L’harem d’autore di Campari «Red Passion»

L’ultimo spot Campari «Red Passion», diretto dal regista Joel Schumacher, ci propone una riflessione sul piacere:

«E se il vero piacere fosse già adesso? Sì, prima che tutto cominci, quando l’atmosfera si carica di promesse e la tua testa di storie da vivere, quando nulla tu può deludere, perché tutto può ancora succedere e tu pregusti un incontro, uno sguardo, l’idea di un finale diverso. In fondo, non è forse vero che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere?»

Mi chiedo quale possa mai essere il «finale diverso» che il protagonista pregusta, visto che partecipa alla più scontata festa in maschera simil-settecentesca, nel più scontato scenario di lusso, e visto che, pur sentendosi raffinato come Valmont ne Le relazioni pericolose, in realtà coltiva il sogno più banale che un maschio eterosessuale possa sognare: un harem di donne a sua disposizione.

Pubblicitari, per favore: siamo nel 2012. Il piacere e la «Red Passion» stanno altrove. Per giovani e meno giovani, donne e uomini. Per non parlare poi del fatto che, come sempre, la prospettiva dello spot è centrata solo sul maschio etero. Banalotto e di fantasia corta. Se fossi un uomo, non vorrei essere come lui.

Director: Joel Schumacher; Executive Creative Director: Simone Ferrari; Chief Creative Director: Luca Zamboni; Art Director: Domenico Roselli; Copywriter: Claudia Buccheri; Director Of Photography: Colin Watkinson; Costume Designer: Daniela Verdenelli; Production Designer: Antonio Piciulo; Agency Tv Producer: Sonia Silvestrini; Cdp: Filmmaster; Executive Producer: Karim Bartoletti; Producer: Nicole Lord; Post_produzione Toboga Fabio Colombo; make up Dario Pontremoli – parrucco Vincenzo Cavicchi.

32 risposte a “L’harem d’autore di Campari «Red Passion»

  1. in verità in quella pubblicità io provo una fortissima sensazione di ambiguità e di disagio. Mi vogliono far credere al maschio eterosessuale, mentre tutto nell’atteggiamento e nei movimenti e nello sguardo del protagonista è misogino, se non spiccatamente omosessuale.
    Però, diversamente dalla pubblicità di Light Blue di Dolce e Gabbana nella quale la love story etero è evidentemente fiction, qui c’è qualcosa di mistificatorio, un tentativo di ingannare lo spettatore.
    Non mi piacciono neanche le atmosfere finto settecentesche in bilico fra un backstage di una sfilata, il set di un film (malfatto, i costumi non hanno alcuna autenticità storica) o un party di carnevale.

  2. Piu`che una pubblicita`, un guazzabuglio temporal-stilistico. Concordo sull`ambiguita`, forse dovuta a taglia e cuci in fase di esecuzione. Sembra un progetto svolto nei ritagli di tempo.

  3. Ora che so che è una pubblicità “d’autore” capisco finalmente perché un pochino mi piaceva.
    Mi piaceva perché mi pare che sia stata tradotta bene l’idea dell’attesa del piacere come piacere stesso.
    Infatti si vedono i preparativi alla festa ma allo stesso tempo si vede la festa stessa, perché è strano che durante i preparativi ci sia già della gente vestita a festa e i baristi versino di già il Campari. Quindi è messo in scena uno “stare tra” i preparativi e i festeggiamenti stessi.
    Trovo comunque giusta la riflessione sull’harem e molto ridicolo il rapporto tra l’attore e le attrici, soprattutto quando l’attore lega i lacci alla ragazza col vestito rosso e quando guarda la ragazza che addenta una ciliegia.

