Archivi del mese: marzo 2012

Il lupo e i tre porcellini su media e social media

Il 29 febbraio è uscito lo spot con cui il quotidiano inglese The Guardian promuove la sua presenza multicanale «web, print, tablet, mobile» e il progetto di Open Journalism che da mesi ha avviato (vedi «I tre porcellini e il lupo: la strada dell’Open Journalism del Guardian») (grazie a Guido per avermelo segnalato).

La pubblicità è interessante perché mostra come i social media possano, pur con frasi brevi postate a caldo, capovolgere l’interpretazione dei fatti trasformando le vittime in colpevoli e viceversa. Il che può essere un bene, se il capovolgimento porta all’accertamento dei fatti o addirittura a una mobilitazione sociale – come nello spot – ma anche un male, se serve solo ad accendere gli animi e allontanarli da una visione lucida di quanto accaduto. Posto che mai si riesca ad averla, questa visione, visto che la verità è sempre filtrata da qualcuno che la interpreta, che sia giornalista che scrive, cittadino/a che commenta, folla che scende in piazza o tribunale che assolve o condanna.

Ora, è inevitabile che lo spot del Guardian si chiuda in bellezza, valorizzando la prospettiva multimediale del quotidiano che, grazie anche alla collaborazione dei lettori, riesce a disegnare «the whole picture».

Ma se osserviamo ciò che negli ultimi mesi molti giornalisti della carta e della tv stanno facendo ad esempio su Twitter, viene il dubbio che i social media non stiano poi facendo così bene alla loro ricerca dell’obiettività e del «whole picture»: frasi ambigue, conclusioni avventate, animosità spesso gratuita.

Insomma, pare che a volte il/la giornalista prenda da Twitter il peggio del modo in cui i non giornalisti lo usano, invece di contagiare gli altri col meglio della sua professione: cura e precisione delle parole, adesione ai fatti, massima cautela prima di dare notizie che non siano adeguatamente verificate, massima chiarezza nel distinguere fatti da opinioni. Tutte cose che, pur in pochissime parole, si possono pur sempre fare. E che i giornalisti – più degli altri – dovrebbero fare sempre, sui social media e fuori.

PS: questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto quotidiano.

Twitter: Tried&Tested (seconda puntata)

Seconda puntata di «Twitter: Tried&Tested» di Paolo Giacomini, pubblicato anche su La rivista intelligente (QUI la prima puntata).

Twitter seconda puntata

Su Twitter se sei lì che stai scrivendo e sei nel bel mezzo del discorso succede che proprio in quel momento ti finiscono i 140 caratteri che hai a disposizione. È crudele ma è così.

Su Twitter quando ti finiscono i 140 caratteri non c’è mai una ragione.

Su Twitter nei 140 caratteri non ci stai mai dentro e c’è sempre poco spazio. Nemmeno per i sentimenti c’è spazio. E anche questo è alquanto crudele.

Su Twitter non è come su Facebook e l’amicizia non c’è. Neanche a volerla comprare.

Su Twitter al posto dell’amicizia c’è che ci si può seguire gli uni gli altri.

Per seguire qualcuno devi cliccare sul suo pulsante segui. Le prime volte stai lì a ragionarci se cliccare poi dopo vai via liscio in scioltezza. Clic.

Su Twitter il pulsante precedi lo cerchi disperatamente ma non c’è. Puoi solo seguire. Boh.

Su Twitter più sono quelli che ti seguono e più sei un VIP. E viceversa.

Un VIP su Twitter non è che deve sbattersi molto per farsi seguire. Tutti lo cliccano spontaneamente.

Se invece tu di tuo non sei già un VIP per farti seguire da qualcuno su Twitter saresti capace di fare di tutto. E dico di tutto.

Su Twitter se ti accorgi che ti sta seguendo una in tanga vuol dire che quella vorrebbe offrirti qualcosa fuori da Twitter. E allora stai lì a ragionarci se seguirla a tua volta. Parecchio ci ragioni. E poi niente. Clic.

Su Twitter è gentilezza scrivere un messaggio per ringraziare chi ti sta seguendo. Poi in genere qualcuno ti risponde.

Formigoni il messaggio per ringraziare chi lo segue su Twitter lo ha scritto anche in inglese. E sembra che nessuno lì gli abbia risposto.

Su Twitter si può decidere anche di non seguire più qualcuno che si stava seguendo. Lo si fa semplicemente cliccando sul suo pulsante non seguire più. È crudele ma è così.

Se decidi di non seguire più qualcuno su Twitter non c’è problema. Si vede che hai le tue ragioni. Clic.

