Misurare le parole

Che il linguaggio contribuisca a forgiare ciò che pensiamo, sentiamo e addirittura percepiamo è qualcosa che la ricerca scientifica sa da tempo: schiere di psicologi, filosofi, sociologi e semiologi hanno ripetuto per tutto il Novecento che gli esseri umani sono fatti di parole e segni, oltre che di carne e ossa. È con le parole che costruiamo la nostra capacità di pensare, è di parole che sono fatti gran parte dei nostri pensieri, ed è dalle parole che dipende pure il mondo esterno, o almeno quella fetta che rientra nei limiti della nostra comprensione.

Questa consapevolezza è ormai talmente diffusa da essere entrata nel senso comune: capita a tutti di sentir ripetere nei contesti più disparati, dai talk show ai supermercati, frasi come «Le parole sono pietre», che era il titolo di un libro di Carlo Levi, o «Le parole sono importanti», che fu urlata da Nanni Moretti nel film Palombella Rossa, per dar voce alla rabbia che il personaggio Michele Apicella provava contro i luoghi comuni sciorinati dalla giornalista che lo stava intervistando.

Le parole sono pietre

Le parole siamo noi insomma, e lo sappiamo. Inoltre sono pietre, nel senso che possono fare male, e molto. Se non si scelgono con ponderazione e non si usano con tatto. Anche di questa ponderazione ci riempiamo la bocca da anni, con il linguaggio politically correct: non diciamo più «handicappati» ma «disabili», non più «spazzini» ma «operatori ecologici», non più «negri» ma «neri» o «persone di colore». Per non parlare delle acrobazie linguistico-simboliche con cui cerchiamo di consolare le donne della loro discriminazione sociale ed economica, particolarmente più grave in Italia che in altri paesi sviluppati: «care colleghe e cari colleghi», «care/i colleghe/i», «car* collegh*» e via dicendo.

Ma se da un lato ci esercitiamo in circonlocuzioni «politicamente corrette», dall’altro siamo pronti, oggi più di ieri, a usare la lingua in modo sbracato: turpiloquio, espressioni colorite, colloquiali e gergali hanno ormai invaso anche gli ambienti più colti ed elitari – dall’università all’azienda, dalla politica alle istituzioni – nell’idea che «parlare come si mangia» implichi maggiore autenticità ed efficacia del parlar forbito. Un’idea confermata tutti i giorni dai media, specie dalla televisione, dove l’aggressività linguistica è diventata per molti (giornalisti, star, ospiti) un vezzo, un fatto di stile. E in quanto tale fa tendenza e si riproduce ovunque, dai salotti chic ai flaming su internet.

Non è facile trovare un equilibrio fra questi due poli: da una parte, infatti, le formule politicamente corrette non bastano a costruire il rispetto che pretenderebbero di esprimere, ma restano spesso una semplice facciata, dietro alla quale si possono camuffare le peggiori tendenze razziste, omofobe e sessiste; d’altra parte è vero anche che la sciatteria linguistica può implicare sciatteria esistenziale e relazionale: «Chi parla male pensa male e vive male», diceva ancora Nanni Moretti/Michele Apicella.

Ma se gli eccessi eufemistici possono cadere nell’ipocrisia, pure la posizione di Moretti corre i suoi rischi, che sono quelli dello snobismo: il mondo è pieno di persone che non hanno potuto dotarsi degli strumenti culturali necessari a raffinare il modo in cui parlano, ma sono ugualmente capaci di pensare e vivere benissimo, vale a dire con autenticità e rispetto per gli altri. Molto più di quanto non facciano certi sapientoni, la cui arroganza – verbale e non – vediamo all’opera tutti i giorni.

