Archivi del mese: gennaio 2012

Monti e Berlusconi: vecchi trucchi in nuova sobrietà

Venerdì 20 gennaio Mario Monti, ospite da Lilli Gruber a «Otto e mezzo», ha offerto uno splendido esempio della sua abilità di usare due vecchi trucchi della comunicazione politica: negare l’evidenza e spostare subito il focus del discorso.

In serata infatti Berlusconi aveva rilasciato questa dichiarazione, tanto breve quanto chiara:

«La cura di Monti non ha dato alcun frutto. Quindi se dovessi dire paradossalmente, ci aspetteremo di essere richiamati a occupare le posizioni di governo che avevamo prima, visto che questa è la democrazia e che noi siamo stati eletti dagli italiani».

Ciò nonostante, alla domanda di Lilli Gruber, che, dopo aver riportato la frase di Berlusconi, gli chiede: «Per lei questo è un segnale di allarme?», Monti risponde con volto imperturbabile:

«No. Il presidente Berlusconi, col quale parlo abbastanza spesso e che di tanto in tanto incontro, mi dà segnali incoraggianti e io ricorro anche al suo consiglio, così come ricorro al consiglio dei leader degli altri partiti che appoggiano il governo in Parlamento. Non credo che abbia detto, e non sarebbe vero, che non ci sia alcun frutto della politica economica di questo governo. Quello che è vero, o perlomeno che era vero fino a qualche giorno fa – l’andamento dello spread è più incoraggiante in questi ultimi giorni – è che ci aspettavamo tutti una discesa più rapida dello spread, il famoso divario di tasso di interesse che penalizza l’Italia rispetto alla Germania in particolare…»

E prosegue nel parlare dello spread e della politica economica, cioè tralascia di dire altro su Berlusconi e chiude dicendo che apprezza «il modo in cui tutte le tre grandi forze politiche che ci sostengono finora l’hanno fatto» e che sarebbe lieto se le forze politiche trovassero il modo di «dialogare di più tra loro».

Ricapitolando: Monti innanzi tutto nega l’evidenza: «Non credo che abbia detto», quando invece non solo Berlusconi l’ha detto, ma lui sa benissimo che l’ha detto. Inoltre non si limita a spostare il discorso, ma fa di più: sposta l’attenzione dal conflitto fra lui e Berlusconi a quello all’interno della maggioranza dei partiti che lo sostengono, ben sapendo, evidentemente, che non c’è nulla di più facile che cancellare un conflitto con un altro conflitto. Abilissimo, insomma, nell’applicare i trucchi più antichi della retorica e della comunicazione politica. Chapeau.

PS: questo articolo oggi è apparso anche sul Fatto Quotidiano.

Berlusconi su Monti: «La cura non ha dato alcun frutto»

Monti su Berlusconi: «Il presidente Berlusconi mi dà segnali incoraggianti» (dal minuto 8’30” circa in poi)

OsservatorioTivvù: una prima analisi di «Verissimo»

In attesa di cominciare la raccolta dati per OsservatorioTivvù (per gli interessati: abbiamo appena finito di selezionare i cv e assegneremo i programmi entro due o tre giorni), Matteo Lollini, che fa già parte dello staff, ha analizzato la puntata di «Verissimo» del 17 dicembre, scrivendo una scheda riassuntiva, che nel frattempo è stata utile per mettere a punto la metodologia di lavoro.

Non è facile infatti focalizzare cosa si cerca in una trasmissione televisiva che non ospiti personaggi politici né parli di politica come «Verissimo». Una trasmissione che si presenta come «puro intrattenimento», privo di riferimenti alla politica.

Cosa cerchiamo, allora, in questo tipo di trasmissioni? Due cose fondamentali: temi e valori. E che ce ne facciamo rispetto alla politica? A breve, nulla o quasi. A medio e lungo termine, serviranno.

Ecco la prima parte della scheda di Matteo Lollini su «Verissimo» del 17 dicembre 2011 (QUI la versione completa):

Silvia Toffanin (compagna di Pier Silvio Berlusconi, showgirl e conduttrice): padrona di casa, salottiera, cerimoniosa, educata ma civettuola.

