Archivi del mese: aprile 2012

I primi dieci leader politici su Facebook

Ho trovato su Socialdon la classifica mondiale delle prime 15 fan page di politici su Facebook. Se fossi nello staff di un politico italiano, me le studierei  attentamente. Altri mondi, altri livelli, e mica solo per i numeri. È già interessante vedere che immagine hanno scelto come cover: c’è chi ci ha messo la famiglia, chi un paesaggio, chi se stesso da giovane, chi sta in mezzo alla gente e chi no.

Quanto ai numeri, osservo solo che Barack Obama, con oltre 26 milioni di “mi piace”, supera di molto Sarah Palin, che è seconda in classifica con circa 3 milioni e 300 mila “mi piace”, e si avvicina agli ordini di grandezza che su Facebook ottengono solo le pop star. Ma ancora deve lavorarci, perché Eminem, al primo posto su Facebook fra le celebrities, ha al momento circa 56 milioni di “mi piace” e Rihanna, al secondo posto, ne ha circa 55 milioni.

Riporto qui le prime dieci posizioni, con il link alla relativa pagina Facebook.

1. Barack Obama, Presidente degli USA, 26.171.273 “mi piace” (clic per ingrandire).

1.Barack Obama

2. Sarah Palin, politica americana, esponente del movimento ultra conservatore Tea Party, 3.320.535 “mi piace”.

2.Sarah Palin

3. Dalai Lama, leader della scuola Gelug del buddismo tibetano, 3.315.135 “mi piace”.

3.Dalai Lama

4. Noynoy Aquino, presidente delle Filippine, 2.254.666 “mi piace”.

4.Noynoy Aquino

5. George W. Bush, ex presidente degli Usa, 1.754.659 “mi piace”.

5.George W. Bush

6. Manny Villar, 25° Presidente del Senato delle Filippine, 1.656.121 “mi piace”.

6.Manny Villar

7. Mahathir bin Mohamad, ex Presidente della Malaysia, 1.639.611 “mi piace”.

7.Mahatir bin Mohamad

8. Mitt Romney, ex Governatore del Massachusetts, candidato repubblicano 2012 alla presidenza degli USA, 1.657.325 “mi piace”.

8.Mitt Romney

9. Arnold Schwarzenegger, ex Governatore della California, 1.585.386 “mi piace”.

9.Arnold Schwarzenegger

10. Heriberto Félix Guerra, Segretario dello Sviluppo Sociale, Messico, 1.478.218 “mi piace”.

10.Heriberto Félix Guerra

Era mia figlia

Dal blog di Giorgia Vezzoli:

«La stanza è chiusa, la luce spenta. Non è in casa.
Poggio la borsa sul tavolo. Mi levo le scarpe. Sono stanca.
Mi metto a cucinare. Prima o poi arriverà.
Vado in bagno. L’ha lasciato in disordine ancora. Dopo mi sente.
Torno in cucina. Spengo i fornelli.
Chiamo. Telefono spento.
La cena si fredda. Va beh, io comincio.
Richiamo. Telefono spento.
Non mangio più perché sono incazzata. Mando un messaggio e glielo dico, che sono incazzata.
Buio.
Chiamo una sua amica. Non c’è. Chiamo la mamma della sua amica. Non lo sa. Chiamo un amico. Niente.
Chiamo mia madre. Non l’ha vista. Chiamo suo padre all’estero?
Chiamo il 112. Spiego. Non mi sento meglio, dopo.
Aspetto.
Esco, la cerco e mi porto il cellulare. E se torna?
Aspetto.
Mi risolvo a chiamare mio marito.
Aspetto.
Mi richiama mio marito. Vuole tornare. Aspetta, magari non è niente. Richiamo i carabinieri.
Aspetto.
Mi faccio una tisana, tanto non dormo.
Aspetto.
Richiamo mio marito. Sta prendendo l’aereo.
Aspetto.
Aspetto.
Aspetto.
La stanza è chiusa, la luce spenta.»

Freshly Dug Grave Flower Rose at Srebrenica Genocide Memorial

«In Italia dal 2005 al 2011 sono state uccise 776 donne secondo i dati raccolti dalla Casa delle Donne di Bologna.
È dal 2006 che l’elenco dei femminicidi aumenta costantemente, superando la media di 120 l’anno, come afferma Cristina Karadole dell’associazione Casa Delle Donne Per Non Subire Violenza.
Dall’inizio dell’anno sono già 54 le vittime di violenza maschile su donne e bambini secondo il blog Bollettino di guerra. L’ultima è questa.
In Argentina il femminicidio è diventato reato» (dal blog di Giorgia Vezzoli).

