Perché è opportuno chiedere un rimborso spese per lo stage

Da anni faccio una battaglia quotidiana – in aula, via mail, sul questo blog, negli incontri faccia a faccia – per informare gli studenti del fatto che, prima di fare un tirocinio in azienda, è opportuno chiedere un rimborso spese, anche se la legge italiana non impone all’azienda di darlo.

E dimmi, che stage vuoi fare da grande?

Queste sono le ragioni principali:

  1. Se il/la giovane lo chiede nel modo giusto, mostrando cioè di essere consapevole di ciò che la legge prevede e non prevede, dei propri diritti e doveri, di ciò che può offrire all’azienda pur avendo – ovviamente – anche molto da imparare, la richiesta contribuisce a dare di lui/lei un’immagine positiva, matura, forte. E questo aumenta il suo potere contrattuale sia durante il colloquio, sia dopo.
  2. Se il/la giovane sta ben attento/a al modo in cui reagisce la persona dell’azienda con cui fa il colloquio, può capire molte cose sulla serietà delle intenzioni di «formazione e orientamento» – come dice la legge – da parte dell’azienda e, anche se la risposta sarà negativa, avrà diversi elementi in più per valutare l’opportunità o meno di svolgere quel tirocinio.
  3. Se l’azienda risponde positivamente, dimostrando di voler investire anche un minimo mensile per quel tirocinio, sarà allora meno probabile che poi abbandoni il/la tirocinante a se stesso/a o gli affidi mansioni poco «formative e orientanti» come fare fotocopie o rispondere al telefono.
  4. Last but not least: la legge italiana, a differenza di altri paesi europei, come la Francia, non obbliga le aziende a dare agli stagisti nessun corrispettivo in denaro; ma se fra i giovani si diffonde la consapevolezza del fatto che non solo possono chiederlo ma in molti casi ottenerlo, e se i ragazzi cominciano a rifiutare stage completamente gratuiti, be’, forse le aziende un po’ alla volta saranno costrette ad adeguarsi.

————

NB: In Italia le norme di riferimento per i cosiddetti «stage o tirocini formativi e di orientamento» – come li chiama la legge – sono l’articolo 18 della legge 196/1997 e il decreto ministeriale attuativo 142/1998. Il decreto pone alcuni limiti (spesso disattesi nella realtà) al numero di stagisti che un’azienda (pubblica o privata che sia) può prendere in contemporanea; obbliga i soggetti promotori dello stage (università, centri di formazione, ecc.) a pagare per lo/a stagista l’assicurazione Inail e quella di responsabilità civile verso terzi; ma non impone all’azienda di pagare nessuno stipendio né rimborso spese: il decreto dice infatti esplicitamente che il rapporto tra l’azienda e lo stagista, non è «di lavoro subordinato», e questo vuol dire che, se l’azienda decide di dare un contributo economico, non si dovrà mai parlare di «stipendio» né di «retribuzione», ma di «rimborso spese» o al massimo di «premio» o «borsa di studio».

Domenica 4 dicembre è uscito un mio articolo su questo tema su Linkiesta: «Da noi lo stagista ringrazia e torna a casa».

19 risposte a “Perché è opportuno chiedere un rimborso spese per lo stage

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Non posso che concordare pienamente, cara Giovanna.

    Dobbiamo sensibilizzare sempre più i ragazzi a pretendere un rimborso dall’azienda in cui inizieranno il proprio stage.

    Anche minimo, ma è un segnale importante di investimento nel patto professionale che si sta per stringere.

    E comunque, non oltre i 6 mesi previsti dalla legge.

    Ho un’idea, cara Gio’. Perché non ci inventiamo un simbolo che venga adottato da tutti i ragazzi della tua università? Una specie di timbro, un flag, una piccola icona da allegare al proprio cv, per dire a chi lo riceve che non vengono prese in considerazione offerte di stage non rimborsati.

    No money, no stage.

