Inglese all’università: sogno o nightmare?

La settimana scorsa Annamaria Testa ha commentato su Nuovo e utile l’annuncio del rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone, per cui dal 2014 i corsi di laurea magistrale e di dottorato del Politecnico si terranno in inglese, e quello del ministro Profumo, per cui sarebbe auspicabile che gli atenei italiani più prestigiosi, almeno in alcuni settori, facessero altrettanto.

Rilancio qui l’articolo di Annamaria, che solleva molti interrogativi fondamentali. Premetto tuttavia che:

  1. Non condivido tutte le critiche che sono state mosse alla svolta del Politecnico, perché mi paiono motivate – non quella di Annamaria – dalla consueta resistenza conservatrice di un’Italia che stenta ad accettare il confronto internazionale: il mio sogno è insegnare e vivere in un ambiente multidisciplinare, multilingue e multietnico, ma mi scontro tutti i giorni con una realtà lontanissima da questo. Non vorrei mai che la pioggia di critiche che stanno arrivando al Politecnico frenasse un tentativo, pur imperfetto, in questa direzione.
  2. Proprio in questo periodo sto tenendo, al master Marketing, Communication and New Media di Alma Graduate School, per la mia prima volta un corso tutto in inglese di 40 ore (Strategic Positioning and Online/offline Reputation) a una classe mista di italiani e giovani da tutto il mondo: conosco bene, dunque, le difficoltà di questa situazione, sia mie sia degli studenti, che tuttavia, data la materia già molto internazionalizzata, riguardano non tanto i contenuti quanto la costruzione delle relazioni, certo facilitate quando si può usare la propria lingua madre per scherzare, fare ironia, gestire le emozioni proprie e altrui. Ebbene, ci stiamo sforzando tutti (io per prima) di superarle e vedremo come andrà. L’anno prossimo certo andrà meglio.

Detto questo, la parola ad Annamaria:

«Il rettore del Politecnico di Milano vuole rendere obbligatorio l’insegnamento in inglese per tutti i corsi di tutte le lauree specialistiche. Il progetto suscita diverse perplessità. Ecco quanto ne scrive il linguista Raffaele Simone. Qui il parere dello scrittore Sebastiano Vassalli. Qui, invece, l’opinione di Carlo Palermo, preside della Scuola di Architettura e Società del medesimo Politecnico. L’Accademia della Crusca sta raccogliendo diversi contributi sull’argomento e ha chiesto anche il mio. Pubblico in anteprima su NeU il testo che ho appena inviato.
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Make your English clear

Ho letto, e poi riletto diverse volte quanto scrive Giovanni Azzone nel suo intervento sul Corriere della Sera dell’11 marzo. Se ho ben capito, l’introduzione dell’inglese al Politecnico di Milano come lingua esclusiva e obbligatoria per l’intera formazione specialistica servirebbe: (a) a far sì che gli studenti italiani imparino a interagire in un ambiente globale, preparandosi a svolgere un ruolo attivo nella società; (b) a formarlo, l’ambiente globale, attirando docenti e studenti stranieri; (c) a far sì che, nei confronti degli stranieri, il nostro paese possa manifestare tutta la sua capacità di attrazione culturale e di lifestyle; (d) a trattenere qui gli studenti italiani più aperti al mondo, i quali altrimenti andrebbero a formarsi altrove.

Immagino che l’obiettivo maggiore di ogni corso di laurea sia offrire la miglior formazione possibile, nel modo più efficace possibile. Perché il perseguire obiettivi ulteriori (l’inglese, l’ambiente globale, e così via) non vada a detrimento del primo, credo che si debba verificare l’esistenza di alcune condizioni di base. Per esempio.
– Tutti i docenti italiani parlano perfettamente inglese.
– Tutti i docenti stranieri non di madrelingua inglese si sentono più a loro agio con l’inglese che, magari, con il francese o lo spagnolo.
– Tutti gli studenti italiani capiscono perfettamente l’inglese.
– Non c’è nessuna differenza di qualità, per quanto riguarda i docenti italiani, tra le lezioni tenute in italiano e quelle tenute in inglese.
– Non c’è un significativo aumento di difficoltà per nessuno studente.
– Tutti i testi necessari per ogni corso sono disponibili in inglese.
– In ogni aula c’è un buon numero di studenti stranieri anglofoni, o non anglofoni ma la cui seconda lingua è l’inglese (e non, magari, lo spagnolo o il francese. O perfino l’italiano).

