Archivi del giorno: martedì, 28 febbraio 2012

#FreeRossellaUrru: qual è la strategia mediatica più sensata?

In questi giorni si stanno moltiplicando, in rete e fuori, gli appelli per la liberazione di Rossella Urru, la cooperante oristanese rapita il 22 ottobre 2011 in Algeria con due colleghi spagnoli. Alcuni comuni in giro per l’Italia (fra cui Bologna) hanno da tempo affisso la foto di Rossella, e negli ultimi giorni si stanno diffondendo in rete appelli per chiedere al proprio comune, piccolo o grande che sia, di fare altrettanto.

Rossella Urru

L’attenzione è poi salita con l’intervento di un paio star della televisione: giorni fa Geppi Cucciari ne ha parlato a Sanremo, e ieri Saro Fiorello ha lanciato su Twitter lo hashtag #FreeRossellaUrru e diffuso un video in cui pregava i tg di mandarlo in onda e parlare del caso, ottenendo, com’era prevedibile, un buon riscontro.

Nelle stesse ore, però, il depudato Pd Andrea Sarubbi ha scritto un pezzo in cui metteva tutti in guardia da questa mobilitazione. Ecco perché:

Se Rossella Urru fosse stata rapita in un’isola in mezzo all’oceano, tutto sarebbe più facile: il governo italiano si metterebbe in contatto con quello locale, e i servizi segreti di entrambi i Paesi comincerebbero a lavorare insieme. Prima o poi – più prima che poi – se ne verrebbe a capo. Purtroppo, invece, il sequestro della cooperante italiana è avvenuto in un’area dai confini abbastanza labili, gli stessi tracciati a tavolino con la riga quando i colonizzatori europei se ne andarono; l’ultimo episodio analogo andato a buon fine – quello dei coniugi Sergio e Philomène Cicala – iniziò a dicembre 2009 in Mauritania con il rapimento, finì ad aprile 2010 in Mali con la liberazione e passò attraverso “un grande lavoro diplomatico”, come disse l’allora ministro Frattini, coinvolgendo addirittura il presidente del Burkina Faso (Paese di origine della signora Philomène). Un altro caso recente – chi ricorda la turista fiorentina Alessandra Mariani, anche lei sequestrata nel sudovest dell’Algeria? – è ancora irrisolto dopo un anno. Anche per Rossella, dicono dunque i precedenti, i Paesi da coinvolgere potrebbero essere più di uno, con conseguente moltiplicazione degli sforzi (“L’unità di crisi della Farnesina è impegnata costantemente”, ha scritto l’altro giorno proprio su twitter il ministro Giulio Terzi) e dei rischi di fallimento. Più se ne parla – penserei, se fossi un diplomatico al lavoro su questo caso – peggio è, perché ogni attenzione mediatica sulla vicenda rafforza la posizione dei rapitori. E lo stesso direi se fossi un familiare di Rossella: quello che mi sta a cuore è la sua liberazione, non che diventi un simbolo, perché di fronte ai simboli – come ha dimostrato la vicenda del soldato israeliano Gilad Shalit, liberato dopo cinque anni di trattative che hanno coinvolto mezzo mondo – i negoziati si complicano all’ennesima potenza. L’incontro di Cagliari tra il presidente Napolitano e i familiari di Rossella testimonia che lo Stato è presente, ed è questa la cosa essenziale.

A favore del riserbo si erano peraltro già pronunciati il presidente Napolitano e il ministro Terzi qualche giorno fa:

«Le condizioni di Rossella Urru sono buone», dice il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo l’incontro con i genitori della donna. Nel colloquio il Capo dello Stato ha rassicurato i familiari sulle condizioni della congiunta. Il ministro degli Esteri Terzi precisa che «Il riserbo è d’obbligo per la soluzione positiva» del caso. (TgCom, 20 febbraio 2012, vedi anche la notizia sul sito del Tg1)

Naturalmente sui social media sono già in molti a polemizzare con la posizione del deputato Sarubbi e del ministro Terzi, considerandola, come dire, troppo «conservatrice» e d’«apparato».

Perciò mi chiedo: fino a che punto in questo caso è utile, vano, o addirittura controproducente fare tam tam in rete e sui media tradizionali? Ha senso aderire agli appelli, fare pressione sui comuni, affollare lo hashtag #FreeRossellaUrru di messaggi di solidarietà? Io sono molto perplessa.

Il video di Fiorello