  3. Ricollegandomi anche a quanto scritto su Linkiesta (sia articolo che commenti):
    Dico anche io che Molta gente vuole fare lo stage per non studiare e quindi “accumulare crediti” senza aprire libri, come se il lavoro fosse una cosa leggera.
    In più bisogna considerare il potere che ha uno studente. Specialmente in campi “saturi” in cui ci sono molti studenti/laureandi/laureati il potere di contrattazione è veramente prossimo allo 0. Se ci sono 100 persone che fanno richiesta per uno stage, ci sarà sicuramente chi accetterà il lavoro gratis, visto che da altre parti non è stato neanche considerato, dato che non ne avevano bisogno.
    Se invece ci sono 10 persone e la richiesta è alta, allora sarà l’azienda a offrire qualcosa pur di avere la persona.
    In un campo in cui ci sono troppi laureati, o sei molto bravo o sei raccomandato, l’essere nella media difficilmente ti farà avanzare senza problemi.
    Riassumendo, secondo me, i motivi sono da riassumere in:
    -Aziende che cercano lavoro a costo 0
    -Studenti che non sanno/vogliono farsi valere
    -Scelta di un campo di studi lavorativamente sfavorevole

  4. Periodicamente un post simile a questo salta fuori su questo blog.
    Credo che studenti e neolaureati siano combattuti su questo tema, vorrebbero non accettare uno stage non retribuito, ma dopo l’ennesima proposta sempre uguale (che più meno recita così quando va bene: “al momento come rimborso spesa sono previsti solo i buoni pasto…”) non sanno più dove sbattere la testa. Vorrebbero consigli, suggerimenti per come porsi, come chiedere un rimborso, dove orientarsi, quali diritti far timidamente valere e potrei continuare…
    Io, per esempio, ho scritto qualche settimana fa privatamente a Giovanna Cosenza per avere un consiglio, ma, ahimè, non ho mai ricevuto risposta.

  5. “la legge italiana, a differenza di altri paesi europei, come la Francia, non obbliga le aziende a dare agli stagisti nessun corrispettivo in denaro”: veramente qui in Francia (université Paris 7) l’anno scorso ho rischiato di fare uno stage assolutamente non pagato. E quello pagato che invece ho fatto non includeva affatto rimborsi spese per i trasporti e i pasti, come qualcuno sosteneva tempo fa. Il pagamento era poco più di 400 euro al mese… moooolto meglio di niente ma non sono stata ricoperta d’oro, ecco.

  6. Luisa, in Italia quello che tu hai avuto come rimborso spese per uno stage è generalmente più di uno stipendio part time e sempre più spesso è lo stipendio full time di ragazzi alla prima o seconda esperienza lavorativa… Qua da noi i rimborsi spese per gli stage quando va di lusso ammontano a 250 euro al mese. Quando va di lusso🙂

  7. Devo dire che è un’ottima posizione.
    Purtroppo capisco però anche i giovani che accettano stage o contratti di “apprendistato”, cosa che mi è successa. Dopo mesi di estenuante e stressante ricerca di lavoro, anche lavorare per il proprio peggior nemico è invitante.

    Mi domando come mai in Italia dopo un anno (e intendo 12 mesi!) un’azienda mi abbia potuto chiamare perchè avevo spedito il curriculum l’anno prima facendo finta di non notare il “leggero” ritardo, mentre invece in Giappone le aziende contattino le persone massimo un mese dopo, scusandosi pure se superano le due settimane.

    Purtroppo le persone che cercano lavoro sono troppe e le aziende in Italia spesso si sentono nel Far West, quindi fanno fuori quelle persone che osano “sfidarle”.

    Nonostante ciò, spero che i miei coetanei e anche i più giovani provino almeno per gli stage gratuiti a farsi valere. Male che vada, possono andare a farsi sfruttare in altri posti =)

    Scusate il commento improvviso, ma il tema mi è molto caro =)

  8. (@ Luisa) Non è solo una questione di normativa, poiché questa è anche il riflesso di consuetudini e della storia della democrazia di un paese. In Italia è norma-le non essere retribuiti per uno stage, come è normale studiare filosofia per fare uno stage come agente di commercio (da qui l’espressione “prendere le cose con filosofia…”). è normale anche provare senso di colpa se “provi” et “pretendi” di progettare il tuo avvenire. In effetti tu hai potuto discernere e scegliere. Pensi che in Italia la tua posizione sarebbe stata altrettanto forte? Ora lo è sicuramente, poiché hai fatto esperienza di una libertà, non ti senti ricca?
    Ho come la sensazione che abbiamo di colpo preso coscienza di aver perso la consapevolezza della nostra attualità, fa estremamente paura questo spaesamento (tanto vale partire davvero, pensano in molti…). Queste iniziative (che si moltiplichino!) ci aiutano davvero a riconquistare la realtà e canalizzare le nostre paure, poi che bello se partissero proprio dall’Università- la valorizzerebbero e ne/le ricorderebbero i principi e i fini!

