Contro la violenza di genere: competenze, dialogo e obiettivi concreti

Marisa Guarneri è presidente onoraria della Casa delle Donne Maltrattate di Milano. Nel 1988, stanca di attendere l’esito dell’iter della legge sulla violenza – che arriverà a destinazione nel 1996 – condivise con altre due donne il desiderio di fare da subito “qualcosa di concreto”, dando vita all’associazione e al centralino antiviolenza, il primo in Italia. Dal 1991 la Casa offre anche ospitalità. “Volevamo sperimentarci immediatamente sul tema della violenza in una pratica concreta di relazione con le donne maltrattate” dice Guarnieri. “Il nostro percorso è iniziato così”.

In questi giorni Marina Terragni le ha fatto un’intervista, che trovo molto interessante perché:

  1. esprime riserve sul clamore mediatico che negli ultimi giorni si è improvvisato attorno al cosiddetto “femminicidio”: può essere non solo inutile, ma strumentale a diversi interessi economici e politici, oltre che mediatici;
  2. sottolinea la necessità di dialogare con gli uomini, per comprendere le infinite sfumature della violenza sulle donne e prevenirla in tutte le sue forme, da quella psicologica a quella fisica, sempre ricordando che la violenza comincia nelle relazioni più intime, ma evitando di confermare gli uomini nel ruolo di aggressori e le donne in quello di vittime;
  3. sottolinea la necessità di affrontare il tema – difficilissimo, oltre che doloroso – dandosi sempre obiettivi concreti e facendolo con tutte le competenze necessarie – psicologiche, giuridiche, sociali – competenze che però di fatto pochi/e hanno, anche se molti/e, da quando il tema va di moda, cercano di cavalcarlo.

Ecco l’intervista di Marina Terragni:

Hope and Fear by Mr. Toledano

(da Hope&Fear di Mr. Toledano)

Che cosa pensi della stramobilitazione di questi giorni sul femminicidio, a partire dall’appello del comitato promotore di Se Non Ora Quando?

“Si è prodotto un salto simbolico significativo, e questo va senz’altro bene: tutto ciò che aumenta la coscienza del fenomeno è importante. Ma mantengo qualche riserva”.

Quale?

“In questi anni il discorso sulla violenza è aumentato e si è capillarizzato, eppure la violenza peggiora. Del sommerso sappiamo poco: la gran parte dei casi di molestie, percosse, stalking e stupro non vengono denunciati. Ma i femminicidi si vedono. E quelli sono in netto aumento”.

Come te lo spieghi?

“I colpi di coda del patriarcato, il dominio maschile… certo. Ma queste spiegazioni non bastano più. Il fatto è che a mio parere la violenza fa comodo”.

Comodo? E a chi?

“Al sistema sociale nel suo complesso. Finché le donne si percepiranno come potenziali vittime di violenza, terranno basse le loro pretese, si accontenteranno di poco sul fronte del lavoro, dei servizi… In più la violenza sulle donne costituisce un’ottima valvola di sfogo delle tensioni sociali. Sei disoccupato, non ce la fai a tirare avanti? Puoi sempre scaricare la rabbia su tua moglie o sulla tua compagna. In sostanza, per battere davvero la violenza si dovrebbe ribaltare la società patriarcale. C’è poi un terzo elemento che va considerato”.

Quale?

“Intorno alla violenza sulle donne si è costituito un business notevole. Una sorta di indotto, un po’ come quello delle pari opportunità. Studi legali, psicologici, formazione, progetti finanziati dall’Europa… Un progettificio. Tanti si improvvisano per intercettare questi fondi. Anche noi delle Case, che operiamo concretamente e in prima linea – in Italia ce ne sono 60, nei capoluoghi di provincia – dobbiamo spesso rassegnarci a sfornare qualche progetto per integrare i finanziamenti, che non sono sufficienti”.

Vedi anche un eccesso di iniziative politiche?

“Il fatto che ogni donna si senta mobilitata va bene. Ma ci si deve dare obiettivi precisi”.

