Archivi del mese: marzo 2012

La bella normalità della sindrome di Down

Il 21 marzo è stata la giornata mondiale sulla sindrome di Down. In questa occasione il Coordinamento nazionale delle associazioni CoorDown, in collaborazione con altri partner, ha promosso un’iniziativa per cui alcuni marchi hanno realizzato una versione alternativa della loro ultima campagna: un attore dello spot originale o della campagna stampa è stato sostituito da un attore con sindrome di Down.

L’idea è mostrare che una persona con sindrome di Down è a tal punto «normale» e «come tutti», da poter stare in uno spot o un’affissione senza che quasi si noti la differenza. L’obiettivo mi pare raggiunto. Apprezzabile pure il fatto che gli attori siano stati truccati e abbelliti esattamente come accade a qualunque persona (celebrity o comune mortale) che presti volto e corpo alla pubblicità commerciale. Insomma anche loro appaiono più belli di quanto non siano in realtà, esattamente come accadrebbe a chiunque finisse in uno spot.

Mi piacerebbe però, in prospettiva, che questo processo di «normalizzazione» fosse più… normale, appunto, da parte dei marchi commerciali, non confinato cioè solo alla celebrazione di una giornata.

Il che in Italia non vale solo per le persone affette da sindrome di Down, ma per tutti i corpi e volti normali di uomini e donne, ragazzini e ragazzine, anziani e anziane, troppo spesso banditi dalla pubblicità a favore di corpi plastificati.

Grazie a Simona Lancioni, del Coordinamento del Gruppo donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), per avermi segnalato l’iniziativa.

La presentazione della campagna:

Pampers:

Illy:

Cartasì:

Averna:

Altre campagne sul sito di CoorDown.

Vantaggi e rischi di un cv (troppo) originale

Due giorni fa ho postato una riflessione sull’importanza della reputazione in rete per trovare lavoro e sulla possibilità di vivacizzare il classico curriculum con una presentazione personalizzata di ciò che sai fare.

Son et lumière

Dai commenti arrivati al blog e dalle mail ricevute in privato, ho capito che dovevo fare qualche precisazione ulteriore:

  1. Il curriculum tradizionale non è morto: semplicemente non basta, ma va integrato con un’attenzione meticolosa per cosa appare di te in rete quando fai opportune ricerche (possibilmente non solo una, e non solo con Google).
  2. Sforzarti di essere originale non vuol dire produrre a tutti i costi un  curriculum son et lumière come quello che ho mostrato martedì: lo fai solo se supponi che possa essere interessante per il ruolo e l’azienda a cui ambisci. Altrimenti produci una sceneggiatura, un disegno, un book fotografico, un racconto, un quel-che-ti-sembra-più-adatto, su cui però tu sia – attenzione – davvero bravo/a e competente.
  3. Se hai vent’anni e rotti, sforzarti di presentare te stesso/a in modo originale comporta rischi – questo l’avevo già detto ma devo ripeterlo – di autocompiacimento, ingenuità e infantilismo. Come fai a evitarli? Mostra ciò che hai prodotto all’amico/a più criticone/a e chiedigli/le: «Trovami tutti i difetti, non voglio neppure un complimento». Se non li trova, passa a un’altra e un altro ancora. Poi chiedi anche a un amico o parente che ha trent’anni, uno che ne ha quaranta, cinquanta, sessanta e settanta. Prendine uno/a per decennio da venti a settant’anni e selezionali in modo che siano misti per genere sessuale, provenienze, professioni e gusti: cinque persone di cui ti fidi e che ti aiutino a compilare una lista di almeno dieci difetti, in ordine di gravità decrescente.
  4. Poiché in Italia – inutile negarlo – l’originalità è spesso vista con sospetto, se sei troppo innovativo/a ricorda che corri comunque il rischio di dare fastidio a qualcuno. E ti capiterà anche quando i tuoi amici e parenti ti avranno dato i consigli giusti e tu avrai fatto attenzione a non cadere in fastidiose forme di esibizionismo. Come fai a evitare il rischio? Esplicita sempre (nel curriculum, nella lettera motivazionale, in rete, durante il colloquio) qualche tua lacuna e incompetenza, qualcosa in cui non ti senti abbastanza bravo/a e che vorresti migliorare, qualche errore fatto in passato, da cui hai imparato qualcosa. Saper riconoscere e ammettere le proprie mancanze è segno di intelligenza, oltre che di umiltà. E questo i bravi selezionatori lo sanno.
  5. Detto questo, potrai sempre incontrare (più in Italia che altrove, purtroppo) chi rifiuta l’originalità a priori. Per mille motivi: pigrizia personale, conservatorismo aziendale, timore di essere superato/a dalla new entry, desiderio di assumere solo esecutivi facilmente inquadrabili. In tal caso starà a te capire innanzi tutto – e ancora una volta – se il problema è loro o del modo in cui ti sei presentato/a. E decidere se quel posto fa davvero per te.

Su questo argomento vedi anche: Non basta mandare cv per trovare lavoro.

Che noia, che barba EasyJet!

Mi scrive Giovanni:

«Gentile prof. Cosenza, seguo da tempo il suo blog eccetera [tralascio i complimenti].

Stamattina mi sono imbattuto in un banner in formato flash di EasyJet, di cui le allego i frame, sul sito lagazzettadelmezzogiorno.it. Per completezza di informazione, l’esempio che le riporto è solo una delle creatività scelte da EasyJet per una campagna di comunicazione lanciata in questi giorni su più mezzi che, peraltro, ho visto anche nella metropolitana di Milano, città dove vivo.

Tornando a questa singola pubblicità, non metto in dubbio la vena ironica presente nel messaggio, per carità. Resto comunque molto perplesso sul messaggio usato per reclamizzare le destinazioni verso le maggiori capitali europee. Mi piacerebbe conoscere una sua opinione in merito.

Buona giornata e ancora complimenti.»

Caro Giovanni, più che perplessa io sono stufa: trovo questa roba il contrario della «creatività» (le virgolette in questo caso sono d’obbligo), anche se le agenzie pubblicitarie continuano a chiamare così il processo che le porta a sfornare campagne del genere.

E direi la stessa cosa anche se i ruoli fossero ribaltati: mogli che si scompisciano dalle risate per aver lasciato il marito a casa. In entrambi i casi è uno scopiazzamento mal riuscito delle gag di Casa Vianello: «Che noia, che barba», diceva Sandra scalpitando nel letto, mentre il marito sbuffava guardando il soffitto. Ma Sandra e Raimondo non ci sono più, pace all’anima loro. E questa roba è vecchia pure per il nostro mezzogiorno.

Ecco la sequenza del banner:

Easy jet Cosa ti fa volare?

EasyJet Lasciare a casa le mogli

EasyJet Sette destinazioni...

EasyJet In gruppo

Trovare lavoro con la presenza in rete e con un cv innovativo

Lo ha spiegato tempo fa anche Giampaolo Colletti in un articolo su Nòva 24:

Forse andrà in soffitta il vecchio curriculum, ormai obsoleto. Perché anche in Italia nell’era dei social network le aziende entrano in rete per ingaggiare i futuri collaboratori. Questa rivoluzione digitale nella selezione del personale, combattuta a suon di post, tweet e check-in, coinvolge non solo le multinazionali. Sono sempre più numerose le medie imprese disseminate sul territorio che si affidano al web per arruolare talenti. […]

Social media

Da [una] recente ricerca condotta dall’Università Bocconi emerge come il 76% delle imprese consideri strategica la presenza sui social network. La rete, tuttavia, mantiene un peso relativo: le informazioni raccolte online influiscono solo in parte sulla decisione di procedere alla convocazione di un colloquio (68%) o all’assunzione (64%). […]

Oltreoceano l’e-recruitment è molto più spinto e c’è già chi ha suonato il de profundis non solo per il vecchio cv, ma addirittura per il colloquio. Un’inchiesta pubblicata dal Wall Street Journal racconta come oggi sia la rete a fare la differenza. I dirigenti di Union Square Ventures – fondo americano con importanti partecipazioni nei colossi delle nuove imprese digitali, da Twitter a Foursquare – hanno dichiarato al WSJ: «Nessun curriculm, grazie. Ai candidati chiediamo di inviarci soltanto qualche link per valutare la presenza su internet». Nell’anno appena passato Google ha deciso di assumere 7mila nuove risorse non con un classico colloquio (delle cui modalità si parla a pagina 49), ma con una serie di questionari strutturati rigorosamente online. E per il colosso di Mountain View la selezione è partita da due milioni di curricula ricevuti. Pescare talenti nella rete resta comunque un’operazione complessa» (Giampaolo Colletti, I nuovi talenti si cercano on line).

In quest’ottica studiare una forma innovativa di autopresentazione, mirata all’azienda in cui ci si vuole inserire e al ruolo a cui si ambisce, può fare la differenza. Specie se si punta a un’azienda che lavora coi new media.

Guarda ad esempio il video curriculum con cui Damiano si propone a Blizzard, la casa di produzione di World of Warcraft, sperando di poter lavorare con loro alla localizzazione italiana. Realizzare una videopresentazione del genere non è facile, perché il rischio di cadere nell’autocompiacimento e nel bamboleggiamento è alto. Il prodotto di Damiano presenta qualche ingenuità, ma nel complesso è fresco e carino. Non male. Se fossi in Blizzard, lo prenderei in considerazione per un colloquio, facendo la tara all’inesperienza dovuta alla giovane età.

Riuscirà il nostro eroe? Io glielo auguro. Nel frattempo ho deciso di postare il suo tentativo, perché sia di ispirazione ad altri come lui. E intanto, in bocca al lupo! 🙂

Quei sorrisi di Camusso e Bersani a Cernobbio

Più tempo passa, più l’abilità comunicativa di Monti dà il meglio di sé. A parte qualche scivolone infatti (vedi «Il governo Monti sta perdendo sobrietà comunicativa?»), per il resto il Presidente del consiglio sta dando prova di capacità notevoli nell’uso strategico dei media per appianare situazioni di difficoltà e contrasto politico. Capacità in parte favorite dal consenso complessivo con cui le maggiori testate giornalistiche accompagnano le sue azioni, ma non per questo meno degne di nota.

Il pranzo a Cernobbio con vista lago è un esempio magistrale: Monti sceglie un tavolo davanti a un’enorme vetrata proprio per facilitare fotografie e videoriprese (come dire: «Non abbiamo nulla da nascondere»); e sceglie di avere accanto Susanna Camusso proprio per permettere i ritratti di loro due sorridenti, amichevoli e quasi intimi che sono apparsi sui principali quotidiani, nei Tg e pure sullo sfondo dell’intervista di Lucia Annunziata alla leader della Cgil. È chiaro che immagini del genere servono ad addolcire – se non a contraddire – qualunque dichiarazione di scioperi e proteste da parte del sindacato. Stesso discorso vale per Bersani: uno come lui, che di solito sorride poco nelle interviste, appare invece di ottimo umore assieme a Monti.

Certo, a parole sia Bersani sia Camusso continuano a essere critici e guardinghi nei confronti della riforma del lavoro. Ma quelle immagini e quei sorrisi da un lato dicono il contrario, dall’altro inglobano i due leader – che più di tutti dovrebbero rappresentare le fasce meno abbienti e più sofferenti della popolazione italiana – nella stessa atmosfera elitaria che contraddistingue il governo Monti: ambienti raffinati, belle maniere e cibi buoni. Ora, in comunicazione un’immagine vale più di mille parole. E Monti lo sa.

Foto Ansa:

Pier Luigi Bersani a Cernobbio, foto Ansa

Susanna Camusso a «In 1/2 ora» di Lucia Annunziata, 25 marzo 2012:

Susanna Camusso In 1/2 ora, 25 marzo 2012

PS: questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

L’interculturalità può ridare credibilità alla comunicazione?

Mi lamento spesso, in questo spazio, di quanto sia bistrattata la comunicazione in Italia. Da tutti: politici, aziende, istituzioni. Persino molti studenti in Scienze della comunicazione la bistrattano: quando studiano poco e tirano a campare. Col risultato che, una volta laureati con esito risicato, non faranno che abbassare anche loro – ulteriormente – il già basso livello della comunicazione italiana.

Ma io tiro avanti imperterrita, sapendo che comunicare vuol dire entrare in relazione con gli altri e che da ciò nessuno può prescindere: è questo il senso di comunicazione più profondo e autentico. Per cui vale la pena tenere alta la bandiera.

Detto questo, è bello scoprire chi la pensa come me, specie se viene da lontano e tocca un tema oggi fondamentale e delicato: la comunicazione interculturale. Ecco cosa scrive sul blog Stracomunitari Mohamed, che è nato a Casablanca ma vive a Senigallia:

Interculturalità

Sarà per via della pubblicità, ma è diffusa la sensazione, quando si parla di comunicazione, che sia anche un argomento frivolo, roba cioè per imbonitori e venditori vari. Questa sensazione di frivolezza forse è dovuta anche ad alcuni professionisti della comunicazione, non per niente detti anche “guru”. Sarà per quel loro fare sempre un po’ sopra le righe, il loro gesticolare spiritato e l’afrore di santità che emanano nelle loro convention. Fatto sta che ho sempre nutrito sospetti sull’eccessiva vitalità delle loro performance, e non mi capacito del perché i blitz antidoping debbano riguardare solo i ciclisti e non anche qualche oltremodo testosteronico professionista della comunicazione.

Poi c’è anche l’impressione che quando si parla di comuncazione si stia parlando di ultime novità. Probabilmente questo è dovuto al ritmo incalzante che caratterizza le novità tecnologiche in questo ambito; e perchè comunicazione oggi vuol dire internet con tutti i social media. Più novità di così!

Ma, come dovrebbero ricordarci più spesso quelli che sanno, comunicare, oltre a essere probabilmente il mestiere più vecchio del mondo, come lo è in effetti sapersi vendere, è anche un’arte antica. La Retorica, molto prima degli attuali corsi di comunicazione, è materia di studio e insegnamento ben più antica . Così come l’Oratoria. Insomma, l’arte di comunicare non è prerogativa dei soli venditori di saponette.

Credo perciò che occuparsi di interculturalità in termini di comunicazione possa essere un buon banco di prova per i professionisti della comunicazione, per misurarsi con un aspetto nuovo sì anche questo, ma strategico e non ancora degradato dalla mericificazione degli spot martellanti. Una buona occasione insomma per riguadagnarsi l’antica nobiltà o, come direbbero i comunicatori di oggi, recuperare in termini di credibilità (Mohamed Malih, «A voi comunicare»).

Quarto potere… maschile

Questi sono i numeri delle presenze femminili in Rai (fonte: CPO FNSI).

  • 33,7 per cento: giornaliste Rai.
  • 4 per cento: donne dirigenti Rai.
  • 2: donne direttore Rai.
  • 3: donne vicedirettore Rai (a fronte di 33 uomini).
  • 63: donne caperedattore Rai (236 gli uomini).

Good Night and Good Luck

Questi sono i numeri delle presenze femminili nelle notizie Rai (dati Monitoraggio OERG Osservatorio di Pavia):

  • 58 per cento: conduzione di Tg da parte di donne.
  • 10 per cento: opinioniste autorevoli.
  • 66 per cento: opinioniste “volanti”, cioè donne interpellate per strada (senza che di loro si sappia nulla: professione, età, scelte politiche).
  • 16 per cento: donne “notiziate” in quanto vittime (contro il 6 per cento degli uomini). 11 per cento: donne “notiziate” per questioni politiche o economiche.

In Rai le italiane non fanno notizia, anche se raccolgono, diffondono, scrivono notizie. Quasi mai potendo scegliere quali notizie, come impaginarle, e in quale gerarchia.

Questa è invece la situazione della stampa nazionale italiana (fonte: FNSI):

  • 5: donne direttore di quotidiani (113 gli uomini).
  • 5: donne vicedirettore di quotidiani (99 gli uomini).
  • 67: donne redattore-capo nei quotidiani (477 gli uomini).
  •  65 per cento: donne giornaliste rimaste dentro le aziende editoriali a seguito di stati di crisi. Tra queste, solo il 30 per cento ha un contratto. Tutte le altre sono precarie.
  • Fino al 40 per cento: gap di stipendio tra giornalisti uomini e donne.

Tirando le somme:

In Italia il quarto potere è in mano agli uomini in percentuali addirittura superiori a quelle che ci sono in politica. Questo giornalismo è mutilato, è un giornalismo a metà.

Non a caso, le donne italiane si stanno allontanando dalla lettura dei quotidiani:

  •  Corriere della Sera: donne che leggono il quotidiano: 25 per cento in meno.
  • La Repubblica: donne che leggono il quotidiano: 15 per cento in meno (fonte: Audipress periodo II/2011).

Proposta:

Le giornaliste tedesche si sono unite per ottenere almeno il 30 per cento dei posti di direttore e caporedattore nelle testate giornalistiche entro i prossimi 5 anni. Facciamolo anche noi, coordinandoci con loro.

Gabor Steingart, direttore del quotidiano economico Handelsblatt, si è impegnato a riservare a una donna un posto su tre nei vertici del giornale: invitiamo direttori e editori a seguire il suo esempio.

Chiediamo alle rappresentanze sindacali, alle CPO, di agire concretamente affinché l’informazione rappresenti donne e uomini, e non solo uomini.

Postato in contemporanea da Femminileplurale, Loredana Lipperini, Ipaziaè(v)viva, Marina Terragni, Un altro genere di comunicazione, Giorgia Vezzoli, Lorella Zanardo. Le blogger che condividono questo post pubblicano periodicamente thread comuni, in particolare sul tema della rappresentazione pubblica della donna e su quello della rappresentanza politica.

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Traduzione di Jane Dolman.

These figures represent the number of women working in RAI (Italian State Radio and Television) (Source: CPO FNSI).

  • 33.7 percent: female journalists in Rai.
  • 4 percent: female executives in Rai.
  • 2: female directors in Rai.
  • 3: female assistant directors in Rai (cfr. 33 male).
  • 63: female editor-in-chiefs in Rai (cfr. 236 male).

These figures represent the number of women working in Rai news (data Monitoraggio OERG Osservatorio di Pavia):

  • 58 percent: female newsreaders.
  • 10 percent: female columnists.
  • 68 percent: randomly chosen women giving their opinions (’women-in-the-street’).
  • 16 percent: women in the news, as victims (cfr 6 percent men).
  • 11 percent: women in the news for political or economic issues.

In Rai women do not make news, even though they gather, broadcast and write news. Very rarely can they choose which news, its layout or hierarchy.

This, instead, is the situation of the Italian national press (source: FNSI):

  • 5: female newspaper editors (cfr. 113 male).
  • 5: female newspaper deputy editors (cfr. 99 male).
  • 67: female newspaper news editors (cfr. 477 male).
  • 65 percent: women journalists remaining on the editorial staff during economic crises, only 30 percent of them having a contract. The rest are considered temporary.
  • Up to 40 percent: the difference in wages between male and female journalists.

Summing up:

In Italy the press is in the hands of men at a percentage superior even to that of politics. This journalism is mutilated, it’s a half-way journalism.

It’s no coincidence that Italian women are reading the daily papers less and less:

  • Corriere della Sera: women who read the daily – 25 percent fewer.
  • La Repubblica: women who read the daily: 15 percent fewer (source: Audipress periodo II/2011).

Proposal:

The German women journalists have united in order to obtain at least 30 percent of the positions as chief editor and news editor of the newspapers over the next 5 years. Let’s do the same, co-ordinating with them.

Gabor Steingart, chief editor of the economic newspaper Handelsblatt, is committed to reserving one executive position out of three for a woman: we invite our executives and editors to follow his example.