Archivi del mese: febbraio 2012

Mentre Costa Crociere subisce un’altra crisi…

MSC Crociere rimette in onda uno spot del 2010. Testimonial: la voce e la firma di Sophia Loren, che dice «Una crociera MSC la riconosci dai dettagli».

La strategia è chiara: in un momento in cui la tragedia del Giglio e l’incidente alle Seychelles danneggiano l’intero settore, MSC Crociere ha pensato che investire in comunicazione fosse il modo migliore per reagire e distinguersi dal concorrente in crisi.

Vero. Ma rimandare esattamente le stesse immagini di due anni fa mi pare quanto meno problematico: è come dire «facciamo come se nulla fosse accaduto». Inoltre, lo spot mostra immagini che ricordano troppo da vicino quelle che i vari servizi televisivi hanno affiancato (e stanno tuttora affiancando) alle immagini degli incidenti, per non apparire in qualche modo sinistro.

Meglio sarebbe stato progettare una nuova campagna ad hoc, forse. Sì ma come? È vero anche, fra l’altro, che gli esseri umani desiderano cancellare in fretta i ricordi spiacevoli (specie se non li riguardano direttamente) e lo spot fa leva proprio su questo bisogno. Cosa prevarrà? Atmosfera sinistra o rimozione? Fare previsioni in questo caso è più difficile che in altri. Lo scoprirà MSC Crociere nei prossimi mesi, verificando i dati delle prenotazioni e degli incassi.

#FreeRossellaUrru: qual è la strategia mediatica più sensata?

In questi giorni si stanno moltiplicando, in rete e fuori, gli appelli per la liberazione di Rossella Urru, la cooperante oristanese rapita il 22 ottobre 2011 in Algeria con due colleghi spagnoli. Alcuni comuni in giro per l’Italia (fra cui Bologna) hanno da tempo affisso la foto di Rossella, e negli ultimi giorni si stanno diffondendo in rete appelli per chiedere al proprio comune, piccolo o grande che sia, di fare altrettanto.

Rossella Urru

L’attenzione è poi salita con l’intervento di un paio star della televisione: giorni fa Geppi Cucciari ne ha parlato a Sanremo, e ieri Saro Fiorello ha lanciato su Twitter lo hashtag #FreeRossellaUrru e diffuso un video in cui pregava i tg di mandarlo in onda e parlare del caso, ottenendo, com’era prevedibile, un buon riscontro.

Nelle stesse ore, però, il depudato Pd Andrea Sarubbi ha scritto un pezzo in cui metteva tutti in guardia da questa mobilitazione. Ecco perché:

Se Rossella Urru fosse stata rapita in un’isola in mezzo all’oceano, tutto sarebbe più facile: il governo italiano si metterebbe in contatto con quello locale, e i servizi segreti di entrambi i Paesi comincerebbero a lavorare insieme. Prima o poi – più prima che poi – se ne verrebbe a capo. Purtroppo, invece, il sequestro della cooperante italiana è avvenuto in un’area dai confini abbastanza labili, gli stessi tracciati a tavolino con la riga quando i colonizzatori europei se ne andarono; l’ultimo episodio analogo andato a buon fine – quello dei coniugi Sergio e Philomène Cicala – iniziò a dicembre 2009 in Mauritania con il rapimento, finì ad aprile 2010 in Mali con la liberazione e passò attraverso “un grande lavoro diplomatico”, come disse l’allora ministro Frattini, coinvolgendo addirittura il presidente del Burkina Faso (Paese di origine della signora Philomène). Un altro caso recente – chi ricorda la turista fiorentina Alessandra Mariani, anche lei sequestrata nel sudovest dell’Algeria? – è ancora irrisolto dopo un anno. Anche per Rossella, dicono dunque i precedenti, i Paesi da coinvolgere potrebbero essere più di uno, con conseguente moltiplicazione degli sforzi (“L’unità di crisi della Farnesina è impegnata costantemente”, ha scritto l’altro giorno proprio su twitter il ministro Giulio Terzi) e dei rischi di fallimento. Più se ne parla – penserei, se fossi un diplomatico al lavoro su questo caso – peggio è, perché ogni attenzione mediatica sulla vicenda rafforza la posizione dei rapitori. E lo stesso direi se fossi un familiare di Rossella: quello che mi sta a cuore è la sua liberazione, non che diventi un simbolo, perché di fronte ai simboli – come ha dimostrato la vicenda del soldato israeliano Gilad Shalit, liberato dopo cinque anni di trattative che hanno coinvolto mezzo mondo – i negoziati si complicano all’ennesima potenza. L’incontro di Cagliari tra il presidente Napolitano e i familiari di Rossella testimonia che lo Stato è presente, ed è questa la cosa essenziale.