  4. Facciamo due conti.Dai risultati dell’importante studio condotto dall’Istituo di statistica nazionale britannico (http://www.guardian.co.uk/news/datablog/2010/sep/23/gay-britain-ons) il 95% dei soggeti si definisce strettamente eterosessuale e solo l’1,5% gay, lesbian o bisexual. Il 3,5% si è rifiutato di rispondere, ma non necessariamente deve essere inteso come gesto di un’appartenenza omosessuale. Si noti che la concentrazione di omosessualità e bisessualità maggiore si ha ovviamente a Londra, con il 2,2% di presenza contro lo 0,9% del north. È vero che la componente gay ha un’età mediamente più giovane, presenta la condizione di single (mai sposato) nel 62% dei casi contro il 33% degli etero, è sposata col proprio partner nel 19% contro il 48% delle coppie etero.
    Perché tutti questi dati in relazione a una pubblicità come Campari Red passion? Ma perché con questi numeri, ahimé, hanno ragione i pubblicitari a riproporre il cliché del maschio che sogna l’harem in quanto tutte le altre combinazioni possibili non sono in fondo che astrazioni che raccontano una storia diversa della realtà. Se il 95% dei soggetti è eterossessuale “straight”, giocare su passioni e promoscuità sessualmente variegate è commercialmente un suicidio. Si potrebbe inoltre obiettare che non solo altre identità di genere non sono invitate alla festa ma che ancora una volta l’uomo la fa da padrone e la donna si ritaglia il ruolo di oggetto del desiderio. Satiro e ninfa declinati al carnevalesco.
    Non vedo nulla di scorretto in questa rappresentazione. Tra le tante soluzioni accessibili come aperitivo, il Campari rappresenta la base di un gran numero di cocktails, ahimé piuttosto dozzinali, dal Negroni all’Americano, se non vogliamo addirittura restare al suo consumo esclusivo, magari on the rocks. Soluzioni di massa, appunto. Ora, il sesso femminile in media beve diversamente. Una donna che abitualmente si sparasse un Negroni come aperitivo sarebbe inevitabilmente condannata alla via di un rapido declino, perché la funzione epatica femminile è meno tolleranta al veleno di quanto lo sia quella maschile. Certo, ognuno fa ciò che gli/le pare, ma facendo quel che gli pare si qualifica per quello che è. Una donna che bevesse come un uomo, e quindi come uno stacciaio non sarebbe un’emancipazione al meglio ma un’imitazione al peggio, e lo spot è tutto un profluvio di liquori, di bicchieri affetti da horror vacui che vanno a lenire un’inappagabile sete da condanna metafisica, il tutto su una scenografia dal rosso dominante, da Red passion. Che poi ricorda la mitologia nordica degli Asi, quell’ Hel è raccontanto come una festicciola d’interno in cui l’arazzo dei soffitti è tramato con le serpi che secernono veleno sui sottostanti fiumi di sangue in cui nuotano le anime dannate che hanno solo urina di capra per spegnere la sete.
    Al postutto, sei fossi donna, trans, gay, lesbian o bisex sarei contento di non condividere questa red passion lasciando al solito uomo il protagonismo di un tormento.

  5. @Ugo: Veramente in questo spot bevono più le donne che gli uomini.
    L’attore porta da bere a ben tre donne e queste accettano il bicchiere ben volentieri. Poi, soltanto dopo che l’ultima donna inquadrata porta il bicchiere alla bocca, anche l’attore – finalmente – beve.
    Quindi credo che alla donna in questo spot non sia data nemmeno la salvezza di non essere un’alcolizzata, perché – ahimè – lo è.

  6. @Armando
    Ma quale salvezza! La donna entra nella scena come astrazione da delirio maschile, un maschio dannato all’alcolismo in terra per continuare a sognare il suo sogno senza risveglio.
    La donna non è qui rappresentata come essere re ale ma come sirena alle porte degli inferi con il ruolo di consolare il dannato, o se si preferisce come sirena che adeschi del suo canto il navigante per gettarlo tra le sue braccia di morte – mitologico suicidio da eccesso di desiderio. Oppure come strega che appartiene da sempre a molti inferni nel duplice sadismo di bella castigatrice comunque inaccessibile e femmina corrotta comunque irredimibile. Ad ogni modo è un ruolo di finzione.
    Questo spot non celebra il maschio ma lo relega all’impotenza delle sue proiezioni. E coerentemente gli suggerisce di continuare a inseguirle con l’unico modo a buon mercato per farlo: col bicchiere in mano. Preferibilmente di Campari.

  7. interessante il post su questo spot, proprio perchè non me l’aspettavo, non avendo causato in me nessuna reazione negativa ad una visione distratta. Significa che in un certo senso è ben realizzato: è uno spot che quando capita guardo con piacere e comunica sensazioni gratificanti; suppongo che per gli uomini (almeno per me), l’identificazione con il protagonista sia facile e gradevole.

