Archivi del mese: aprile 2012

L’esempio (in parte) incoraggiante di una banca

Sulla scia di quanto abbiamo discusso in Donne, uomini e stereotipi professionali, ricevo e volentieri condivido questa riflessione:

Ciao Giovanna, sono una lettrice del tuo blog e cliente della Banca popolare dell’Emilia Romagna.

Volevo segnalarti che nella homepage l’immagine che la banca dà dei suoi clienti è prevalentemente femminile: tre su quattro nella foto.

In particolare mi ha positivamente colpito il fatto che la categoria “Imprese e liberi professionisti” sia rappresentata da una ragazza con un computer sotto braccio. Anche la categoria “Privati e famiglie” è un po’ diversa dal solito stereotipo di casalinga: la signora è molto curata e in camicia (sembra Licia Colò!). Certo, il ruolo “Soci” rimane una prerogativa maschile.

Secondo me siamo sulla buona strada. A presto, Viachesiva.

Sono abbastanza d’accordo con Viachesiva: cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno. E tuttavia, volendo sottilizzare, se le due donne più giovani avessero la schiena meno inarcata e l’espressione del viso meno ammiccante, sarebbero più adeguate – pur restando nel cliché visivo tipico di queste pubblicità – al contesto in cui si suppone che le persone si rivolgano a una banca: quando lavorano o comunque quando pensano a risparmi e conti personali. Clic per ingrandire:Homepage della BPER

Madonna e l’invecchiamento fisico

Ho sempre osservato con interesse il trasformismo fisico-stilistico di Madonna Louise Veronica Ciccone, perché vi ho sempre trovato una sintesi dei principali modelli che, di volta in volta, la musica pop mondiale propone ai nostri corpi.

Da qualche anno, poi, osservare le mutazioni di Madonna è interessante anche per capire quale sarà il modello di invecchiamento fisico che proporrà alle donne. Fin qui si è limitata a negare l’età che avanza: compie 54 anni in agosto, ma va in scena come ne avesse 25. Quanto potrà durare la negazione? Che farà a sessant’anni? E a settanta? Si eclisserà, come ha fatto la nostra Mina? O farà di sé una maschera, come Moira Orfei?

Poi è arrivato il video di «Girl Gone Wild». Sul momento ho pensato: «Niente di nuovo sotto il sole: Madonna torna all’estetica sado-maso degli anni Novanta». Poi però mi è venuta in mente una possibile soluzione: Madonna è già oggi un’icona gay, se consolidasse e rinforzasse questo ruolo, rendendolo ancora più esplicito, forte e insistito, circondandosi sempre e soltanto di gay, travestiti e transgender vari, potrebbe permettersi di diventare maschera di se stessa senza cadere nel ridicolo. Potrebbe sbizzarrirsi nel travestitismo più ardito – parrucche, cerone, giochi di ruolo – senza ricevere le accuse, che già oggi riceve, di essere una vegliarda che fa la ragazzina.

Immaginiamola a settantacinque anni, truccatissima da sciantosa d’inizio Novecento. Sarebbe come se dicesse: «Sono vecchia e mi dipingo, lo so, ma non temete: non lo faccio per sedurre i maschi etero, visto che mi circondo di gay. Lo faccio perché mi diverto, sono libera e faccio del mio corpo quel che mi pare, proprio come quelli che giocano sui confini sessuali nel modo più consapevole e autodeterminato».

Madonna potrebbe insomma scommettere, nei prossimi anni, su una combinazione tutta sua di Trans-GenderTrans-Age. Chissà se è questa la strada che ha in mente o se la faccio più furba di quel che è:

Come farsi la campagna elettorale in due clic

Ho criticato più volte su questo blog – e in SpotPolitik – il fatto che in Italia sia ormai diffusa un’idea al ribasso della comunicazione politica: come se per comunicare bastasse scegliere due colori per la grafica e qualche foto per i manifesti, e non fosse cruciale – come invece è – entrare in relazione ravvicinata (e possibilmente autentica) con i desideri, i bisogni e i problemi dei cittadini e delle cittadine.

Ebbene, quest’idea becera di comunicazione due-colori-una-foto-e-via è ormai talmente consolidata che qualcuno prova pure a farci business: il sito Novastart (ringrazio Annamaria per la segnalazione), su cui normalmente puoi farti la carta intestata, in occasione delle amministrative ha aggiunto la sezione «Votoclick»:

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Qualcuno obietterà: ma potrebbe pure essere un segnale in direzione contraria. Come dire: «Non dare troppo peso, caro/a candidato/a, a robette di superficie come la grafica e il lettering: quelle le risolve il sito. Tu pensa piuttosto alle cose serie: rapporto con gli elettori, programmi, soluzione dei problemi». Già, potrebbe.