A favore del riserbo si erano peraltro già pronunciati il presidente Napolitano e il ministro Terzi qualche giorno fa:

«Le condizioni di Rossella Urru sono buone», dice il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo l’incontro con i genitori della donna. Nel colloquio il Capo dello Stato ha rassicurato i familiari sulle condizioni della congiunta. Il ministro degli Esteri Terzi precisa che «Il riserbo è d’obbligo per la soluzione positiva» del caso. (TgCom, 20 febbraio 2012, vedi anche la notizia sul sito del Tg1)

Naturalmente sui social media sono già in molti a polemizzare con la posizione del deputato Sarubbi e del ministro Terzi, considerandola, come dire, troppo «conservatrice» e d’«apparato».

Perciò mi chiedo: fino a che punto in questo caso è utile, vano, o addirittura controproducente fare tam tam in rete e sui media tradizionali? Ha senso aderire agli appelli, fare pressione sui comuni, affollare lo hashtag #FreeRossellaUrru di messaggi di solidarietà? Io sono molto perplessa.

Il video di Fiorello

Obama canta. E lo fa di nuovo

Andrà in onda oggi su PBS, il servizio pubblico televisivo americano, il concerto blues che si è tenuto martedì scorso alla White House, con musicisti del calibro di B.B. King, Jeff Beck e Mick Jagger. Che a un certo punto, memori del fatto che un mese fa Obama aveva cantato alcune note di «Let’s Stay Together» di Al Green all’Apollo Theater di New York, hanno invitato il presidente a cantare di nuovo. Obama si è fatto un po’ pregare, ma Jagger gli ha passato il microfono e lui ha intonato «Sweet Home Chicago» per una manciata di secondi.

Grande mossa di comunicazione: Obama è intonato, non esagera in piacioneria e si dimostra, come sempre, a suo agio sul palco. Il frammento con la performance di Obama finisce subito sul canale YouTube TheObamaDiary, come già era accaduto al primo (che in un mese ha ottenuto oltre 5 milioni di views sul solo canale ufficiale). E pure questo – manco a dirlo – si guadagna più di un milione e mezzo di views in neanche una settimana.

Due canzoni, due target: più elitario e intellettuale quello di «Sweet Home Chicago», più esteso e trasversale quello di «Let’s Stay Together», non a caso presentato su YouTube con questo titolo: «President Obama sings Al Green: Let’s stay together in 2012 😉 » (con tanto di smiley ufficiale).

President Obama sings Al Green: Let’s stay together in 2012 😉 (January 19, 2012)

President Obama sings Sweet Home Chicago! (il punto esclamativo sta nel titolo originale su YouTube) (February 21, 2012)

SpotPolitik. Perché la «casta» non sa comunicare

Sarà in libreria dal 1 marzo, ma ieri mi sono arrivate le prime copie: è SpotPolitik. Perché la «casta» non sa comunicare, il mio ultimo lavoro con Laterza (Saggi Tascabili, pp. 208).

SpotPolitik. Perché la «casta» non sa comunicare

Lo dico subito: anche se sono un’accademica, ho scritto un libro divulgativo, che possono leggere tutti senza rompersi troppo la testa (né qualcos’altro). Parlo dei disastri della comunicazione politica italiana negli ultimi cinque anni (tutta: a destra come a sinistra), tiro le fila di molte discussioni che abbiamo affrontato qui, cerco di inquadrare le singole analisi in uno sguardo d’insieme e provo pure a vedere, alla fine, una luce in fondo al tunnel.

Ecco la quarta di copertina:

Che cos’è la SpotPolitik? È la politica che pensa che per comunicare basti scegliere uno slogan generico, due colori e qualche foto. Quella che riduce la comunicazione a uno spot televisivo. Di SpotPolitik hanno peccato tutti i partiti italiani con pochissime eccezioni. Gli anni dal 2007 al 2011 sono stati i peggiori in questo senso, ma non illudiamoci che sia finita: la cattiva comunicazione potrebbe sommergerci ancora. Riflettere sugli errori del passato può essere utile ai politici, per non caderci ancora; e a tutti noi per scoprire come sia stato possibile accettare (e votare) quella roba.