  8. @Ugo: Okay, ora ho capito quello che volevi dire.
    Personalmente non avevo colto il ruolo da sirena incarnato dalle donne in questo spot, però potrebbe essere così.

  9. A mio avviso lo spot colpisce nel segno: il punto è l’attesa dell’inizio e non il décor (festa banalmente settecentesca). Perchè? Ma perchè il Campari si beve prima dell’inizio all’APERITIVO!!!!!!

  10. Per un maschio eterosessuale il sogno di “un harem di donne a sua disposizione” (o magari solo di una serie di donne) è certamente banale, ma è e resterà forte, perché ha una solida base biologica.
    E’ un desiderio che può essere educato, anche molto felicemente e su scala di massa, ma quello è.
    (C’è anche il desiderio monogamico, intendiamoci. Generalmente convivono, con accomodamenti molto variabili.)

    Non è strano che i pubblicitari siano tentati di sfruttare un sogno del genere, dove le pressioni ‘educative’ siano meno forti, come in Italia. Anche tenuto conto dei numeri dati da Ugo, facendoci pure la tara.

    Del resto, pure le donne eterosessuali, e tutti gli altri generi, hanno i loro sogni ‘biologici’. Un po’ diversi gli uni dagli altri, e tutti felicemente educabili.
    E forse è naturale essere più indulgenti con la ‘biologia’ propria che con quella altrui. Come suggerisce il molto onesto post di Daniel Peiser.

    L’educazione è bella, e la biologia pure. Senza la seconda, cosa ci starebbe a fare la prima?😉

  11. Aggiunta.
    Nello spot Campari le donne non sono forse sempre così sottomesse. Vedi la mimica delle due donne ai secondi 35-40. Naturalmente, molte interpretazioni sono possibili, e regista e attrici sull’ambiguità ci giocano.

  12. Tutti questi commenti sono troppo elaborati… posso dire che a me, 35 single acculturata, lo spot piace e non è offensivo del genere femminile, anzi propone un’immagine diversa di uomo… non più il superpalestrato aggressivo, appariscente, ma un bell’uomo, giovane e dallo sguardo pulito, ma a cui la barba conferisce maturità, sembra interessante e non un bamboccio o il clooney irragiungibile.. ha uno sguardo e un atteggiamento positivo, non ci vedo malizia (al massimo il gesto di allacciare il bustino alla dama). Uno spot in cui tutti sono vestiti, in cui c’è ammiccamento ma non sfacciato, il rinviare il piacere, in un mondo in cui la trasgressione è ormai la regola (basta aprire il web), è in controtendenza e la vedo positiva.
    A me questo spot piace parecchio e la scelta di quel modello o attore è azzeccatissima

  13. Versione leggermente differente:

  14. Se la pubblicità deve rappresentare la società, direi che non siamo lontani. Se poi consideriamo che lo spot viene dato tra programmi spazzatura, direi che ci siamo proprio.
    http://allegriadinubifragi.wordpress.com/

  15. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  16. Ugo scrive: “Se il 95% dei soggetti è eterossessuale “straight”, giocare su passioni e promoscuità sessualmente variegate è commercialmente un suicidio”.
    Ma la Campari lo ha già fatto. E i risultati sono stati decisamente migliori.

  17. @Roberto
    Concordo ma ti faccio notare che gli spot che presenti sono di fine anni ’90 e rubano a man bassa dall’ambiguità sessuale di film come M. Butterfly o Eyes wide shut credendo di cavalcare il trend effimero di icone più o meno riuscite della trasgressione – però bada bene, trasgressione che anche all’epoca era a uso e consumo del mondo etero perché i ’90 sono anni stracolmi di filmucci come Il danno di Malle o Tutto su mia madre di Almodovar che hanno sdoganato come registi trasgressivi la versione geriatrica, annacquata e massmediatica dei provocatori che furono un tempo – e infatti l’Almodovar degli anni ’80 ad esempio era sminuito anche dalla critica che oggi lo incensa in un ruolo conservatore descritto come avantgarde.
    Il fatto che Campari sia tornata a formule ben più convenzionali avrà pure una ragione commerciale, giusto? Delle due l’una: o il pubblico si è involuto rispetto all’apertura sessuale dimostrata quindici anni fa o quell’apertura non era che una parentesi patinata che Campari ha sfruttato finché ha potuto. Chiariamolo: versione che anche nei due spot da te citati rimane una trasgressione puerile e comunque sempre a uso e consumo delle fantasie di un pubblico completamente eterosessuale catturato all’uscita del cinema dei Kubrick e dei Cronenberg solo per citare quelli che più caratterizzano queste due campagne Campari.

