi. Tranne che, ovviamente, da parte delle caste interessate. Che Crozza elenca: «I notai, i giornalisti, i tassisti, i medici, i baroni universitari, i commercianti, i politici, gli avvocati, i giudici».

Vero: il corporativismo è uno dei mali peggiori della società italiana e ne abbiamo discusso diverse volte (vedi per esempio Vu cumprà, dentisti e donne: razzismo, sessismo o corporativismo?).

Vorrei ora focalizzare questo aspetto: è tipico delle caste pensare che le caste siano sempre e solo quelle degli altri, mai il gruppo cui si appartiene: «Gli altri sono chiusi, intoccabili e privilegiati. Noi no, noi. No».

Ci è caduto anche Crozza, ah, se ci è caduto. Perché a un certo punto, nel monologo di venerdì 16 a Italialand, dice:

«Facciamo una casta per comici? Dài, facciamola. Ma non si può, no che non si può. Perché se domani mattina arriva un giovane qua, che fa ridere più di me, fa un provino a La7, fa ridere e mi tolgono dai coglioni, io me ne vado. Io lo guardo e rido. Mi girano un po’ i coglioni anche a me, è chiaro, però lo guardo e rido. È bello che tutti possano fare tutto. Tutti devono fare tutto. Se un giovane viene qui a fare il comico ed è bravo, fallo, basta, me ne vado via, c’ho 52 anni, sono vecchio. Va benissimo. Però se un giovane vuol fare il tassista non può, perché deve spendere 100-150 milioni di licenza».

Eh, no caro Crozza, magari andasse come dici: in Italia il mondo dello spettacolo è una delle caste più chiuse che ci siano. Forse la favola che racconti andava così ai tempi di Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Alberto Sordi e compagni. Ma abbiamo ormai due generazioni di attori, comici, registi, sceneggiatori che sono «figli di» e «parenti di». Un giovane sconosciuto fa il provino a La 7 e tu te ne vai a casa? Non so, nutro forti dubbi.

Morale della favola: fa parte del pensiero-mafia delle caste pensare che il pensiero-mafia sia sempre e solo quello degli altri. E pensarlo anche in buona fede, a volte, non solo in cattiva.

Umberto Eco e Matteo Salvini a «L’infedele»: su leghisti e razzismo

Lunedì sera, in chiusura di un’intervista a «L’infedele», Umberto Eco dice una frase che immediatamente suscita la protesta di Matteo Salvini, della Lega, presente in studio.

Dice Eco: «Ogni posizione politica crea i propri folli marginali. Se in Italia esiste la Lega, poteva esistere anche Casseri».

Al che Salvini subito si altera: «Sono a disagio perché, va bene dar voce agli intellettuali, però sentire Eco, che può aver scritto i libri che vuole, dire – e mi piacerebbe che lo rimandaste in onda, altrimenti me ne vado – dire “Se in Italia esiste la Lega, allora c’è anche spazio per uno come Casseri”, è una bestialità. Può essere un professore, un intellettuale, può aver scritto dei bei libri che ho letto, ma liquidare tre milioni di elettori della Lega al nord alla stregua del mostro, dell’assassino di Firenze, è una fesseria, è una cazzata, è sinonimo di ignoranza».

Ora, di solito Eco pesa bene le parole che usa. E anche in questo caso l’ha fatto.

Eco infatti non ha detto qualcosa come «tutti i leghisti sono come Casseri», che sarebbe scorretto nei confronti dei milioni di elettori che votano Lega, sono sani di mente e niente affatto razzisti.

Eco ha detto che, all’interno dello sfondo culturale in cui la Lega si muove, possono nascere forme di «follia marginale» come quella di Casseri, il che non solo è vero, ma qualifica il fenomeno come «marginale», e dunque fa il contrario di una generalizzazione, che vuol dire attribuire alla totalità di un insieme le caratteristiche di un suo sottoinsieme o, peggio, di un solo esemplare di quell’insieme.

Analogamente capita a qualunque posizione politica, ha specificato Eco. Nel dicembre 2009, aggiungo io, l’antiberlusconismo produsse per esempio il caso di Massimo Tartaglia, lo psicolabile che colpì Berlusconi in faccia con una statuetta raffigurante il duomo. E altri esempi si possono fare.

Ora, un po’ di provocazione, sapendo che in studio c’era Salvini, secondo me Eco ce l’ha messa. Poteva immaginare benissimo che la reazione sarebbe stata quella. E poteva pure immaginare che molti leghisti, vedendo la scena da casa, avrebbero pensato e reagito esattamente come Salvini, sentendosi tutti liquidati come l’assassino di Firenze.

In altre parole, se Eco fosse stato un politico o un giornalista, avrebbe dovuto evitare la frase o fare una ulteriore precisazione. Aggiungere una spiegazione. Ma nella sua posizione non credo debba spiegare nulla. Basta semplicemente rivedere l’intervista.

L’intervista comincia dal 3° minuto in poi e dura circa 5 minuti: