Archivi del mese: gennaio 2012

La campagna Unicredit per l’aumento di capitale

Da qualche giorno è on air la campagna di comunicazione che Unicredit ha lanciato per sostenere la ricapitalizzazione di 7,5 miliardi di euro a cui sta puntando. Realizzata da Consorzio Creativi assieme a Publicis Italia, è costata, a quanto pare, 5 milioni di euro, fra affissioni statiche e dinamiche, annunci stampa sulle principali testate nazionali, spot sulle televisioni generaliste e nelle stazioni ferroviarie.

La campagna punta ad associare il destino di Unicredit a quello della nostra economia: le affissioni e gli annunci stampa affiancano la bandiera italiana a quella di Unicredit, con la headline «Investite in una grande banca per far crescere un grande Paese» (clic per ingrandire):

Annuncio stampa Unicredit

Lo spot – con la regia di Alessandro D’Alatri – mostra una giovane donna che, vedendo la bandiera italiana impigliata in cima a un pennone, non esita neanche un secondo: si toglie le scarpe e si arrampica con energia per liberarla, ottenendo l’applauso finale dal capannello di persone che hanno ammirato da terra l’impresa.

Credo che la campagna sia destinata a dividere il pubblico. Da un lato, coloro che hanno conti correnti e risparmi in Unicredit possono sentirsene rincuorati; dall’altro, tutti coloro che negli ultimi anni hanno maturato diffidenza e rancore nei confronti di banche e finanza, possono essere molto infastiditi dal fatto che si associ un simbolo nazionale al destino di una banca, per quanto grande e importante come Unicredit. Nel mezzo, certo, ci sono anche quelli che, dovendo investire soldi, decidono di farlo con Unicredit, ma lo fanno più perché si informano con altri mezzi, che perché vedono la campagna. E se alcuni – una minoranza – lo faranno perché – o anche perché – hanno visto lo spot e le affissioni, tutto fa brodo.

Ma allora, perché l’investimento? Per dire a tutti – ottimisti, disillusi o arrabbiati che siano: «Unicredit c’è, è grande, potente e risalirà». È soprattutto un segnale di forza insomma.

Altre buone ragioni per chiedere il rimborso spese quando si fa uno stage

Torno ancora una volta sul tema del rimborso spese per gli stage. Odio ripetermi ma, dall’ingenuità che tutti i giorni osservo nei ragazzi, inferisco che ce ne sia bisogno: la battaglia per diffondere fra i ventenni la consapevolezza di ciò che il proprio tempo vale e per dare loro il coraggio di negoziare la propria posizione con le aziende è ancora lunga.

Ragazze, ragazzi: quando prendete accordi con un’azienda (privata o pubblica che sia) per uno stage (curricolare o extracurricolare che sia), chiedete sempre il gettone di rimborso spese! Certo, siete lì per imparare e dovete dimostrare (e sentire) tutta l’umiltà del caso. Ma il vostro lavoro – per quanto guidato e inesperto – è prezioso per l’azienda. Lo sarebbe anche se vi limitaste a bassissima manovalanza.

Gratis non è lavoro

Riprendo una nota che Eleonora Voltolina, della Repubblica degli stagisti, ha pubblicato sul suo profilo Facebook il 1 gennaio 2012:

«Basta con l’ipocrisia della “formazione”: il tempo e l’impegno vanno sempre pagati.

Chi osteggia il cambiamento obietta: ma così ci saranno meno posti di stage, meno posti di lavoro. Forse è vero. Ma si può continuare a barattare la qualità con la quantità? Vogliamo dieci stage gratuiti o tre stage ben pagati? Vogliamo dieci contratti a progetto da 600 euro al mese, o quattro pagati 1.500?

Io ho scelto, la Repubblica degli stagisti ha scelto. Nella convinzione che poi non sia nemmeno sicuro che i posti diminuirebbero in maniera così evidente: perchè prima o poi tutti capirebbero che farsi concorrenza sul costo del lavoro è una scelta strategicamente perdente.

Solo con dignitose retribuzioni fermeremo l’emorragia di cervelli, attiveremo un sano e ormai imprescindibile ricambio generazionale, rispetteremo la Costituzione. E daremo un futuro alle nuove generazioni».

(Dall’articolo «Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato». Anche la foto è tratta dal sito La Repubblica degli stagisti.)

Leggi anche Perché è opportuno chiedere un rimborso spese per lo stage.

Il matrimonio gay di Renault Twingo: vedremo mai questo spot in Italia?

Da qualche giorno è uscito in lingua francese e inglese l’ultimo spot Renault Twingo (agenzia Publicis Conseil), che mostra un matrimonio gay sereno, circondato da figli, amici e parenti.

Non è la prima volta che Renault associa alla Twingo generi diversi dall’eterosessualità maschile e femminile, mostrandoli allegramente normalizzati. Ma mentre lo spot con la Drag Queen beccata dal figlio davanti alla discoteca arrivò anche da noi (ottobre 2008), non penso che mai vedremo lo spot coi due gay che si sposano. E se mai lo vedremo, è facile prevedere che solleverà un polverone e sarà subito ritirato.

La cultura italiana, infatti, fa molta fatica a pensare che l’omosessualità possa essere «normale», mentre preferisce associarla al travestitismo, che trova da sempre più rassicurante.

Ricordo, sempre a proposito di LGBT, anche lo spot Twingo Miss Sixty, quello che cominciava alludendo a un rapporto lesbico e finiva con un banale  stereotipo sulle donne. Pure quello arrivò da noi nel dicembre 2010. Ma non l’ho mai valutato positivamente, per motivi che ho spiegato qui: L’arretratezza della donna Twingo Miss Sixty.

Renault Twingo, matrimonio gay (versione francese):

Renault Twingo, matrimonio gay (versione inglese):

Renault Twingo, Drag Queen gay (versione italiana, ottobre 2008):

Basta coi pregiudizi contro Scienze della comunicazione

Venerdì scorso, in un pezzo su Linkiesta, sono tornata sull’annoso problema degli stereotipi negativi che affliggono le lauree del settore della Comunicazione, sulle quali abbondano battute del genere «scienze delle merendine», come quella che fece l’ex ministro Gelmini proprio un anno fa.

In realtà, anche i dati di Almalaurea più recenti (2010), nonostante la crisi,  continuano a non dire affatto che i laureati in Scienze della comunicazione lavorino meno degli altri, anzi: dicono che in media trovano lavoro come gli altri, e senz’altro più di tutti i giovani che hanno un titolo di studio umanistico.

Giovani al computer

Però dicono anche che in media vengono pagati meno e restano più a lungo precari degli altri.

Ora, è chiaro che l’offerta universitaria qualche problema ce l’ha. Basti pensare che in Italia i corsi di laurea nel settore delle Scienze della comunicazione erano 5 nel 1993 (appena nati) e sono circa 150 (fra trienni e magistrali) oggi: l’inflazione, si sa, è sempre un brutto sintomo.

Però l’Italia ha un disperato bisogno di bravi, qualificati e di conseguenza ben pagati comunicatori. Perciò così ho concluso il mio articolo su Linkiesta:

I problemi ci sono, inutile negarlo. Ma non è dicendo ai giovani si evitare come la peste i corsi di comunicazione che si risolvono, specie in un paese come il nostro, in cui la cultura della comunicazione è scarsa in tutti i settori professionali: campagne pubblicitarie banali e volgari, comunicazione sociale inefficace, televisione urlata e politici incapaci di rivolgersi ai cittadini in modo convincente ci mostrano tutti i giorni quanto in basso sia scesa la comunicazione in Italia. Di bravi e qualificati comunicatori il nostro paese avrebbe un disperato bisogno, altro che. Se solo, ovviamente, il mercato non fosse a sua volta condizionato dai pregiudizi di cui stiamo parlando.

È infatti da oltre dieci anni che gli studenti e i laureati in comunicazione sopportano battutine sul loro conto e uscite come quelle degli ex ministri Gelmini e Sacconi: non possiamo pensare che tutto ciò non influisca sulla decisione delle imprese riguardo a stipendi e stabilizzazione del lavoro. È anche a causa di questi pregiudizi infatti che, se un’azienda fa un colloquio a un neolaureato in ingegneria bravo e uno in comunicazione altrettanto (o più) bravo, decide quasi per automatismo di pagarlo meno: l’ingegnere vale di più a priori, non perché «serve di più» all’azienda.

La stessa cosa accade quando un’impresa deve decidere di stabilizzare due precari: a parità di condizioni, si stabilizza prima l’ingegnere (l’informatico, ecc.) perché «altrimenti scappa». È la somma di decisioni come queste che un po’ alla volta ha creato un mercato di stipendi più bassi e di precarizzazioni più frequenti per i laureati in comunicazione. E il circolo vizioso è ormai chiuso.

Un circolo vizioso che sarebbe ora di rompere, una buona volta. Restituendo dignità alle professioni della comunicazione, a partire da come se ne parla. Facendo sempre considerazioni basate su dati e non su stereotipi, pur consapevoli che i dati vanno letti con attenzione e possono essere variamente interpretati. E cominciando a fare tutte queste cose proprio sui media – televisione, stampa, radio, internet – visto che, come dicevo, non si vede perché gli operatori della comunicazione debbano continuare a sminuire ciò che gli dà mangiare.

Per sapere i dati precisi, leggi tutto l’articolo su Linkiesta: «Fai scienze della comunicazione e troverai lavoro».

Sullo stesso tema vedi anche:

Giorgio Soffiato, Mamma voglio fare il comunicatore…, 9 gennaio 2012

Stefano Cristante, Scienze della comunicazione in Italia, tra amenità e simulazione, 31 ottobre 2011

Giovanna Cosenza, La laurea in Scienze della comunicazione è utile: parola di ex studenti, 5 luglio 2011

Giovanna Cosenza, Scienze della comunicazione: sfatiamo i pregiudizi, 17 febbraio 2011

Giovanna Cosenza, Scienze della comunicazione: amenità contro dati, 14 gennaio 2011

Lo «stile Monti» fa centro da Fazio, ma non ricorda il meglio della prima Repubblica?

Già ieri sera, durante l’intervento di Monti a «Che tempo che fa», i commenti su Twitter erano divisi in due. Stessa cosa oggi, in rete e sulla stampa. Grosso modo, da un lato, ci sono quelli che lodano lo «stile», la «sobrietà» e la «classe» del presidente del Consiglio; dall’altro quelli che si lamentano del fatto che, ancora una volta, Monti non abbia detto quasi nulla di concreto su ciò che farà: troppo «evasivo» insomma.

Credo siano vere entrambe le cose. Monti è abilissimo nel dire e non dire, nel pesare le parole in modo da non sbilanciarsi, nel non rispondere a domande a cui non vuol rispondere. Come quella sull’Iva:

Fazio: «Lei prevede, o ritiene indispensabile, l’aumento dell’Iva dal 21 al 23%?» Monti (che fino a quel momento aveva apprezzato le domande e persino lodato Fazio per la sua preparazione): «Eh, ma che caduta di livello» e comincia una spiegazione contorta, alla fine della quale Fazio conclude: «Sì, ma io non ho capito se aumenterà o no l’Iva». E Monti, sorridendo: «Fa bene a non aver capito».

Ma non è vero che, stando così le cose, l’intervento di Monti da Fazio sia stato «una comparsata inutile» o un «cedimento alle lusinghe della tv», come alcuni hanno detto. La televisione non lusinga la politica, semplicemente le è necessaria per rivolgersi a numeri rilevanti di persone.