In assenza di queste condizioni di base il sogno di un’università cosmopolita rischia di trasformarsi in un nightmare di lezioni semplificate, liste a punti in powerpoint lette con pessimo accento, perifrasi tanto spericolate quanto vaghe, studenti che non capiscono o fraintendono, gruppi di italiani che si parlano tra loro in inglese maccheronico, docenti italiani il cui inglese imperfetto viene scambiato per imperfetta competenza della materia,  anglofoni che si mettono le mani nei capelli perché gli sembra di non capire la loro stessa lingua, appunti che non trovano corrispondenza nei libri di testo, risultati d’esame malamente influenzati dalle disuguali competenze linguistiche vuoi dei docenti, vuoi degli studenti, idee sfuocate e buchi cognitivi: primo fra tutti la perdita dei termini italiani tecnico-scientifici che possono essere necessari poi per farsi capire qui, da noi, nel mondo del lavoro, sia agli italiani, sia agli stranieri che volessero fermarsi in Italia.

Non sarebbe più semplice, e più sicuro, potenziare gli insegnamenti in inglese senza rendere obbligatoria l’adozione dell’inglese per tutti, per tutto, a qualsiasi costo e a prescindere, consentendo anche insegnamenti in italiano o in altre lingue di ampia diffusione?
Procedere gradualmente non aiuterebbe a testare la fattibilità del progetto su ciascun singolo insegnamento, a sperimentare nuove formule, magari a verificare – sarebbe interessante farlo – quali dinamiche cognitive vengono attivate, e come, nell’apprendimento di materie complesse in un’altra lingua, e poi a individuare strumenti che possano aiutare chi, con l’altra lingua, ha qualche difficoltà?

Sul tema dell’inglese obbligatorio vorrei anche porre alcuni quesiti di carattere più generale:
– perché in un’università sì globale e cosmopolita, ma italiana, né l’italiano né nessuna lingua oltre all’inglese può avere diritto di cittadinanza?
– perché si considera prioritaria una formazione in inglese rispetto alla miglior formazione possibile, in qualsiasi lingua sia (e meglio se in più di una)?
– perché si ritiene che uno studente straniero sia per forza più attratto da una laurea specialistica in Italia tutta e solo in inglese? E non, per esempio, dalla scelta più ampia tra il frequentare corsi in inglese e corsi in altre lingue, italiano compreso?
– che c’entrano l’attrattività dell’Italia e dello stile di vita italiano con la scelta di una singola università di parlare d’obbligo solo inglese? Studenti stranieri che hanno studiato in Italia, e anche imparato un po’ di italiano, non potrebbero essere ottimi ambasciatori dell’Italia nei paesi d’origine, e nel mondo?
– perché un bravo laureato italiano che vuole restare in Italia dovrebbe trovarsi orfano dei termini e delle categorie necessarie a ragionare anche nella sua lingua madre delle materie di cui più dovrebbe essere competente?
– perché uno studente davvero aperto al mondo e desideroso di andare a confrontarsi con la cultura, i ritmi, la vita e le opportunità di un paese straniero dovrebbe cambiare idea solo in seguito all’offerta di un insegnamento inglese in Italia?
– e perché mai, se si vuole sul serio integrare l’apprendimento dell’inglese nell’offerta educativa nazionale, si comincia dal fondo, dagli insegnamenti più complessi, da un’età in cui imparare bene una lingua straniera tanto da usarla correntemente è comunque meno naturale, invece che dalla scuola primaria?

Infine: ogni lingua ha in sé processi mentali, storia, cultura, memoria, visioni peculiari.
Molti studiosi, e tra questi Teresa Amabile della Harvard Business School, ci dicono che la creatività, intesa come capacità di progettare qualcosa di nuovo che sia socialmente utile, cresce con la varietà delle esperienze e dei punti di vista.
Gruppi creativi risultano tanto più fertili quanto più la loro composizione è varia per sesso, età, genere, etnia, provenienza e cultura dei partecipanti e quanto più vengono esposti simultaneamente a stimoli culturali diversi.
Non può darsi che il riconosciuto valore degli italiani, quando vanno all’estero, derivi sia da una preparazione in genere eccellente, sia da uno stile di pensiero italiano che andrebbe se mai, insieme alla lingua, preservato e valorizzato?

Certo: oggi saper pensare e lavorare in inglese è indispensabile. Ma anche saper pensare e lavorare in italiano, per un nativo, lo è. Una competenza non può e non deve escludere l’altra. È una questione di radici, di maggior ricchezza di risorse cognitive e, perché no?, di orgoglio e di identità.

L’immagine di sopra si intitola Sheep, Ship, Chip ed è tratta da Adsoftheworld

32 risposte a “Inglese all’università: sogno o nightmare?

  1. Sono d’accordo con l’intervento di Annamaria, in particolare mi piacerebbe sapere come sarà possibile trovare tutti professori in grado di insegnare in un inglese che sia comprensibile da chi anglofono non e’. Per esperienza, incontro spesso italiani convinti di essere fluenti in inglese ma che alla resa dei conti, fanno pena e sono difficilissimi da capire, anche in conversazioni di argomento banale.

  2. Condivido molte delle obiezioni, mi chiedo ad es. che senso possa avere insegnare lingua e letteratura italiana in inglese… Bisogna peró riconoscere che in una nazione come l’Olanda, dove la maggior parte dei corsi sono insegnati in Inglese, le universitá hanno un tasso di internazionalizzazione pazzesco e di conseguenza, essendo la circolazione di studenti/esse e docenti di respiro globale, il livello é veramente, veramente alto. Di certo all’Italia e alle sue universitá un po’ di scambio e di apertura non guasterebbe. Trovo drammatico che nel nostro paese non ci sia un flusso di (giovani o meno) europei come accade invece altrove, ok la situazione economica non é delle migliori, ma non credo sia questo il motivo. Il nostro paese non é piú culturalmente competitivo e questo anche a causa di una provincializzazione spicciola e persistente.

  3. Scusa Giovanna, ma dov’è che Profumo avrebbe annunciato (o forse auspicato?) che dal 2014 tutti i Corsi di Laurea dovrebbero tenersi in inglese? Mi pare che la cosa riguardi solo il Politecnico (di Milano). Ora, io capisco che per gli insegnanti anglofonicamente analfabeti che ancora pullulano nelle nostre università l’antifona è suonata come una minaccia imminente di congedo obbligatorio; tuttavia nessuno ha pensato di estendere a tutti i corsi l’obbligatorietà dell’inglese. Del resto le “scienze” morbide si basano sulla capacità di racconter(se)la, quindi ciò che dice Annamaria è valido solo per questo settore e abbandonare l’italiano per l’inglese con il fine di internazionalizzarsi un po’ di più sarebbe come trovare un amante alla moglie per renderla più esperta. Il Politecnico invece non deve insegnare retorica bensì ingegneria e architettura dove fortunatamente i materiali sono già hard e internazionali da sempre e c’è ben poco spazio per estemporanee mode da annoiato boudoir umanistico. Perciò l’iniziativa è lodevole e giusta e se volessi costruire una carriera in una di queste due discipline vorrei l’inglese di default. Ciò non toglie naturalmente l’uso dell’italiano fuori dall’università, e spero che anche i critici siano d’accordo sul fatto che frequentare corsi in inglese in Scienze delle costruzioni non implichi di per sé l’inibizione di quella nostra creatività – wow! – del genus italico nel trovare la migliore ubicazione per i sanitari del bagno di casa, e comunque non corrompa così tanto la comunicazione con l’anglofobo muratore tale da confondere il water con la fioriera e finendo per ritrovarselo a centrotavola.
    Tuttavia critico questa tecnica sofista del mettere le mani avanti che si basa essenzialmente sul menare lo spauracchio dell’estensione dell’obbligo a tutti corsi universitari (che non mi pare nessun ministro abbia dichiarato di voler fare) e criticare questa indebita estensione per affossarne anche la sua limitata applicazione al politecnico et similia. In fondo è una tecnica non dissimile dall’alibi del fumatore che di fronte al divieto di affumicare nei soli luoghi pubblici risponda piccato che tutto è in fondo luogo pubblico e quindi deduca che è quella dello Stato è un’iniziativa liberticida che gli impedirebbe di fumare tout court; iniziativa che tra l’altro provoca in lui una malattia da frustrazione che proprio lo Stato salutista vorrebbe eliminare, che diamine!
    Il ministro potrebbe però intervenire sull’unico vero handicap che guarda caso unisce in parentela i popoli più sfigati nell’uso dell’inglese (Spagna, Francia,Italia, etc): la presenza del doppiaggio nella cinematografia. Non ce ne siamo resi conto ma sla nostra crescita economica è tenuta in scacco da decenni dai vari Rizzo o dai Boccanera, veri clan che hanno affossato l’internazionalità degli italiani attraverso il loro eccesso di talento vocale che molti considerano una droga irrinunciabile che contribuisce a quella stanzialità da familismo amorale in cui tutto resta italiano: non puoi valicare l’oceano se perfino l’eco delle montagne ti ripete la tua lingua. Prima o poi si dovrà intervenire anche da qui. Perché non iniziare dal 2014?

  4. Il fatto di avere personale docente effettivamente competente nel sostenere lezioni in lingua inglese può rappresentare un problema: chi parla davvero (un buon) inglese, pur essendo italiano?

    Non si può però negare che studiare, una volta appresa la lingua, in inglese sia più semplice: la mente lavora maggiormente, come riportato sopra ogni lingua ha in sè processi mentali ecc…

    Di certo se questa proposta viene accettata richiede un cambiamento, cambiamento che (secondo me) farebbe bene al nostro paese, al nostro lavoro (in base alla tipologia) e comunque rimane una nota positiva anche per il nostro patrimonio culturale (personale intendo).

    Il sogno iniziale, a mio avviso, è più che ottimo ma come spesso accade, nel nostro paese, dipende dal modo in cui si realizza.

  5. @Elena Mazzali scrive “Non si può però negare che studiare, una volta appresa la lingua, in inglese sia più semplice: la mente lavora maggiormente […]”
    E la testa forse non contesta, per rimanere alla sua involontaria rima.
    Sempre che “tradurre” non sia per la mente un lavoro forzato in accordo con l’essere tradotti in carcere.
    Che ogni lingua abbia i suoi processi mentali è vero ma non vorrei che questa frase fosse presa da chi la usi come conferma dell’ipotesi Sapir-Whorf che, lo ricordiamo per i più smemorati, assume che il mio linguaggio sia l’immagine del mondo. Diverso il linguaggio, diversa l’esperienza che ne ho. Ipotesi suggestiva ma falsa, e non c’è bisogno del selvaggio Gavagai e Quine per dimostrare che la semiotica di una lingua è sempre traducibile in un’altra – e a rimetterci sono al massimo gli esiti estetici di una traduzione, nient’altro.

  6. La cosa peggiore sarebbe stabilire regole generali. Che ogni Università e corso di laurea, o addirittura ogni docente, decidano come gli pare meglio. Autonomia.
    Chi sceglie meglio, tenendo conto anche di fattori molto variabili da situazione a situazione, sarà premiato da un afflusso di studenti migliori. Chi sceglie peggio avrà meno successo. Competizione.
    Le pratiche migliori per lo più si diffonderanno, le peggiori verranno per lo più abbandonate. Evoluzione.

  7. L’autonomia delle scelte, inclusa quella della lingua d’insegnamento, avrebbe effetti migliori con l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Andrebbero ovviamente mantenuti severi esami di abilitazione per professioni come quelle di medico, ingegnere, e simili (quelle dove l’incompetenza professionale può produrre danni gravi e irrimediabili alle persone).

  8. @Ben scrive :”Chi sceglie meglio, tenendo conto anche di fattori molto variabili da situazione a situazione, sarà premiato da un afflusso di studenti migliori. Chi sceglie peggio avrà meno successo. Competizione.
    Le pratiche migliori per lo più si diffonderanno, le peggiori verranno per lo più abbandonate. Evoluzione.”
    Povero illuso. Caro Ben, tu stai da anni scrivendo la tua personale apologia della competizione e dell’evoluzione del migliore che ne conseguirebbe.
    Purtroppo vorrei ricordarti che i processi di selezioen e competizione in Natura non vedono vincere quasi mai il migliore ma sempre il peggiore, nel senso di quello più dotato di tutte quelle qualità che deprechhiamo in termini di egoismo, brutalità,sopraffazione. Vorrei ricordarti che Darwin aggiunse la famigerata frase “survival of the fittest”, che per molti sembrava avvicinare la sua teoria a quella del darwinismo sociale, solo a partire dalla quinta edizione dell’Origine delle Specie, su pressione di Herbert Spencer e dei suoi amici positivisti; ma che Darwin non fosse affatto convinto della formula è testimoniato non solo dalle sue resistenze (documentate nella corrispondenza privata di Darwin) ma anche dal fatto che la frase sparisce nelle edizioni successive alla quinta (e lasciamo perdere L’Origine dell’Uomo…).
    Tornando al tema, non c’è alcuna correlazione tra qualità d’insegnamento, numero di studenti e sopratutto eliminazione dei peggiori atenei. Chi si iscrive ai corsi non tecnici in una facoltà dell’IVY league, tanto per restare alle principali università statunitensi, credi che paghi decine di migliaia di dollari l’anno per riceve un’istruzione che potrebbe tranquillamente ottenere gratis in biblioteca o su internet, se è astuto? Ma neanche per sogno. Paga per appartenere a un club, in omaggio al detto “it’s not what you know but who you know”. Club che assicura innumerevoli vantaggi, perché ciò che il mondo lavorativo chiede è l’affidabilità all’interno delle proprie reti e la condivisione di quei valori, e solo in piccolissima parte auspica la nuova relatività, il futuro Joyce o il prossimo Google. E questo perché il genio non è prevedibile né costruibile per mezzo dell’istruzione: formare un fisico che sappia costruire un transisor è facile e riproducibile ovunque e con relativi mezzi finanziari. Formare un Feynman no. Feynman che affermò, forse cinicamente ma realisticamente, in linea con Gibbons, che almeno ad alti livelli, ovvero quelli comeptitivi, l’istruzione è sempre inutile tranne i casi in cui è superflua.

  9. @ Ugo
    Insisto in varie occasioni su autonomia e competizione per reazione agli eccessi della cultura dirigista, spesso secondo me patologici in Italia.

    Anche su questo particolare argomento dei corsi in inglese, mi sembra che si cerchi di stabilire cosa sia giusto come se si dovessero stabilire regole generali emanate dall’alto. Tu stesso hai notato che questo viene dato per scontato (da Giovanna) anche quando forse non lo è.
    A parole, tutti sono per l’autonomia universitaria, salvo dimenticarsene non appena si va sul concreto.

    Non sono affatto un darwinista sociale (infatti ho aggiunto che manterrei severi esami di abilitazione per certe professioni, ovviamente regolati e gestiti dallo Stato).
    Ma lasciami dire, in generale, che il mondo prodotto dall’evoluzione biologica, basata anche su processi di selezione e competizione, non mi fa affatto schifo.😉
    (Sarebbe ben strano che non fosse così, dato che noi stessi ne siamo un prodotto.)

  10. @Ben
    Ma Giovanna ha fatto un discorso generale. Chi invece lo ha fatto particolare è stato Emilio Matricciani, professore del dipartimento di Italianistica? Macché, di Elettronica; di un’università di Palermo, di Treviso, di Ravenna? Eh no. Allora di che? Toh, ma guarda un po’: del Politecnico di Milano e infatti è il promotore dell’appello e qui parla da umanista: “la lingua non è un vestito che ci mettiamo addosso. Il pensiero dipende dalla lingua e le sfumature si perdono”. E lo stesso Matricciani avverte: «Se l’obbligo dell’inglese passa qui al Politecnico senza colpo ferire, sarà esteso a tutto il Paese, almeno alle facoltà tecnicoscientifiche».
    Eccoci.
    Quanto all’argomento che ti piace la competizione e la selezione biologica per il semplice fatto che tu ne sei un prodotto, che dire: dove te ne stai nascosto così bene da non temere il predatore che ti sta già cacciando?

  11. Ugo, Ben e tutti: scusate avevo scritto male l’incipit del post. Profumo non ha fatto nessuna proposta generale, ha solo detto che “in alcuni atenei di prestigio” e “alcuni settori” “bisognerebbe seguire l’esempio del Politecnico”, o qualcosa del genere.