E allora, come se ne esce? Come si trova la misura giusta? Purtroppo non c’è una soluzione generale, perché l’attenzione, il senso di opportunità, il rispetto sono sempre relativi al contesto e al momento in cui si esercitano, ma soprattutto alla persona (o persone) a cui sono indirizzati. E oltre che con le parole possono essere trasmessi con l’espressione del volto, il tono della voce e gli atteggiamenti del corpo, con i quali si può confermare ciò che abbiamo detto, ma anche sconfessarlo. Perciò bisogna cercare la misura caso per caso, sempre ricordando che siamo ciò che diciamo e diciamo quel che siamo, ma lo diciamo con un mare di segni, sintomi e indizi ben più vasto delle parole, e lo diciamo anche con l’insieme dei nostri comportamenti e il tessuto delle nostre relazioni. Lo diciamo con tutta la nostra vita.

PS: Questo articolo è appena uscito in cartaceo su Multiverso, 11, 2012 e stamattina online anche sul Fatto quotidiano.

16 risposte a “Misurare le parole

  1. Forse questa è la sfida più grande, per noi stessi e per gli altri, per il nostro desiderio di essere capiti e la paura di non essere capiti davvero.

  2. Bel tema di discussione alla ricerca di una soluzione forse difficilissima.
    Mentre leggevo l’articolo mi è venuta in mente un suggerimento. Lo lancio sul tavolo …..”Ti seccherebbe se le parole che stai per pronunciare fossero dirette a te?” ……che poi è la vecchia massima religiosa estesa alla vita civile: non fare agli altri quello che non vorresti ti fsse fatto!
    Ed un altro suggerimento, questa volta mio personale: quando parli ricordati di scendere da cavallo e non aver paura di mettere i tuoi piedi nella …..cacca del cavallo!
    Attilio A. Romita

  3. Bello, mi è piaciuto leggere questo pezzo. L’aggressività (verbale e non) sembra essere diventata un vanto; c’è chi la pratica ma soprattutto chi la difende, la esalta, la giustifica, la mitizza.
    Non vedo via d’uscita, ma almeno mi consolo leggendo questo richiamo al buon senso (e anche ordinando l’ultimo numero di Multiverso; da quando l’ho scoperto son diventata una fedelissima :D)

  4. Eliana (@elianafro)

    L’abuso umilia le parole, le rende distratte opache insignificanti e quindi intercambiabili. Non è facile trattenersi da frasi fatte e rassicuranti tag, scorciatoie comodissime per smettere di pensare alla verità a cui fanno riferimento. Serve più tempo per domandarsi se un accadimento è davvero un avvenimento o addirittura un evento (epocale?); per capire chi è popolo, chi cittadino, chi consumatore, chi cliente e chi utente; per chiedersi se chi non è Pro-life è davvero contro la vita; per distinguere le ribellioni dalle rivolte e dalle rivoluzioni; per non usare a casaccio outing e coming out…elenco infinito per un esercizio di amore infinito per il reale. Soprattutto chi alle parole deve il suo stipendio dovrebbe ad ognuna doppia riconoscenza e cura.

  5. Concordo e faccio un’aggiunta riguardo a un aspetto complementare. Spero non troppo OT.

    A volte si imputa aggressività o scorrettezza all’interlocutore per eludere una domanda o evitare di replicare a un’obiezione. Domanda e obiezione vengono percepite come aggressive o scorrette semplicemente perché mettono in difficoltà l’interlocutore.
    Un esempio recente (con un buon commento): http://www.youtube.com/watch?v=y_DP1ppUHH8

    Mettere in difficoltà l’interlocutore in certi contesti può essere scorretto, ad esempio in molte conversazioni informali. Ma in altri contesti — come un’intervista a un politico o un dibattito — fa ben parte del gioco.