Per una democrazia paritaria: proposte

Sabato si è tenuto a Milano un incontro nazionale di Se Non Ora Quando (Snoq) sul tema «Politica: sostantivo femminile?». Mi piacerebbe che i lettori di Dis.amb.iguando – la cui lucidità e pacatezza sono ormai note anche fuori da qui – trovassero il tempo e l’attenzione necessari per dire la loro sulle proposte che Marina Terragni ha portato all’incontro. E sulla successiva discussione sul blog di Marina (QUI e QUI), di Lorella Zanardo (QUI), entrambe presenti all’incontro, e di Loredana Lipperini (QUI).

Mani e ingranaggi

Queste le proposte di Terragni per una democrazia paritaria:

Il 2013 sarà un anno cruciale per la democrazia paritaria e la rappresentanza femminile.

Se ne è parlato a Milano sabato 14, a Palazzo Reale, Piazza Duomo 14, dalle 9.30 del mattino, all’incontro nazionale di Se non ora quando.

Raggiungendo la massa critica nelle istituzioni rappresentative le donne potranno contribuire con il loro sguardo e la loro differenza alla formazione delle agende politiche e alla costruzione di una nuova visione per il Paese.

L’obiettivo è riprodurre a livello nazionale l’esperienza delle giunte di Milano, Bologna, Torino, Cagliari: 50/50 a ogni livello, condizione necessaria, anche se non sufficiente – sul passaggio dal 50/50 al patto di genere c’è molto da lavorare – per il cambiamento che noi tutt*, donne e uomini, auspichiamo.

Gran parte delle nostre energie dovranno convergere in questa direzione, individuando gli strumenti più efficaci. Eccone alcuni.

LEGGE ELETTORALE

Anche se nessun dispositivo può sostituire la volontà politica di eleggere un maggior numero di donne, sono indispensabili misure antidiscriminatorie che variano secondo il modello elettorale. In coda al post, alcune proposte elaborate dalla costituzionalista Marilisa D’Amico e da Stefania Leone (*).

Dopo le elezioni di maggio, alla Camera si voterà su un testo unificato bipartisan sulla doppia preferenza di genere al voto amministrativo. Solo il lavoro trasversale delle donne di tutti gli schieramenti unite nel patto di genere può garantire risultati in tema di rappresentanza, come dimostrato dalla legge Golfo-Mosca sui Cda delle società quotate in Borsa.

C’è il rischio che il voto segreto – bastano 40 firme per ottenerlo – consenta la sparatoria dei franchi tiratori – uomini – di tutti gli schieramenti. È capitato sullo stesso tema in Regione Sicilia. La proposta è organizzare in tutte le città mobilitazioni e presidi informativi contemporanei all’aula, per testimoniare un alto livello di vigilanza e di attenzione.

(In generale, sulla legge elettorale: non si può stare ad aspettare che “decidano”, ma si deve contribuire alla decisione con proposte. Tanto per dirne una, il livello dello “sbarramento” può pregiudicare il successo di eventuali iniziative civiche ed extrapartitiche, vedi Simone Weil, QUI, e anche QUI, che i partiti proponeva addirittura di abolirli.)

CANDIDATURE

Apertura di consultazioni formali con i leader di tutti gli schieramenti, nonché con i promotori di liste civiche, per verificarne la volontà politica in tema di rappresentanza femminile. Collaborazione attiva con le donne dei partiti.

Verifica dell’impegno dei candidati premier a porre in atto il 50/50 nell’attribuzione di incarichi di governo, facendone punto qualificante del loro programma, come già avvenuto a Milano e in altre realtà locali: le candidature non bastano (se tuttavia vi dovessi dire che ho fiducia nel grado di apertura di partiti in totale difensiva, al 2% della popolarità, con probabile diminuzione del 20% degli eletti… be’, vi direi una bugia. La parola d’ordine è: autoconservazione).

Appello al Presidente della Repubblica per un alto pronunciamento, a conferma dell’attenzione già espressa per un riequilibrio della rappresentanza.

Impegno anche economico dei partiti a sostegno delle candidature femminili.

Sostegno e accompagnamento attivo di Snoq a libere candidature femminili in tutte le liste, con eventuale indicazione, tra le candidate, di quelle esplicitamente legate al movimento delle donne e al patto di genere.

