Le buone maniere sono forma o sostanza?

Comincio la settimana con un interrogativo che pare cosa d’altri tempi ma non lo è, stimolata dall’ultimo spot di BBQ Rancher, la catena inglese di fast food basati su carne di pollo (grazie a Guido per avermelo segnalato). Lo spot mette in scena atti di maleducazione reiterati nei confronti di una «Lady»:

Ma la maleducazione è indipendente dalle differenze di genere, perché oggi – è esperienza quotidiana di tutti – questi comportamenti provengono in modo indifferenziato da donne e uomini di tutte le età: ragazze e ragazzi, adulte e adulti, anziane e anziani. E non si tratta di rispettare o meno qualche galateo o di cedere o meno a formalismi, ma di rispettare o meno gli altri. Di smetterla cioè di pensare solo e ossessivamente a se stessi.

È utile per la riflessione il libro di Gabriella Turnaturi Signore e signori d’Italia. Una storia delle buone maniere, Feltrinelli, 2011, da cui riprendo un brano:

«”Non ti avevo visto”, dice il giovanotto che travolge una signora all’imbarco dell’aliscafo per Capri. “Non ti avevo visto”, afferma la bella ed elegante signora che ti sorpassa nella fila per i taxi. Caduta l’ipotesi poco credibile di un’epidemia che ha colpito gli occhi degli italiani, forse si può spiegare quella stupefacente dichiarazione di cecità temporanea con il fatto che si è affermato, nella coscienza e nella mente, nella percezione e nella convinzione, quel nuovo credo che si mette subito in pratica e che recita: “Tu non esisti”; “ti ho eliminato dalle mie percezioni e dai miei interessi”; “esisto solo io e tu non sei nessuno”. Una moderna versione dello spagnolesco “fate luogo” di manzoniana memoria. O forse una nuova prossemica che fa dello spazio non un luogo fisico e socialmente definito, ma una propria creazione e proprietà in cui ci si muove a piacimento e liberamente. Al liberismo del mercato sembra seguire anche un liberismo spaziale che fa sì che con protervia e arroganza s’ignori l’idea che quella strada, quella piazza, quel marciapiede possa essere “comune” e non terra di conquista del più forte o di chi si autodefinisce più meritevole. […] In questo contesto ci si trova a sussultare, sorpresi e quasi spaventati, quando qualcuno chiede scusa, ringrazia o si rivolge con il lei, come se ci si trovasse all’improvviso accanto a un alieno.» (Gabriella Turnaturi Signore e signori d’Italia. Una storia delle buone maniere, Feltrinelli, 2011, pp. 240-241)

39 risposte a “Le buone maniere sono forma o sostanza?

  1. Talmente ossessionati da noi stessi, da non essere più capaci di comunicare, e soprattutto di essere franchi, almeno nella nostra dimensione pubblica: l’indifferenza verso la crisi del senso di comunità e dei valori civili del nostro Paese è disarmante….forse anche per questo, ci si abbandona con nonchalance a maleducazione e scortesia esplicita, data l’estrema incertezza e inquietudine dei tempi presenti.
    Non mi meraviglia che in mezzo a tanta frustrazione, senso di asfissia sociale e scarsissime possibilità di risoluzione “politica e dialettica” di tanta conflittualità, prevalga un banalizzazione dei rapporti umani, una consapevolezza della necessità di “non poter essere buoni”…..

    Mi spiace per l’amara constatazione, ma…oggi è lunedì!😛

  2. mi fa specie che nessuno abbia commentato le considerazioni del post di oggi! come a ribadire che non vediamo più il prossimo…cioè le buone maniere non sono importanti non meritano un commento tanto poi….a cosa serve?
    beh, l”educazione è sostanza, le buone maniere sono importanti e ci permettono di stare con gli altri senza dare fastidio (spesso le persone sono fastidiose….).
    buone maniere, educazione, cortesia e un Grazie ogni tanto paradossalmente allietano la giornata.