Sheryl Sandberg, COO di Facebook, parla di gender gap

Ieri al panel «Women and the media» dell’International Festival of Journalism, ho citato la conferenza che Sheryl Sandberg, Chief Operating Officer di Facebook, ha fatto nel 2011 per il Commencement Day del Barnard College, la prestigiosa università newyorkese per sole donne della Columbia University.

È uno splendido discorso sul gender gap nel mondo, fatto da una top manager di 42 anni, che non  si occupa di gender studies, non si autodefinisce “femminista” e al momento riceve da Facebook uno stipendio base di 300.000 dollari, più circa 31 milioni di dollari in dividendi (dati 2011). Certo, molto meno di Mark Zuckerberg, ma… clic per ingrandire:

Mark & Sheryl

(Qui la fonte dei dati e dell’immagine.)

Un passaggio del discorso mi ha colpita, ed è quando Sheryl riprende dal celebre libro Half the Sky del 201o di Nicholas Kristof e Sheryl WuDunn, che ora è diventato il movimento «Half the Sky. Turning Oppression into Opportunity for Women Worldwide», questo concetto (cito a memoria): «Se la sfida del XIX secolo fu combattere lo schiavismo e quella del XX secolo combattere il totalitarismo, la sfida del nostro secolo sarà eliminare l’oppressione delle donne nel mondo».

Ti consiglio di ascoltare con grande attenzione il discorso, ma te lo consiglio ancor più caldamente se provi sempre (in modo più o meno nascosto o esplicito) un certo fastidio quasi fisico (alla pancia, alle mani, in testa o dove ti pare) quando, su questo blog e altrove, leggi o ascolti parole sui problemi delle donne in Italia e sul gender gap in generale. Perché ti sembrano i «soliti discorsi vetero, neo o post femministi», perché «che palle» e perché «le femministe sono ossessive, frustrate, brutte e sicuramente anche un po’ lesbiche».

Il gender gap è un gravissimo problema economico e sociale che riguarda tutto il mondo e tutti gli esseri umani, non poche vetero, neo o post femministe italiane.

Nuntio vobis gaudium magnum

Mi hanno rimproverata spesso, negli ultimi tempi, perché non dico mai dove vado: le conferenze cui partecipo, i libri (miei o altrui) che presento, i convegni in cui parlo, eccetera. Non lo dico qui, ma nemmeno fuori dal blog. E spesso neppure agli amici né alla mamma.

International Festival of Journalism

Perché no? Per queste ragioni principali:

  1. Perché non penso di stare al centro del mondo, sicché ciò che io faccio debba interessare per forza a chi mi legge o circonda.
  2. Perché farlo mi parrebbe un specie di vanteria, o almeno una caduta di stile.
  3. Perché ogni mese partecipo a così tanti incontri, convegni, conferenze e compagnia bella che, se ogni giorno dovessi annunciarli, non riuscirei a fare né dire altro.
  4. Perché già un secondo dopo aver scritto queste cose, mi do fastidio da sola (ma stavolta resisto: arriverò in fondo).
  5. Perché la rete, Facebook, Twitter e tutti i social media sono infestati di proclami: «Oggi parlo qui» (ed è la parrocchia del quartiere), «Domani presento il mio libro» (ed è stampato a spese dell’autore), «Fra un’ora sono in tv» (ed è una tv di condominio).

Però ultimamente i rimproveri sono stati davvero troppi. E qualche amica e amico ci sono rimasti pure male, come se li avessi trascurati e loro fossero gli unici a non sapere. E hai voglia di spiegare che non è così, ma niente: siamo rimasti con l’amaro in bocca. Io e loro. Perciò mi rendo conto che forse sono io sbagliare e qualcosa devo pur dire, ma non ho ancora capito come trovare un modo per me accettabile di segnalare cosa faccio senza venire in odio a me stessa.

Pare semplice, ma è un vero problema di comunicazione, che implica una riflessione sui confini fra relazioni personali e professionali, uso del blog e dei social media. Qualcuno ha qualcosa da suggerirmi?

In attesa di spunti, colgo l’occasione per annunciare (giusto per vedere l’effetto che fa) che oggi sto scrivendo da Perugia, perché partecipo (felicissima di farlo) a una delle iniziative più interessanti e vive che ci siano in Italia, l’International Festival of Journalism, fondato nel 2006 e tutti gli anni organizzato – assieme a decine di collaboratori e volontari – da Arianna Ciccone e Christopher Potter.

In particolare parlerò QUI.

Lavorare con una laurea umanistica. E con soddisfazione

Abbiamo detto più volte in questo blog (basta fare una ricerca con “stage e lavoro”) quanto siano frustrati e arrabbiati gli studenti, laureandi e laureati in Scienze della Comunicazione e affini, che tutti giorni sono costretti a convivere con il pregiudizio diffuso per cui nel mercato del lavoro non ci sarebbe “spazio per loro”. Eppure.

Eppure io continuo a sentire storie di laureati in Scienze della Comunicazione e in Semiotica che lavorano, sono ben pagati e molto soddisfatti. Sono anche i più bravi e preparati, questo va detto. Giovani che hanno frequentato l’università studiando molto. E bene.

I simboli della laurea

Esasperato da tutto il peggio che si dice sulle lauree umanistiche, Walter mi ha mandato la sua testimonianza. La condivido, perché possa essere di stimolo e incoraggiamento (premetto che Walter non si è laureato con me né al triennio né alla specialistica):

«Mi sono laureato in Discipline semiotiche nel 2008 con una tesi sulla vocalità e in particolare sul ruolo giocato dalla voce del leader nella comunicazione politica. Triennio in Scienze della Comunicazione, tesi su De André. Tutto a Bologna, tutto bellissimo.

Forse sono stato fortunato, sicuramente ho saputo “vendermi bene”. Fatto sta che sono passati quattro anni da quando ho lasciato Bologna e in questo periodo ho sempre lavorato.

Prima in un’azienda di Ancona. Cercavano qualcuno che si occupasse di email marketing, “perché abbiamo bisogno di una persona che sappia scegliere le parole giuste per convincere i clienti!”.

In realtà poi mi hanno permesso di fare molto di più, ovvero di introdurre un metodo di lavoro “scientifico”: dalla segmentazione del database all’analisi delle performance di ogni campagna, dall’individuazione dei migliori orari per l’invio ai lunghi brainstorming per la creazione dei testi.

Hanno avuto fiducia. Poi sono stati i risultati a confermare che la strada era quella giusta e siamo andati avanti così. Vanno ancora avanti così.

Infine me ne sono andato: per avvicinarmi a casa e assumere un profilo meno “commerciale”. E così da due anni sono un VUI (voice-user interface) Designer in un’azienda di Ascoli Piceno. Mi occupo di interazioni uomo-macchina basate sul linguaggio naturale: progetto applicazioni vocali e chat automatiche.

Il mio compito è rendere le interazioni non solo robuste ed efficaci, ma anche gradevoli e più simili possibile alle interazioni tra persone. È un lavoro che spesso sfocia nella ricerca pura, con l’obiettivo di spostare i limiti tecnologici sempre un pochino più in là.

Non sono la sola figura umanistica dell’azienda. Con me lavora Valeria, VUI Designer anche lei, mio stesso percorso accademico. E poi ci sono otto sviluppatori che ci supportano e sopportano quotidianamente.

Per fare un mini bilancio: sono convinto che il percorso formativo umanistico – e in particolare bolognese – sia stato decisivo, sia perché mi ha fornito competenze fondamentali, sia perché mi ha dato quella forma mentis che, fortunatamente, è sempre più apprezzata e ricercata nelle aziende.»

Perché lo spot Procter & Gamble sulle mamme fa piangere

È firmato dal regista messicano Alejandro González Iñárritu e dall’agenzia Wieden+Kennedy lo spot che Procter & Gamble, partner dei giochi olimpici di Londra 2012, dedica a «the hardest job in the world, the best job in the world», come definisce il lavoro della mamma. Per cui alla fine si dichiara «proud sponsor of moms».