Tenersi pronte a un piano B: possibilità di liste civiche o liste Snoq, anche in partecipazione con altre proposte civiche, nel caso in cui l’impegno dei partiti sia giudicato insufficiente per il riequilibrio di genere.

Sottoscrizione unitaria della Lettera ai partiti.

CAMPAGNE

Campagna di sensibilizzazione sulla democrazia paritaria, di qui al momento del voto. L’interesse delle donne per la rappresentanza politica resta piuttosto tiepido, e va in ogni modo suscitato: senza adeguata rappresentanza, nessuna delle nostre priorità entrerà a far parte delle agende politiche.

Nell’imminenza del voto, se la legge elettorale consentirà l’espressione di preferenze, campagna capillare “scegli una donna” rivolta a donne e uomini: il vota donna non ha mai funzionato, tenerlo ben presente.

Coinvolgimento come testimonial delle giunte 50/50 già operative.

Mobilitazione straordinaria di operatrici e operatori dei media e della comunicazione a favore di un riequilibrio di genere nella rappresentanza e a garanzia di pari opportunità nei dibattiti politici e negli spazi pre-elettorali.

Coordinamento con opinioniste internazionali che si sono già mostrate sensibili alla situazione delle donne italiane, come Tina Brown di “Newsweek” e Jill Abramson del “New York Times”, nonché con le giornaliste tedesche unite per il 30%.

Coordinamento con il movimento delle donne di altri paesi per fare della parabola politica delle donne italiane, dal 13 febbraio delle”indignate” alla democrazia paritaria, una vicenda-simbolo per le donne di tutto il mondo.

(*) MISURE PER UN RIEQUILIBRIO DI GENERE NELLA RAPPRESENTANZA POLITICA, di Marilisa D’Amico e Stefania Leone

Esempi di misure antidiscriminatorie nell’ambito di un sistema elettorale proporzionale:

1. Per il proporzionale a liste bloccate (Porcellum), parità nelle liste: “Nelle liste dei candidati i generi devono essere ugualmente rappresentati” (posizione di eleggibilità per le candidate).

Primarie per le candidature, con doppia preferenza di genere o con altro dispositivo a garanzia della selezione di candidate.

2. Per il proporzionale con voto di preferenza, le misure potrebbero essere queste: “Nelle liste dei candidati nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. L’elettore può esprimere uno o due voti di preferenza. Nel caso di espressione di due preferenze, una deve riguardare un candidato di genere maschile e l’altra un candidato di genere femminile della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza” (doppia preferenza di genere).

Esempi di misure antidiscriminatorie nell’ambito di un sistema elettorale maggioritario:

1. Doppia candidatura di collegio:

“In ogni collegio il partito presenta due candidati, di genere diverso. L’elettore vota tracciando un segno sul rettangolo contenente il contrassegno del partito e il nome e cognome del candidato o della candidata. Il seggio viene assegnato al partito che ottiene più voti sommando quelli ricevuti da entrambi i candidati. Fra questi due, risulta eletto chi abbia ottenuto più voti.”

Oppure:

2. Quota complessiva sul totale dei collegi uninominali:

“Nel numero totale delle candidature presentate da ciascun partito per la parte dei seggi da assegnare nei collegi uninominali, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento”.

Queste alcune delle proposte su cui avviare il confronto.

PS: questo testo è stato condiviso da: InGenere-WebMagazine, Loredana Lipperini, Manuela Mimosa Ravasio, Lorella Zanardo. Le proposte sono state sostenuta (oltre che da adesioni su molte pagine Fb Snoq e non solo), da “Lettera ai partiti” per inziativa di Lidia Castellani e altre (che raduna alcune centinaia di singol* più molte associazioni e vari comitati Snoq territoriali). La lettera può essere ancora sottoscritta scrivendo a: ilvotodelledonne@gmail.com oppure firmando qui: http://www.petizionionline.it/petizione/lettera-aperta-ai-partiti-il-voto-delle-donne/6493.

«Stop alla violenza sulle stoviglie», dice Miele

Credo che alcuni pubblicitari italiani debbano una volta per tutte fermarsi a riflettere. Serissimamente. Guardarsi allo specchio e chiedersi: cos’ho in testa? come mi viene in mente? mi sento «creativo» quando invento certe cose? C’è qualcosa, nella mentalità diffusa in alcune agenzie, nelle loro pratiche, nelle strettoie della loro quotidianità, che evidentemente, in certi casi, li fa girare a vuoto. Magari hanno le migliori intenzioni, magari non ci pensano o sono sotto pressione, ma… com’è possibile, oggi, concepire una campagna come questa? A fronte del numero di donne che ogni anno in Italia sono stuprate?