Quando invece ti accorgi che qualcuno ha deciso di non seguire più te allora lì è una tragedia. Perché è come quando finisce un amore così com’è finito il mio. Non c’è mai una ragione. È crudele ma è così. (Pubblicato anche su La rivista intelligente.)

Le buone maniere sono forma o sostanza?

Comincio la settimana con un interrogativo che pare cosa d’altri tempi ma non lo è, stimolata dall’ultimo spot di BBQ Rancher, la catena inglese di fast food basati su carne di pollo (grazie a Guido per avermelo segnalato). Lo spot mette in scena atti di maleducazione reiterati nei confronti di una «Lady»:

Ma la maleducazione è indipendente dalle differenze di genere, perché oggi – è esperienza quotidiana di tutti – questi comportamenti provengono in modo indifferenziato da donne e uomini di tutte le età: ragazze e ragazzi, adulte e adulti, anziane e anziani. E non si tratta di rispettare o meno qualche galateo o di cedere o meno a formalismi, ma di rispettare o meno gli altri. Di smetterla cioè di pensare solo e ossessivamente a se stessi.

È utile per la riflessione il libro di Gabriella Turnaturi Signore e signori d’Italia. Una storia delle buone maniere, Feltrinelli, 2011, da cui riprendo un brano:

«”Non ti avevo visto”, dice il giovanotto che travolge una signora all’imbarco dell’aliscafo per Capri. “Non ti avevo visto”, afferma la bella ed elegante signora che ti sorpassa nella fila per i taxi. Caduta l’ipotesi poco credibile di un’epidemia che ha colpito gli occhi degli italiani, forse si può spiegare quella stupefacente dichiarazione di cecità temporanea con il fatto che si è affermato, nella coscienza e nella mente, nella percezione e nella convinzione, quel nuovo credo che si mette subito in pratica e che recita: “Tu non esisti”; “ti ho eliminato dalle mie percezioni e dai miei interessi”; “esisto solo io e tu non sei nessuno”. Una moderna versione dello spagnolesco “fate luogo” di manzoniana memoria. O forse una nuova prossemica che fa dello spazio non un luogo fisico e socialmente definito, ma una propria creazione e proprietà in cui ci si muove a piacimento e liberamente. Al liberismo del mercato sembra seguire anche un liberismo spaziale che fa sì che con protervia e arroganza s’ignori l’idea che quella strada, quella piazza, quel marciapiede possa essere “comune” e non terra di conquista del più forte o di chi si autodefinisce più meritevole. […] In questo contesto ci si trova a sussultare, sorpresi e quasi spaventati, quando qualcuno chiede scusa, ringrazia o si rivolge con il lei, come se ci si trovasse all’improvviso accanto a un alieno.» (Gabriella Turnaturi Signore e signori d’Italia. Una storia delle buone maniere, Feltrinelli, 2011, pp. 240-241)

La comunicazione patinata di «Il nostro tempo è adesso»

La rete «Il nostro tempo è adesso – La vita non aspetta» ha lanciato la campagna per la mobilitazione del 19 marzo, al grido di «In piazza contro la precarietà».

Ecco un altro esempio di quella che chiamo SpotPolitik: una comunicazione politica fatta più di immagini patinate e slogan generici che di contenuti concreti e proposte stringenti. È vero che, nel caso di un movimento di protesta, la pars construens è giocoforza meno rilevante della pars destruens. Ma in questo caso:

(1) La grafica coordinata (giallo, nero e tracce di rosso) stride con l’idea stessa di protesta. È come dire di essere poveri e andare in giro griffati: non importa se i pantaloni di marca te li hanno regalati o prestati, il risultato è comunque incoerente e come tale poco credibile (clic per ingrandire).

Precari con immagine coordinata

Striscione «Monotonia portami via»

(2) Le facce dei «nemici» Monti e Fornero sono rese in modo caricaturale (smorfie, rughe in evidenza, sguardi stralunati o luciferini), come si fa in ogni protesta che si rispetti. Ma stavolta la caricatura passa da fotografie in primo o primissimo piano, che inducono a concentrare l’attenzione più sui soggetti fotografati che sull’intervento di chi ha scelto (e/o fotoritoccato) quegli scatti. È come se i manifesti ci dicessero: «Guarda quanto sono brutti, combattiamoli per questo». In altre parole: una caricatura disegnata a mano mette in rilievo l’abilità del caricaturista, la sua capacità di mostrarci tratti del soggetto caricaturizzato a cui non avevamo pensato; una fotografia impietosa ci fa pensare alla bruttezza fisica del soggetto ritratto: chiunque, se fotografato nel momento storto, può apparire orrendo, ma che senso ha evidenziare – per protesta – le rughe, le macchie e il naso di un ministro o un presidente del consiglio? Non sarebbe meglio scegliere altre immagini per protestare contro questo e quel provvedimento, spiegando in tre parole perché? (Clic per ingrandire.)