Alvin (aka Alberto Bonato, dj, vj e conduttore): giovane, cortese, piacente, ragazzo della porta accanto, punto di vista “maschile” della trasmissione.

Jonathan Kashanian (personaggio tv): amico fashionista delle donne, effeminato, frivolo, “raffinato”, forbito, esperto di moda.

Alfonso Signorini (giornalista specializzato in cronaca rosa e conduttore): amico delle donne, pacatamente effeminato, acculturato, competenza storica su cronaca rosa.

Francesca Valla (aka Tata Francesca): rassicurante, competente (bambini).

Personaggi politici italiani, ospiti: 0

Personaggi pubblici, ospiti: Alessandra Amoroso (cantante e personaggio tv, ex concorrente Amici), Alessandro Borghese (chef e personaggio tv), Orietta Berti (cantante), Filippa Lagerback (conduttrice tv + Daniele Bossari), Ellen Higgins (conduttrice tv), Elena Santarelli (showgirl), Leonardo Pieraccioni (regista e attore), Christian De Sica (regista e attore), i Pooh (band).

Allusione a personaggi/eventi politici: in generale, uno dei leitmotiv della puntata è la crisi economica (il Natale in periodo di crisi).

Nessun giudizio esplicito in termini politici: più che essere rilevante per riferimenti alla politica contemporanea, la trasmissione è un esempio di tv autoreferenziale; si cita Mediaset (con diversi riferimenti a Maria De Filippi), RAI (Sanremo, Porta a Porta), e si coinvolgono personaggi delle tv tematiche (cfr. Alessandro Borghese di Real Time). In ogni caso si trasmettono scale di valori e si implica una certa visione della società, attraverso i toni leggeri e ammiccanti della cronaca rosa e delle annotazioni di costume.

Il target è soprattutto femminile: donne di varie età e ruoli – mamma, nonna, teenager – che tipicamente guardano Canale 5 al pomeriggio.

Il taglio editoriale della trasmissione è molto preciso: gli argomenti sono sempre gli stessi, così come la prospettiva con cui vengono trattati: i vari personaggi ospiti li declinano in maniera molto allineata: si parla principalmente di donne contemporanee (in carriera, indipendenti, seduttive ma intimamente tradizionaliste), di amore, del rapporto uomo-donna (ribadendo una prospettiva molto conservatrice sui ruoli dei partner, con la donna in posizione passiva nella coppia). Lo stile è salottiero e fatuo: bon ton con qualche guizzo più malizioso (qui giocano un ruolo fondamentale i due “effeminati” della trasmissione, Jonathan e Signorini). L’agenda prevede un occhio costante ai temi che si suppongono emotivamente più importanti per una donna italiana media: la famiglia, la maternità, le celebrazioni e gli anniversari (anche religiosi), il fidanzamento, il matrimonio, i lutti, l’estetica. Essere informate significa conoscere la cronaca rosa, anche quella estera, dai tradimenti coniugali di Strauss-Kahn agli ultimi matrimoni delle case reali.

Nella puntata del 17 dicembre 2011, tutto viene tematizzato in funzione del Natale e della fine dell’anno (prosegui a leggere QUI).

Ps: Questo articolo è uscito in contemporanea su Valigia Blu.

Il cliché della «femme fatale» sulle prime pagine dei quotidiani

Oggi ho fatto un test ai quotidiani nazionali: vediamo quanti hanno messo in evidenza in prima pagina, con tanto di foto, il cliché narrativo della «femme fatale», e cioè la faccenda della «donna misteriosa» – detta anche «bionda», «moldava» o «ballerina» – che a quanto pare stava in plancia accanto a Francesco Schettino. Ecco i risultati.

Corriere della sera: nella foto principale c’è un sommozzatore vicino alla campana di bordo, ma subito accanto c’è la fotina del volto di Domnica Cemortan, circondata dai titoli «Allarme in ritardo, potevamo salvare tutti» e «La ragazza senza cabina».

Corriere della sera, 20 gennaio 2012

Repubblica: non c’è la foto della Cemortan, ma quella del comandante Schettino che alza la mano per un brindisi. Però il titolo è «Il capitano e la ballerina. Vino e bravata in plancia nella notte del naufragio».

Repubblica 20 gennaio 2012

La Stampa: foto grande con sommozzatore e campana di bordo, ma niente Cemortan, neanche nel titolo che è «Allarme meteo, la Concordia può inabissarsi».

La Stampa, 20 gennaio 2012

Il Giornale: foto grande e centrale del comandante con titolo «Basta capri espiatori, basta eroi. La misteriosa ballerina moldava: “Schettino ci ha salvati, ma non è il mio amante”».

Il Giornale, 20 gennaio 2012

Libero: foto grande e centrale della Cemortan in spiaggia, con titolo «La ballerina moldava che ha fatto girar la testa a Capitan Codardo».

LIbero, 20 gennaio 2012

Il Fatto quotidiano: la foto di Domnica Cemortan assieme ad altri dipendenti Costa Crociere sta in prima pagina, ma ottiene solo il taglio basso e il titolo non la riguarda direttamente: «Il governo si accorge della Concordia».

Il Fatto quotidiano, 20 gennaio 2012

Il Messaggero: foto grande centrale e titolo «Ecco la ragazza del mistero: “il comandante ci ha salvato”».

Il Messaggero, 20 gennaio 2012

Scelte analoghe hanno fatto Il Tempo, Il Secolo XIX, Il Mattino, La Gazzetta del Sud.

Morale della favola: il cliché della «femme fatale» è del tutto trasversale per i quotidiani di oggi, nel senso che non dipende dal loro orientamento politico-ideologico, né dalla cordata economica e editoriale a cui appartengono.

Mettere in prima pagina una bionda e alludere a una storia pepata serve ad aumentare le vendite? Certo le aiuta (per come sono abituati i lettori e le lettrici italiane), ma non è necessario. Infatti ne hanno fatto a meno La Stampa (pur parlando del Concordia), Il Sole 24 Ore, L’Unità, Il Riformista, La Padania, Il Manifesto, Il Secolo d’Italia, L’Opinione, L’Osservatore Romano, Il Tirreno, Il Piccolo, Il Giornale di Brescia.

Sarebbe opportuno che tutte le testate più «serie» (quelle cioè che non fanno solo gossip) evitassero, una buona volta, di dare rilievo a certe notizie solo perché ruotano attorno a facili spunti di gossip. La vera notizia di oggi, sulla tragedia della nave Costa Concordia, è il gravissimo rischio ambientale che sta correndo l’isola del Giglio. Oltre al fatto, ovviamente, che 11 persone sono morte e 24 sono ancora disperse. Altro che bionda.

PS: questo articolo è uscito oggi, con qualche modifica, anche sul Fatto quotidiano.

Il primo spot della campagna elettorale di Obama

Va in onda domani in tv il primo spot elettorale di Obama. È un contrattacco diretto alla campagna sullo scandalo Solyndra avviata contro Obama qualche giorno fa dal gruppo di pressione conservatore «Americans for prosperity» e costata 6 milioni di dollari (vedi questo articolo su ABC News).

La campagna contro Obama è finanziata da «misteriosi miliardari del petrolio» e non è «legata a fatti», dice subito lo spot. Poi prosegue dicendo che, mentre i signori del petrolio lo attaccano, «independent watch dogs» sostengono che l’operato di Obama dal punto di vista etico è «senza precedenti», i posti di lavoro legati all’industria delle energie pulite si «espandono rapidamente» e la dipendenza dal petrolio straniero si riduce. In poche parole, Obama ha mantenuto la promessa di «rinforzare le regole etiche» fatta nella campagna 2008.

Lo spot contro Obama

Lo spot di Obama

Due pensieri sulla telefonata De Falco-Schettino

Incredulità, rabbia, pena, sgomento: sono le emozioni che ieri ho provato mentre ascoltavo la telefonata fra Francesco Schettino e Giorgio De Falco. Un misto intenso e confuso, che in pochi minuti si è tramutato in commozione, tanto che alla fine avevo gli occhi lucidi.