  3. Personalmente sono uno che dà del lei a chiunque,anche a chi conosco da anni, convinto della differenza che c’è tra l’essere in confindenza e il prendersi confidenza. Ma nella mia vita devo ammettere che dare del lei mi ha creato quasi sempre un’infinità di imbarazzi. Di solito tutt* replicano sdegnat* buttandola su un principio anagrafico e negando di appartenere all’unica categoria che autorizzerebbe, secondo la vulgata corrente, l’uso del Lei: l’anzianità al cospetto di una evidente differenza di età dell’interlocutore. Inutile specificare che il massimo oltraggio che oggi si possa compiere verso se stessi è che qualcuno ti riconosca come un anziano.
    Altra conseguenza spiacevole consinste nel vedere il commesso a cui dai del lei, peraltro affabilissimo con altri clienti, irrigidirsi in un’algida incapacità di gestire la sua disinvolta professionalità con il registro in terza persona senza che tu sia matusalemme. Perciò o ci si adegua al tu, finendo per alimentare l’uso di una confidenza artificiosa, o si accetta il ruolo di disadattato sociale e si mantiene il punto.
    In una Società in cui la maggioranza non rispetta una convenzione (o una legge, se non si capisse l’analogia), chi continuasse ad osservarla sarebbe in torto e a nulla varrebbe appellarsi agli argomenti da laudatores.
    A pensarci bene, dare del “tu” incondizionatamente a tutti è perfettamente compatibile con un’indifferenza solipstica. Il Marchese del Grillo, alla richiesta di spiegazione da parte dei villici su una disparità della legge che vedeva tradotti in carcere loro ma non lui, nonostante la rissa avesse coinvolto entrambi, spiegava così la sua immunità alla Legge: “Perché io so’ io e voi nun siete un cazzo.” Almeno in questo caso il “voi” poteva ancora essere pensabile come vocativo singolare, plurale majestatis retorico ma non privo di educata ipocrisia.
    Visto che la sostanza è comunque violenta allora la forma non sarà che ipocrisia aggiunta sadicamente e gratuitamente, perciò è molto più onesto e meno patologico abbandonare le convenzioni e lasciar parlare la sostanza, Insomma, oggi il Marchese del Grillo non lascerebbe ambiguità e al voi sostituirebbe il tu.

  4. Il corto circuito secondo me avviene con la parola educazione, e la famiglia buona educazione/maleducazione.
    C’è in questa terminologia l’eco di un sistema di idee che non si è più disposti a condividere. Dinamiche di classe, prima di tutto: per cui rispettare un codice di comportamento era la carta d’identità di appartenenza alla borghesia, e l’unico modo per sperare di sembrare qualcosa del genere. Il tu, la parolaccia, la brutalità erano i sinonimi di una indipendenza dalle norme sociali, per anarchia in pochi casi, perchè si credeva che era una battaglia persa in molti. Non per niente, nel nuovo mondo o in posti strani come Israele, si va molto più per le spicce – perchè il concetto di classe, per quanto ineliminabile e molto meno schiacciante che nella vecchia europa.
    Si deve far perno invece, sulla questione per cui passare davanti a uno in fila, non cedere il posto a una persona anziana non è questioni di aderenza a un codice astratto di potere e di classe e di maggioranza che impone. Questo è un po’ adolescenziale (e questo paese diventa sempre più adolescenziale) ma è questione di mettersi proprio nei panni dell’altro, di rispettare un contratto sociale che funzioni per tutti.

  5. Ugo, ma la questione non è solo il “tu” o il “lei” o il “voi”. Ci si può mancare di rispetto – profondissimamente – pur dandosi del lei. E ci si può rispettare moltissimo, nella forma e nella sostanza, dandosi del tu.

    Io uso spesso il tu, con gli studenti ma non solo: passo spessissimo al tu anche nei contesti professionali, dopo averlo chiesto. Ma sto attentissima a rispettare l’altro/a, sempre. Semprissimo. Per me gli altri sono fondamentali, vengono prima di me e questo si traduce in comportamenti continui e dettagli micro. Salvo errori che possono sempre capitarmi. Al che chiedo scusa e sono la prima a restarci male per aver commesso l’errore.

    Dopo di che, sì: capisco che tu abbia parlato del “tu” prendendolo come un simbolo più generale. Ma allora ti seguo meno. Mentre trovo illuminante la metafora dell’occupazione dello spazio, che sta sia nel libro di Turnaturi sia nello spot inglese.🙂 Ciao!

  6. @Giovanna
    Chiariamoci. Tu usi il tu con gli studenti e fai benissimo perché psicologicamente conosci benissimo tutti gli imbarazzi, le timidezze,le insicurezze che frenano la possibilità di un rapporto onesto tra prof e giovane e che fanno male ad entrambi.
    Io non uso il tu perché non ho la capacità di gestire tutti quei comportamenti continui e dettagli micro. Perciò quando do del tu accetto di considerare la relazione a un livello di maturità in cui il mio interlocutore mi conosce a tal punto da passarmi anche tutta una serie di omissioni di cortesia o eccessi di spigolature. Altrimenti do del lei, che tra l’altro funziona benissimo per creare ulteriore distanza nel momento opportuno.
    Quindi il tuo modo di fare non può essere esteso ncondizionatamente perché io sono il primo a dirti che non ne sono capace: la richiesta energetica è eccessiva rispetto al mio temperamento. Questo non ha nulla a che fare con il chiudere la porta in faccia a chi ti segua o pestare ilpiede al prossimo. Ma fa capire che l’uso del lei del tu ha anocra una ragione di essere importante e rappresenta ua convenzione che in media continua a realizzare una comunicazione riuscita e gestibile tra le parti.

  7. Tra l’altro non vorrei che la curiosità verso la capacità di creare nuove definizioni, come il fontaniano “liberismo spaziale”, desse l’idea che il fenomeno osservato sia nuovo mentre invece è la cosa più vecchia del creato e la base d’ogni violenza. Invadere lo spazio altrui è all’origine del mondo e forse è la definizione più stringente di violenza.

  8. Ps
    Un plauso a Zauberei per il meraviglioso lapsus, quasi brechtiano.

    “Non per niente, nel nuovo mondo o in posti strani come Israele, si va molto più per le spicce – perchè il concetto di classe, per quanto ineliminabile e molto meno schiacciante che nella vecchia europa.”

  9. Nell’insopportabilmente esiguo numero di caratteri messo a disposizione da Twitter: “Forma per chi ne è carente, sostanza per chi le conosce e le utilizza.”

    Con qualche brandello di spazio in più:
    Trovo che le buone maniere, intese come un comportamento atto al rispetto del prossimo, non siano solamente sostanza, ma il collante stesso di una società vivibile.
    Seguendo però il principio sempre più comune per cui il valore fondamentale è l’ostentazione della propria assenza di valori (o di opposizione ad essi), le buone maniere vengono spesso considerate vecchiume inutile di cui sbarazzarsi, o per il quale dileggiare chi ancora le utilizzi.

    In fondo, in una società fatta di prevaricazioni, di arrivismo, di sfruttamento e di diseguaglianza, come può il rispetto degli altri essere considerato un valore od un vantaggio?
    Mal si allinea con la filosofia (molto più performante ed efficiente) che spesso domina i rapporti sociali, politici ed economici e che sintetizzerò con una dottissima citazione:

    “Colpire per primi, colpire forte, senza pietà!”
    [Karate Kid – Motto del Cobra Kai]

  10. Non potendo aggiungere molto di più alla discussione e al post che condivido in pieno. Vi faccio riflettere sul fatto che la rottura dello schema delle buone maniere è adesso molto utilizzato in pubblicità come nello spot del Ragù Star.

    E poi son sicura di aver visto su Vanity Fair una foto pubblicitaria in cui una modella sbadigliava quasi senza riuscire a coprirsi la bocca. Non riesco a trovarla sul web, ma se la recupero ve la posto.

  11. scusate, sono stata frettolosa perché è quasi finita la mia pausa pranzo. Ma non intendevo stigmatizzare lo spot del ragù che è più orientato sul gioco e l’interazione familiare dove è permesso adottare dei comportamenti altrimenti sanzionati in società. Ma l’effetto complessivo è comunque stato quello del “fastidio” soprattutto per l’uomo che parla con la bocca piena. Poi, questi “strappi alle regole” non sono gli esempi di maleducazione cui si faceva riferimento.

  12. Scusate l’eccesso di interventi ma sento di non avere chiarito a sufficienza un paio di punti trattati, nati dalla replica di Giovanna.
    Poiché è indubbio l’aumento di una maleducazione prossemica e l’abitudine a dare del tu, possiamo pensare che le due cose non siano disgiunte, come del resto suggerisce anche il finale della citazione di Gabriella Turnaturi. La domanda interessate è quindi la seguente: come mai in una societàcome la nostra una quota rilevante di persone invade lo spazio altrui, in una negazione dell’Altro, tendendo al contempo a dare sempre più del tu, che all’opposto, dell’Altro ne è inclusione? Oltre alle giuste considerazioni di Zauberei aggiungerei un aspetto non minoritario, spesso non citato per la stessa messa al bando dell’ipocrisia che si vuole continuare a usare : nella nostra società è fondamentale avere successo. Poiché chiunque comprende che non esiste successo senza relazioni sociali, dare del tu diventa un acceleratore sociale: ti includo nella mia cerchia affinché tu mi includa nella tua, accorciando i tempi tecnici di una lunga frequentazione biografica con te che non sarei autorizzato ad avere così precocemente. Così poi mi inviterai alle tue feste, farai pubblicità alle mie attività, mi farai conoscere altre persone della tua rete, mi darai l’opportunità di prelazione su qualche affare o sconto su altre. Giusto?🙂

  13. La questione del “tu” e del “lei” può essere solo un piccolo punto di partenza, considerando che più passa il tempo e più la lingua e le formalità di essa si restringono, si deformano, diventano quasi obsolete. ( Sento ancora qualche anziano signore darmi del “voi”). Ma, prescindendo da ciò, credo che la ridefinizione di una nuova prossemica come suggerisce la Turnaturi rappresenti esattamente ciò che accade. Mi sentirei di applicare il concetto non solo allo spazio, ma anche al tempo, finanche alle idee. Crediamo di essere migliori degli altri, creiamo nelle nostre menti delle manipolazioni spaziali, temporali, ideali e ci sosotituiamo al pensiero altrui, all’oggettività fattuale. Riteniamo di essere giustificati per un ritardo ad un appuntamento perchè plasmiamo a nostro piacimento il tempo, fornendo delle giustificazioni imperniate esclusivamente sul NOSTRO modo di pensare, sulle NOSTRE cose importantissime da fare, sul NOSTRO disagio. Ci sostituiamo agli altri , invadadiamo i loro pensieri e li modifchiamo, invadiamo il loro spazio e la loro libertà perchè “tanto abbiamo ragione noi”.
    Viviamo in un mondo in cui esistiamo solo noi e replichiamo quello che dice Megan Gale in uno degli spot Vodafone:

  14. Ma poiché tutti questi “tu” non nascono appunto da nessuna reale intimità con l’altro è chiaro che diventa mediamente difficile gestirli tutti con la cura che sarebbe richiesta. Poiché tra l’altro il successo sociale di uno implica logicamente l’insuccesso di almeno un altro individuo a parità di obiettivo considerato (lavoro, compenso, relazione, prima fila, etc.) è chiaro che scatti una grande dissonanza cognitiva tra ciò che si persegue e ciò che si tutela. A parole si possono anche considerare le buone maniere e il tu come una sostenibile astrazione impersonale in cui tenere aperta la porta alla sconosciuta che ti segue è un gesto che negherebbe la realtà con cui gliela si chiude in faccia di principio su altri ambiti ben più sostanziali. Che ci vuoi fare, vogliamo continuare a fare quel che ci pare credendoci nel giusto e la razionalizzazione è il più potente dei retori.

  15. Non sarò mai abbastanza grato ad uno dei miei educatori che era solito ripetere: “Ricordatevi sempre che gli altri esistono”.
    Ovviamente il sentirselo ripetere spesso dava anche fastidio. ma ora, a distanza di anni, mi accorgo di quanto avesse ragione. Anzi, bisognerebbe riperselo durante la giornata come un mantra: “Gli altri esistono”

  16. Quasi d’accordo con Zauberei e Ugo riguardo alle cause.
    Tendo a pensare che le buone maniere siano più diffuse in società tradizionaliste, con classi sociali più segregate l’una dall’altra.

    Preferisco meno segregazione sociale e più competizione (pareggiando le opportunità di partenza) al costo — probabilmente inevitabile ceteris paribus — di una perdita di buone maniere.
    Le buone maniere sono importanti, ma non sono gratis.😉
    Insomma, una società più aperta richiede un lavoro educativo supplementare a favore delle buone maniere, del rispetto dell’altro.

    In fondo, mi accorgo di concordare con la diagnosi di Gabriella Turnaturi: “Al liberismo del mercato sembra seguire anche un liberismo spaziale che fa sì che con protervia e arroganza s’ignori l’idea che quella strada, quella piazza, quel marciapiede possa essere “comune” e non terra di conquista del più forte o di chi si autodefinisce più meritevole.”
    Ho il dubbio però che lei preferisca le buone maniere al “liberismo del mercato”.

  17. Non mi è ben chiaro perché nello spot si indichi come maleducazione se il maschietto corre in bagno prima di lei. Essendo una donna aveva la precedenza anche se lui si piscia sotto? E non mi è chiaro perché una donna non dovrebbe saper portare da sé senza tante sceneggiate (oddio quanto pesa!) il boccione dell’acqua. Insomma, ok il messaggio, ma magari svecchiarlo un po’ da certi stereotipi sarebbe stato più carino. I miei due cent.

  18. Sarò incredibilmente qualunquista…
    Il mio commento è che il decadimento morale è il decadimento morale…

  19. Off topic
    @Ben
    I tuoi commenti sono sovente interessanti ma ho una curiosità che vorrei davvero appagare. Questo tuo credere alla “competizione” da cosa nasce? Forse da ex comunista hai abbracciato la fede opposta in mancanza d’altro? Ma come ti salta in mente che la competizione sia – non voglio credere un valore in sé – collettivamente un bene, scusa? Se io, tu e un’altra competiamo per un posto, un premio, un primato, uno vince ma gli altri perdono. Forse quando ci si fa attrarre dalla retorica della competizione si hanno in mente le gare sportive, le olimpiadi, lo sport mediaticamente visibile, dove l’ultimo è comunque socialmente un vicente e nonostante frequenti la bassa classifica ottiene redditi e ruoli sociali dignitosi.
    Non si comprende invece per quale motivo la stessa retorica non venga recepita per quello che è: struggle for life di evoluzionistico tipo.
    Da un punto di vista logico la competizione è utile alle specie ma è indifferente all’individuo. Sicuro che il modello che hai in testa giovi ai più in una società come la nostra che vuol fare carriera e arricchirsi ma addormentarsi serenamente nel proprio lettino abbracciando il trudy giuridico del peace and love?

  20. In un certo senso anche nell’ etichetta c’ è della sostanza, ma solo quando è frutto della tradizione e facilita quindi la coordinazione degli individui. In fondo sono pur sempre dei “punti focali”.

  21. Mi viene in mente un’altra cosa. La migliore descrizione del rapporto tra forma e sostanza nell’etichetta, nella società degli anni ’60 e nella tradizione giapponesi però, sta ne “L’impero dei segni” del mitico Roland Barthes.
    Una lettura che insegna sicuramente qualcosa a proposito.

  22. @Ugo
    In breve, per non annoiare.

    Penso che gli esseri umani, uomini e donne, siano naturalmente competitivi (vedi sociobiologia seria), ma che la civiltà consista nel regolare la competitività, un po’ come il sesso. Entrambi, ben usati, danno soddisfazione. Non dico uguale. 😉

    Ma non è questo il punto. Il punto è che negli ultimi decenni si è grandemente estesa una competizione economica globale fra imprese e paesi, e rimarrà forte per molti decenni a venire. In questa situazione, come paese, o competi economicamente o declini.

    Personalmente la competizione mi piace e non mi piace, e del declino economico dell’Italia rispetto all’India m’importa il giusto. Però per i miei figli è meglio avere qualche occasione in più di lavoro e di carriera anche in Italia. Tutto sommato, penso che un paese in crescita economica sia più piacevole e interessante che un paese in recessione.

    Siccome l’Italia è un paese capitalista (nonostante tutto) in un mondo capitalista, ho l’impressione che per la crescita economica non ci siano ricette tanto diverse da quelle del compagno Draghi.🙂
    Il resto segue, credo.

    Per il comunismo, forse ci ripenseranno i miei nipoti. Chi lo sa.

  23. Correggo: “Penso… che la civiltà consista nel regolare la competitività”.
    Leggi: “Penso… che la civiltà consista ANCHE nel regolare la competitività”.

  24. ancora @Ugo
    Tu dici: “Ma come ti salta in mente che la competizione sia – non voglio credere un valore in sé – collettivamente un bene, scusa? Se io, tu e un’altra competiamo per un posto, un premio, un primato, uno vince ma gli altri perdono.”
    Temo che, per molti anni a venire, ci saranno posti e premi cui molti aspirano e pochi raggiungono: una “tenure” accademica, un posto di Ceo in una grande azienda, la direzione di una grande associazione o di un partito, un premio Nobel. Sarò banale, ma preferisco un’allocazione basata su criteri meritocratici (con pari opportunità di partenza) alle altre alternative che riesco a immaginare. Certamente alle alternative clientelari e classiste largamente vigenti ora in Italia. Immagino che tu sia d’accordo.

  25. E, per rientrare nel topic, fra competizione aperta e buone maniere c’è un legame. Quello che ho indicato, credo: ceteris paribus, competizione meno aperta, più buone maniere.

  26. L’essere ossessionati da noi stessi secondo me non c’entra proprio niente, casomai siamo ossessionati dalla nostra mente….a tal punto che non ci accorgiamo cosa avviene attorno a noi. Viviamo e ci muoviamo nel mondo continuamente ipnotizzati dai nostri pensieri, tralasciamo una quantità incredibile di percezioni e informazioni che i nostri sensi ci danno ( vedi ad esempio, il non accorgersi di chi ci sta davanti, di chi ci segue, di chi abbiamo ai lati ) e perciò viviamo la realtà a metà, sentendoci continuamente vuoti, perchè ce ne perdiamo gran parte. Semplice attenzione e consapevolezza , questo manca. La nostra testa è altrove, nei nostri progetti, nel passo da fare nei prossimi dieci minuti, etc.etc. la programmazione in anticipo porta a questo: a vivere nell’irrealtà mentre la realtà ci sfugge di mano.

  27. @Ben: Se la poca competizione porta le buone maniere, come dici tu, allora perché l’Italia del clientelismo e del classismo ancora largamente vigenti, come dici sempre tu, è piena di cafoni?

    Penso che la diminuzione progressiva delle nascite porti i genitori a pensare il figlio, spesso l’unico, come l’investimeno della propria vita e quindi a insegnargli a essere il primo sempre e ovunque e, soprattutto, a qualsiasi costo.
    Questa espressione “a qualsiasi costo” mi fa sempre arrabbiare. Chi la pronunica vuole intendere che il costo sarà pagato da altri.

    Per quanto riguarda lo spazio in comune e il modo di starci, c’è da tenere in considerazione il fatto che oggi molte persone camminano con gli occhi e/o l’orecchio attaccati a qualche apparecchio (è diventato difficile anche trovare qualcuno libero da cavi quando si deve chiedere un’informazione stradale). E’ comprensibile che non si accorgano del resto. Sei tu che devi schivarli.

  28. Ilaria, sono tantissimi i fattori che influenzano le buone maniere. Quelli che dici tu sono importanti.

    Io ipotizzavo che, a parità di TUTTE le altre condizioni, una competizione più aperta, che forse è una buona cosa, rende le persone meno rispettose l’una verso l’altra, che è certamente una brutta cosa.
    Invece Gabriella Turnaturi sembrava suggerire che, in questo particolare caso, la causa (liberismo del mercato) e l’effetto (cattive maniere) fossero entrambe negative.
    E’ un modo di pensare che semplifica le cose: conseguenze negative hanno cause negative. Tendiamo tutti a rappresentarci la realtà così, ma non sempre la realtà è così.

  29. Voglio dire che una cosa positiva (una competizione più aperta piuttosto che truccata da clientelismo e classismo) ha molte conseguenze, sia positive (più crescita economica) sia negative (meno buone maniere).
    Per decidere che la competizione aperta è cosa positiva, bisogna stabilire se il bilancio delle conseguenze è positivo. Ma il fatto che abbia una (importante) conseguenza negativa non comporta che sia negativa.
    Mi scuso se ho detto una banalità.

  30. Buongiorno, molto interessante il tema e il dibattito successivo.
    Vi chiedo un parere a proposito del tu o del lei applicato alla docenza.
    Sono un professionista e ho un corso semestrale universitario al terzo anno.
    Per un malcelato senso paterno ho finito col dare subito del tu agli allievi. Risultato: un certo “permanere” mentale degli allievi alle superiori o persino alle elementari e un loro senso diffuso d’inferiorità gerarchica.
    Anno successivo: diamoci del tu reciproco: una confidezialità forzata dato il divario d’età. Funziona con i docenti quasi coetanei degli allievi, anche se con molti equivoci.
    Anno successivo: del Lei inflessibile, in modo da stimolare una considerazione di sé adulta. In questo ha funzionato, però il lei ha sottolineato la distanza relazionale e una differenza con circa la metà dei docenti che utilizzano il tu (non ostante il parere contrario della direzione didattica).
    Ultima soluzione: approccio misto. Del lei nel normale dialogo, del tu più colloquiale nel sottolineare carenze, disattenzioni e altro.
    La scelta del lei gerarchico è orientata a far entrare virtualmente nel mondo del lavoro -forse è l’unico modo “reale” oggi possibile- i ragazzi, affinché prendano contatto con la realtà che li aspetta.
    E come chiamarli? Solo cognome o solo nome?
    Grazie per l’attenzione e per i commenti.

  31. guydebord chiamali come te pare, ma mentre trovo ottimo il lei in sede accademica, trovo il passaggio al tu solo quando c’è da rimproverare, scusa eh ma PESSIMO!
    La prima cosa che si pensa, e che ti prendi delle libertà, ti genitorializzi, fai il predicozzo, e ti allarghi in modo indebito nell’esercizio del potere. Se il tuo interlocutore è un soggetto inteso come adulto, lo è sempre, non solo quando fa quello che piace a te, o fa bene in linea generale.
    Per altro, se davvero vuoi essere pedagogico, non è che devi abituarlo solo al mondo la fuori, devi instillargli una percezione di se che induca gli altri a rispettarlo come soggetto. Chi si laurea – e chiunque lavori – in un contesto sociale in cui il lei dimostra la partecipazione attiva al contratto sociale, deve saper farsi dare del lei.

  32. @ zauberei
    Grazie, condivido anche la critica. In realtà non faccio mai predicozzi ma semmai qualche volta mi è accaduto di usare un tono più confidenziale, complice, affinché il predicozzo assumesse il carattere autocritico, un modo assertivo per formulare insieme e condividere il giudizio su alcune possibili criticità del lavoro svolto, non di più.
    Data la mia maggiore frequentazione con il mondo delle imprese, passato da Valletta a Marchionne ignorando Adriano Olivetti, non vorrei allevare nella bambagia i potenziali nuovi arrivi.
    Qualcuno sosteneva che nel tempo la società ha creato alcune strutture specializzate: la fabbrica, la caserma, la prigione, il manicomio, la scuola. Quest’ultima ha la caratteristica di riunire e sintetizzare tutte le altre.

  33. Comunque la complessità dei rapporti umani fa si che spesso le cose siano anche molto sfumate. Se ci penso mi è capitato svariate volte di sviluppare un rapporto basato su un “lei” piuttosto formale fino a livelli di confidenza informalissimi, continuando a mantenere quel “lei” più per inerzia che per altro. Succede anche questo.

  34. Farewell orwell io sono psicologa e con questo t’ho detto tutto:) Rapporti intimissimi e strettissimi superconfidenze – ma il lei quel caso, almeno per me, è sacro. Anzi tanto più si è in contesti professionali in cui c’è una segreta asimmetria, tanto più il lei protegge le parti in causa. In fabbrica il tu è della subordinazione, ma nei contesti dei lavori fichetti e intellettuali – ho lavorato come editor in una redazione per dire – il tu è il segno della falsa parità con te povero scemo che ti allarghi e qualcuno alla fine ti dirà ma che te credevi?
    Così ho percepito – quando mi è capitato – il tu nei contesti accademici. Arriva sempre il ahò il capo sono io che te credi. Nonnonnò meglio il lei, fintanto che il costume nazionale lo decodifica in un certo modo.
    Ma qui non è questione di educazione – l’educazione questo è il problema ha molto poco a che vedere con il rispetto degli altri: molto di più con la sintassi delle logiche di potere.

  35. È nota, ma in sintonia con il sotto-argomento tu/lei:
    Il Direttore generale di un’azienda di armamenti era preoccupato per il giovane direttore della ricerca avanzata che, dopo un periodo di lavoro insieme, in cui non si era mai fermato neanche per la pausa pranzo, comincia ad un certo punto ad assentarsi tutti i giorni a mezzogiorno.
    Il Direttore chiama il responsabile della sicurezza: “Devo affidarle un caso molto delicato, si tratta del dottor Rossi, il responsabile delle ricerche più segrete, non vorrei che fosse coinvolto in qualcosa di sporco”.
    Il detective fa il suo lavoro, torna e rapporta:“Allora Presidente, il dottor Rossi esce normalmente a mezzogiorno, prende la sua macchina, va a pranzo a casa sua, fa l’amore con sua moglie, fuma uno dei suoi eccellenti sigari e torna a lavorare “.
    Risponde il Direttore: “Oh, meno male che non c’è niente di losco in tutto questo!… Grazie, sono più tranquillo, può andare…La vedo perplesso, vuole aggiungere qualcosa?”
    Il detective domanda: “Posso darLe del tu, Direttore?”
    Sorpreso il Direttore risponde: “Sì certo, come no! Anzi, chissà perché non lo abbiamo fatto prima, dopo tanti anni che ci conosciamo”.
    E il detective: “Allora ti ripeto: Bianchi tutti i giorni esce normalmente a mezzogiorno, prende la tua macchina, va a pranzo a casa tua, fa l’amore con tua moglie, fuma uno dei tuoi eccellenti sigari e torna a lavorare.

  36. Mi è successa una cosa simile, mentre facevo la fila al bar. Sono arrivata nello stesso momento di un gruppo di colleghe e le ho superate. Dopo un po’ vedo la mia collega che si mette a correre e mi supera. Io, che non ho peli sulla lingua, le ho chiesto: “Ti sei messa a correre per arrivare prima di me?” E lei: “Non ti avevo neanche visto!

  37. Non sono Mario rossi.

    @ guydebord
    Condivido la mia pratica, maturata in anni di esperienza: io del voi. Non parlo mai direttamente a nessuno, anche quando viene a colloquio. Do’ sempre del “voi”. Come se mi riferissi all’intera classe, sempre. Questo li rende più mansueti, si sentono parte di una massa informe capace di riassorbirli in ogni secondo. Mai avuto problemi.
    Loro tendono a darmi del Lei, anche se, a volte, è capitato che restituissero il Voi, cosa che non può che far avere brividi di piacere.

    @Giovanna
    Io spero che nessun pubblicitario passi mai per sbaglio sul tuo blog. Tralasciando la noia quasi esaltante che contraddistingue ogni singolo post e ogni argomento di dibattito che viene toccato qui, ma le considerazioni che vengono fatte sono quanto di più lontano, costruito, campato per aria e pretenzioso ci sia dal mondo della comunicazione fatta e pensata.
    La mia vuole essere una critica, tra l’altro da suo ex-studente e anche amante della semiotica. Ma veramente, un po’ di concretezza, un po’ di buon senso. E anche un po’ meno femminismo old school, che anche quello è cambiato (insieme alla comunicazione) negli ultimi vent’anni.

  38. Caro Non sono Mario Rossi: mi dispiace deluderti, ma questo blog è seguito e apprezzato da diversi pubblicitari (alcuni molto noti in Italia e nel mondo che, nel tempo, ho conosciuto personalmente proprio grazie alla condivisione di idee e valori discussi in questo spazio.

    Evidentemente, studiare troppa semiotica non ha fatto bene a te, quanto a comprensione del mondo. Succede nelle migliori famiglie, anche nella mia disciplina. D'altra parte, ciò che scrivi dice molte cose soprattutto su di te.

  39. Pingback: Le buone maniere a tavola | Tagliatelle al ragù

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