Il lupo e i tre porcellini su media e social media

Il 29 febbraio è uscito lo spot con cui il quotidiano inglese The Guardian promuove la sua presenza multicanale «web, print, tablet, mobile» e il progetto di Open Journalism che da mesi ha avviato (vedi «I tre porcellini e il lupo: la strada dell’Open Journalism del Guardian») (grazie a Guido per avermelo segnalato).

La pubblicità è interessante perché mostra come i social media possano, pur con frasi brevi postate a caldo, capovolgere l’interpretazione dei fatti trasformando le vittime in colpevoli e viceversa. Il che può essere un bene, se il capovolgimento porta all’accertamento dei fatti o addirittura a una mobilitazione sociale – come nello spot – ma anche un male, se serve solo ad accendere gli animi e allontanarli da una visione lucida di quanto accaduto. Posto che mai si riesca ad averla, questa visione, visto che la verità è sempre filtrata da qualcuno che la interpreta, che sia giornalista che scrive, cittadino/a che commenta, folla che scende in piazza o tribunale che assolve o condanna.

Ora, è inevitabile che lo spot del Guardian si chiuda in bellezza, valorizzando la prospettiva multimediale del quotidiano che, grazie anche alla collaborazione dei lettori, riesce a disegnare «the whole picture».

Ma se osserviamo ciò che negli ultimi mesi molti giornalisti della carta e della tv stanno facendo ad esempio su Twitter, viene il dubbio che i social media non stiano poi facendo così bene alla loro ricerca dell’obiettività e del «whole picture»: frasi ambigue, conclusioni avventate, animosità spesso gratuita.

Insomma, pare che a volte il/la giornalista prenda da Twitter il peggio del modo in cui i non giornalisti lo usano, invece di contagiare gli altri col meglio della sua professione: cura e precisione delle parole, adesione ai fatti, massima cautela prima di dare notizie che non siano adeguatamente verificate, massima chiarezza nel distinguere fatti da opinioni. Tutte cose che, pur in pochissime parole, si possono pur sempre fare. E che i giornalisti – più degli altri – dovrebbero fare sempre, sui social media e fuori.

PS: questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto quotidiano.

18 risposte a “Il lupo e i tre porcellini su media e social media

  1. Però io proprio GIovanna, un po’ perchè sono prolissa come struttura mentale, io non capisco come possa essere preso sul serio come forma attendibile di informazione anche con i dati ok e la sintassi ok e tutto bellino un coso che sputa assiomi de 140 caratteri. In spazi brevi non stanno comode le questioni complesse, mentre funzionano a meraviglia i calci negli stinchi. A meno che tu dici, beh segui una serie di twitter e ti fai un’idea, ma allora non è meglio il cro vecchio blog?

  2. Prima di tutto bisogna inquadrare twitter nel suo contesto d’uso, altrimenti si fa confusione. Per rispondere a zauberi qui sopra, certo che le questioni complesse si affrontano meglio in spazi più ampi e distesi come, appunto, il commentario di un blog (o un thread su facebook o via mail).
    Uno degli usi virtuosi di twitter è proprio quello che ne fa uno strumento di delivery per contenuti ospitati su altre piattaforme.
    Invece, come fonte d’informazione twitter funziona quasi esclusivamente nella dimensione del tempo reale (che è un illusione, ma Derrida teniamolo a margine se no ci perdiamo) come spazio della cronaca e sempre prestando attenzione alle marche del discorso.
    Tutto quello che esonda da questi e pochi altri argini rischia di rientrare in dinamiche di comunicazione che rispondono a logiche deteriori di opinion leading

  3. A me sembra un tema formidabile, questo dell’open journalism mediante social networks — troppe parole inglesi!🙂😦
    Grazie Giovanna e Guido.

    Che notizie e interpretazione dei fatti siano il risultato di un processo sociale complicato, con una evoluzione selettiva di molti punti di vista diversi, non è una novità.
    La novità è che nel processo (di produzione della notizia e di sua interpretazione) siano coinvolti, tramite i social networks, milioni di persone che prima ne erano praticamente fuori.
    Può funzionare per il meglio un processo così? Che cosa può determinare un funzionamento buono o cattivo? Domande immense.
    Due esempi positivi: la ricerca scientifica e Wikipedia.

    Problematico mi sembra il ruolo dei giornalisti, che di mestiere si occupano di cose di cui non sono esperti, o su cui hanno una competenza molto limitata. Come possono gestire il processo? (domanda genuina, non retorica).

    Queste sono riflessioni ingenue. Immagino che sull’argomento ci sia una letteratura importante, che non conosco.
    Giovanna, aiuto.🙂

  4. @Ben scrive:”La novità è che nel processo (di produzione della notizia e di sua interpretazione) siano coinvolti, tramite i social networks, milioni di persone che prima ne erano praticamente fuori. Può funzionare per il meglio un processo così?[…]”

    E per quale motivi milioni di persone dovrebbero essere un viatico per la ricerca della verità e non della cacofonia?
    Personalmente ritengo che la bellezza della filosofia di Twitter (un limite di caratteri ideati per una ricerca della sintesi e della pertinenza) sia completamente inutile nel momento in cui non c’è limite al numero di twitter che quello stesso utente possa produrre nell’intervallo di tempo. Stiamo parlando di bulimia, che d’altronde è lo stesso problema dei giornali: produrre comunque un numero di notizie tale da riempire spazi di pagine non variabili in funzione della rilevanza della notizia (le 60 pagine di Repubblica rimangono tali sia che scoppi una guerra, sia che scoppi un seno alla Parietti).

    Ehi, wikipedia o la ricerca scientifica funzionano in modo simile tra loro e in modo totalmente dissimile dai social network. Nei secondi ognuno può dire quello che vuole in un suo spazio più o meno autogestito, e il successo o meno di un argomento dipende dalla vastità della rete in cui quell’argomento appare. Quantità, non qualità. Serra non è molto attaccabile nella sua critica ai social network se non per il non trascurabile dettaglio che il suo giornale riproduce gli stessi difetti, solo in modo più posh e gauche caviar. Nei primi invece ci sono filtri stringenti, quindi comunità che escludono altri dalla pratica inquinante del rutto libero. Su wikipedia tu puoi creare la pagina su un argomento irrilevante ai più e ritenere questa una libertà assoluta. Ma nel momento in cui l’argomento supera una soglia critica di importanza, rilevanza, partecipanza, si creano automaticamente microcomunità di esperti (e quindi gerarchie, oibò) che in funzione di un’autorevolezza progressivamente maturata in loco diventano veri e propri filtri rispetto alle invasioni argomentative non pertinenti o arbitrarie.
    La ricerca umanistica è molto simile ai social network e la citazione di un testo, o di un articolo, viene spesso considerata come se la sua pubblicazione rappresenti di per sé una certificazione di qualità e non lo spunto che la comunità è tenuto a confutare fino allo sfinimento prima di dare l’imprimatur.
    Nella ricerca scientifica per scalzare una verità occorre trovarne una che spieghi più della precedente o sintetizzi ciò che è già spiegato in modo eterogeneo. Quindi se una cosa deve funzionare occorre filtrare e spazzare via immediatmente e con efficienza ciò che è falso (fattualmente e teoricamente), perché più resta in giro la tesi scartata e più facilmente farà proselitismo.
    È chiaro che il Guardian faccia il paraculo cercando di trasformare le debolezze in forza: un’editoria in perenne calo di fatturati non potrà che sfruttare i blogger cercando di fagocitarli in una comunione di intenti e fare un’asfissiante pubblicità a quell’aggeggio ancora senza arte né parte che si chiama tablet nel tentativo di creare un nuovo medium che sostituisca il morto nella bara dell’informazione. Come si cambia per non morire.
    Qual’è la morale della storia? Che non mi interessa sapere se ad essere colpevoli fossero i porcelli o il lupo. Perché? Perché, gaffes delle gaffes, si parla di favole. Ovvero la materia di cui sono fatti i media.

  5. Ritengo a questo punto indispensabile una precisazione.
    Il Guardian è una testata europea all’avanguardia in quello che,nel mondo editoriale e giornalistico, al momento è considerato l’obiettivo principale per un giornale online , ovvero l’ “engagement”. Ovverossia il coinvolgimento. (ovviamente anche per motivi economici…)
    Come ho scritto nell’articolo che Giovanna ha linkato all’inizio del suo post, il trailer è solo un messaggio pubblicitario che fa parte di una campagna anche più complessa, fatta di altri messaggi.
    Attraverso “Reality Check” e “News Desklive” Guardian mette in campo una strategia a 360° per coinvolgere il lettore e farlo diventare protagonista dell’informazione.
    Quella dei social media è solo una delle facce di questo prisma informativo che il Guardian utilizza nella sua strategia di Open Journalism.
    Il morale della storia, non è la storia. Ovvero non è importante chi è il colpevole. Ma comprendere che oggi l’informazione è il risultato di un processo transazionale di confronto/verifica e suscettibile di modifica o di conferma, ottenuto attraverso la partecipazione della gente, ì social network, le survey e tutti gli strumenti possibili dell’intelligenza collettiva condivisa
    E’ invece molto importante, soprattutto per il nostro paese, l’attenzione che Giovanna pone sull’uso dei social media, un uso distorto a volte, a volte non compreso o mal compreso, come nel caso della recente polemica di Michele Serra.
    Quello che io, personalmente, trarrei dal post di Giovanna è : non è lo strumento (il medium) che fa l’informazione, ma chi lo utilizza. E come.
    Che ne pensi Giò?

  6. Io ho posti qualche interrogativo senza dare una risposta, che non ho, anche se poteva trasparire un certo ottimismo.
    Ma davvero non so.

    Ho menzionato ricerca scientifica e Wikipedia come modelli positivi, non ho detto che l’open journalism possa avvicinarsi in futuro a qualcosa del genere. Avvicinarsi, muoversi in una direzione simile: non lo so, se possa o non possa.
    Il mio briciolo di ottimismo è influenzato dalla frequentazione di un blog, http://noisefromamerika.org/, che si avvicina spesso a un dibattito scientifico. Talvolta anche questo blog, grazie a Giovanna e a partecipanti come Ugo e altri.😉
    Non è giornalismo, ok, ma insomma.

    Ugo dà delle risposte ai miei interrogativi, identificando differenze insanabili. Magari ha ragione.

  7. “avvicinarsi in futuro”. Leggi: “avvicinarsi in un lontano futuro”.😦

  8. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  9. Antonio Rossano: “non è lo strumento (il medium) che fa l’informazione, ma chi lo utilizza. E come.”
    Se “chi” e “come” si riferisce solo a caratteristiche personali, stento a essere d’accordo.
    Bisogna che il mezzo, il suo uso, la sua gestione, abbiano caratteristiche tali da selezionare il grano e scartare il loglio. Ricerca scientifica e Wikipedia lo fanno, imperfettamente ma lo fanno.
    Se e come possa farlo, in qualche misura, l’open journalism, e simili, questo mi sembra il punto. Dipende da come il tutto si organizza.
    Sarò ottimista, ma penso che più che discuterne in teoria serva provarci in pratica.

  10. @Ben scrive: “Sarò ottimista, ma penso che più che discuterne in teoria serva provarci in pratica.”
    No, Ben, perché se qualcosa non funzione già a livello di teoria non si vede per quale motivo possa funzionare in pratica. Sempre che qualcuno non venga fuori compiendo argomentativamente harakiri e sostenendo che in pratica le cose funzionano diversamente dalla teoria. Anche perché in questo caso la domanda sarebbe: e allora tu cosa studi a fare?

  11. There are more things in heaven and earth, Ugo,
    Than are dreamt of in your philosophy.
    Charles Darwin😉

    Scherzi a parte, credo non sia possibile prevedere tutti i possibili modi in cui potrebbe organizzarsi l’open journalism. L’evoluzione culturale, come l’evoluzione biologica, è troppo complessa per essere pienamente prevedibile.
    Detto questo, se potessimo controllare come saranno andate le cose fra 30 anni, non scommetterei più di 100 euro contro di te, confidando anche nella svalutazione.🙂

  12. C’è un grosso equivoco sul determinismo tecnologico che scaturirebbe dalla celebre frase: “il medium è il messaggio”. L’articolo di Serra è stato attaccato con la consueta tecnica da sofisti: portare al limite ciò che ha detto il tuo avversario e quindi facendo sembrare la sua opinione come una rigida e deterministica generalizzazione. A questo punto lanciare strali verso le generalizzazioni diventa un gioco da ragazzi.
    Guardiamo alla cosa da un punto di vista logico. Se io sono costretto ad usare un medium il cui limite di caratteri è 140, non si vede per quale motivo io non debba fare una riduzione di un pensiero complesso in uno più breve. Fin qui è considerazione condivisa e pacifica. Poiché, come ci insegnano i detrattori di McLuhan il medium non è il messaggio, ne consegue che la libertà soggettiva di ciascuno non è imposta dal medium in modo rigido e totalmente prevedibile. L’aspetto curioso è che è proprio da questa critica al Medium rigido che si consegna la ragione ai vari Serra. Infatti se ciascuno è libero di rimanere se stesso attravero i 140 caratteri, non potrà che replicarvi la sua natura. E poiché statisticamente i poeti e gli aforisti sono pochi, il risultato è che il nuovo medium darà una nuova possibilità di parola soprattutto a coloro che senza quel medium avrebbero evitato di cimentarsi nella sfida a dir cose intelligenti in 140 carratteri. Ne segue che il medium è il messaggio (non nel senso banale che il medium è il canale): ovvero il numero di messaggi irrilevanti è figlio putativo di quel medium, e senza quel nuovo medium non avresti prodotto quegli specifici messaggi. Si obietterà che se il medium è il fucile, la sua esistenza non ci priva della scelta, non ci obbliga a sparare o a non usarlo come porta fiori. Ma il punto è che nel momento in cui quel medium esiste aumenterà necessariamente il numero di spari, in relazione alla distribuzione statistica delle personalità di chi lo usa. E se quel medium non esistesse quegli spari non sarebbero esistiti.

  13. @Ben
    Ma quello non era Darwin, era l’Orazio di Shakespeare? Lo stesso favoliere che coerentemente fa dire a Prospero che “we are such stuff as dreams are made on”.🙂

  14. Ciao Giovanna e tutti,
    a proposito di questo post, vorrei segnalare che è nato un sito web http://ilpopolodellaretenonperdona.tumblr.com/ che raccoglie tutti gli articoli in cui i media tradizionali citano o “usano” contenuti dei social media a scopo di informazione o a scopo di dis-informazione.
    In effetti dal mio punto di vista il confine è molto labile. A volte “la rete” muovendosi e commentando a suon di tweet, commenti su pagine facebook, post ecc ecc può far emergere un sentore generale che può essere classificato come informazione, altre volte invece questo #popolodellarete di fatto non esiste, ed è semplice per un giornalista estrapolare 2 o 3 messaggi che vanno nella stessa direzione per trasformarli in un sentore generale per fare da cappello “moderno” alla chiusura di un articolo.
    In questo secondo caso, vedo una trasformazione delle idee, o del peso delle idee, nel senso che un post scritto da una persona può trasformarsi in un post che ha un valore molto più alto se viene considerato il simbolo di un movimento (il popolo della rete ha detto…) e viene riproposto da un media nazionale.

    A mio parere, è difficile uscire da questo binomio. Soltanto il giornalista può farlo, spiegando con coerenza il perchè dell’utilizzo di una citazione e contestualizzando debitamente la propria informazione.
    D’altronde il problema non è nuovo e mi ricorda quei giornalisti che vanno per la strada a fare delle domande alla gente comune e dopo quando si trovano in fase di montaggio scelgono quali risposte sono più adatte a formare il puzzle del suo discorso.
    La differenza è che la rete è enorme e le interviste non bisogna andarsele a prendere per la strada, perchè le strade della rete hanno la caratteristica di dotare tutti di un microfono.
    tutto dipende dall’onestà o faziosità del giornalista, e dalle scelte in fase di montaggio😉

  15. @Marco
    Sempre a proposito di equivoci, chi ha autorizzato a pensare che un giornalista sia un ricercatore di verità, in un’assimilazione della sua professione a quella del magistrato o del giudice? Un giornalista è un produrre d’informazione, nient’altro. Attribuire una connotazione di verità al suo operato è un azzardo arbitrario e indebito.
    Ricordiamo a tutti il Primo Comandamento delle rispettive professioni.
    La legge è uguale per tutti (Giudice).
    Una notizia non è un cane che morde un uomo ma un uomo che morde un cane (Giornalista).
    Ne segue che chiunque confonda il secondo con il primo sta sognando una fiaba scritta dai favolieri per descrivere se stessi.

  16. @Ugo
    Era Shakespeare, certo, ma lui e Darwin, da me interpellati, hanno acconsentito. Ti salutano.😉🙂

  17. @Ugo
    Chiaro, la ricerca della verità è un’utopia e non mi sento di chiederla a nessun giornalista, ma l’onestà nel citare una fonte, la capacità di contestualizzare e non estrapolare, l’obiettività di dar il giusto peso a una notizia sono dal mio punto di vista componenti fondamentali per permettere al giornalista di continuare sempre ad essere performante nel tenere il cane al guinzaglio, e non cadere a un’inversione dei ruoli!
    Per quanto riguarda il fatto che la legge è uguale per tutti… bè, sono totalmente d’accordo. Ma questo non avviene(almeno in Italia negli ultimi anni mi sembra palese) e se la gente continua a non accorgene, probabilmente è anche perchè negli ultimi anni stiamo assistendo a… una rivolta dei cani!

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