Lo spot mette in scena quattro madri che, nei quattro angoli del pianeta (Londra, Rio De Janeiro, Los Angeles, Pechino), accompagnano i loro bimbi, giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, al successo olimpico. È un capolavoro: per fotografia, ritmo, sintesi narrativa, crescendo musical-emotivo. E per mille altre ragioni. Ma soprattutto perché è un congegno perfetto per far piangere. Tutti, mica solo le madri. (O almeno, tutti quelli che di solito piangono davanti ai film.)

Procter & Gamble commercial

Se sei mamma piangi per prima, perché riconosci nello spot i tuoi sforzi quotidiani. Piangi se ti senti di aver seguito (o di seguire) i figli come nello spot, ma pure se pensi di non aver fatto tutto ciò che avresti voluto, potuto o dovuto, perché in questo caso ti senti in colpa.

Se non hai figli lo spot ti frega lo stesso, perché comunque una madre ce l’hai o l’hai avuta. Perciò piangi se ti sei sentita amata come quei bambini: per somiglianza. E piangi pure se non ti sei sentita – abbastanza o per niente – amata come loro: per dolorosa differenza. Il che vale anche se sei un uomo, naturalmente (che tu sia padre o no): magari non piangi, perché molti non se lo permettono, ma ugualmente lo spot ti smuove dentro.

Ma pure se il tema della madre non ti tocca, lo spot può fregarti. E lo fa col frame sforzi per raggiungere un obiettivo o, meglio ancora, per ottenere il successo, ossessione globale ormai. Perché qui ci sta un po’ tutto: dagli studi per il diploma alla laurea, dalla conquista di un lavoro a quella di un amore. E anche stavolta, non importa che tu abbia raggiunto o meno i tuoi obiettivi, non importa che tu ti senta di successo o no: nel primo caso piangi per identificazione, nel secondo per esclusione. E se proprio non versi lacrime, resti lì come un allocco.

Poi ci saranno sempre i sapientoni – ovviamente – che di fronte allo spot innalzeranno barriere di rifiuto: perché «strappalacrime» (appunto) o semplicemente «perché è uno spot» (in effetti l’apparizione dei marchi finali è una frustata). Ma gli snob ci sono sempre e pazienza (magari hanno qualche problema con la mamma).

Resta il fatto che Wieden+KennedyAlejandro González Iñárritu hanno messo a punto uno dispositivo perfetto per colpire nelle viscere un target vastissimo: quello delle persone che hanno figli (alcuni), che hanno una mamma (tutti), o che si riconoscono nel mito occidentale del successo (molti).

E io? Sono una che piange davanti ai film, perciò ho pianto. Per cosa? Per uno dei motivi sopra elencati. Con una malinconia aggiuntiva, a spot finito, che mi viene dal constatare che, ancora una volta, si rappresentano le madri completamente sole. Dei padri ci sono pochissime tracce: davanti al televisore, nella famiglia cinese, e con un braccio sulla spalla della donna, nella coppia di colore. E ancora una volta si consolano le madri della loro immane fatica e solitudine dicendo loro che sono eroine, fate, superdonne, sante da adorare. Mica solo in Italia: in tutto il mondo. Sniff.

Per il Blogging Day contro la violenza sulle donne

Oggi è Blogging Day «contro lo stalking, il femminicidio e ogni altra forma di violenza sulle donne» indetto dall’Aied, che fino al 28 aprile raccoglie contributi sul tema, soprattutto – ma non solo – sui social network.

Blogging Day

Il mio contributo è invitare tutti a (ri)leggere l’interessante e costruttiva discussione (84 commenti) che si tenne su questo blog in occasione del 25 novembre scorso, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Trovi la discussione a questo link: “«Stai zitta cretina». E come sempre le campagne contro la violenza esprimono violenza”.

Oggi Aied mi ha chiesto di segnalare un video e la cosa mi ha messa in grande difficoltà: non conosco molti prodotti audiovisivi sul tema che mi convincano, perché di solito quando si cerca di rappresentare visivamente il problema della violenza sulle donne non si fa che confermare il frame «donna vittima», da cui bisognerebbe invece uscire una volta per tutte.

Fa in parte eccezione questo di sotto. Che certo da solo non basta e, a seconda del paese e delle culture maschili a cui si rivolge, andrebbe di volta in volta ripensato. Anche mostrando figure maschili intente in relazioni affettive, coinvolgenti e costruttive con le donne. Ma la direzione è quella giusta.

We are man. End Violence Against Women