Indicane alcuni.

“Primo: andare a fondo, dialogando intimamente con uomini che si rendano disponibili a farlo, per comprendere da dove viene la violenza maschile, come si forma, come devono cambiare le relazioni tra i sessi. Noi stiamo facendo questo percorso con l’associazione Maschileplurale: ne parleremo tra qualche mese in un convegno a Milano.

Secondo: finanziare in modo adeguato e continuativo i centri antiviolenza, anziché promuovere convegni e ricerche a ripetizione che servono più all’autopromozione di questo o quel politico o di questa o quella associazione che a dare davvero una mano alle donne. Il mio sogno, per esempio, sarebbero centri in ogni quartiere, o anche camper, gestiti da donne e non dalle istituzioni, a cui ci si possa rivolgere con discrezione per parlare di sé, per ottenere ascolto e un primo orientamento”.

Voi lavorate molto sullo stalking…

“Facciamo un monitoraggio costante, caso per caso. La donna ci tiene costantemente informate su quello che accade, sulle gesta del suo persecutore. Su questa base noi valutiamo insieme a lei il grado di pericolo. E quando è il caso, la convinciamo ad abbandonare la sua casa o addirittura a cambiare città. Abbiamo prevenuto svariati femminicidi, in questo modo. La gran parte delle uccisioni avviene dopo una “filiera” di violenze e molestie”.

Tutte oggi vogliono occuparsi di violenza: non c’è il rischio che questo tema “saturi” l’agenda politica delle donne, distraendo da temi come il lavoro e la rappresentanza?

“Il tema, diciamo così, è “di moda”, e sta avendo grande risonanza mediatica. Ma le competenze sono indispensabili se si vogliono ottenere risultati. Serve un lavoro concreto, quotidiano, umile, tenace e consapevole. E lontano dai riflettori. E servono fondi certi per finanziare questo lavoro”.

Postato anche da Manuela Mimosa Ravasio, Marina Terragni e Loredana Lipperini.

35 risposte a “Contro la violenza di genere: competenze, dialogo e obiettivi concreti

  1. Pingback: Kataweb.it - Blog - Lipperatura di Loredana Lipperini » Blog Archive » COMINCIARE DAI CENTRI ANTIVIOLENZA

  2. ho letto con molto piacere quest’intervista, a tale proposito segnalo anche una lettura che da poco ho terminato e che potrebbe fare luce ulteriore sull’argomento: “Sesso e temperamento” dell’antropologa Margaret Mead, che nonostante risalga a metà 1900 è di grande attualità e propone delle riflessioni utilissime in tema.

  3. “In questi anni il discorso sulla violenza è aumentato e si è capillarizzato, eppure la violenza peggiora. Del sommerso sappiamo poco: la gran parte dei casi di molestie, percosse, stalking e stupro non vengono denunciati. Ma i femminicidi si vedono. E quelli sono in netto aumento”

    Appunto, i femminicidi si vedono. E fortunatamente non aumentano. Certo che se si fa come quelle associazioni che lanciano petizioni sul femminicidio grondando lacrime di retorica e invocando il rispetto per la memoria dei morti e poi da veri cialtroni contabilizzano tra i (54) femminicidi dichiarati l’altro giorno anche 7 uomini (bambini o adulti) uccisi da mano maschile, è chiaro che i numeri delle vittime aumentano per forza ( è stato contabilizzato anche un uomo ucciso dai parenti per aver frequentato in un amore clandestino una donna sposata e conosciuta su facebook: donna che è viva e mai ha subito minaccia; sono stati contabilizzati congnati uccisi perché presenti, bambini gettati nel Tevere senza che le madri abbiano mai subito nulla; e tutt* a scrivere di quelle 54 morti, giurando di non dimenticarle – e non avendole manco guardate di striscio, chiaramente.
    Oppure si potrebeb fare come gli scrittori della domenica che su Repubblica irridono bellamente quelle vittime che non hanno mai conosciuto né intervistato facendone le biografie a partire dai trafiletti di giornale e contrabbandandole come leciti epitaffi e modelli di cronaca esemplare. I Sofri che soffrono e vogliono far soffrire anche me in una chiamata di correità maschile che non mi appartiene nemmeno per un capello e rappresenta una generalizzazione femminista altrettanto violenta del maschilismo che si vorrebbe ridurre ad odio di genere.
    Diciamolo a chiare lettere: il femmincidio non è in aumento. Marisa Guarneri giunge a formulare la correlazione corretta epperò si rifiuta di accettarne la conseguneza lapalissiana: se il discorso sulla violenza è aumentato e si è capillarizzato nonostante la violenza peggiori (correggiamo: sia costante), “ma i femminicidi si vedono”, ebbene, ciò dovrebbe suggerire a chiunque che con meno di 150 donne uccise su 31 milioni di italiane, la cultura non possa avere gran peso nella variazione di casi così dissimili tra loro per motivazione del gesto e personalità psicopatologica dei singoli. Del resto basterebbe dare un’occhiata alle statistiche internazionali sugli omicidi femminili per farsi un’idea di cosa ci si possa aspettare o chi si vorrebbe raggiungere, visto che l’Italia è tra i Paesi al top per sicurezza sulla violenza. Ma il dogma è che le cause sono culturali. E il dogma non si tocca. Anche perché altrimenti è finito il giochino che anche la Guarneri ha l’onestà di denunciare: “Intorno alla violenza sulle donne si è costituito un business notevole. Una sorta di indotto, un po’ come quello delle pari opportunità. Studi legali, psicologici, formazione, progetti finanziati dall’Europa… Un progettificio. Tanti si improvvisano per intercettare questi fondi. Anche noi delle Case, che operiamo concretamente e in prima linea – in Italia ce ne sono 60, nei capoluoghi di provincia – dobbiamo spesso rassegnarci a sfornare qualche progetto per integrare i finanziamenti, che non sono sufficienti”
    Infine non voglio infierire più di troppo sul passaggio allucinato per cui, a detta dell’intervistata, la “violenza farebbe comodo al sistema sociale nel suo complesso.” Concentriamoci sulla spiegazione teleologica: “Finché le donne si percepiranno come potenziali vittime di violenza, terranno basse le loro pretese, si accontenteranno di poco sul fronte del lavoro, dei servizi…” Fin qui si potrebbe pensare alla cecità appassionata di chi non riesca a constatare che è invece attraverso una continua retorica vittimistica che le associazioni femminili incassano la posta delle loro (giuste) pretese e rilanciano la strategia di quelle future.
    Imperdibile infine questo passaggio: “In più la violenza sulle donne costituisce un’ottima valvola di sfogo delle tensioni sociali. Sei disoccupato, non ce la fai a tirare avanti? Puoi sempre scaricare la rabbia su tua moglie o sulla tua compagna.”
    Qui la spiegazione causale è una delizia dialettica che copre lo spettro patologico dell’ossessione arrivando alla diffamazione di metà dell’umanità; spiegazione che dovrebbe suggerire a ciascuno di noi di fare educati auguri di rapida guarigione per questa nevrosi che efidentemente affligge l’intervistata.
    Insomma, passare dal femminicidio per impostare un discorso sulla violenza domestica e relazionale, e concludere con la denuncia di una velenosa guerra intestina per introitare i fondi statali, è da veri ficai, da peracottari retoricamente autolesionisti. Se tutto fa brodo pur di catalizzare l’attenzione allora posso dire con assoluta certezza che mediaticamente i peggiori nemici delle donne sono le associazioni più o meno femministe che pretendono di fare il suo interesse.

  4. D’accordo con Ugo.
    Mi chiedo però se questa propaganda, con la sua retorica e le sue falsità, non possa magari servire, anche solo un po’, alla causa della parità di genere. Molte buone cause sono state sostenute da propagande largamente disoneste, forse non sempre controproducenti.