Ed ecco uno stralcio dei ringraziamenti che riguardano questo blog (per tutti gli altri, che sono molti, bisogna vedere il libro): 🙂

[…] Alle mie studentesse e ai miei studenti passati presenti futuri, perché contraddicono minuto per minuto, giorno per giorno, in aula e fuori, tutti gli stereotipi più sciocchi sui giovani d’oggi che «non sono più come una volta, non sanno più scrivere, non sanno più questo e nemmeno quello».

A tutta la rete e i social media del mondo, perché permettono spazi di libertà, pensiero e relazioni umane una volta impensabili, e tutti i giorni nutrono il mio lavoro e la mia mente.

Ai lettori di Dis.amb.iguando, perché oggi 30 dicembre 2011 il contatore di WordPress dice che in quasi quattro anni ho scritto circa 900 articoli, ma loro hanno aggiunto quasi 13.000 commenti. Grazie soprattutto a Ben, Ugo, Skeight, Il Comizietto, Luziferszorn, Replicant, Zauberei, Donmo, Broncobilly, Attilio, che hanno postato i commenti più lucidi, argomentati e documentati, facendo nascere discussioni a volte accese, ma sempre costruttive e ragionate. Al punto che ormai per me il blog è uno strumento imprescindibile di ricerca. È da lì che viene parte di questo libro. Meglio di così una aca-blogger (academic + blogger) non poteva desiderare. Grazie.

Le inchieste de Il Post

Da un paio di settimane sto seguendo un divertente tumblr che si intitola «Le inchieste de Il Post». Parte da una specie di manifesto fondativo, che sta tutto nella citazione di una frase del blogger Giovanni Fontana: «Il Post è l’unico giornale – davvero l’unico, controllate – che ha il coraggio di non mettere quello che non serve».

E prosegue postando, per capovolgimento ironico, tutte e solo le notizie più irrilevanti e scioccherelle che la testata pubblica: da «Gli Obama si divertono», con foto di Obama che fa il piacione, a «Come sarà fatto l’iPad3?», con l’immagine di un tizio orientale che tiene l’iPad in fronte, a «Le foto di Bill Murray che gioca a golf».

Gli Obama si divertono

L’ironia funziona a maggior ragione per il titolo «Le inchieste de Il Post»: è chiaro che quelle riportate dal tumblr non sono inchieste, il che credo sia evidente anche ai giornalisti de Il Post.

È ancor più chiaro, però, che questo tipo di «notizia» (il termine è tanto inadeguato quanto «inchiesta») si trova – dove più, dove meno – in quasi tutte le testate giornalistiche on line: serve ad attrarre lettori, perché il gossip e lo sciocchezzaio sono fonte sicura di clic compulsivi e contagiosi. Inoltre, si sa: l’infotainment (la mescolanza di informazione e intrattenimento) non riguarda solo internet ma anche stampa e televisione, e non riguarda solo l’Italia, ma è diffuso in tutto il mondo.

Il punto, secondo me, sta nel «dove più, dove meno»: sarebbe interessante – oltre che divertente – fare lo stesso lavoro di selezione maliziosa su tutte le testate on line. Con un po’ sistematicità, si potrebbero definire differenze quantitative a cui molti lettori non fanno caso. O che molti hanno in mente solo a spanna.

Un altro punto interessante è capire come fanno a ottenere clic le testate che riducono al minimo lo sciocchezzaio. Ancor più importante, poi, sarebbe capire se le inchieste serie riescano davvero a fare concorrenza, in fatto di clic, al gossip. Ma per capirlo bisognerebbe sapere con certezza i numeri di visite che le varie notizie ottengono, e poterli confrontare anche da una testata all’altra. Il che non è possibile. Non dall’esterno.

Idea per una tesi: i primi due punti possono essere sviluppati in una tesi di laurea triennale. Per concordare impostazione e metodologia, iscriviti a ricevimento.

Gli stereotipi della campagna Vodafone

Spesso la pubblicità ci trasmette stereotipi sulle differenze fra uomini e donne e fra ruoli professionali che sono tanto più sottili e infide quanto più sembrano normali e rassicuranti.

Prendi ad esempio l’ultima campagna stampa di Vodafone. Nell’immagine «Ti meriti molto più di un normale Call Center», lui è il manager, l’uomo d’azienda, lei lavora al Call Center. Proviamo a immaginare se Vodafone avesse fatto il contrario, mettendo un ragazzo carino in cuffia e una donna adulta nel ruolo di chi beneficia dei servizi del call center: in tempi di crisi e precariato giovanile, sarebbe stato come mettere un dito sulla piaga e forse l’immagine avrebbe sollevato un polverone. Messa così, nessuno si stupisce né si lamenta: è considerato normale che le donne stiano in ruoli precari e sottoposti, anche se di fatto nei call center lavorano pure molti ragazzi, non solo ragazze (clic per ingrandire).

Vodafone Call Center

Nell’immagine «Ti meriti molto più di un’innovazione qualunque», al giovane uomo spetta l’innovazione, rappresentata dal tablet, al più anziano il comando, espresso dal gesto illustratore e dalla postura dominante, alla giovane donna, che è facile immaginare come segretaria o comunque sottoposta, spetta l’ascolto compiacente, perché sorride e guarda dal basso verso l’alto (clic per ingrandire).

Vodafone innovazione

I ruoli sono meno rigidamente tradizionali nell’annuncio stampa «Ti meriti molto più di un semplice venditore»: qui è la donna a vendere i prodotti Vodafone, il che implica che spettino a lei la maggiore competenza (almeno sull’offerta Vodafone) e il ruolo di conduzione nella trattativa, esattamente come potrebbero spettare a un venditore uomo (clic per ingrandire).

Vodafone Venditore

Che vuol dire tutto ciò? Nel mondo reale i ruoli che vediamo in questa campagna possono (per fortuna) essere anche diversi, almeno nei paesi più evoluti: donne che comandano,  leader non necessariamente avanti negli anni, anziani che ben si destreggiano con le tecnologie e l’innovazione. Ma gli stereotipi che la pubblicità e i media ci rimandano tutti i giorni – in questo come in mille altri esempi – stanno sempre un passo indietro rispetto alla realtà. E sommati gli uni agli altri, ripetuti ogni giorno, moltiplicati per strada, sui giornali e in televisione, contribuiscono a rinforzare un immaginario e una cultura arretrati, conservatori e a volte pure reazionari.

Per questo, in una realtà come quella italiana in cui statisticamente le donne lavorano meno degli uomini, quando lavorano guadagnano meno e stanno spesso in ruoli sottoposti, in un paese come il nostro che certo non si distingue per innovazione tecnologica né per ruoli di comando affidati ai giovani, è fondamentale che i cittadini – i «consumatori», come si dice – siano il più possibile consapevoli di quanto siano retrogradi gli stereotipi che circolano nella comunicazione di massa: serve a prenderne le distanze, a difendersene e guardare oltre. Ma sarebbe pure importante, per le imprese e le agenzie pubblicitarie, produrre immagini meno ingessate e tornare a essere più originali. Più creative, una buona volta.

PS: questo articolo è apparso oggi anche sul Fatto Quotidiano.

Contro le divisioni fra donne: azioni concrete

Diversi blog, nei giorni scorsi, hanno messo il dito sulla piaga: sulle questioni di genere le donne italiane stentano a mettersi d’accordo, tendono a dividersi e litigare, o non si prendono in considerazione reciproca, il che a volte è peggio. Un copione già visto, che non ha fatto bene al femminismo storico italiano e oggi rischia di ripetersi.

Manifestazione donne «Libere»

Ha messo il dito sulla piaga Marina Terragni, con l’appello di sabato a fare rete. L’ha fatto Loredana Lipperini, con il post di ieri. Ma gli appelli a unirsi sono venuti più volte anche da Lorella Zanardo, dal Feminist Blog Camp, dalla Rete delle reti, dallo stesso Se Non Ora Quando, fino ai commenti che Gioia e Ondina hanno scritto ieri in calce al mio post, pregandomi di non fare io la stessa cosa che dico agli altri di non fare: escludere, non prendere in considerazione loro come altre blogger, altri gruppi e associazioni.

Sento allora anch’io il bisogno precisare alcune cose, come ha fatto Loredana Lipperini oggi sul suo blog:

  1. Il numero di blog, siti, forum, gruppi Facebook che trattano dei problemi delle donne italiane è cresciuto in modo impressionante negli ultimi cinque anni. Il che è un buon segno, ovviamente, perché indica una diffusa sensibilità e consapevolezza. Ma ciò implica che non tutti/e possano conoscere tutti/e: a volte non si menziona o non si legge qualcuno o qualcosa semplicemente perché non lo si conosce. O non ci si è pensato, fra le mille cose da fare e ricordare. Prima di sentirsi escluse/i, vale la pena riflettere su questa possibilità.
  2. Attenzione a non confondere la necessità di unirsi e lavorare assieme con l’ossessione per la visibilità, che è la malattia oggi più diffusa e le donne non ne sono certo immuni. Lavorare assieme non implica che tutte/i siano visibili allo stesso modo. Non sarebbe né utile né opportuno. Dal punto di vista dei media tradizionali (stampa e televisione) è invece utile che siano più visibili le personagge e i personaggi che sanno fare meglio questo mestiere, sanno cioè come si parla alla stampa e come si buca lo schermo. Non tutte/i sono in grado di entrare in relazione con i media, non perché non tutti «sono famosi» (non tutti i «famosi» lo fanno bene), ma perché per farlo occorre una professionalità specifica. Detto altrimenti: se vuoi farlo, o sei già preparata/o per farlo, o devi studiare molto per non fare figuracce e farle fare anche a chi rappresenti.
  3. Anche su internet è più opportuno, per la causa comune delle donne, che abbiano più visite i siti, blog, forum, gruppi che riescono sia a trattare sia a comunicare i temi e problemi delle donne al meglio, ognuno nel suo settore: ci saranno luoghi in rete in cui si parla con competenza di donne e lavoro, luoghi in cui si parla al meglio del welfare per le donne, luoghi in cui si parla in modo interessante del ruolo delle donne, bambine e ragazze nella scuola e in università, luoghi in cui si parla dell’immagine femminile in pubblicità, sui media e così via. Non tutti devono (né possono) parlare di tutto, altrimenti si rischia di sparara sciocchezze. E darsi la zappa sui piedi. Perché, invece di tentare imprese titaniche (e impossibili) di raccogliere tutto e tutti in super-mega-portali unici, non si cerca di praticare una sana divisione del lavoro? Che ognuno/a contribuisca nel settore in cui è più competente e specializzato/a: la complementarità favorisce l’aggregazione perché nessuno/a pesta i piedi a nessun altro/a.
  4. Molti inquadrano la tendenza delle donne a dividersi nello stereotipo della «tipica rivalità femminile», secondo il quale le donne sarebbero spesso in competizione fra loro, specie se vogliono ottenere l’attenzione di qualche maschio. Falso: le donne competono fra loro quanto gli uomini, a maggior ragione in ambienti in cui la competitività è un valore: l’individualismo è un tratto della società occidentale su cui gli storici e i sociologi hanno scritto montagne di libri; e il campanilismo è un tratto della società italiana, a sua volta ampiamente discusso. Solo che gli uomini riescono a transitare con più scioltezza delle donne, in nome di obiettivi precisi e concreti, dall’agonismo più duro alla solidarietà più stretta, sono cioè più capaci di allearsi anche col peggiore nemico, se pensano che il gioco valga la candela. Le donne invece sono meno abili in queste trasformazioni, perché sotto sotto pensano sempre che, per costruire un’alleanza, si debba pure essere amiche e un po’ volersi bene. Le donne insomma fanno più fatica degli uomini – per come sono state educate – a lasciar perdere le emozioni personali e vedere la costruzione di alleanze in termini di razionalità mezzo-scopo: una razionalità che sia capace di commisurare i mezzi agli obiettivi da raggiungere, senza troppi coinvolgimenti personali.
  5. Col che arrivo all’ultimo punto. Occorre mettersi assieme non perché quanto-è-bello-siam-tutti-amici-fiori-e-colori-trallalalà. Occorre mettersi assieme per raggiungee obiettivi precisi e concreti, a breve, medio e lungo termine. Negli anni Settanta il movimento femminista italiano – non da solo, assieme ai partiti e a molti uomini – vinse su obiettivi concreti come l’aborto e il divorzio. Poi svaporò. Per non fare la stessa fine ci vuole un’agenda di obiettivi concreti. E ci vuole in fretta, subito. Qualcosa di concreto, nel 2011, è stato ottenuto. Un buon esempio è la legge per le cosiddette «quote rosa» nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa, approvata con ampia maggioranza dal Parlamento a fine giugno 2011: i consigli di amministrazione dovranno essere composti per legge da almeno un quinto di donne a partire dal 2012 e da almeno un terzo dal 2015. La legge è stata criticata da molti «perché le donne non sono panda», e per mille altri motivi e limiti che non sto ora a discutere. Ma è un risultato concreto, che in altri paesi ha dato i suoi frutti.

E ora, che si fa? Ci vogliono obiettivi e azioni concrete, ripeto: a breve, media e lunga scadenza. Ci vogliono azioni di lobbying nei confronti della politica, locale e nazionale, delle parti sociali, dell’Europa. Ognuno con la sua professionalità e le sue capacità concrete, non tutte/i su tutto. Loredana Lipperini conclude in modo analogo il suo post di oggi Dettare l’agenda e fa la sua, di proposta. Alcuni commentatori, come Ben, ieri hanno fatto proposte concrete anche su questo blog. Altro?