Fornero reddito minimo garantito

Monti flessibilità

3) Ostentare rughe e macchie di qualcuno vuol dire sottolinearne anzitutto la vecchiaia: non a caso «Il nostro tempo è adesso – La vita non aspetta» si autodefinisce come una «rete di realtà giovanili» e la battaglia pare soprattutto generazionale, anche se si dicono pure dalla parte dei «padri» precari o senza lavoro.

Ho più volte spiegato, QUI e altrove, perché diffido oggi in Italia delle bandiere generazionali: se va bene sono vuota demagogia (si difendono i giovani solo a parole), se va male implicano scegliere le persone «in quanto giovani» e non in quanto preparate, serie, competenti, oneste; o dimenticare che i problemi del paese non riguardano solo i 15-24, gli under 30 o under 40 a seconda di chi si definisce «giovane», ma fasce di popolazione anagraficamente trasversali.

Inoltre, la coerenza di un uomo e una donna di governo vanno misurati sulle loro azioni, non sull’età che hanno, come suggerisce questa immagine (clic per ingrandire):

Monti 68 anni

Uomini single e mogliettine alle prime armi

Mi scrive Francesco, segnalandomi i testi che accompagnano le offerte di alcuni siti di coupon:

«Sono iscritto a diversi servizi, con soddisfazione media, e mi colpiscono sempre le descrizioni (che immagino redatte da qualche stagista non pagato o neolaureato sottopagato) dei beni in offerta. Ci sono alcune categorie di beni (legati ai lavori domestici o alla sessualità, come preservativi, sex toys, eccetera) che davvero paiono provenire da un’altra epoca: “il femminile” viene descritto nel 2012 in maniera non troppo diversa dai periodici degli anni ’50.

Pesco a caso da it.groupalia.com, dove un servizio di lavanderia e stireria è accompagnato dal testo: “Vi è mai capitato di lavare un giaccone, sbagliare lavaggio e farlo diventare di un colore improbabile o di 2 taglie in meno? Tutto questo non succederà mai più grazie a Groupalia! Lavaggio ad acqua oppure a secco di 2 giacconi di qualsiasi dimensione/modello.

Per tutti gli uomini single, per tutte le mogliettine alle prime armi… problema lava e stira risolto!”. Per chi è pensato questo annuncio? Per uomini e donne che vivono oggi o nel 1955?

Lavastir

E ce ne sono molti altri, di esempi simili, in cui la donna deve comunque compiacere l’uomo, con una buona minestra o con un vestitino di pizzo in acrilico. La cosa potrebbe essere (ahinoi) interessante per il tuo blog?».

Lo è, caro Francesco, perché mostra come gli stereotipi di genere siano ancora più diffusi, subdoli e ancorati a modelli stravecchi di quanto emerge dagli spot e dalle campagne affissioni di cui spesso ci occupiamo in questo spazio. Com’è possibile che «un/a giovane stagista o neolaureato/a sottopagati» abbiano ancora in testa un immaginario anni ’50? Peggio ancora, poi, se fosse un/a adulto/a ben pagato/a, a scrivere quei testi (cosa che non credo).

E rilancio: chi mi aiuta a collezionare testi come quelli segnalati da Francesco? Grazie.

I problemi di comunicazione della Commissione europea

Mi segnala Eugenio, che da anni vive e lavora a Bruxelles, il caso di uno spot del DG Enlargement della Commissione europea, che è stato subito ritirato perché accusato – in rete e su tutti i media – di rappresentare in modo «razzista» le civiltà non europee, con particolare danno nei confronti del mondo orientale, musulmano e afroamericano.

Questo è lo spot:

E questa è la risposta con cui la Commissione si è scusata (e giustificata) dopo aver ritirato lo spot:

We have received a lot of feedback on our latest video clip, including from people concerned about the message it was sending.

It was a viral clip targeting, through social networks and new media, a young audience (16-24) who understand the plots and themes of martial arts films and video games. The reactions of these target audiences to the clip have in fact been positive, as had those of the focus groups on whom the concept had been tested.

The clip featured typical characters for the martial arts genre: kung fu, capoeira and kalaripayattu masters; it started with demonstration of their skills and ended with all characters showing their mutual respect, concluding in a position of peace and harmony. The genre was chosen to attract young people and to raise their curiosity on an important EU policy.

The clip was absolutely not intended to be racist and we obviously regret that it has been perceived in this way. We apologise to anyone who may have felt offended. Given these controversies, we have decided to stop the campaign immediately and to withdraw the video.

Stefano Sannino, Director General of DG Enlargement

Poiché oggi sono davvero molto di fretta (moltissimo, scusate!), lascio alla comprovata abilità analitica dei lettori di Dis.amb.iguando il compito di commentare (se lo desiderano) spot e comunicato di scuse. 😀

Consigli a un/a giovane (e meno giovane) che cerca lavoro

Alcuni suggerimenti utili per un/a giovane che cerca lavoro (con una laurea nel settore umanistico ma non solo) vengono dal sito Nuovo e utile di Annamaria Testa, che ieri ha aperto sul tema:

  1. A partire dalla vostra formazione e dalle vostre capacità, cercate di capire a quale profilo professionale potreste aspirare. E di capire qual è il nome di quel profilo. Siate specifici.
  2. Informatevi sull’azienda alla quale vi state rivolgendo, e fate capire che ne sapete qualcosa. Ricordate che la prima, o una delle prime domande di qualsiasi colloquio è “che cosa sa lei della nostra azienda?”
  3. Quando dico “documentatevi” intendo “dedicate diversi giorni” (non qualche decina di minuti). Siate sistematici. Approfondite.
  4. Prima cominciate, meglio è. Un lavoro non si trova subito. Possono essere necessari mesi (cinque in media. Ma date un’occhiata a tutti gli altri dati a questa pagina). Iniziate a guardarvi in giro e a documentarvi prima ancora di finire la tesi. E se siete così fortunati da trovare un’opportunità interessante, acchiappatela al volo.
  5. A proposito di rete: considerate che ormai è un luogo frequentato dalle imprese per la ricerca di info sul personale.
  6. Siate accurati. Un curriculum pieno di refusi viene cestinato. Un curriculum disordinato o sgrammaticato viene cestinato. Una mail d’accompagnamento superficiale, generica o poco cortese fa una pessima impressione. E aggiungetele sempre, due righe (mirate) di accompagnamento.
  7. Non aspettatevi che tutti vi rispondano: purtroppo non succede. Ma cercate comunque di trasmettere, in quanto scrivete o dite, il vostro entusiasmo, la vostra disponibilità, la vostra speranza e la vostra dignità di giovani donne e uomini che stanno affrontando una sfida importante, e vogliono farlo al meglio.

Altre dritte, sempre di Annamaria Testa, si trovano QUI e QUI.

Arnald Lobby del lavoro

Lo stesso tema è stato ripreso anche da Luisa Carrada, che ha riportato lo stralcio di una lunga intervista («Ripensare l’economia, riscoprire i valori») a un altro big della pubblicità, Giancarlo Livraghi. Ne riprendo un paragrafo importante, perché allarga il tema della ricerca del lavoro anche ai meno giovani, spesso dimenticati dalla retorica giovanilista che ricorre nel discorso politico e giornalistico dominante:

C’è un po’ di retorica nel pensare “solo” ai giovani, quando la situazione sta pesando su tutti. È diffusa, per esempio, la barbara stupidità per cui una persona di cinquant’anni, che in qualche pasticcio della “crisi” ha perso il lavoro, si sente dire che “è troppo vecchia” per poterne avere un altro. Così si perdono energie importanti – e si rischia anche di togliere il sostegno della famiglia ai giovani che non hanno ancora trovato un lavoro.

Per giovani e meno giovani, nonostante la crisi Livraghi è incoraggiante:

Non è mai del tutto vero che il lavoro “non si trova”. Non è facile, ma non è impossibile. La fatica, l’attesa, le delusioni possono essere snervanti – ma, presto o tardi, le occasioni ci sono. Occorre allargare la prospettiva, per scoprire anche percorsi diversi da quelli che si avevano in mente. Avere continuamente attenzione, ostinazione e pazienza – per capire dove si nascondono le possibilità. C’è il rischio che passino inosservate mentre si sta guardando da un’altra parte.

Leggi QUI il resto dell’intervista. A questo Luisa Carrada aggiunge – per giovani e meno giovani – un’attenzione al tema della passione. Consiglia infatti

di allargare la prospettiva e non fissarsi sul lavoro dei sogni. A volte alla prova dei fatti si rivela non essere affatto tale, mentre il lavoro dei sogni ti sorprende perché non lo avevi affatto sognato. A me, almeno, è successo così. Ci ho messo un bel po’, però :-) E in ogni caso mi ha aiutato il n° 5 di Steal like an artist: Side projects and hobbies are important. Mai mollare le passioni, soprattutto nei momenti peggiori.

Last but not least, ricordo una riflessione, sempre di Luisa, sul fatto che non basti mandare cv per trovare lavoro, né basti mandare mail: la telefonata e l’incontro faccia a faccia restano fon-da-men-tà-li anche in tempi di web avanzato.