    Mi chiedo però anche quanto questa propaganda possa essere invece dannosa rispetto ad altri problemi della parità di genere.

    Ad esempio, quando Marisa Guarneri dice “Finché le donne si percepiranno come potenziali vittime di violenza, terranno basse le loro pretese, si accontenteranno di poco sul fronte del lavoro…”, suggerisce che la bassa occupazione femminile in Italia dipenda dal percepirsi “potenziali vittime di violenza”: cosa molto improbabile a lume di buon senso e priva di qualsiasi documentazione, a quel che so.
    In questo modo, si distoglie l’attenzione dalle cause reali della bassa occupazione femminile italiana, e quindi anche dai rimedi da proporre e adottare.

  5. Voglio aggiungere che Marisa Guarneri dice anche cose secondo me giustissime: la necessità delle competenze e la denuncia del “business” costituitosi intorno alla violenza maschile sulle donne.

  6. … e d’accordissimo sui 3 punti evidenziati da Giovanna Cosenza.

    Che non sembri che siamo attratti solo dalle cose criticabili.
    Anche se in effetti, per quel che mi riguarda, la tendenza è quella.😦

  7. Ugo si chiama fuori dal problema culturale e poi definisce l’intervistata “nevrotica”. E ti pareva! E il femminismo, non il maschilismo sarebbe il problema che affligge le donne. Oltre che nevrotiche, sai che c’è: che probabilmente sono anche brutte e invidiose di tutte le belle, ecco perché sono femministe! Nulla di nuovo sotto il sole: siamo fermi a 100 anni fa. Che tristezza. Altro che dialogo coi maschi: ci dovrebbero una pistola a tutte.

  8. @Ben
    Io non so dire se questa strategia retorica alla fine possa o meno portare acqua al mulino delle cause femminili.
    Resto fermo nella convinzione di fondo che dal deformare la realtà raccontando falsi non possa seguire quella maturità civica in generale e maschile in particolare che qui e altrove si auspica. Anche perché se riuscire ad ottenere qualche punto in modo disonesto lascia strascichi pesanti e velenosi tra le tifoserie, essere disonesti e magari anche perdere chiude definitivamente la partita.

  9. @Ugo
    “Resto fermo nella convinzione di fondo che dal deformare la realtà raccontando falsi non possa seguire quella maturità civica in generale e maschile in particolare che qui e altrove si auspica.”
    Sottoscrivo.

  10. Quello che mi lascia perplesso è il presupposto che esista una “violenza maschile”. Non che i maschi non abbiano un modo peculiare per attuarla (difficilmente una donna potrà prendere a pugni un uomo che pesa il doppio di lei), ma penso che il centro della riflessione debba essere la violenza, non l’aggettivo maschile. Cosa ci ferisce dell’altro? Perché reagiamo così e non cosà? Cosa vogliamo esprimere quando siamo violenti? Che forme ha la violenza?

    Sul questo tema ho trovato molto interessante il saggio di E. Fromm Anatomia della distruttività umana. (immagino sia un classico, ormai)

  11. brava Marisa Guarneri, dopo questa bella intervista a cura della brava Marina Terragni mi è venuta voglia di andare ad offrirmi come volontaria per essere d’aiuto alla casa delle donne di Torino, dopotutto sono infermiera e saprò rendermi utile!
    tutto il resto …è INUTILE

  12. @ilcomizietto

    E’ abbastanza plausibile che i maschi della nostra specie abbiano una certa propensione, geneticamente condizionata, alla violenza e alla prevaricazione, anche sessuale, mediamente più di quanto l’abbiano le femmine, con molta variabilità individuale.
    Riconoscere (la plausibile esistenza di) queste propensioni, quale che sia la loro forza, generalmente forse non grande, non significa affatto giustificarle. Anzi, più le riconosciamo queste possibili propensioni istintive, più le controlliamo. L’educazione serve a questo.
    Esorcizzarle negando che possano esistere, non sempre aiuta.

    Poi, ci sono anche gli aspetti culturali.
    In molte culture, incluse le nostre, ci sono tradizioni di dominio maschile, che nel complesso si sono indebolite, ma ancora permangono, di nuovo con grandi variazioni fra individui (uomini e donne) e comunità.

    E’ anche plausibile che le donne abbiano pure le loro specifiche propensioni, geneticamente condizionate, e tradizioni culturali a sostegno di loro comportamenti d’altro genere non del tutto positivi, anche se meno nocivi.

    Scusate la pesantezza😦, dovuta forse anche alla serietà del tema.

  13. @Caterina m
    Allora dovrei catalogare come inutile anche la sua entusiastica incontinenza a comunicarci le sue decisioni professionali? Io ad esempio non sarei così maligno dal dirle che parlare di sé agli altri senza contribuire al dibattito è il massimo dell’inutilità. Perciò anche lei non sia velenosa a definire i nostri commenti come inutili. Si chiama rispetto: quella cosa ermafrodita che fortunatamente non si declina in un genere contro l’altro.

  14. @Ugo,
    la mia entusiastica incontinenza è pur sempre inferiore alla sua, per fortuna, non vorrei toglierle troppo spazio

  15. @ Caterina M
    Visto che siamo entrambi incontinenti veda di centrare il vasino almeno.

  16. @Ugo
    rispetto=cosa ermafrodite che non si declina in un genere contro l’altro? complimenti per la coerenza, io lascio continui pura da solo

  17. Pingback: Cominciare dai centri antiviolenza | Maschile/Femminile

  18. Condivido pienamente i tre punti evidenziati da Giovanna, ora mi sento meno in colpa per non aver aderito con entusiasmo a questa ondata di indignazione collettiva..

  19. Non ho capito questo passaggio:
    “In più la violenza sulle donne costituisce un’ottima valvola di sfogo delle tensioni sociali. Sei disoccupato, non ce la fai a tirare avanti? Puoi sempre scaricare la rabbia su tua moglie o sulla tua compagna. In sostanza, per battere davvero la violenza si dovrebbe ribaltare la società patriarcale. C’è poi un terzo elemento che va considerato”.
    In che modo, concretamente, il sistema sociale promuove la dinamica non ce la fai a tirare avanti -> sfogati su tua moglie o la tua compagna?

  20. Matteo, Ugo, Ben: ho postato questa intervista facendola precedere da una premessa in cui ho evidenziato ciò che secondo me di buono se ne può trarre. Dopo di che, lo so: i punti che rilevate sono problematici, anche se fanno parte del bagaglio retorico di alcuni settori del movimento femminista. Alcuni ritengono che siano controproducenti e portino più danni che vantaggi alla battaglia delle donne per la parità economica, sociale, politica. Altri invece pensano che una certa dose di, chiamiamola così, “sloganistica” sia tipica di qualunque battaglia politica e sociale, dunque anche di questa. E che per condurre certe battaglie e ottenere un minimo di risultati sia inevitabile, altrimenti non smuovi la massa critica di persone necessaria a fare pressione sulle forze politico-economiche, a ottenere attenzione mediatica, eccetera.

    Allora io vi chiedo: sicuri di non provare più fastidio – pregiudiziale – nei confronti della sloganistica femminista (vetero o neo che sia), di quanto non ne proviate rispetto alla sloganistica del vostro partito o movimento del cuore? o di un partito o movimento che sentiate a voi più vicino? Un fastidio che proviene da com’è andata la storia del femminismo italiano, e che dunque è certo addebitabile a molti errori di quel movimento, ma che si è sedimentato nella nostra cultura fino a diventare un macigno da cui neppure voi – che certo non avete nulla contro la parità di genere, né siete certo favorevoli alla violenza sulle donne – riuscite più a prescindere? Pensateci bene, prima di rispondere. O anche senza rispondere.

