Archivi del giorno: mercoledì, 7 dicembre 2011

Perché è opportuno chiedere un rimborso spese per lo stage

Da anni faccio una battaglia quotidiana – in aula, via mail, sul questo blog, negli incontri faccia a faccia – per informare gli studenti del fatto che, prima di fare un tirocinio in azienda, è opportuno chiedere un rimborso spese, anche se la legge italiana non impone all’azienda di darlo.

E dimmi, che stage vuoi fare da grande?

Queste sono le ragioni principali:

  1. Se il/la giovane lo chiede nel modo giusto, mostrando cioè di essere consapevole di ciò che la legge prevede e non prevede, dei propri diritti e doveri, di ciò che può offrire all’azienda pur avendo – ovviamente – anche molto da imparare, la richiesta contribuisce a dare di lui/lei un’immagine positiva, matura, forte. E questo aumenta il suo potere contrattuale sia durante il colloquio, sia dopo.
  2. Se il/la giovane sta ben attento/a al modo in cui reagisce la persona dell’azienda con cui fa il colloquio, può capire molte cose sulla serietà delle intenzioni di «formazione e orientamento» – come dice la legge – da parte dell’azienda e, anche se la risposta sarà negativa, avrà diversi elementi in più per valutare l’opportunità o meno di svolgere quel tirocinio.
  3. Se l’azienda risponde positivamente, dimostrando di voler investire anche un minimo mensile per quel tirocinio, sarà allora meno probabile che poi abbandoni il/la tirocinante a se stesso/a o gli affidi mansioni poco «formative e orientanti» come fare fotocopie o rispondere al telefono.
  4. Last but not least: la legge italiana, a differenza di altri paesi europei, come la Francia, non obbliga le aziende a dare agli stagisti nessun corrispettivo in denaro; ma se fra i giovani si diffonde la consapevolezza del fatto che non solo possono chiederlo ma in molti casi ottenerlo, e se i ragazzi cominciano a rifiutare stage completamente gratuiti, be’, forse le aziende un po’ alla volta saranno costrette ad adeguarsi.

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NB: In Italia le norme di riferimento per i cosiddetti «stage o tirocini formativi e di orientamento» – come li chiama la legge – sono l’articolo 18 della legge 196/1997 e il decreto ministeriale attuativo 142/1998. Il decreto pone alcuni limiti (spesso disattesi nella realtà) al numero di stagisti che un’azienda (pubblica o privata che sia) può prendere in contemporanea; obbliga i soggetti promotori dello stage (università, centri di formazione, ecc.) a pagare per lo/a stagista l’assicurazione Inail e quella di responsabilità civile verso terzi; ma non impone all’azienda di pagare nessuno stipendio né rimborso spese: il decreto dice infatti esplicitamente che il rapporto tra l’azienda e lo stagista, non è «di lavoro subordinato», e questo vuol dire che, se l’azienda decide di dare un contributo economico, non si dovrà mai parlare di «stipendio» né di «retribuzione», ma di «rimborso spese» o al massimo di «premio» o «borsa di studio».

Domenica 4 dicembre è uscito un mio articolo su questo tema su Linkiesta: «Da noi lo stagista ringrazia e torna a casa».