Miele, Stop alla violenza sulle stoviglie

Ironia, risponderanno come al solito. Passi l’equazione donna = stoviglia, ma… sulla violenza? Si può fare ironia, oggi, sullo stupro? Non è venuto in mente a nessuno, fra i signori e le signore (sì, ci sono tre donne) che l’hanno creata, che per molte donne, molte famiglie non c’è proprio niente da (sor)ridere? Come si fa, oggi, a non tenere conto di proteste – vere e proprie urla di dolore – come QUESTA e QUESTA? In che mondo vivono le agenzie che creano queste campagne, in che mondo le aziende che gliele commissionano e approvano?

QUI i credits con nomi e cognomi. L’agenzia, in ogni caso, è Mpr Comunicazione Integrata.

AGGIORNAMENTO: ho scritto questo post mentre ero arrabbiata. Pensavo alle donne violentate, alle loro famiglie eccetera. Di qui i toni forti iniziali, che ora ho mitigato. Ci tengo a sottolineare – una volta di più, visto che lo faccio spesso su questo blog – i numerosi sforzi che molti pubblicitari italiani stanno facendo, come singoli e come associazioni, per uscire dai cliché e produrre campagne più rispettose di tutti (non solo delle donne). Penso all’enorme lavoro dell’Adci e dello Iap.

E invito tutti a (ri)leggere questi post:

https://giovannacosenza.wordpress.com/2012/03/09/pubblicitari-che-cambiano/

https://giovannacosenza.wordpress.com/2011/04/04/il-manifesto-deontologico-di-alcuni-pubblicitari/

Lo storytelling della Lega: riassunto delle ultime puntate

Nei giorni scorsi abbiamo visto alcune puntate importanti del racconto che la Lega sta facendo per gestire la crisi. Come ho scritto venerdì sia QUI sia sul Fatto Quotidiano, la trama principale era subito chiara: Bossi eroe tragico, che ha sbagliato per amore della famiglia ed è stato tradito persino dal successore predestinato.

Mentre scrivevo, venerdì mattina, le dimissioni di Bossi non erano ancora ufficiali, ma sono arrivate qualche ora dopo. Poi si è dimesso il figlio, puntata fondamentale (la seconda) per dimostrare che buon sangue non mente e che tutta la famiglia Bossi ha la capacità di pentirsi e fare un passo indietro. Martedì, in un sol giorno, ben due puntate, la terza e quarta. Ieri la quinta. Vediamole.

Terza puntata: Rosy Mauro prima pare volersi dimettere («Ha la lettera di dimissioni pronta», ripetevano i media), poi invece – colpo di scena – nel tardo pomeriggio di martedì registrando «Porta a porta» dice che no, no e no. Rosy Mauro è perfetta come serpe in seno, prima, e capro espiatorio dopo, perché è tutta nera (al punto che la chiamano così), ha il volto duro e fa le smorfie: pare proprio la strega cattiva. Infatti come tale alla fine tutti la trattano: leghisti e non, capi della Lega e base, giornalisti mainstream e «popolo del web». Vedi ad esempio la raccolta di orrori che ha postato ieri Loredana Lipperini.

Rosi Mauro

Quarta puntata: la sera di martedì, a Bergamo, Maroni, dopo aver detto che bisogna fare pulizia e ricominciare più leggeri, dichiara fedeltà eterna a Bossi, confermandolo pubblicamente capo indiscusso ed eroe innocente, vittima inconsapevole di un raggiro, mentre le camere inquadrano più volte gli occhi umidi e la faccia sconvolta di Bossi. Ovazione per Maroni, che in effetti è stato impeccabile nel suo ruolo. Bossi invece è più confuso (d’altra parte, si sa, se soffri molto perdi lucidità): parla di complotto da parte dei media (ricorda qualcuno?) e dei servizi segreti (?), e solo in chiusura torna ad ammettere di aver sbagliato, accettando che i figli entrassero nella Lega, perché «quando sei giovane è più facile sbagliare». Infine ancora lacrime, ma soprattutto abbracci e baci fra Maroni e Bossi. E tanto agitar di scope, sul palco e sotto, in cerca di pulizia.