  21. Dove sarebbe il fastidio nelle mie parole? Non ho capito un passo, è molto semplice, mi pare. E il tono è molto diverso dai commentatori che hai incluso.
    Prendo atto (è la seconda volta) che a una mia domanda su questo argomento, rispondi con un atteggiamento un po’ aprioristico e un po’ maieutico. Però confrontiamoci, eh…
    Mi pare che il pregiudizio sia tuo, in questo caso. Non vedo cosa c’entrino gli slogan nella domanda che ho fatto, o nel passaggio che ho citato.

  22. Matteo, lo slogan c’entra nel senso che la generalizzazione – così come è proposta nel passaggio dell’intervista – semplicemente non regge, e su questo c’è poco da discutere secondo me. Chiedi: in che modo “il sistema sociale promuove la dinamica non ce la fai a tirare avanti -> sfogati su tua moglie o la tua compagna?”. Come faccio a rispondere a questa domanda? In nessuno modo che sia decentemente argomentabile nello spazio di un commento. Anche perché i sistemi sociali sono sistemi complessi, in cui non vigono nessi di causa ed effetto come quello che tu riassumi addirittura con una freccina. Dunque, messa così, la faccenda prevede una sola risposta: in nessun modo. E perciò la domanda mi è parsa più una provocazione che una vera richiesta di chiarimento.

    Insomma, quel passaggio dell’intervista non regge, a meno che non lo si legga con grande benevolenza. O non lo si accolga come un atto di fede. In alternativa, lavorando seriamente, si dovrebbero portare dati: ma di che tipo? Degli ultimi anni? Dieci anni? Venti? o dal 2008, quando c’è la crisi? E a cosa ci si riferisce quando si dice “sistema sociale”? dobbiamo distinguere il sistema sociale del nord Italia e quello del sud, o no? e per fare tutto ciò basta un commento? Ce ne vogliono dieci, almeno, no di più. O non ci vuole piuttosto uno studio approfondito di qualche tipo? Secondo me, questa seconda cosa. Io non ho fatto studi di questo tipo, e non ne conosco. Se qualcuno ne conosce e ci può dare il link, gli/le sono grata.

    Insomma, è per queste ragioni che ho risposto come ho risposto: il tuo commento mi pareva voler ribadire le lacune e i problemi che sia Ben sia Ugo avevano già rilevato. Scusa se ti ho frainteso: nessun pregiudizio, credimi, solo lettura del tuo commento nel contesto degli altri. Che tu pure hai letto, visto che ne prendi le distanze. E allora cerca di capirmi…🙂

  23. La si perdona sempre, proffe😉
    Ok, grazie per la risposta. Ti ho fatto la domanda perché leggendo me la sono posta, e non ho trovato risposta. E anche leggendo ora, non mi pare uno slogan, perché parla di “elementi”. A me pare una weltanschauung, piuttosto, un immaginario composto a partire da convinzioni concrete, e su un tema del genere, gli atti di “fede” come li chiami tu, sono molto pericolosi.
    Volendo leggere qualche ricerca o dati ufficiali su omicidi, per numero e genere, dove li trovo? hai qualche link (mi risparmieresti un sacco di googling😀 ).

  24. Matteo, allora su questo sono io a essere più dura di te, con quel passaggio: per me, messo così, presta il fianco a talmente tanti dubbi e critiche, che è pura sloganistica. Link e dati ufficiali? li sto cercando e ci sto lavorando pure io… forse Ugo ci può aiutare.

  25. tu fai troppi transfert!😛

  26. Ecco le mie (meditate ;-)) risposte alle due domande di Giovanna, molto interessanti, sperando di non averle fraintese.

    Seconda domanda (Si è sedimentato anche in me un po’ del “macigno” pregiudiziale anti-femminista?). Onestamente non credo. Ammiro senza riserve le donne che fanno valere con energica risolutezza il loro diritto alla parità, anche quando danneggia qualche mio interesse o castiga qualche mia ingiusta propensione maschile. Trovo anzi che alcune donne fanno valere poco il loro diritto alla parità. Oppure, per dirla tutta, lo fanno valere male, cioè in modo velleitario e magari anche un po’ ingiusto. Condivido questa posizione con non pochi uomini, che non ostacolano affatto la parità di genere e, per quel che possono, la supportano.
    Naturalmente tutti facciamo male tante cose, ci mancherebbe. Criticarsi costruttivamente a vicenda, fra “alleati”, mi sembra utile. Siccome mi piace ricevere critiche del genere, tendo anche a farne. La mia critica a Marisa Guarneri sul nesso fra occupazione femminile e violenza maschile era costruttiva. (Idem, a mio giudizio, le critiche di Ugo su dati statistici e argomentazioni erronee.)

    Prima domanda (Sono più indulgente col mio partito del cuore?). Onestamente non credo. Essendo votato all’autocritica, anche per educazione o distorsione professionale, sono più severo con le idee che mi stanno più a cuore e su cui quindi ho riflettuto di più, fra cui la parità di genere e l’eguaglianza sociale.
    Sono meno indulgente anche con le persone che sento moralmente e intellettualmente più affini. (Molto più indulgente invece, per dire, con i Berlusconi o i Bossi, che sento poco affini a me. E’ una patologia come un’altra🙂. )

  27. Lasciami aggiungere, Giovanna, che ho apprezzato enormemente, come ho già detto in un altro post, i tre punti in cui tu hai selezionato le cose giuste dette da Marisa Guarneri.
    Ma la sua intervista conteneva anche una dose di vittimismo. Detesto il vittimismo, anche quando espresso dalle vittime, perché è velleitario e distoglie dall’azione efficace. Purtroppo il vittimismo non scarseggia fra le femministe, e in generale a sinistra. D’accordo, un po’ è forse inevitabile, come la “sloganistica”. Ma meno ce n’è, dell’uno e dell’altra, tanto meglio.

  28. @MatteoPlatone

    http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/homicide.html (ONU, 2008. I dati più recenti.)
    Dà il quadro totale e recente a livello mondiale e europeo; inoltre hai le fonti differenziate per ogni Stato, il tasso di omicidi divisi per genere ogni 100000 individui, quindi la classifica della mortalità femminile. Inoltre hai un dato da incrociare che è pratico e utile: la percentuale delle vittime divise per genere nell’interezza degli omicidi.

    Il report del nostro Ministero dell’Interno ha tabelle specifiche per gli omicidi di diversi Paesi Europei divise per anni e per genere. (fonte WHO)🙂
    Arriva fino al 2002, ma è interessnate per definire eventualmente un trend (che non c’è).
    http://www1.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/14/0900_rapporto_criminalita.pdf

    Pag. 164

    Ps
    Magari avessi pregiudizi nei confronti del femminismo. In quel caso infatti potrei illudermi di confutarli con i post giudizi. In generale non ho nulla contro il femminismo, così come non ho nulla contro la lettura dei tarocchi, l’omeopatia, la religione.

  29. grazie per i dati.
    (ma devi essere per forza caustico?😉 )

  30. scusa, sono io che sono rincitrullito, o c’è solo la divisione in sesso per vittime, e non per esecutori?

  31. @Matteoplatone?