  18. Kubrick in Eyes Wide Shut mostrava quanto conformismo ci fosse dietro tanta presunta “trasgressione” non faceva una banale esaltazione della stessa.
    Che l’Almodovar di oggi non sia lo stesso degli anni ’80 è vero, ma a parer mio non è peggiorato, è cambiato e Tutto su mia madre è straordinario..scusate l’OT cinefilo

  19. Concordo sugli spot, ma non dell’idea del “c’è crisi, concentriamoci su chi consuma di più” (credo sia una sintesi abbastanza condivisibile del tuo Megapost).

  20. *sull’idea

  21. @Paola scrive: “[..]il rinviare il piacere, in un mondo in cui la trasgressione è ormai la regola (basta aprire il web), è in controtendenza e la vedo positiva.”
    Ma qui nell’apertivo di Campari non si tratta di procrastinare il piacere al fine di assaporarlo meglio magari. Il piacere dell’attesa consiste sempre nella dilazione del climax, e solo per la ragione che al climax segue il climaterio del piacere. Ma occorre che il piacere venga comunque raggiunto. Qui al contrario si tratta di sbronzarsi per fantasticare una serata che non seguirà. Tutto nello spot è sincero a riguardo. Anche la scelta della barba è una metafora di come vadano a finire le serate in cui all’aperitivo è attribuito lo scopo del sognare mentre tutti veri maturi del piacere sanno benissimo che il godimento nasce quando non te l’aspetti; anelare al momento dell’aperitivo è tipico dell’adolescente che solo attraverso la frustrante constatazione che il proprio sogno se la fugge con un altro impara a sbronzarsi meno sul preliminare della serata spremendosi meglio nelle ore clou, quando i red passion della situazione hanno raggiunto il proprio ersatz fallico con l’etilometro che giustamente li toglie da un gioco che non è mai stato per loro.
    Oggi è tornato di moda il termine sfigato (usato accidentalmente da un tale che ha proposto di affibbiarlo a chi si laurei dopo i 28 anni, non rendendosi conto che il vero sfigato è lui che banalmente ha seguito la più ovvia delle carriere ovvero quella identica al padre (giurista nel CSM) confezionata su misura per lui fin dal coito con la moglie).
    Ecco, il vero sfigato è quello che, dopo aver eventualmente pagato per essere deliberatamente umiliato e rifiutato per l’inadeguatezza del proprio look avente come giudice un buttafuori semianalfabeta alla selezione d’ingresso di locali che gli promettono una vita da Campari, gira tutta la serata col bicchiere in mano a cercare in trasparenza il suo sogno affogato fin dall’aperitivo. Sempre che non sia stato invece escluso dalla selektion perché in quel caso finirà a consolarsi del diritto di ordinare lo stesso Campari, che i fortunati nel locale stanno bevendo, al baretto di ripiego, in ogni caso domandandosi perché nelle pubblicità del Campari il tipo è protagonista e lui che è vestito come quello non l’hanno fatto entrare.

  22. questo spot mi ha fatto semplicemente pena dal primo momento che l’ho visto

  23. Considerazione generale sullo spot, legata a una visione/interpretazione da spettatore ingenuo: totale indifferenza. E’ talmente banale, assolutamente poco innovativo, così in linea con tutta la comunicazione di marca (e di altri prodotti, non necessariamente concorrenti, che puntano allo stesso pubblico target) che mi risulta difficilmente distinguibile dai precedenti. Insomma, un messaggio che si perde nel rumore della spotsfera: e questa, mi sembra, è una delle critiche più gravi che si possa fare a una pubblicità.

    L’unica cosa che mi ha colpito è questa storiella dell’attesa. Bene.
    “In fondo non è forse vero che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere?”.
    Accettando l’enunciato come premessa vera, posso concludere legittimamente che l’attesa del piacere di bere un Campari è essa stessa un piacere (anzi, il piacere).
    E quindi verrebbe da chiedersi: perchè bere un Campari? Perchè far terminare, in questo modo, il piacere dell’attesa? Forse che il bere un Campari è un piacere maggiore del piacere dell’attesa? Ma questo non emerge da nessun punto dello spot…
    A chi è più intelligente di me (o, almeno, ne capisce di più di logica) la risoluzione del dilemma…

  24. Giusta l’osservazione di chi dice che l’attesa del piacere è l’aperitivo. Quindi il Campari va bevuto. Anch’io, come donna, conorso con l’altra signora che dice che l’uomo protagonosta dà un’immagine positiva di sè: non un bambolotto, ma un uomo – peraltro molto bello – che coordina il lavoro di altre persone divertendosi e divertendo.

  25. Quanti commenti ben costruiti, ma pare che a nessuno sia venuto in mente di citare l’omaggio al grande poeta dell’Ottocento. Se non ne siete a conoscenza, mi permetto di illuminarvi: l’attesa del piacere che tanto vi ha colpito nello spot del Campari non è altro che la teoria del piacere di Giacomo Leopardi. Per fare un esempio, la poesia che espone maggiormente questo concetto è “Il sabato del villaggio”, celeberrima!

  26. L’ha ribloggato su D I S . A M B . I G U A N D Oe ha commentato:

    È tornato on air nelle ultime settimane lo spot Campari «Red Passion» diretto da Joel Schumacher. Leggi cosa ne dicevamo due anni e due mesi fa, quando uscì la prima volta.

  27. Una domanda: queste recensioni critiche hanno mai poi un riscontro relativo ai dati di vendita? Quei dati di controllo che si hanno pre e post campagna, le statistiche… non so se abbiano un nome fichetto con il quale si preferisce denominarle per sembrare più settoriali.
    Mi interessa come la critica cinematografica e il riscontro di pubblico. E’ una cosa che si usa? Chiedo scusa se la domanda è banale.
    Ma le domande originali le lascio agli altri🙂

  28. Il sogno di entrare in un luogo e affascinare tutte le persone è tutt’altro che banale…. e credo in parte condiviso tra uomini e donne. quel che si nota è il solito collegamento sessualità = vendita, ovvero se compri il mio prodotto tutte le donne/uomini cadranno ai tuoi piedi. Appartenendo ad una generazione che è nata senza pubblicità in TV, e per un guizzo inaspettato del mio unico neurone maschile, riesco ancora a discernere il messaggio subliminale, e a comprendere che non saranno i Campari a portare a me le donne.
    Io si, vorrei essere bello come lui e affascinare quelle donne… sono banale? o sono semplicemente un uomo?

  29. ..ce la faremo a pensare post-patriarcato ?

  30. La pubblicità degli alcolici si rivolge ad alcolisti. L’alcol ha effetti deleteri irreversibili, a lungo andare, sulle prestazioni sessuali e cognitive. Si ricorre ad immagini e racconti onirici, strutturati proprio come i sogni, nei quali appare del tutto logico che ci sia una chiatta in mezzo al mare con l’orchestra pronta al concerto. Per alcolisti più acculturati ecco il sogno casanoviano, le “cene eleganti” di triste recente memoria, il gesto che dice avanti un’altra, c’è posto per il bunga-bunga, il tutto condito con uno sproloquio idiota finto-riflessivo. Prendi un regista più o meno capace, gli dai tanti soldi, lui si diverte a fare un film in costume, cura le luci, l’ambiente, la recitazione a partire da uno story-board scritto dal marketing… la realizzazione è decente, i contenuti miserrimi. Farà vendere? Forse sì.

  31. ..guydebord ” Farà vendere?forse si”, forse non ce la faremo a pensare post -patriarcato , continueremo a fanfoleggiare..

  32. Riproporre due anni dopo uno spot così scontato è una cosa tristissima. Non solo le pubblicità sono sempre più stereotipate – a quanto pare, ormai si fa fatica ad inventare nuovi packaging per i soliti stereotipi.

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