Quinta puntata: ieri Maroni si presenta alla procura di Milano, ribadendo che «Bossi è stato raggirato», che la Lega non «vuole nascondere nulla» e anzi, essendo stata danneggiata, si costituirà parte civile in un eventuale processo (da colpevoli a vittime: un bel ribaltone). E la sera Maroni va a «Porta a Porta», con tanto di scopa, per raccontare daccapo tutta la storia e fare quelle che potremmo dire «prove tecniche» da segretario del partito.

Complimenti alla Lega e in special modo a Maroni: è uno dei migliori esempi di crisis management politico a cui negli ultimi anni mi sia capitato di assistere. Il che (lo dico per i pochi, qui, che ancora confondessero i piani) non vuol dire né che simpatizzo per loro (come analista prescindo da giudizi politici), né che tutti i politici, nel gestire una crisi, dovrebbero imitarli: la comunicazione della Lega è perfetta per gestire la crisi di fronte al suo elettorato (convinto o incerto), in vista delle amministrative, e per smarcare l’immagine del partito da quella, screditata, di tutti gli altri. Non mi stupirei se gli elettori li premiassero.

Il discorso integrale di Maroni a Bergamo:

Riforma del lavoro: ci basta?

E al capo V del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, sotto la voce “ulteriori disposizioni”, arrivano le voci rubricate come “donne”: dimissioni in bianco, figli, baby sitter. Troppo poco? Un primo segno? Né l’uno né l’altro. Perché per capire quello che la riforma significa per le donne, conviene guardare al tutto, non solo al ripristino del contrasto alle dimissioni in bianco, al mini-mini congedo di tre giorni continuativi di paternità obbligatoria, e ai buoni per pagare le baby sitter invece di prendersi le aspettative facoltative per maternità.

Barbie che lavora

Togliamo subito di mezzo il Moloch: l’articolo 18 e l’accordo finale che lo ha avuto ad oggetto. Non perché non conti: sotto la voce “economici” potevano passare anche i licenziamenti discriminatori. Adesso i pesi sono stati un po’ riequilibrati, si sono rafforzate le tutele in uscita, buttando la palla nel campo dei giudici. Ma tutto questo dibattito ha continuato a oscurare l’altra faccia della riforma, la questione dell’entrata al lavoro. Su questo ci vogliamo concentrare. Perché a noi interessano quelle che l’art. 18 non ce l’hanno e non lo avranno mai, le non-posto-fisso, senza tutele. Era per loro la riforma, no? Allora qualche numero, e i nostri quattro punti.

Uno. Non tutti i disoccupati sono uguali. Ci sono quelli che hanno appena perso un lavoro e quelli che invece cercano il primo lavoro, o escono da un periodo in cui (vuoi per scoraggiamento, vuoi per altri accidenti della vita, tra i quali – per dire – un figlio) non l’avevano e non l’hanno cercato. Tra i primi (disoccupati ex-lavoratori) i maschi sono la maggioranza: 56%. Nel secondo gruppo (nuovi entranti sul mercato del lavoro) primeggiano le donne: 63%. (dati Istat, riportati nell’articolo di redazione di inGenere.it “Lavoro, una riforma che guarda al passato”). Tutti gli ammortizzatori sociali oggi esistenti sono per il primo gruppo, gli ex. Motivo forte per sperare nella riforma. Che però non prevede niente per i nuovi entranti: hai un’indennità, di qualche tipo, in caso di disoccupazione, solo se hai perso un lavoro.

Due. Anche quelli che hanno perso un lavoro non sono tutti uguali. Ci sono i tempi indeterminati, quelli del posto fisso, poi i tempi determinati, posto a termine ma comunque da dipendente, e tutti gli altri, i precari (co-co-pro, partite Iva, prestatori occasionali, ecc). La riforma allarga le tutele solo ai dipendenti, rispetto a prima quel che cambia è che ci sono gli apprendisti e gli artisti. Per loro sarà l’Aspi. Mentre la mini-Aspi rafforza un po’ la vecchia “disoccupazione a requisiti ridotti”, ma ancora una volta riguarda solo quelli che escono da un lavoro dipendente (e hanno almeno 2 anni di contributi versati). Rimangono invece esclusi da qualunque tutela “tutti gli altri” e le donne – manco a dirlo – sono qui le più numerose. Una ricerca Isfol ha, infatti, calcolato che tra i lavoratori “non-standard” ci sono più donne che uomini. Se poi si va a guardare per fasce d’età troviamo che è sotto i 40 anni che c’è la maggiore disuguaglianza tra uomini e donne con un’alta concentrazione di precarie. Lo confermano anche i dati Inps sulla gestione separata. Discriminazione per fertilità? A questo proposito, nella riforma non c’è traccia dell’assegno di maternità universale, cavallo di tante battaglie (si veda la proposta elaborata dal gruppo Maternità e paternità).

Tre. Quel che c’è sono alcuni paletti e vincoli all’uso dei contratti precari. Che daranno più rogne amministrative e costeranno di più. I contributi per gli atipici infatti salgono, e parecchio: per i co-co-pro arriveranno al 28% l’anno prossimo e al 33% nel 2018. Se le imprese saranno costrette a pagare i contributi ai co-co-pro quasi quanto quelli dei dipendenti, alla fine potrebbero trovare conveniente assumerli, dice il governo. Ma il ragionamento cade se questi contributi, formalmente a carico dei datori di lavoro, alla fine saranno scaricati sui precari stessi, abbassando il loro compenso netto. Lo dicono i precari dell’associazione Tutelare i lavori, e lo ha scritto Tito Boeri: “In assenza di un salario minimo, nel caso di lavoratori a progetto e altri lavoratori parasubordinati, il maggiore carico contributivo potrà facilmente essere fatto pagare al dipendente sotto forma di salari più bassi. I lavoratori parasubordinati stanno già ricevendo lettere dai datori di lavoro in cui si annunciano riduzioni del loro compenso nel caso di riforme che aggravino i costi delle imprese”. Morale: i precari avranno contributi più cari senza nessuna tutela in più.

Quattro. Eccoci alla voce “ulteriori”, zona donne. La legge contro le dimissioni in bianco, abolita dal governo Berlusconi nel 2008, prevedeva che le dimissioni volontarie potessero essere firmate solo su particolari moduli degli uffici del lavoro, numerati e datati: in questo modo si poteva evitare la pratica, appunto, della firma preventiva su fogli bianchi senza data. Procedura troppo complicata, secondo il governo, che ne ha predisposto un’altra (v. art. 55 del ddl): salutiamo la buona notizia, sperando di essere finalmente passate dal simbolo alla realtà. (Anche se qualcuno teme che alla fine i datori di lavoro colpevoli di aver fatto firmare le dimissioni in bianco possano cavarsela solo con una multa: ma su questo, sarà opportuno aspettare i dettagli tecnici del testo e analisi più approfondite). Mentre è di certo solo un simbolo l’art. 56, quello sui congedi obbligatori di paternità: tre giorni in tutto, “anche continuativi”, di cui due “in sostituzione della madre”. Alcuni contratti di lavoro già prevedono congedi di paternità, ma sarebbe la prima volta che ne viene introdotto, per legge e in Italia, l’obbligo. E questo è un passo avanti. Ma così piccolo e così puramente simbolico da poter sembrare quasi un inciampo. Ovunque si discuta seriamente di congedi di paternità, si va ben oltre la soglia – abbastanza risibile – dei tre giorni (si veda questo dossier). Forse consapevole del fatto che le misure proposte sono poca roba, il ministro Riccardi si appresta a rafforzare il pacchetto “congedi” nell’iter parlamentare, mettendoci dentro anche quelli per i nonni: perché allora non preparare in parlamento un assalto trasversale al congedo di paternità, portandolo da 3 a 15 giorni?

Insomma, il primo atto del governo Monti-Fornero ha aumentato l’età della pensione: nuove regole per tutti ma con effetti prevalenti sulle donne. Dal secondo atto – la grande riforma del mercato del lavoro – era lecito aspettarsi una fase due un po’ women friendly, dato che la titolare del lavoro ha anche le pari opportunità, dato che le analisi sull’aumento del Pil che può portare il lavoro femminile si sprecano, dato che il vecchio sistema degli ammortizzatori sociali era studiato sul maschio-adulto-e-garantito. E invece, di gender mainstreaming nella riforma non c’è traccia (si veda anche l’analisi di Snoq). Finisce che portiamo a casa solo un articoletto che, ben che vada, impedisce di buttarci fuori quando abbiamo la pancia. Ci basta?

Questo articolo è pubblicato in contemporanea da Roberta Carlini, InGenere, Manuela Mimosa Ravasio, Loredana Lipperini, Supercalifragili, Marina Terragni, Giorgia Vezzoli.

Le blogger che condividono questo post pubblicano periodicamente thread comuni, in particolare sul tema della rappresentazione pubblica della donna e su quello della rappresentanza politica.