    Forsesei rincitrullito se ti poni la domanda.😉

  32. Ps
    Comunque se quel che ti interessa è poter constatare la situazione italiana, davo per scontato che tu conoscessi Bollettino di Guerra (http://bollettino-di-guerra.noblogs.org/), ovvero il sito acui tutti attingono e che si prende la briga di contabilizzare le morti femminili e infantili, riportando i nomi delle vittime e degli assassini, tramite monitoraggio dei media a livello nazionale. Il problema è che tutti i siti femministi e tutti i giornalisti dell’appello hanno leggono il numero delle vittime e lo prendono tout court per femminicidio mentre c’è dentro di tutto e in nessun caso è possibile unificare i singoli episodi nell’odio di genere (molti sono gli assassini che si suicidano ad esempio, molti i matricidi, molte le vittime e gli assassini ultra 60 e gli ultra 70, diverse prostitute, estranei presenti, uccisi e contabilizzati).
    Comunque qualcuno in questi giorni deve averglielo fatto notare perché ad esempio le vittime, che avevano superato abbondantemente i 60 sono retrocesse a 58. Ad esempio erano stati contati entrambi i genitori uccisi dal figlio. Ma il pallottoliere continua a sommare morti maschili infantili e adulti (#42, #34-#35, #30, #26, #16, #8) e donne che non sono mai morte (#49)
    Ancor oggi nessuna persona che abbia fatto una dichiarazione di errore. Giammai. Altrimenti poi come si fa ad arrivare a fine anno con qualche morto in più e mostrare con allarmismo che il trend è drammatico? Se il trend non esiste, i numeri sono quelli attuali e i moventi sono diverisssimi tra loro, il problema non è risolvibile certo con politiche culturali. Quindi addio sovvenzioni per le associazioni e addio visibilità per tutte quei cinici che strumentalizzano la questione femminile per trarne una personale carriera politica o professionale.

  33. Questi numeri non dicono niente sull’omicidio di genere perche’ la classificazione e’ per vittima e non anche per esecutore e motivazione. Il documento del ministero degli interni che pure e’ interessante anche se vecchio parla comunque di omicidi generici. E a p 165 parla di cicli: quello che vale in un decennio puo’ non valere nell’altro. Ed essendo il documento del 2002 non dice molto di quell che e’ successo negli ultimi 10 anni. Sempre a pagina 165 dice:

    In generale, le vittime sono più frequentemente uomini quando gli omicidi riguardano la criminalità organizzata o comune, mentre, al contrario, interessano maggiormente le donne quando avvengono nella sfera domestica.

    Che significa: la maggior pate di omicidi di donne sono femminicidi lo erano nel 2002 e lo sono ancora adesso mi sembra. Infatti il fenomeno e’ diventato cosi’ visibile negli ultimi anni che l’ONU ha deciso di mandare un inviato apposta. Ed e’ proprio la rappresentante dell’ONU che ha parlato di femminicidio in Italia a Gennaio di quest’anno. Non nel 2002 e non nel 2008.

    http://www.linkiesta.it/situazione-femminile-in-italia-violenze

    E un triste primato tutto italiano è quello di vedersi affibbiata in un documento ufficiale delle Nazioni Unite la parola «femminicidio».

    Se non fosse per l’ONU non ci sarebbe questo polverone attorno alla parola femminicidio in Italia. Mi domando sono rincitrulliti anche loro e solo Ugo ha la verita’ in mano?

  34. @Alessandra
    Scusi, ma lei ha problemi di cherry picking? Non vede che ho postato il documento piàrecente in assoluto (2008) che è dell’ONU? Che ha fonti dell’OMS? Non si rende conto che la mancata presenza degli esecutori nelle statistiche ONU è un argomento che offende in primis la sua intelligenza? Infatti io do per scontato che ogni omicidio femminile che vi vine contabilizzato è perpetrato per mano maschile all’interno di motivazioni femmincide: e anche così i numeri sono zero, l’Italia è tra le più sicure al mondo, seconda in Europa dove il Belgio è il più pericoloso (a parte i nuovi stati dell’Ex unione Sovietica). Comprende oppure no?
    E l’ONU non ha mai parlato di femminicidio per quanto riguarda l’Italia (del resto sono proprio le statistiche redatte da lei stessa a dirci diametralmente il contrario). Questa è un’altra bufala che gira nel mondo femminista:
    Peròse vuole potrebbe darci il link del documento ufficiale in cui Rashida Majoo, in visita in Italia, avrebbe attribuito al nostro Paese in modo esplicito la situazione di femmincidio quando invece si è limitata a dichiarazioni generiche e standard sull’importanza di monitorizzare la violenza e applicare adeguate contromisure culturali e bla bla bla.
    Provi un po’ a trovare il documento,cara Alessandra, invece di bersi tutte le panzane compatibili alla sua visione del mondo.

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