    Succede anche in questo blog: uno riceve un’obiezione scomoda e la respinge perché ‘aggressiva’, anche quando non lo è poi tanto.
    Ragione in più per evitare ogni tono polemico quando si fa un’obiezione: così non si offre un facile pretesto all’elusione.
    Non che basti.😉

  6. Sempre bello e interessante questo argomento Giovanna. Vorrei poter pensare che il linguaggio di oggi sia soprattutto la ricerca di una buona mediazione fra il politically correct e la sciatteria linguistica, tentando di evitare quella vena di ipocrisia che si ritrova spesso in entrambi i registri. Credo però che il difetto più importante alla ricerca della comunicazione ” buona” ( diversa dalla buona comunicazione) sia oggi quello della superficialità, della semplificazione e del rifugio nello stereotipo, nel populismo e nella ” condivisione di pensiero” tipici ad esempio di un certo linguaggio del social network e di cui dovremmo assolutamente tentare di farne a meno. Ciò di cui si sente di più la mancanza, ed intravedo in questo un pericolo per una dimensione di reale democraticità nel linguaggio del web, credo sia la riflessione sul ” contenuto” più che sulla forma, nonostante entrambi dovrebbero costituire un unicum di senso. La mancanza di autonomia del pensiero, una sorta di pigrizia mentale ed una crescente forma di “accodamento” sul piano dell’ espressione vincono troppo spesso sul senso più sofferto ed espressivo nel contenuto di un messaggio ; ciò che dovrebbe arricchire la mente altrui, di quella particolare forma di trasmissione del sapere che è propria dell’ enciclopedia, in una comunicazione che funzioni.

  7. Correzione.
    Ho scritto:
    “A volte si imputa aggressività o scorrettezza all’interlocutore per eludere una domanda o evitare di replicare a un’obiezione. Domanda e obiezione vengono percepite come aggressive o scorrette semplicemente perché mettono in difficoltà l’interlocutore.”
    Intendevo dire:
    “A volte si imputa aggressività o scorrettezza all’interlocutore per eludere una domanda o evitare di replicare a un’obiezione. Domanda e obiezione vengono percepite come aggressive o scorrette semplicemente perché mettono in difficoltà chi dovrebbe rispondere.”

  8. Infatti. Un esperimento molto interessante, sul piano personale, è notare come cambia la percezione altrui della nostra identità nei diversi contesti culturali, a seconda di quella che è la nostra padronanza linguistica. Mi si faceva notare tempo fa che quando parlo in spagnolo (sono quindi costretta a semplificare, perchè non sono una madrelingua), cambia l’espressività del mio viso. Idem quando parlo in inglese, lingua sintetica e meno avida di circonlocuzioni rispetto all’italiano. Per me tutto questo è stato motivo di riflessione, tanto quanto il testare su me stessa e sulle mie relazioni gli effetti della famigerata “aggressività” toscana, anch’essa contestuale. Quello che nel mio contesto d’origine (un paese di riviera e di estrazione galeotta, che non è un dettaglio) è considerato sintomo di schiettezza, trasparenza, presenza a se stessi, venendo quindi valorizzato e addirittura caricato di spessore ideologico (si pensi a Monicelli), in altri contesti è sanzionato anche in modo estremamente cruente. E gli effetti, i pregiudizi che ne derivano, possono essere deleteri.

    Mi piace riflettere su quanto sopra sia dal punto di vista dell’ “efficacia comunicativa”, sia per monitorare lo strano gioco delle identità, notando pure come lo status, e l’autorevolezza riconosciuta, faccia quasi sempre da lasciapassare sia sulle forme che sui contenuti espressi. Spesso mi sono ricordata del matto di De Andrè, scoprendolo tanto più normale di quanto si pensi. E l’ho ritrovato inaspettatamente maltrattato a al contrario coronato di allori, sempre a seconda dei contesti, e della sua abilità di mimetizzarsi.

    C’è poi quello che dici tu, “tutta la nostra vita”, a complicare l’intreccio fra il buon parlare e le pratiche di comportamento. Chi è particolarmente presuntuoso, o illuso, si ostina a pensare che la vera risposta a quello che siamo, la vera posta in gioco, la vera “efficacia”, debba essere cercata lì, nel raccordo difficile fra il dire e l’agire. E’ un problema tanto interessante quanto doloroso, dal mio punto di vista. Ma vale la pena tenerlo presente, altrimenti cosa abbiamo studiato a fare. Saluto e abbraccio.

  9. Moretti/Apicella ce l’aveva con la giornalista che si era riempita la bocca di parole senza saperne il significato ed era andata li col bigino sul comunismo se non ricordo male. Moretti e’ snob ma non se la prenderebbe con chi non sa e non pretende neanche di sapere perche’ chi e’ tale usa il linguaggio correttamente nei suoi limiti. Almeno questa e’ la mia interpretazione.

    “Chi parla male pensa male e vive male.” e’ una frase che puo’ voler dire molte cose. Per esempio secondo me la lingua che viene usata negli sms o i 140 caratteri di twitter e l’importanza che gli viene data anche nei media sono un danno. E’ un linguaggio meno articolato che non permette di esprimersi con le giuste sfumature vero gli updates sono per la maggior parte triviali, e anche un po’ noiosi, ma se pensate che c’e’ gente che molla il fidanzato/a o licanzia usando gli sms quando non pubblicamente su twitter capite cosa intendo.

  10. tutti parliamo talmente tanto, troppo che per farci notare siamo disposti a cedere a un ‘brutto’ linguaggio
    ma è vero che ora, in questo momento, la comunicazione sia rivolta a una platea molto più grande di quando chi poteva parlare in pubblico lo faceva in un certo modo
    devo dirti che non mi fido di chi ostenta un linguaggio ricercato perchè la sensazione che mi da è quella di nascondersi dietro ai suoi termini forbiti o sintassi difficile
    gradisco il linguaggio semplice ed elegante, che credo sia tipico delle persone con intelligenza schietta e sincera
    per il resto è l’educazione e il rispetto per gli altri che distingue le persone politicamente corrette e dalle cialtrone

  11. Sempre interessante riflettere su queste cose! Credo che ogni forma di linguaggio sia prima di tutto espressione di sé, che sia un linguaggio gestuale, corporeo, la nostra lingua,la nostra calligrafia, e persino il nostro silenzio. Quindi è impensabile a mio parere controllarne continuamente ogni aspetto, tutti abbiamo bisogno di trasgredire, di sfogarci, di sentirci ribelli o appartenenti ad un gruppo, di comunicare amore, rabbia, tristezza, gioia e sopratutto di essere liberi! Adoperiamo e leggiamo costantemente tutti questi linguaggi e non possiamo impedircelo, ma solo provare a prestarvi più attenzione e visto che che non possiamo fare a meno di esprimerci in continuazione vale la pena di chiedersi più spesso ” Quello che in questo momento sto comunicando al mondo è quello che voglio?”

  12. interessantissimo il blog e l’articolo.
    tornerò a leggerti

  13. Un proverbio del mio paesino, laggiù in Calabria:
    ” A lingua non avi ossa, ma rumpi l’ossa”
    ” La lingua non ha ossa, ma le spezza!”……
    Buone parole e buona giornata a tutti!

  14. credo che se dietro le parole c’è un rispetto autentico, allora quelle che è lecito pronunciare siano molte di più di quanto si crede.
    se invece il rispetto non c’è e tutto si risolve in una questione formale, allora non serve a molto dire disabile invece di handicappato.
    serve a qualcosa, ma non a molto.
    roberta

  15. A parte la sciatteria e l’omologazione al ribasso, che sembrano una conseguenza delle scelte culturali proprie dei mezzi di comunicazione di massa e di chi li gestisce, è vero comunque che essere capaci di adeguare il proprio linguaggio all’interlocutore senza per questo scadere è una forma di intelligenza che non tutti/e e non sempre abbiamo.

  16. Davvero interessante questo blog è da poco che lo seguo ma mi sto affezionando, complimenti!!

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