L’intervento infatti aveva questi obiettivi fondamentali:

  1. Mostrare competenza, cioè mostrare ancora una volta che Monti e i suoi sanno quel che fanno, anche se non anticipano nulla per non «fare la politica degli annunci».
  2. Rassicurare gli spettatori della trasmissione sul fatto che «è tutto sotto controllo»: l’euro non sparirà nel 2012 (Christine Lagarde ha detto che «è improbabile», non impossibile, che cada, solo perché – ha spiegato Monti – è abituata a uno stile di comunicazione British e dunque va cauta con le parole); le banche italiane sono solide, e così via.
  3. Ribadire la capacità del governo di mantenere l’equilibrio fra le forze politiche che lo appoggiano in Parlamento, concedendo un po’ all’una e un po’ all’altra, e la sua intenzione di coinvolgere le parti sociali (sindacati e Confindustria) trovando il punto di equilibrio anche con loro.

Fermo restando che tutto ciò andrà verificato sulle azioni concrete che il governo Monti farà nei prossimi mesi, aggiungo un’osservazione sullo «stile Monti», il cui scarto rispetto alla politica chiassosa e stracciata degli ultimi anni è evidente a tutti.

Più che una vera e propria «novità», mi pare piuttosto un ritorno allo stile dei politici della prima Repubblica. Ma attenzione: non sto dicendo che Monti nasconda il malaffare che quelli nascondevano e alla fine venne fuori. Sto dicendo qualcosa che riguarda le pause, l’arte di cambiare argomento al momento opportuno, i giri di parole, l’ironia tagliente.

Penso al meglio di Andreotti, per esempio. Ma penso pure a Spadolini e Berlinguer. Prendi un pizzico dell’uno e dell’altro, mescola per bene e… non viene fuori lo «stile Monti»?

Il blitz a Cortina: solo un’operazione d’immagine?

Negli ultimi giorni diversi lettori mi hanno chiesto: perché non parli del blitz dell’Agenzia delle entrate a Cortina?

Cortina d'Ampezzo

Al che ho sempre risposto: perché è chiaramente un’operazione d’immagine, ma se dici una cosa del genere ti tiri addosso polemiche a non finire, come se volessi difendere gli evasori, o dessi ragione ai riccastri di Cortina che si sono sentiti attaccati. O alla Santanchè, che ha dichiarato: «trovo sbagliato colpire la ricchezza» e «non trovo giusto colpire Cortina che è un simbolo del nostro turismo per fare controlli fiscali».

Alla fine mi sono decisa a scriverne e ribadisco: non do ragione agli evasori, né ai riccastri e neppure alla Santanchè, ovviamente. Ma credo ugualmente che sia un’operazione d’immagine. Ben riuscita, dato il clamore che ha suscitato, ma parziale, perché non è sufficiente da sola per recuperare il disagio diffuso nei confronti di Equitalia.

Ciò non vuol dire che sia solo un’operazione d’immagine: dipende da cosa faranno il governo, l’Agenzia delle entrate e Equitalia nei prossimi mesi. Non a caso già si preannunciano altri blitz: vedi La Stampa «Dopo Cortina pronti altri blitz».

Sulla sostanza dell’operazione ho poi ricevuto una mail interessante da Giorgio, che mi pare utile condividere e discutere. Gli ho chiesto perciò l’autorizzazione a pubblicarla ed eccola:

«Nessuno finora ha notato che nel blitz spettacolare di Equitalia non è stato ancora riscontrato alcun illecito (!) tranne un esercente di prodotto di lusso che aveva beni in conto vendita per 1,6 milioni di euro (ovviamente una gioielleria di altissimo livello). Niente, nulla.