Fra i commenti che ho letto in rete, due meglio di altri esprimono ciò che ho pensato quando mi sono ripresa. Il primo è dello Scorfano, dal blog Sempre un po’ a disagio:

Sia innanzitutto messo agli inutili atti di questo inutile blog che io ritengo indegno e vergognoso il comportamento del comandante Schettino, che abbandona la nave che lui stesso ha portato ad affondare, mentre, viceversa, ritengo perfetto ed esemplare il comportamento del comandante della Capitaneria di porto, Giorgio De Falco, che cerca, dalla sua posizione, di salvare tutti i passeggeri della nave in avaria.

Detto questo, però, le grida di esultanza e di approvazione ammirata che ho sentito ieri (sul web ma anche nel bar vicino a casa) per quegli ordini di De Falco urlati al telefono, per quell’autorità «di cui avremmo bisogno», per il «padre» che si assume le responsabilità di tutti, per la «voce del dovere» (così oggi repubblica.it), per l’uomo «forte», con le palle, che non si tira indietro e mette il suo senso del dovere prima di ogni cosa (però lui era a terra, non dimentichiamolo), per il leader, la guida, il comandante, il dux, Caesar, l’uomo della provvidenza, l’incarnazione dell’autorità (militare, tra l’altro) che sa prendere in mano una situazione senza esitare e, soprattutto, al posto di tutti noi, per il capo che toglie a noi la necessità di valutare («è un ordine!») perché ha tutto deciso e valutato lui…; insomma, tutti questi osanna, reali e virtuali, mi hanno spaventato non poco, ve lo confesso. È meglio De Falco che Schettino, senz’altro; ma essere un popolo che ha bisogno di De Falco, magari no grazie, ecco. (lo Scorfano, Sempre un po’ a disagio, «Agli ordini»)

Il secondo è lo status che ieri Angelo ha scritto su Facebook:

«La telefonata tra De Falco e Schettino è drammaturgia pura: timbri, pause, ritmo ossessivo, eroe e antieroe. Immagino che tra poco non la ascolteremo più per ritrovare il fantasma della tragedia, il peso dei cadaveri, l’annaspare dei vivi, ma solo perché è così eccitante john-wayne-che- frusta-il-codardo. Entrerà nella nostra compilation, col reggae, i link sull’amore infranto e la nutella, Homer Simpson e la fame nel mondo.»

È così, caro Angelo, lo schermo televisivo farà questo. Anzi, l’ha già fatto.

Lo spot Alfa Romeo Giulietta: come si aggira l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria

Nel settembre 2011 esce questo spot Alfa Romeo Gulietta, realizzato dall’agenzia Armando Testa:

Lo spot viene da molti denunciato allo Iap per violazione dell’articolo 10 del Codice di autodisciplina, secondo il quale la pubblicità «deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione».

Il 25 ottobre 2011 lo Iap ordina la cessazione della campagna perché «non conforme all’art. 10 del Codice di autodisciplina». Questi i motivi espressi nella sintesi della pronuncia 114/2011:

«Il Giurì ha ritenuto che il telecomunicato ricerchi ed ottenga senza alcun dubbio una identificazione emotiva tra il modello di auto pubblicizzato e una figura femminile fortemente subalterna rispetto al “maschio”: una “femmina” che chiede di essere provata, e poi eventualmente lasciata o tenuta. L’utilizzo di 7 modelle diverse nella costruzione narrativa, ad avviso del Giurì, enfatizza questo elemento stereotipico, negando la persona femminile attraverso la moltiplicazione dei corpi femminili. L’affermazione finale del telecomunicato “Io sono Giulietta, prima di parlare di me provami”, pronunciata dall’ennesima figura femminile accosciata sul cofano dell’auto rappresenta, secondo il Giurì, la chiusura di un crescendo in cui la voce-auto chiede all’interlocutore maschile di essere provata, sperimentata, accarezzata, scossa, innestando una evidente ambiguità di piani che il Giurì considera inaccettabile. Lo sguardo maschile ad avviso dell’organo giudicante aleggia sull’intero spot, comparendo in un unico frame, in cui una delle modelle propone una gestualità che abbozza in modo fuggevole una posizione erotica esplicita, corredata dall’affermazione “venerami”, che osserva il Giurì in questo caso appare capovolgere il senso del messaggio: è il maschio che chiede di essere venerato, ottenendo peraltro il risultato desiderato. L’appello appassionato, incalzante, in un crescendo provocatorio che non ammette repliche, imbastito utilizzando una voce femminile che utilizza i toni espliciti della seduzione erotica ha secondo il Giurì come unico protagonista il maschio che ascolta e desidera una figura femminile, che altro non chiede che essere “provata”.»

Passano un paio di mesi e la campagna risorge, in parte modificata.  Non ci sono più tutte le allusioni sessuali di prima, non c’è più la moltiplicazione di corpi, e così via. Ma lo spot è davvero più rispettoso della dignità della donna? Certo, viene da dire: tutto è relativo. Però… E qui mi taccio. A te la palla.

Macelleria italiana. Siamo italiani!

Mi scrive Roberto, studente in Scienze della comunicazione all’Università di Bergamo, che vive e risiede a Treviglio, in provincia di Bergamo:

«Treviglio (Bg). Un macellaio espone il cartello “Macelleria italiana. Siamo italiani!” accompagnandolo con la bandiera tricolore. Molti accusano di razzismo i due giovani che gestiscono la macelleria (vedi questa notizia Ansa).

I macellai invece – di origine calabrese – rispondono che il cartello è stato appeso perché in città giravano voci che loro fossero marocchini o albanesi, che importassero la carne e che la macellassero con metodo islamico (carne halal). Secondo i macellai la gente non entrava più a comprare la carne da loro perché, in qualche modo, non si fidava della loro carne.

In effetti la scritta “Siamo italiani” ha a mio avviso diverse implicazioni che sono sfuggite ai giovani macellai. Lei cosa ne pensa? Qui ci si divide tra chi li definisce razzisti e chi invece sottolinea che, mentre i musulmani sono liberi di scrivere “macelleria islamica”, gli italiani non possono dichiarare che la loro carne sia “italiana”.»

Macelleria italiana. Siamo italiani!

Sono d’accordo con Roberto: nel momento storico che stiamo vivendo, con le polemiche recenti su quanto siano o non siano razzisti gli italiani, il cartello si presta a letture discriminatorie nei confronti di altre etnie, sia dentro che fuori Treviglio.

Da quel che so, Treviglio è il comune della provincia di Bergamo con la più alta percentuale di immigrati stranieri dopo il capoluogo: Wikipedia dice che sono quasi il 10% dei residenti e vengono soprattutto, a scalare, da Albania, Egitto, Marocco e Romania. Ora, per quanto numerosi, sono sempre minoranze, che per giunta incontrano spesso (se non a Treviglio, nel resto d’Italia) difficoltà di integrazione.

Dunque l’obiezione di chi considera «discriminatorie al contrario» le accuse piovute sui macellai (gli altri possono scrivere «macelleria islamica», noi non possiamo dire «macelleria italiana») non tiene. Il cartello «Macelleria italiana. Siamo italiani!» (con tanto di punto esclamativo, come dire: «Attenzione!» o «Evviva!»), potrebbe essere considerato alla pari di un cartello che dicesse «macelleria islamica» o «macelleria albanese», solo in una società perfettamente pacificata e paritetica dal punto di vista dei rapporti fra le diverse etnie, razze e religioni. Una situazione che possiamo sognare, ma che per ora in Italia non c’è.

A sentire le dichiarazioni dei due giovani macellai e dei cittadini che li hanno sostenuti realizzando addirittura un video, le loro intenzioni non erano né razziste né discriminatorie. Ma quel cartello è andato a toccare un nervo scoperto della nostra società, un punto dolente su cui gli italiani sono divisi.

Perciò appenderlo è stato un atto di ingenuità, nel senso che non credo si immaginassero di essere accusati di razzismo. Ma certo volevano far leva su un desiderio che evidentemente considerano diffuso a Treviglio: mangiare carne «macellata in Italia» e non altrove. Con tutti gli impliciti che gli altri abitanti di Treviglio (e molti italiani), se non loro, aggiungono al concetto di «carne macellata in Italia»: più adatta a certi tipi di cottura, più tenera, ma anche più controllata dal punto di vista igienico, più sicura, e così via.

PS: Una versione modificata di questo articolo è apparsa oggi anche sul Fatto quotidiano.