L’interculturalità può ridare credibilità alla comunicazione?

Mi lamento spesso, in questo spazio, di quanto sia bistrattata la comunicazione in Italia. Da tutti: politici, aziende, istituzioni. Persino molti studenti in Scienze della comunicazione la bistrattano: quando studiano poco e tirano a campare. Col risultato che, una volta laureati con esito risicato, non faranno che abbassare anche loro – ulteriormente – il già basso livello della comunicazione italiana.

Ma io tiro avanti imperterrita, sapendo che comunicare vuol dire entrare in relazione con gli altri e che da ciò nessuno può prescindere: è questo il senso di comunicazione più profondo e autentico. Per cui vale la pena tenere alta la bandiera.

Detto questo, è bello scoprire chi la pensa come me, specie se viene da lontano e tocca un tema oggi fondamentale e delicato: la comunicazione interculturale. Ecco cosa scrive sul blog Stracomunitari Mohamed, che è nato a Casablanca ma vive a Senigallia:

Interculturalità

Sarà per via della pubblicità, ma è diffusa la sensazione, quando si parla di comunicazione, che sia anche un argomento frivolo, roba cioè per imbonitori e venditori vari. Questa sensazione di frivolezza forse è dovuta anche ad alcuni professionisti della comunicazione, non per niente detti anche “guru”. Sarà per quel loro fare sempre un po’ sopra le righe, il loro gesticolare spiritato e l’afrore di santità che emanano nelle loro convention. Fatto sta che ho sempre nutrito sospetti sull’eccessiva vitalità delle loro performance, e non mi capacito del perché i blitz antidoping debbano riguardare solo i ciclisti e non anche qualche oltremodo testosteronico professionista della comunicazione.

Poi c’è anche l’impressione che quando si parla di comuncazione si stia parlando di ultime novità. Probabilmente questo è dovuto al ritmo incalzante che caratterizza le novità tecnologiche in questo ambito; e perchè comunicazione oggi vuol dire internet con tutti i social media. Più novità di così!

Ma, come dovrebbero ricordarci più spesso quelli che sanno, comunicare, oltre a essere probabilmente il mestiere più vecchio del mondo, come lo è in effetti sapersi vendere, è anche un’arte antica. La Retorica, molto prima degli attuali corsi di comunicazione, è materia di studio e insegnamento ben più antica . Così come l’Oratoria. Insomma, l’arte di comunicare non è prerogativa dei soli venditori di saponette.

Credo perciò che occuparsi di interculturalità in termini di comunicazione possa essere un buon banco di prova per i professionisti della comunicazione, per misurarsi con un aspetto nuovo sì anche questo, ma strategico e non ancora degradato dalla mericificazione degli spot martellanti. Una buona occasione insomma per riguadagnarsi l’antica nobiltà o, come direbbero i comunicatori di oggi, recuperare in termini di credibilità (Mohamed Malih, «A voi comunicare»).

14 risposte a “L’interculturalità può ridare credibilità alla comunicazione?

  1. Media e multiculturalità: ne abbiamo parlato su Pluraliweb. Se vi interessa http://pluraliweb.cesvot.it/2011/02

  2. Bravo Mohamed! La mediazione culturale riscuote sicuramente piu’ rispetto e considerazione della comunicazione in senso ampio. …Sara’ che e’ piu’ immediato percepire i rischi della comunicazione interculturale, mentre in tanti pensano che basta un po’ di carisma per vendere le saponette.

  3. Il buono che può venire dal concetto di interculturalità per la comunicazione è che esistono nel mondo tante “culture della comunicazione” da cui prendere spunto, oltre all’importanza che dovrebbe avere alla base la comunicazione interculturale in sé. Su questo blog sono apparse riflessioni limitrofe, per esempio quella sullo strano fenomeno per cui il web, almeno in Italia, sembra avere un’agenda quasi sempre schiacciata sulla “provincia” italiana.
    A me comunque non sembra che la comunicazione sia così bistrattata, se non altro per quanto riguarda le dichiarazioni di principio; credo che il fenomeno sia conseguente a meccanismi più sottili: in particolare sono presenti contemporaneamente alcuni atteggiamenti che, quando sommati (e lo son quasi sempre), danno come risultante la poca attenzione per la comunicazione.

    1- Viviamo di comunicazione e la comunicazione è ovunque. Questo, oltre ad essere un dato di verità, è anche una coscienza oramai diffusa trasversalmente, nelle persone e nei dibattiti, tant’è vero che frasi come “siamo nel mondo/nell’era della comunicazione” hanno oramai quasi il ruolo che avrebbe un intercalare qualsiasi. È insieme un dato di fatto e un “pezzo” del dibattito.

    2- Questa coscienza viene collettivamente magnificata fino a raggiungere il rango di postulato, di significante vuoto. In questa “fase” c’è anzi una iper attenzione sulla comunicazione, accompagnata da una sua precisa retorica.
    Comunicare è “figo”, si deve comunicare!
    Il passo successivo ricalca quello che succede a tutte le categorie soggette ad alti tassi di retorica: vengono svuotate di significato.

    3- Quel “dovere” esserci, “dovere” inserirsi nel ciclo della comunicazione, diventa un “basta” esserci, un “basta” comunicare. Il “come” diventa un mero particolare. Quante campagne, quanti realtà del web, quanti prodotti della comunicazione danno l’impressione di un atteggiamento superficiale in fase di progettazione?
    Mentre proprio il mondo della comunicazione, proprio la sua importanza nel mondo, son lì tutti i giorni a ricordarci che è quel “come” ad essere discriminante.

  4. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  5. Scusate, ma in che senso interculturalità? Io cerco di vendere cross-cultural communication ad Amsterdam dal 1994, e se leggo farewell orwell qui sopra non mi sembra che stiamo parlando veramente della stessa cosa.

  6. In questo senso quindi la mia impressione è che l’ interculturalità dovrebbe prima di tutto dare credibilità a se stessa.

  7. @mammamsterdam
    No non considerare il mio commento, in effetti ero abbastanza OT…mi son concentrato sull’esprimere il perché, secondo me, c’è una certa disattenzione nei confronti della comunicazione, ma in generale…

  8. @ Francesca Olanda grazie.
    la mediazione interculturale riscuote più rispetto forse perchè assolve alla funzione primaria della comunicazione ( nell’accezione che ne dà Giovanna Cosenza). In più “gli altri” in questo caso rappresentano “l’altro” per eccellenza, e questo permette di evidenziare ancor di più gli spetti relazionali della comunicazione. Ma a parte questi aspetti non-profit, io credo che l’intercultura applicata alla comunicazione possa tornare utile anche ai “venditori di saponette”. questi ultimi però devono interessarsi di più alla comunicazione interculturale se vogliono relazionarsi con i bisogni specifici e le altre peculiarità che indirizzano i consumi di ben 5 milioni di immigrati.

  9. Molto opportuno questo interesse del blog di giovanna alla comunicazione interculturale, Fra l’altro, il suo contributo nel favorire la comprensione reciproca fra genti con codici diversi di esprimersi è importante per limitare che la comunicazione fra di esse sia monopolizzata da argomenti materialmente mercantilistici tipici di una avviliente mondializzazione materialistico-pubblicitaria..Angelo

  10. Facciamo allora un esempio mercantilistico, anni fa ricordo una opubblicità della Philips in Olanda in inglese, che fa tanto figo e si risparmia per lanciare in diversi paesi la pubblicità così com’ è tel quel. Si parlava di rasoi elettrici indicandoli come indispensabili non solo per il corpo – body, ma anche per l’ anima- soul. Bene. Peccato che a me l’ interculturalità ha insegnato che la contrapposizione anema e core caratterizza certi tipi di cultura di tradizione cristiana, ma che nel mondo anglosassone, per una serie di motivi storico-culturali che qui vi risparmio, la contrapposizione preferita è body-mind. Allora uno si chiede: la Philips ci ha pensato a farsi rifare una pubblicità per America e UK, o non ci ha fatto caso nessuno e solo io sto al mondo per fare le pulci al sesso degli angeli? Molte delle analisi comparative fatte da Giovanna in questo blog parlano proprio delle differenze nella pubblicità dello stesso prodotto di una multinazionale, per adattarsi ai vari tipi di cultura pubblicitaria, ma una cosa del genere? Qualcuno ha altri esempi?

  11. Se c’è un bacino non sfruttato di potenziali lettrici di quotidiani, qualcuna/o farebbe bene a provarci.
    Immagino che qualche tentativo ci sia stato. Di giornaliste e imprenditrici o manager brave ce ne sono non poche.
    Se non funziona, scoprire come mai, scoprirlo davvero, sarebbe importante, anche se forse niente affatto facile.

  12. Scusate, il mio post precedente (25 marzo, 10:17 pm) si riferiva a Quarto potere… maschile?

  13. @Mammaamsterdam
    …no, non sei l’unica a fare le pulci al sesso degli angeli! Hai visto a Schiphol (=aeroporto di Amsterdam, ndr) la pubblicita’ della Royal Gallery? La pubblicita’ invita a visitare la gallery, almeno perche’… offre free drinks! Il che ha sicuramente senso per il target olandese, ma ad es. a me, figlia del Bel Paese, quasi mi offende: dovrei visitare un museo perche’ mi offrono vino da supermercato?!
    Ma se e’ a Schiphol…il target non e’ internazionale?! non si rivolge per caso ai turisti?!

  14. Da aspirante “e-nonno”, che ha visto arrivare l’e-mail prima che ci fossero “e-persone” capaci di servirsene, tento una condivisione “operativa in modo raffazzonato” via G + [usabile – volendo – come se fosse un “Main Program” in attesa di “Subroutine” che ne permettano “compilazione”, “caricamento” ed “esecuzione”] https://plus.google.com/u/0/101438010163979157405/posts/TBvQ6Key6BY

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