Controllare le dichiarazioni dei redditi di possessori di auto di lusso parcheggiate a Cortina è una sciocchezza da ogni punto di vista: primo, perché al limite basterebbe un controllo al PRA selezionando auto sopra un certo costo con la dichiarazione dei redditi del possessore, fatto da un impiegato in ufficio, non a Cortina e pagato per la trasferta. Secondo, e ben più grave, perché non si selezionano le auto in base ai KW, ma in base al costo effettivo di mercato. Io posso avere una Golf molto potente che costa relativamente poco. Un altro può avere un’auto blasonata acquistata anni fa, in tempi di vacche grasse.

Ma il punto più grave è che non c’è alcuna correlazione tra il reddito annuale e l’acquisto di beni di lusso. Io posso dichiarare un Irpef bassisima, ma è la mia società di capitali (Spa o srl) a pagare tutte le tasse per la mia auto di lusso. Inoltre se io compro una Ferrari, di sicuro ho capitale (anche ereditato). I proventi da capitale sono tassati alla fonte col 20% di ritenuta. Quindi io posso dichiarare zero Irpef e avere Ferrari a più non posso e farlo legalmente, perché pago già. Inoltre è importante l’età del contribuente. È chiaro che un pensionato ricco esibisca un Irpef bassa e si mantenga con la rendita da capitale. Quindi?

Inoltre dire che, IN ALCUNI dei 35 negozi esaminati in un giorno x (tra l’altro il 30 di dicembre, non il 4 marzo, per dire), gli incassi hanno superato FINO AL 100% del giorno precedente e FINO AL 400% dell’anno precedente è barare. Non è così che si fanno le statistiche. Di sicuro questi controllori non hanno mai lavorato nel commercio un solo giorno in vita loro, abituati a prendere la stessa cifra ogni mese. Ad esempio bastano pochi dati per dimostrare che il turismo (anche dolomitico) in tempi di crisi si è concentrato quest’anno nei giorno 30-31-1, abbandonando la conseuta settimana. Che il 30 di quest’anno era venerdì, quindi già pre weekend, mentre l’altro anno era giovedì. E così via.

Esiste l’evasione? Certo e va combattuta e mi tocca fare l’avvocato dell’evasore solo perché le procedure sono assurde. Si faccia una statistica del periodo, non del giorno. Si pubblichino i dati medi dei controlli, non quelli più eclatanti come sineddoche, cioè come se bastasse una parte a rappresentare il tutto.»

Il miglior spot 2011 per «Creativity»: vincono emozioni e humour

Nel 2012 voglio tornare a segnalare pubblicità per qualche aspetto positive, non solo criticabili. L’avevo già fatto, per un po’, un paio di anni fa. Poi lo spirito critico ha ripreso il sopravvento.

Comincio con lo spot Volkswagen «The Force» dell’agenzia Deutsch di Los Angeles, che è andato in onda nel 2011 durante il Super Bowl e che nei giorni scorsi la celebre testata «Creativity» ha messo al primo posto nella categoria TV 2011.

Il quadretto familiare è tradizionalissimo e alto-borghese, secondo il modello di bon ton tipicamente americano a cui da Happy Days in poi siamo abituati: famiglia di quattro componenti (madre, padre e due bambini: un maschio e una femmina) e villetta monofamiliare moderna e spaziosa, con cyclette in camera, lavanderia, giardino e cagnone tenero che pare uscito da un cartoon.

Anche i ruoli di lui e lei sono immobili nel tempo: lui torna dal lavoro e lei si occupa del cibo. In questo, ohinoi, siamo alle solite.

Che ci trovo di positivo, allora, data la convenzionalità dell’insieme?

La relazione emotiva fra i genitori, che presuppone una bella intesa e coinvolge anche il padre, e quella fra loro e il figlio, che li vede complici nell’ironia affettuosa con cui gestiscono il ragazzino.

Troppo poco? Be’, non esageriamo con le pretese. Ricordiamoci che è pur sempre – e solo – una pubblicità. E ricordiamo qual è la media di spot in circolazione. Specie in Italia.

Volkswagen, «The Force»: