I giovani sono davvero così deprimenti come dicono le statistiche?

Dopo gli scivoloni del presidente Monti e della ministra Cancellieri sul «posto fisso» e sul fatto che i giovani preferiscano un lavoro vicino a mamma e papà, ieri sul Corriere Renato Mannheimer ha presentato i risultati di una ricerca del suo istituto, da cui emergerebbe un’immagine dei giovani fra 18 e 34 anni che conferma appieno i pregiudizi espressi dal governo.

Bamboccioni siete voi

Poiché la ricerca completa non è stata pubblicata, devo attenermi alla sintesi di Mannheimer:

«Alla richiesta di scegliere qual è l’aspetto più importante in una occupazione, più di uno su tre cita senza esitazione il “posto fisso” che risulta contare assai più dello stipendio e ancor più dell’interesse del tipo di lavoro. […]

Questi orientamenti sono confermati anche dalle risposte al quesito relativo alla preferenza tra un lavoro “sicuro anche se meno redditizio” e uno “meno sicuro con più prospettive di reddito”: quasi nove giovani su dieci (per l’esattezza l’84%) optano senza esitazione per la prima alternativa. […]

Di qui una netta (per il 75%, con una diminuzione, comunque, rispetto a due anni fa quando era l’84%) predilezione per un mercato del lavoro “meno flessibile, con meno possibilità di licenziamenti, anche a costo di stipendi più bassi” piuttosto che uno “più flessibile, ma che favorisce stipendi più elevati”. Invece solo poco più di metà (56%) dei giovani italiani dice sì all’idea di un posto di lavoro, anche se fisso, in un altro Paese europeo: l’apertura appare molto maggiore tra i giovanissimi fino a 24 anni, mentre si attenua, forse a causa di famiglie già formate, tra chi ha tra i 25 e i 34 anni. È curioso notare che la disponibilità a trasferirsi appare relativamente più elevata tra chi possiede un diploma di scuola media superiore. I laureati, invece, forti del loro titolo di studio, appaiono paradossalmente più restii a spostarsi.

Questa è, dunque, la cultura del lavoro prevalente nelle nuove (ma anche nelle vecchie) generazioni del nostro Paese. Se è vero, come molti autorevoli studiosi e osservatori hanno sottolineato in queste settimane, che la prospettiva del posto fisso a vita è ormai sulla via del tramonto, travolta in particolare dai processi di globalizzazione e dalla sfavorevole congiuntura economica, è vero anche che questo mutamento pare accolto con grande sfavore e ostilità dagli italiani (e non solo da questi ultimi).»

Ora, è chiaro che, in un momento in cui tutti soffiano sul fuoco dell’incertezza e della paura, se chiedi a qualcuno: preferisci un posto «sicuro anche se meno redditizio» o uno «meno sicuro con più prospettive di reddito», questo qualcuno è molto probabile che scelga la prima alternativa. Ma siamo sicuri che non otterremmo la stessa risposta anche in altre fasce d’età, ben oltre i 18-34 anni? Sicuri che non risponderebbero così tutti coloro che vedono a rischio il loro posto di lavoro, indipendentemente dall’età che hanno? Io non lo sono, e nemmeno Mannheimer lo è, visto che mette fra parentesi «ma anche nelle vecchie generazioni».

E aggiungo: in un quadro di incertezza globale sempre maggiore, non solo italiana, siamo sicuri che la scarsa propensione a muoversi che esprimono i 18-34enni che hanno riposto al questionario non sia frutto, invece che di mammoneria, di una valutazione razionale del fatto che, poiché anche all’estero le cose non vanno meglio, tanto vale restare in Italia?

Insomma sono perplessa, perché l’articolo sembra confermare troppo facilmente i pregiudizi sui «bamboccioni». Quasi volesse giustificare gli ultimi scivoloni del governo. Ovviamente, prima di giudicare, vorrei vedere la ricerca completa.

Ma nel frattempo mi chiedo: a chi e cosa serve confermare di continuo questa rappresentazione recessiva e deprimente dei giovani italiani? Sugli stessi toni, pur mitigati dal pentimento finale, è l’articolo di Ilvo Diamanti oggi su Repubblica. A cosa serve tutta questa insistenza, se non a frustrare ulteriormente i giovani, a convincerli che non valgono nulla? Perché si continua a farlo? Io per mestiere incontro tutti i giorni ventenni che contraddicono questo stereotipo. Vivo e lavoro in una bolla fortunata?

PS: questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

39 risposte a “I giovani sono davvero così deprimenti come dicono le statistiche?

  1. scusa, ma uno perché si deve spostare, se:
    a) per un affitto devi pagare in genere almeno due mesi in anticipo, e dunque trasferirsi per lavoro ha dei costi.
    b) se ti offrono lavori di 6 mesi, per dire, trasferirsi non è tanto un investimento, ma un salto nel buio con poche, scarsissime garanzie.

    a me pare che queste statistiche, più che analizzate, vengano “usate” di volta in volta per giustificare un impianto più retorico che scientifico (non parlo del tuo caso).
    I giovani non sono “deprimenti”: già questa impostazione manifesta linguisticamente i tratti della personalità autoritaria, che scarica verso il basso le responsabilità. Uh, che pizza questi giovani. Non è neanche “i giovani sono disperati”: è “deprimenti”, ossia sono qualcosa che scoccia l’osservatore. Si problematizza chi esprime/incarna un disagio come male a sé, piuttosto che vedere di cosa sia sintomo quel disagio.
    Come se in America qualcuno avesse detto “Uh, che noia questi schiavi”.
    Per me è una tesi irricevibile in partenza.

  2. Esatto Giovanna, sono d’accordo con lei e mi chiedo anche se questa insistenza non sia generata in fin dei conti solo dai mezzi di informazione, primo fra tutti La Repubblica, da cui mi aspetterei un tipo di indagine un po’ più approfondito rispetto ad altre testate, per questo lo cito, che non perde occasione per alimentare le polemiche e riportare mezze frasi, estrapolate ad hoc per scatenare infinite disquisizioni (o baruffe di vicinato?) sulle parole e poco sui concetti espressi in quelli che erano i discorsi interi dei ministri del caso. Specialmente il sito di Repubblica, a volte assomiglia molto più a quello di Vanity Fair che a un quotidiano di informazione.

  3. Il lavoro “fisso” non l’hanno inventato i giovani di oggi…non l’hanno reclamizzato i giovani di oggi…non è frutto delle loro menti!!! Troppo comodo accollare ai giovani la responsabilità del ristagno del nostro paese solo perchè non vogliono “allontanarsi” da casa (in un epoca dove la presenza in un luogo non è legata al movimento fisico in senso stretto grazie alle nueve tecnologie). Personalmente io vedo una generazione di “vecchi” che si sente sopraffatta dalla nuova tecnologia di cui i “giovani” sono depositari e naturali fruitori….non è che forse qualcuno ha paura dei giovani? meglio denigrare il nemico piuttosto che studiarlo e evolversi al suo passo….! Per mia fortuna sono a contatto con giovani menti tutti i giorni, non ho incontrato così tanti bambociconi e affini ma anzi, persone ricche di spirito e vita! Persone dalle quali imparo e con le quali cresco nonostante io sia di molto più vecchia.Ho come l’impressione che qui sia un probelma di ….”invidia”….tra generazioni!

  4. Mi sento profondamente non solo offesa, ma anche presa in giro da queste dichiarazioni – ormai non sono più insinuazioni, dato che si appoggiano su pretenziose ricerche.
    – Prima di tutto concordo su quanto affermato nel post: siamo sicuri che se si chiedesse agli over 35 si avrebbero risposte così differenti?
    – Inoltre c’è un’altra cosa che mi indigna e mi irrita da morire, e mi spinge purtroppo, d’istinto, a un atteggiamento di conflitto generazionale: vi è un paniere di sicurezze di base che questi ben parlanti ben pensanti danno semplicemente per scontato, e non possono nemmeno con la loro più florida immaginazione capire cosa vuol dire vivere senza quel basilare intreccio di punti di riferimento che costruiscono l’identità di un individuo. Ora ripeterò le solite cose, ma apparentemente sono così solite e scontate, che queste persone non ne capiscono l’importanza: una relazione affettiva su coi investire, un lavoro gratificante che contribuisca alla costruzione della propria identità, una prospettiva geografica più o meno stabile, il sentire che la società crede e investe su di te, e ti dà spazio per i tuoi progetti (trattisi pure di mutuo), la sensazione di sentirsi e di essere riconosciuti come adulti, il sentire di potere realizzare la propria femminilità con una gravidanza. Tutto cose scontate per loro, ma per noi no (oddio, per me sì, ma perché sto all’estero, guarda caso). Tutte queste cose scontate, guarda caso si costruiscono tra i 25 e i 35 anni (per chi studia); un po’ prima per chi non va all’università. E allora come stupirsi che proprio questa fascia d’età attribuisca valore a questa serie di protezioni sociali?
    – Infine, se davvero vogliamo affermare che per gli over 35 o più in là il posto fisso ha meno importanza ecc (cosa che non condivido, a meno che certo non si abbiano pensioni e vitalizi vari)…allora dico che beh, certo, una volta che in giovinezza ho potuto imbastire e consolidare tutta una serie di sicurezze, allora sì, certo, è più facile rischiare. Ma così sanno fare tutti. Per il resto ho iniziato un nuovo blog…il primo post è ispirato alla mia esperienza di precaria e rende un po’ l’idea di quel loop piatto e senza tempo in cui trascina…alla faccia della monotonia del posto fisso: http://bit.ly/xHO25i

  5. Trovo interessante l’intervento di Sissi sul divario creato non solo dalle nuove tecnologie come strumento, ma sopratutto dalla nuova cultura del lavoro che sottendono e richiamano, e che sicuramente “assedia” certe posizioni. A riguardo è interessante l’ultimo posto di Simone Aliprandi (esperto di diritto e nuove tecnologie) sulla ritrosia verso la tecnologia nelle posizioni manageriali in Italia, e su quello che vuol dire in termini di efficienza e apertura (anche verso i giovani): http://aliprandi.blogspot.com/2012/02/la-ritrosia-verso-la-tecnologia-un-vero.html?spref=fb

  6. Quoto Margot : “non possono nemmeno con la loro più florida immaginazione capire cosa vuol dire vivere senza quel basilare intreccio di punti di riferimento”
    Esaustiva nell’elencarli, bravissima.
    Anche io vivo e lavoro all’estero.

  7. Cara Margot, come donna, come lavoratrice, come esempio di lavoratrice che viene dall’epoca analogica e che si è evoluta in quella digitale….posso solo dirti che “les grandes personnes” (vedi Saint-Exupéry in Le Petit Prince) soffrono i giovani e non li capiscono…. Ma alla fine il progresso non si ferma e confido proprio in quei giovani come te e tanti altri…che avranno la lucidità la forza e le capacità di spazzare il vecchio e riportare questa meraviglia di Italia a nuovi splendori. me lo auguro per me ma soprattutto per mia figlia che ha 8 anni e vorrei potesse avere dei sogni da realizzare e degli esempi da seguire!….e basta dire ai miei tempi….adesso si deve andare avanti! Non buttiamo via il passato ma evolviamoci nel futuro in maniera propositiva. Criticare chi non si capisce è da deboli e soprattuttto inutile. E aggiungo…la mia generazione (gli ultraquarantenni) campa grazie a quello che hanno risparmiato i ns genitori (quelli di prima della guerra)….quindi, i primi ad essere “bamboccioni” sono (oops siamo) proprio noi!

  8. sono anch’io colpita da questa retorica “anti giovani”. Non capisco a cosa si stia puntando, anche perché siamo la classe d’età più esigua in Italia, quindi non credo sia dettata dal fatto che si sentano in quanlche modo minacciati.. O forse sì? Non saprei.

    Ma ci terrei a sollevare un punto. io sarei anche d’accordo con Monti: che noia questo posto fisso. Ben venga il curriculum interessante, le esperienze motivanti… ma con gli ammortizzatori sociali di altri paesi europei, accidenti!
    Se avessi la certezza di avere un reddito di garanzia tra un contratto e l’altro, la vivrei molto, ma molto meglio, mi godrei assolutamente le novità e le nuove prospettive… ma oggi come oggi non ci sono “sfide da cogliere”, caso mai sono “ansie da domare”!! I giovani lontani da mamma e papà hanno bisogno di pagarsi affitti e bollette, quindi necessitano di un minimo di stabilità!
    Nessuno mai tiene conto di questo piccolo particolare!🙂

    Detto questo, mi chiedo anche un’altra cosa: il nostro è un sistema di welfare di tipo familistico, molte volte cioé, servizi che altrove vengono gestiti dai servizi sociali, qui sono demandati alle famiglie… Questi ministri, competenti e in gamba, lo sanno. Come mai ora si stupiscano del fatto che la famiglia sia così “forte” in Italia? Mah.

    Infine, anch’io credo che la minore propensione ad andare all’estero sia data dal fatto che ormai la situazione è grigia un po’ ovunque… oltre al fatto che, come diceva Matteoplatone, andare all’estero a cercare lavoro costa!

  9. Sono un cinquantenne che ha avuto in tutta la sua vita lavorativa un unico posto di lavoro, poi è vero che è un lavoro che mi ha permesso di girare un po’ di mondo, di vedere altre culture e quindi non sono tremendamente insoddisfatto, ma ritengo che il mio sia stato un errore e penso anche di essere stato un bamboccione, e vi spiego il perchè.
    In molti posti che ho visto, soprattutto in Asia, il tema del posto fisso non mi è mai parso di sentirlo, nemmeno da gente molto più povera di quanto non lo siamo noi, il vero tema è avere lavoro.
    La sola possibilità di uscire da una realtà per entrarne immediatamente in un’altra migliore, è uno stimolo impressionante per le persone con cui ho parlato, se vai a proporgli un unico posto la vivono come una castrazione alle opportunità di migliorarsi, e sono certo che il cambiare lavoro, le opportunità le offre eccome, ma occorre che sia disponibile. [e questo secondo me è il vero problema]
    Nella nostra cultura ho sentito spessissimo genitori [miei inclusi] che orientano i figli alla ricerca di “un buon posto”, per sistemarsi tutta la vita, nessuno di loro, anche in tempi migliori, ha mai spinto i figli fuori di casa affinchè maturassero più in fretta, o potessero rendersi autonomi, presupposto per cominciare a saltare senza rete di sicurezza.
    E quanti di loro hanno desiderato che i figli si “accasassero” vicino ai genitori.
    Crescendo con questi messaggi martellanti, si finisce per avere poi il rimorso di aver abbandonato a se stessi i poveri genitori che diventano anziani qualora si scegliesse di affrontare il mondo con le proprie gambe, senza contare che magari queste scelte professionali ti si potrebbero presentare con genitori nemmeno sessantenni, e magari in buona salute.
    E allora macini questo pensiero, che figlio ingrato sarei ad abbandonarli, egoista !
    Ed è questo che ti rende bamboccione, e alla fine lo diventi veramente, ma siccome ammetterlo ti rende più fragile ed esposto, tiri fuori tutto il tuo cinismo e ne cominci a parlare criticando sia quelli come te, che un po’ bamboccioni lo sono, che quelli che ti giudicano, cercando nel sacchetto delle scuse le armi migliori dell’eloquenza per dibattere nascondendo la tua triste realtà.
    Secondo me siamo ancora troppo lontani dalla società che ci “sgancia” da questo stato di cose, e troppo orgogliosi per ammettere che siamo un po’ troppo così.
    Io sto spingendo mio figlio a cercare una dimensione più grande, ho cercato di incanalarlo verso studi linguistici, affinchè possa avere un asset da permettergli di fare il gommista in Germania, o il gelataio a Singapore, ma combatto con il senso materno della mamma, che un po’ vorrebbe vederlo farsi la sua strada in giro per il mondo, e l’altro po’ medita sul giorno dell’abbandono.
    Io non voglio dare ragione ai soloni che parlano della monotonia del posto fisso, ma pur avendo avuto poca monotonia nella mia carriera, sono certo che la maggioranza dei lavori fissi siano, non monotoni, ma una monotonia si.
    Scusatemi se ho deviato con un racconto personale , anche a scuola andavo fuori tema ogni tanto, ma sentivo il bisogno di raccontare la mia verità, e sono abbastanza convinto che sia una verità di tanti altri, magari meno consapevoli, in fondo basta uscire alle 5, andare al bar con gli amici, uscire il venerdi sera senza le donne e alla domenica a pranzo dalla mamma, se non gioca il Bologna………

  10. @MArgot: “Inoltre c’è un’altra cosa che mi indigna e mi irrita da morire, e mi spinge purtroppo, d’istinto, a un atteggiamento di conflitto generazionale: vi è un paniere di sicurezze di base che questi ben parlanti ben pensanti danno semplicemente per scontato, e non possono nemmeno con la loro più florida immaginazione capire cosa vuol dire vivere senza quel basilare intreccio di punti di riferimento che costruiscono l’identità di un individuo. Ora ripeterò le solite cose, ma apparentemente sono così solite e scontate, che queste persone non ne capiscono l’importanza: una relazione affettiva su coi investire, un lavoro gratificante che contribuisca alla costruzione della propria identità, una prospettiva geografica più o meno stabile, il sentire che la società crede e investe su di te, e ti dà spazio per i tuoi progetti (trattisi pure di mutuo), la sensazione di sentirsi e di essere riconosciuti come adulti, il sentire di potere realizzare la propria femminilità con una gravidanza. Tutto cose scontate per loro, ma per noi no (oddio, per me sì, ma perché sto all’estero, guarda caso). Tutte queste cose scontate, guarda caso si costruiscono tra i 25 e i 35 anni (per chi studia); un po’ prima per chi non va all’università. E allora come stupirsi che proprio questa fascia d’età attribuisca valore a questa serie di protezioni sociali?”

    Sono TOTALMENTE d’accordo! A volte mi sento quasi in colpa a dire che già convivo, che mi piacerebbe mettere su famiglia e che vorrei rimanere a vivere in Italia…!
    (scusate il doppio post)

  11. Cosa voglia dimostrare a priori questo sondaggio si può già dedurre dai virgolettati della sintesi che ce ne dà Manneheimer senza stare ad aspettare la “ricerca” completa. Preferisci un lavoro “sicuro anche se meno redditizio” o uno “meno sicuro con più prospettive di reddito”?:
    “Quasi nove giovani su dieci (per l’esattezza l’84%) optano senza esitazione per la prima alternativa. […]”.
    Dove casca l’asino Mannheimer? Ma naturalmente nel non quantificare, dando un peso alle risposte, usando furbamente quel “meno” quasi fosse un dato assoluto da valutare e non, come invece è, un valore completamente lasciato all’arbitrarietà di ciascuno.
    Non completamente sicuro che la domanda così posta porti alle conclusioni che a priori si volevano dimostrare, si contrappone a una situazione certa del presente a variabili nulle (posto fisso) una fortemente aleatoria del futuro a variabili infinite (prospettive di reddito).
    È come se Mannheimer chiedesse a un probabile sommettitore se preferisce vincere con certezza mille euro ogni mese o, in alternativa, puntare a vincere “di più” ma potendo anche non vincere nulla (si badi, che laddove un posto fisso ha nell’immaginario di chiunque un reddito minimo certo e quantificabile, la frase del sondaggio lascia alla determinazione di ciascuno quanto debba essere la prospettiva di guadagno nell’altro caso.
    E in mancanza di dati assoluti, su cui fare due conti e un paio di pianificazioni, le risposte appaiono ovviamente le più razionali e dimostrano che il bamboccione è molto più sveglio e meno avventuriero del sondaggista.
    Più in generale il problema di tutte questa retorica è che la flessibilità è bellissima solo per una categoria di persone: quelle che percepiscono altissimi compensi. Per tutti gli altri è una nemesi una volta superata la fase globe-trotter ed Erasmusiana della vita. Anche perché qualunque persona razionale deduce che il numero di posti da alto reddito in un sistema è in numero finito e quindi più le persone sono portate a concorrere per il loro raggiungimento più aumenta il tasso di competitività. Che poi è la ragione per cui un plurilaureato che sa 4 lingue 30 anni fa finiva classe superdirigente e oggi gli va bene se vivacchia con un ruolo professionalmente nomade. Il che dimostra che aumentare la produzione di laureati, come se questo fosse buono in sé e sempre, è stata una emerita cazzata.

  12. @Sissy e Mauro: grazie per darci una prospettiva un po’ diversa e solidale🙂; @ Emanuela: io capisco quando dici “quasi mi sento in colpa”….Magari “in colpa” è un parolone, ma sicuramente puoi sentirti un pesce fuor d’acqua, come se esigessi delle cose….”da grandi” (ma noi siamo grandi!)…e che “c’è tempo”…Ma non è vero che c’è tempo! Ci dicono così, vogliono farci credere che si è sempre giovani…È che a certi conviene lasciare parcheggiata una generazione intera, per potere continuare a esercitare il potere all’infinito e con le proprie regole.

  13. Giovanna si chiede “Ma siamo sicuri che non otterremmo la stessa risposta anche in altre fasce d’età, ben oltre i 18-34 anni?”
    Beh, certo, sarebbe ben strano se non ottenessimo la stessa risposta, anzi una risposta ancora più a favore del posto fisso! (Lasciando naturalmente l’ultima parola ai dati, che non ho.)

    La domanda di Giovanna e molti commenti — se non ho frainteso l’una e gli altri — indicano che i dati di Mannheimer vengono letti come se una fortissima preferenza per il posto fisso fosse una peculiarità dei giovani.
    Ma chi mai lo dice? I ministri dicono che è una peculiarità dei giovani italiani, rispetto a quelli di altri paesi. Non dei giovani rispetto ai non giovani.

    Va anche da sé che non è una preferenza immotivata. In Italia ci sono ragioni oggettive che frenano la mobilità territoriale e professionale, oltre che eventuali ragioni culturali, pure rispettabili.
    La riforma del mercato del lavoro servirà a rimuovere alcune di queste ragioni oggettive che comprensibilmente spingono a dare un’importanza estrema al posto fisso.

    Avere un posto fisso garantito è ovviamente molto meglio che non averlo! Fra l’altro, se hai un posto fisso, nessuno ti impedisce di cambiarlo, se ne trovi uno migliore! (Quindi i dati di Mannheimer potrebbero essere poco significativi. Quello che servirebbe sarebbe una ricerca comparata fra Italia e altri paesi avanzati.)

    Ma il posto fisso purtroppo sarà sempre meno disponibile per qualche decennio, per ragioni largamente indipendenti da qualsiasi governo — la causa principale è lo sviluppo straordinario dell’ex Terzo Mondo, che naturalmente ha qualche ripercussione negativa sull’Occidente, grazie alla globalizzazione. Entrambe cose ottime per l’umanità nel suo complesso!

    Quindi conviene adattarsi alla nuova situazione, sia riducendo i costi della mobilità professionale e territoriale, che oggi in Italia sono enormi, sia cambiando parallelamente aspettative e mentalità.

  14. “Ma nel frattempo mi chiedo: a chi e cosa serve confermare di continuo questa rappresentazione recessiva e deprimente dei giovani italiani?”

    Serve alla generazione che ha causato la crisi economica, quella dei “non più giovani” e della classe politica che ci governa. In realtà stanno dicendo ai giovani: “se non avrete dalla vita le soddisfazioni che abbiamo avuto NOI, è perché VOI siete pavidi e mammoni e non perché NOI abbiamo causato la crisi”.
    Un modo per non prendersi la piena responsabilità del disastro e forse, per evitare conflitti generazionali VERI, ben oltre questi contrasti minori.

  15. Io però, Giovanna, l’articolo di Diamanti l’avevo interpretato in un altro modo. Mi è sembrato che egli volesse soprattutto smontare – dati alla mano – tutti i luoghi comuni che ci sentiamo vomitare addosso da qualche anno a questa parte. Perché poi i dati bisogna anche interpretarli. Mi è sembrato che Diamanti volesse proprio mostrare come si può “rovesciare il calzino”. Ma la cosa che mi sembra più importante, da parte sua, è la volontà di non “chiamarsi fuori”, di far capire che le risposte che danno i giovani sono il prodotto dei discorsi che hanno ascoltato in questi ultimi 30 anni, delle promesse non mantenute. Non si può chiedere a un* ragazz* di desiderare la flessibilità se ha imparato dalla sua breve o lunga esperienza che “flessibilità” vuol dire “sfruttamento bieco”, se da ragazzin* vede i genitori sull’orlo dell’esaurimento perché temono di perdere il posto di lavoro a 50 anni. Io appartengo a una famiglia allargata, relativamente benestante, meridionale e tendenzialmente “mammona”. E ti dico che di 4 nipoti (io, mio fratello e i miei due cugini più grandi) solo uno probabilmente rimarrà in Italia, mio fratello. Che purtroppo è malato.
    Tu chiedi – e hai ragione – cosa si nasconde dietro questo accanimento sui giovani, questa volontà di deprimerli ad ogni costo. In parte credo che Diamanti abbia risposto. Io credo che da questo punto di vista i giovani debbano imparare – e stiano imparando – a cavarsela da soli. A non ascoltare (o meglio a non prendere troppo sul serio) ciò che si racconta di loro. E anche a non prendere per oro colato quello che si racconta sull’estero. Se ti capita leggi la “Lettera da Berlino” (“Il personale e il politico”) che ha postato in questi giorni Livia sul blog “Il corpo delle donne”. http://www.ilcorpodelledonne.net/?p=9794
    È un po’ lunga, ma è molto ben scritta e contiene delle riflessioni interessanti. Come ha notato in più di un’occasione anche un’altra lettrice-collaboratrice del blog di Lorella (Giusi, Barcellona) anche questo presentare l’estero come una scialuppa di salvataggio a colpo sicuro, un luogo dove la precarietà non esiste è un altro modo per scaricarsi la coscienza e non occuparsi dei giovani nel momento in cui compiono una decisione così importante. Una decisione che condiziona le loro vite e anche le sorti del nostro paese (perché “Il personale è politico”). Grazie.

  16. quoto walter!

  17. Quoto Walter, la penso anch’io così, è pazzesco come a dare addosso ai giovani che desiderano semplicemente avere quel minimo di stabilità che non hanno mai conosciuto e forse non conosceremo MAI, siano esattamente quelli che non hanno mai avuto problemi in questo senso, o perché hanno avuto il posto fisso per tutta la vita o perché si sono “spostati” da una poltrona di dirigente all’altra, essendo compartecipi della crisi che impedisce a noi di godere anche solo della metà (ma che dico: di un quarto) dei diritti di cui hanno goduto loro.
    Poi a parte questo qualcuno mi dovrà anche spiegare l’ebbrezza di fare il gelataio a Singapore o la segretaria a Londra, lontano dagli affetti (non solo familiari). Il fatto che uno preferisca stare nella sua città natale o invece preferisca fare esperienze diverse e andare nello spesso mitizzato “estero” è una scelta prettamente personale che non deve essere giudicata – qualunque essa sia – da chicchessia. Mi dà un po’ fastidio il fatto che chi va all’estero fa bene e chi resta a casa è un povero pivello. Penso che ognuno faccia bene ad andare dove va e a restare dove sta, quando queste scelte siano frutto di decisioni libere e consapevoli, cosa che spesso non può avvenire date le condizioni in cui viviamo.

  18. Dimenticavo un punto centrale.
    L’errore di comunicazione del governo è stato quello di spostare l’attenzione sul posto fisso, criticando l’idea che possa essere garantito come lo era vent’anni fa. Questo ha creato l’impressione che il governo sia contrario al posto fisso.
    La realtà è completamente diversa. Oggi per i giovani c’è, da un lato, la precarietà più estrema e, dall’altro, anche per reazione, il sogno del posto fisso.
    La soluzione, che il governo ragionevolmente propone, è intermedia, ed è l’unica possibile: meno lavori precari e meno posti fissi.
    Cioè posti relativamente stabili, ma non garantiti a vita. E molti più aiuti in caso di cambio di lavoro. Come nel resto dei paesi più avanzati.

  19. Anch’io quoto walter in pieno!
    Come è già stato detto sopra, vengono sempre dimenticati quei “piccoli” particolari tecnici che fanno la differenza. In primis la disponibilità economica. Se non ho soldi da parte, è un po’ difficile che io riesca a prendere e andare a cercar fortuna fuori, anche perché purtroppo non ho mai visto annunci che richiedessero CV sulla fiducia, di solito chi cerca personale vorrebbe vederti e magari sapere di averti disponibile lì sul territorio. Come fa un’azienda, mettiamo inglese, ad essere sicura che tu ti trasferirai? Magari può non prenderti sul serio, tutto è possibile. In più non è trascurabile il fatto che se si è fidanzati e si vorrebbe costruire qualcosa, non è così facile abbandonare tutto per “cercare fortuna” da un’altra parte, specie se uno dei due magari ha la fortuna di lavorare qui e non se la sente di andarsene.
    Non è facile sopravvivere, pagarsi affitto e bollette, specie se i tuoi sono lontani e NON possono aiutarti perché anche loro tirano a campare… aiutateci da questo punto di vista, offrendo ammortizzatori sociali e lavori decentemente pagati, senza licenziarci se incinte e senza prenderci in giro con “prospettive future” 2 “stage gratuiti per imparare on the job”.
    Ce le abbiamo le idee e la forza di volontà, basterebbe qualche opportunità in più.

  20. N.B. Inconfrontabili l’articolo di Mannheimer, esempio di analisi dei dati opaca e faziosa, e quello di Diamanti. Stop

  21. a Walter e a chi lo quota,

    il confronto in Italia oggi è fra due alternative: la riforma del mercato del lavoro proposta dal governo e il mantenimento della situazione attuale.

    Quale delle due pensate che sia nell’interesse dei giovani?
    (Non dite una terza alternativa, perché nella realtà non esiste, infatti nessuno la propone in termini operativi.)

    La situazione attuale comporta la spaventosa precarietà del lavoro per i giovani. Volete mantenerla?
    Facciamo invece un mercato del lavoro più simile a quello dei paesi in cui questa spaventosa precarietà non c’è.

  22. @Ben: io sono favorevole a una riforma del mercato del lavoro, dato che:
    a. ormai, volenti o nolenti, il posto fisso non esiste più e non può più esistere;
    b. così com’è non si riesce a vivere.
    Io ho quotato Walter su quel che dice a proposito della rappresentazione dei giovani oggi. Il tema del post è questo, non è la riforma del lavoro…

  23. @Ilaria:”Mi dà un po’ fastidio il fatto che chi va all’estero fa bene e chi resta a casa è un povero pivello. Penso che ognuno faccia bene ad andare dove va e a restare dove sta, quando queste scelte siano frutto di decisioni libere e consapevoli, cosa che spesso non può avvenire date le condizioni in cui viviamo.”
    Sono totalmente d’accordo. Credo che oltre ad una retorica “anti giovani”, ci sia una fortissima propaganda “esterofila”, che è giustissima, per carità, è vero che le esperienze formative/lavorative all’estero sono impagabili. Ma non ci si rende conto che spingendo i ragazzi a cercare fortuna altrove, si rischia di perdere un prezioso capitale umano!

    Ben: sono d’accordo con il discorso che fai sul mercato del lavoro. Io sarei favorevolissima alla flessibilità, come ho detto in uno dei primi post, se mi venissero garantiti ammortizzatori sociali degni di questo nome.

    Anche perché non possono volere: formazione, figli, flessibilità, ma che io sia autosufficiente, che non intacchi il risparmio dei miei genitori e che viva lontano da loro… ecchecavolo, qualcosa lo dovrà pure fare anche lo Stato, o no??😀

  24. Ilaria,

    i giovani sono divisi. Anch’io credo che moltissimi sono dispostissimi ad un posto meno precario, anche se meno fisso che in passato, dato che oggi è impossibile, se non per pochi.
    Però ho il dubbio che molti giovani si oppongono a una riforma che è nel loro interesse, ingannati da politici e sindacalisti disonesti.
    Le rappresentazioni sono importanti, certamente. Ma la realtà è più importante.

    Mannheimer, la Repubblica, il governo, certamente un po’ sbagliano nel rappresentare i giovani. Ma coi loro discorsi stanno cercando di fare prevalere una linea realistica a favore dei giovani.
    Correggiamoli pure, com’è giusto, ma non facciamo l’errore di unirci al coro di chi non vuole nessun cambiamento.

  25. Emanuela,

    giustissimo il tuo discorso sugli ammortizzatori sociali.
    Solo che non puoi fare gli ammortizzatori per i giovani, che oggi non ci sono, senza ridurre un po’ quelli per gli anziani, cioè cassa integrazione e pensioni.
    Io sono anziano, ma preferisco che i soldi mio figlio li abbia da sé, da un lavoro non spaventosamente precario, invece che da me.
    Mio figlio è d’accordo, per questo tutti e due sosteniamo il governo e detestiamo la Camusso. Detta come va detta.

  26. Sono d’accordo con te sul cambiamento, Ben. Mi piacerebbe un mercato del lavoro flessibile ma con i giusti ammortizzatori e in cui la flessibilità non sia quella precarietà che ti fa volare basso ma una sfida a dare e chiedere sempre di più. Ho sempre ammirato gli USA per questi aspetti, qui è stata citata la Francia come buon modello, bene, se Monti ci vuole portare qui OK, però mi piacerebbe che offendesse meno, perché nelle condizioni attuali un giovane non può trovare monotono il posto fisso, nelle condizioni “riformate”, è auspicabile che lo trovi😉

  27. Preciso: che lo trovi tale.

  28. Si parla sempre più spesso di articolo 18. Questa norma dello statuto dei lavoratori è stato il risultato di un movimento di base che ha spesso scavalcato il sindacato. Manifestazioni, migliaia di ore di sciopero e mobilitazioni spontanee hanno prodotto, in un momento favorevole, quel risultato. Quarant’anni fa il posto fisso era una regola e l’articolo 18 proteggeva una maggioranza di lavoratori, escludendo quelli che erano in aziende con meno di 15 dipendenti, ma che, se licenziati, non avevano difficoltà al ricollocamento. Poi sono arrivati i contratti atipici, i cococo e, infine, la riforma detta Biagi. I sindacati, invece di essere propositivi e richiedere una revisione complessiva dei rapporti di lavoro, in funzione di tutele estese ed aggiornate alla mobilità, si sono semplicemente arroccati in difesa di una cosa non più difendibile e che non riguarda la maggioranza dei lavoratori o degli “aventi diritto” al lavoro.
    Il lavoro, nella sua radice più profonda, sta cambiando e l’analisi e la comprensione della realtà, nel loro dinamismo, nella loro instabilità e nella loro indeterminazione devono essere gli strumenti per definire proposte che possano ridurre il divario fra occupati (sin quando?) e precari, nelle mille forme di precariato di lavoro e di vita quotidiana.
    Il governo non può comunicare che la sua ipotesi d’intervento, fondata su dati generici. Può esserci anche un’altra possibilità che consiste nell’elaborazione di un progetto possibile, da parte dei diretti interessati.
    Un po’ come è accaduto con l’articolo 18. Gli strumenti di comunicazione non mancano. Forse mancano gli strumenti di analisi e di progetto, dato l’arroccamento dei giovani nel presente senza futuro e nel presente senza presente?

  29. Illuminata dal commento di Walter (è colpa dei giovani immobili la staticità del paese), soprattutto mi viene da riflettere sul fatto che la maggior parte dei posti dirigenziali sia occupata da figure non giovanissime, diciamo pure semi-pensionabili.

    Considerazione rapida: credo che in molti – giovani e meno giovani – non aspirino a un posto fississimo solo per matenere una stabilità economica, quanto piuttosto per godere di quei diritti che permettono di costruirsi una vita: casa, famiglia e tutto il resto. Insomma, non credo sia la mentalità dei giovani che deve cambiare (molti già si barcamenano nei lavori saltuari) ma soprattutto la mentalità del contesto (spiegatelo alle banche che chiedono il contratto a tempo indeterminato per fare prestiti, spiegatelo alle aziende che una maternità non è una malattia degenerativa e che le donne-mamme si possono assumere).

    OT – E a proposito di donne (e qui volevo arrivare), avete visto l’ultimo rapporto di Coesione sociale ISTAT? Le donne sono pagate in media il 20% in meno degli uomini e fanno il doppio lavoro perché, oltre che impiegate, mantengono ancora il titolo di reginette della casa. Una immagine degli italiani e del mondo del lavoro che è realmente deprimente, senza bisogno di riproporre questo stereotipo del giovane d’oggi.

  30. Ciao a tutti. Aggiungo solo un paio di considerazioni sul modo in cui alcuni miei colleghi di lavoro (inglesi) in genere parlano di mobilità lavorativa (tema che noi bamboccioni sembriamo tanto restii a salutare con spirito ottimista).
    Posso dire con molta sicurezza che le uniche persone interessate alla mobilità tra quelle conosciute in Inghilterra, sono coloro che come me arrivano da un altro paese (o da un altro continente). I miei amici inglesi (di estrazione medio-alta, in età tra i 25-30 anni, e tendenzialmente bianchi) non pensano al loro futuro in termini di mobilità lavorativa, ma di stabilità familiare. E danno persino per scontato che ‘faranno dei figli’ (possibilità che i miei coetanei italiani considerano davvero remota). Questi desideri si conciliano con la situazione del lavoro flessibile, ma solo perché – banalmente – i loro lavori sono pagati per davvero (nel senso che 10 pound l’ora sono considerati una miseria anche per un part-time non qualificato. Inoltre nell’Inghilterra pre-crisi era davvero semplice cambiare questo tipo di lavori con frequenza).

    E’ solo un esempio, sia chiaro. Il punto è che mi sembra non ci sia alcuna dimensione comparativa nella metodologia di certe statistiche. Il che le rende fastidiosamente ombelicali, tutte incentrate su un’Italia decontestualizzata (e immaginaria quanto ‘l’estero’ di certi articoli di Repubblica).
    Aggiungo che aldilà dell’apparente freddezza delle mie parole, mi sento offeso come altri lettori del blog. Perché alla fine si fa politica (o semplicemente casino) sulla nostra pelle e le nostre esperienze. Perdonate la retorica, ma al momento chi se ne va dall’Italia lo fa perché costretto dalle circostanze, non per astratti ideali di crescita professionale e personale. Le situazioni reali sono molto più complesse e difficili sul piano emotivo e psicologico. E la retorica delle ‘sfide’, delle grandi esperienze che ti aspettano una volta varcati i confini, può essere pertinente al limite (e sottolineo al limite) solo per una fascia privilegiata dei cosiddetti giovani (senza contare le fastidiose connotazioni liberiste di certi discorsi, in stile ‘non esistono ineguaglianze sociali’, ‘volere è potere’, ecc. ecc.).

  31. Ho 29 anni, una laurea con 110 e lode, diversi lavori di ogni tipo pre e post università. Da settembre non trovo lavoro e non mi riferisco alla mia laurea, ma ad un lavoro qualsiasi. I lavori generici sono scomparsi, i lavori per laureati sembrano non essere nemmeno mai esistiti, mentre se volessi abbassare il tiro, dovrei avere 15 anni e 20 di esperienza. Presto farò le valigie perchè non c’è scelta. Sinceramente del posto fisso me ne frego, vorrei lavorare e crescere nella mia professionalità, ma non mi è permesso. Chi invece veramente vorrebbe (per me) il posto fisso sono i miei genitori. Loro lo ebbero senza grandi difficoltà e mi hanno cresciuto con l’idea che l’unica soluzione per vivere bene è un posto fisso. Non vi dico quanto questa educazione mi abbia creato e continui a crearmi danni. Hanno abituato le generazioni prima della nostra a chiedere per avere. Per noi è tutto diverso, ma nessuno capisce.
    http://allegriadinubifragi.wordpress.com/

  32. Ben,
    io non mi riferivo ad ammortizzatori sociali tipo “lo stato mi paga per stare a casa in panciolle”!🙂 Anch’io voglio guadagnarmi da me i miei soldi, e sono pure d’accordo con la morte del posto fisso!🙂 Quello che volevo dire è sono necessari degli ammortizzatori sociali per poter passare da un contratto all’altro, visto che purtroppo non sempre si ha la fortuna di terminare un lavoro e trovarne subito un altro.
    E non si parla di giovani grilli che sperperano tutto, io guadagno 700 euro al mese, tra bollette, benzina e cibo non rimane poi molto!
    Inoltre, come posso decidere di avere un figlio (ho 27 anni) senza nessun tipo di ammortizzatori sociali? Con un contratto di collaborazione sappiamo benissimo che non si hanno garanzie, se non quella di non vedersi rinnovato il contratto…
    Non sono problemi secondari, sono questioni importanti che bisogna risolvere, o per lo meno affrontare!
    E non lo dico piangendo, o chiedendo uno stato stato assistenzialista: pongo solo il problema. Se volessi fare un figlio, come potrei fare? Se volessi prendere in affitto una casa, come potrei fare? Se dovessi cambiare l’auto, con un lavoro che va avanti con contratti di due mesi alla volta, come potrei fare? Sono domande lecite, penso…!

  33. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  34. Emanuela,
    hai perfettamente ragione. Gli ammortizzatori sociali per i giovani (o altri che perdono e devono cambiare lavoro) sono proprio quelli che dici tu, e sono una parte indispensabile della riforma del mercato del lavoro.
    La vogliamo così — almeno tu, Ilaria e io🙂 — e così la vogliono quelli che la propongono da anni, Ichino, Boeri & Garibaldi, e adesso Fornero e Monti.

  35. S’, esatto! Ho sentito da poco Ichino a la7 e devo dire ch eho trovato la sua proposta molto interessante!

  36. Beh, se posso dire la mia, io sono una giovane neolaureata e ho scelto di proseguire gli studi perché con una sola laurea triennale non ho ancora prospettive di lavoro sufficientemente adeguate.
    Ora ci chiedono se noi giovani siamo deprimenti: no, è il nostro governo che ci svalorizza e impedisce noi un po’ di sicurezza. Non possono poi lamentarsi che i giovani vadano all’estero, perché fuori dal’Italia i laureati se li accaparrano subito per lavorare e li trattano meglio del nostro governo.
    Inoltre a me va pure bene se non ho il posto fisso, però vorrei la garanzia che mi assumano da altre parti. Senza contare che non possiamo chiedere prestiti alla banca o fare un mutuo proprio perché loro pretendono che abbiamo un posto fisso. Tutto questo è contraddittorio, no?

  37. witchy111,
    tu dici “è il nostro governo che ci svalorizza e impedisce noi un po’ di sicurezza… fuori dal’Italia i laureati se li accaparrano subito per lavorare e li trattano meglio del nostro governo.”

    Witchy, non è il governo che dà il lavoro, né in Italia né fuori, e che tratta i laureati meglio o peggio (se intendi trattamento lavorativo). Tranne i lavori da dipendente pubblico, che i futuro saranno meno di oggi e giustamente meno fissi (il dipendente pubblico oggi in Italia è praticamente illicenziabile, anche se incapace e lavativo.)

    Il governo può fare qualcosa — non tanto ma qualcosa sì — per spingere l’economia a girare meglio, e questo può aiutare indirettamente a creare posti di lavoro nelle aziende, e ad attirare aziende straniere in Italia.
    Ma sono le aziende che assumono o non assumono.
    Le riforme in corso, se andranno avanti, aiuteranno in questo senso. Vanno sostenute, non contrastate, se si vuole più lavoro e meno precarietà per i giovani.

  38. Questa discussione sul posto fisso non tocca il rapporto fra posto fisso e parità di genere.
    Questo rapporto è spiegato da Alesina e Andrea Ichino sul Corriere della sera di oggi 15 febbraio (non on line, temo).

    Molto in breve. Il posto fisso ha un costo che ricade sulle donne.
    Meno sviluppo, meno risorse per gli ammortizzatori sociali, meno servizi pubblici per bimbi e anziani, posto fisso per i mariti, le mogli a casa a gestire un Welfare italiano basato sulla famiglia. Oppure a farsi in quattro fra casa e lavoro, svantaggiate nella carriera.

    Se si cambia: meno posto fisso, più Welfare stile anglosassone-scandinavo, meno precariato, più parità di genere. E’ la linea del governo Monti.

    La famiglia italiana ha grandi pregi e contribuisce grandemente a garantire una qualità di vita che il mondo ci invidia. Le riforme del governo la mettono a rischio?
    Non tanto, se figli, padri, mariti e compagni italiani si faranno in quattro per fare anche loro quello che milioni di donne hanno sempre fatto. E se i genitori educheranno i figli, maschi e femmine, a questo.

    Per quest’ultima ragione le campagne di Lorella Zanardo, “Se non ora quando”, Giovanna Cosenza, e tante altre, sono indispensabili. Cambiare cultura e mentalità è una gamba del cambiamento, necessaria quanto l’altra, che incide su economia e mercato del lavoro.

    Forza Lorella Zanardo, forza Elsa Fornero!🙂

  39. Scusate, ho saltato un passaggio essenziale. Leggete così, per favore:🙂

    Se si cambia: meno posto fisso, PIU’ CRESCITA ECONOMICA, più Welfare stile anglosassone-scandinavo, meno precariato, più parità di genere. E’ la linea del governo Monti.

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