  9. @Phoenix Fire

    Mi piacerebbe sapere quali ritieni essere i “campi saturi” per i laureati italiani. La tua affermazione “scelta di un campo di studi lavorativamente sfavorevole” mi ricorda molto le “amenità come scienze della comunicazione” della Gelmini o i “per favore non andate a scienze della comunicazione” di Vespa. Mantra spesso smentiti dai dati empirici (ad esempio quelli di Almalaurea).
    Il potere di contrattazione è minimo per la stragrande maggioranza dei laureati italiani. Gli stage gratuiti sono ampiamenti diffusi perfino per i “lungimiranti” studenti di Economia o Ingegneria. Quella di scaricare le responsabilità sul più debole o sfortunato della scala sociale è pratica antica e sempre efficace del Potere (con le dovute proporzioni, ricorda il concetto ottocentesco di povertà come “colpa”, o magari l’idea vomitevole che se una ragazza si veste in modo “provocante” allora “un po’ se la va a cercare…).

    Come si può asserire questo in uno dei Paesi occidentali con il più basso tasso di laureati in rapporto alla popolazione? O forse è ora il problema è anche il mercato del lavoro e il modello di produzione italiano, che non crea lavoro ad alta competenza? E che molta responsabilità ce l’hanno le imprese italiane, con il loro nanismo, bassi investimenti in nuove tecnologie e poca lungimiranza? E che, nello specifico, continuare a concepire la comunicazione come un accessorio di cui poter fare a meno è suicida e riflette l’arretratezza italiana (vedere molte pubblicità di imprese italiane – presentate anche in questo blog – per capire se c’è bisogno di consulenti o specialisti della comunicazione…).

    Se questo Paese non investe sulla banda larga; se per anni è riuscito ad esportare solo svalutando la lira e non con innovazione e qualità dei prodotti; se (per essere espliciti) ha lasciato “morire” Olivetti e ridimensionare Telecom mentre ha scelto di aiutare il monopolista Fiat, NON è colpa dei giovani laureati italiani.

  10. Concordo pienamente con tutta l’analisi di @Fab, chapeau!

  11. Cara Flavia, la mail privata che mi hai mandato è del 28 novembre alle 10:56: non «qualche settimana fa», ma 9 giorni fa. In effetti mi è rimasta indietro qualche mail inevasa, ma forse non ti rendi conto: ricevo ormai una media di 120-150 mail al giorno, fra studenti, colleghi e lettori del blog. Moltissime, come la tua, vengono da persone che non conosco affatto (o non ricordo di conoscere, se per caso in passato hanno fatto esami con me). Naturalmente do la priorità alle mail che riguardano il mio lavoro di docente: gli studenti innanzi tutto. Poi arrivano le altre: ex studenti, colleghi, richieste di partecipazione a conferenza e mille altre richieste.

    Non ho segretari personali, ma rispondo a tutti (e dico tutti, salvo errori umani) io personalmente. Semplicemente, a volte non riesco a essere istantanea. Il consiglio che mi chiedevi comportava una risposta piuttosto articolata da parte mia, ed è solo questa la ragione per cui la tua mail è rimasta indietro: avevo e ho bisogno di un tempo che finora non ho ancora trovato. Nove giorni di ritardo, peraltro, sono solo nove.

    Prima di emettere sentenze, Flavia, ti inviterei a cercare di metterti nei panni degli altri, in questo caso miei. Ma decisamente non ti rendi conto della mole e del tipo di lavoro che faccio. Un po’ di pazienza e un tono meno stizzito e autocentrato la prossima volta? Aiuterebbero innanzi tutto te. Grazie.

  12. Non solo penso che sia un bene che ‘periodicamente questo post salti fuori’, ma che sarebbe opportuno moltiplicare le iniziative.

    In particolare l’argomento #2 mi convince. E’ un bene che questi ragazzi si convincano di poter anch’essi valutare i loro interlocutori: non un esame ma un contratto tra consenzienti.

  13. Una domanda non polemica: ma le Università che, se non sbaglio devono validare lo stage, non potrebbero intervenire evitando la convenzione con le aziende non paganti?

  14. Lory: è un tema che non dipende dai singoli docenti, ma dagli organi di governo dell’ateneo: rettore, prorettori, senato accademico. Infatti, voglio portare il problema in quella sede, nella mia università. I tempi sono lunghi, perché l’ateneo di Bologna ha già stipulato da anni convenzioni con migliaia di aziende: alcune rimborsano altre no. Hai presente il lavoro che rivedere queste convenzioni comporta?

  15. Giovanna, forse dico una sciocchezza per incompetenza, ma non sarebbe possibile fare un’unica convenzione di 3 o 4 punti, massimo una paginetta, meglio mezza paginetta🙂, valida per tutte le aziende in convenzione? (Possibilmente sostituendola d’un colpo a tutte le convenzioni vigenti, altrimenti via via che scadano.)
    Ci sono leggi o regolamenti che lo impediscano? O è solo la vecchia abitudine dell’Europa continentale, e specialmente dell’Italia, di volere regolamentare burocraticamente tutto, anche se solo sulla carta?
    (Con la conseguenza, fra le altre, che poi i necessari adattamenti diventano faticosissimi, come dici tu stessa: “Hai presente il lavoro che rivedere queste convenzioni comporta?”)

    Riguardo ai rimborsi, basterebbe dire che devono sempre esserci e coprire largamente le spese sostenute dagli stagisti per lo stage (se la si ritenesse una clausola troppo forte, sostituire “largamente” con “almeno parzialmente”). Punto. Ovviamente funzionerebbe solo se, in caso di palese trasgressione, l’Università sospendesse la convenzione, come credo possa fare.

    Ancora scuse se ho detto sciocchezze, com’è ben possibile. E’ sempre facile parlare dal di fuori.😉

  16. Lo immagino. La mia era una vera domanda, ossia chiedere qualcosa di cui si ignora il funzionamento, non c’era alcun sottinteso.
    Grazie per avermi chiarito il meccanismo. E buon lavoro.
    Lory

  17. Mi permetto ancora d’intervenire, il tema mi sta a cuore come ex studentessa che pensava sbagliando : “con questi tre stage non retribuiti * ringrazio e torno a casa * svolti durante gli studi potrò rispondere una volta laureata agli annunci *neo-laureato con esperienza *, visto che non posso permettermi i Master * paga caro i tuoi contatti e le tue speranze!* proposti in primis dalle stesse università”.
    Non sono polemica, è una personalissima constatazione il fatto di considerare l’università oggi come complice di un sistema che non va bene, cioè mi sembra che globalmente parlando il concetto “università-impresa” sia idiosincratico … si può dire così? In questa relazione le persone scompaiono, diventano risorse nel senso peggiore del termine .
    Per questo chiedo alla Prof. Cosenza : quanta possibilità c’è di cambiare le cose attraverso un intervento dall’alto, possiamo credere nella presa di coscienza dell’istituzione oppure aver fiducia piuttosto nell’iniziativa illuminata dei singoli insegnanti ? Forse una volta stabilito questo, si possono validare progetti a macchia d’olio? (mi piace l’idea di @ Iabicus, per esempio) .
    Rosa

  18. @giovannacosenza
    Gentile Giovanna, non trovo sentenza nel mio commento: non ho giudicato, ho solo detto di non aver ricevuto risposta. Ed è vero. Pazienza, non è grave.
    Giuro che non ero stizzita, ho fatto un commento per quello che riguarda il post, e poi ho portato ad esempio il mio caso.. Nessuno mette in dubbio la mole di lavoro che lei ha da fare. Non capisco perchè si è irrigidita così tanto, ho sbagliato la data, sono 9 giorni, non qualche settimana. Questo è vero.

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