    Vedi: http://www3.lastampa.it/scuola/sezioni/news/articolo/lstp/449982/

    Peraltro lo sapevo, ma nella fretta di stamane mi sono espressa malissimo, accidenti a me. Ora ho corretto. Chiudo scusa a tutti per questo.

  12. Ringrazio Giovanna per aver ripreso il tema. Che già su NeU si è guadagnato molti commenti, notevoli per qualità e profondità, da parte di persone che hanno o studiato, o lavorato, o insegnato in una lingua straniera. Se vi va, provate a dargli un’occhiata: sono la cosa più interessante.

  13. Ugo, temo i predatori (tu intellettualmente sei una tigre, io al confronto un orsacchiotto). Ma il piacere di sfuggire loro, predare a mia volta nel mio piccolo, e controbattere a te, non è da meno.🙂

    Sul merito, mi va benissimo uno Stato che vegli su di noi e sulle nostre possibile bestialità (incluso dimenticarci l’italiano). But est modus in rebus.
    Gli studenti, come gli immigrati, sono capaci di votare con i piedi, se solo gli lasciamo la libertà di camminare.🙂

  14. Comunque Giovanna, permettimi un po’ di veleno verso la comunque ammirabile signora Testa che ha scritto in capo al suo intervento che “L’Accademia della Crusca sta raccogliendo diversi contributi sull’argomento e ha chiesto anche il mio. Pubblico in anteprima su NeU il testo che ho appena inviato. ”
    L’Accademia della Crusca che si esprime su un tema del genere? Che tragico contrappasso, come chiedere al cocchiere cosa ne pensi del motore a scoppio. Però è interessante che la crusca serva per andare in bagno pur non apportando elementi nutritivi. Solitamente è usata inella dieta di molte donne che vogliono dimagrire in quanto la crusca sazia il salutare senso di fame. La letteratura ci dice che però oggi quelle donne hanno ottenuto risultati molto più apprezzabili passando alla frutta. E l’Accademia ha fatto altrettanto.

  15. Io credo che siano ampiamente sufficienti le considerazioni generali di Annamaria Testa sul valore di tutte le lingue, insieme alla proposta di potenziare l’insegnamento dell’inglese senza imporlo come lingua unica per i corsi, o almeno non per TUTTI i corsi avanzati…
    Sarà che io appartengo a una generazione tra le ultime che ebbero la possibilità di “evitare” l’inglese all’università, e incautamente sfruttai quella possibilità, per ritrovarmi adesso a dover recuperare da un livello che non oso definire, con notevoli difficoltà dovute all’età non più giovane e a una mente iperabituata alle strutture neolatine… Ciò malgrado, mentre miglioro percepisco di assimilare forme concettuali ed espressive che non hanno una vera traduzione nella mia lingua nativa, e mi accorgo di lasciarmi contagiare dall’abitudine crescente della gente a usare quei concetti ed espressioni anche quando si parla italiano, ormai persino da chi ha un inglese mediocre come me: ci si “adagia” progressivamente sull’idea di convergere tutti sull’inglese, da subito per quanto possibile e sempre di più in prospettiva… Il che non mi sembra un passo evolutivo (e intanto stavo per scrivere step anziché passo, tanto per fare un esempio), una società che rinnega la propria lingua benché soltanto ai livelli più alti del sapere (almeno per adesso, ma in futuro potrebbe porre in pericolo l’intera lingua, come già accade per i dialetti, anche se certamente qualcuno potrebbe obiettare che sopravvivremo e forse anche meglio comprendendoci a più ampio raggio…)

  16. Non condivido le obbiezioni che riguardano la questione da un punto di vista pratico – perché questa è una di quelle scelte che se in linea di principio sono giuste, poi la prassi vi si può adeguare – presto o tardi. Ma non mi pare una scelta giusta in linea di principio e più che portare avanti lo stantio clima culturale italiano denuncerebbe un complesso di inferiorità, la sudditanza alla voce di un padrone culturale. E trovo patetica l’idea di farsi pubblicità non con la qualità della classe intellettuale ma con il fatto che anvedi che fico! la cattedra l’ha vinta coi punti del latte, e però insegna n’inglese! … Che tristezza.
    No. Secondo me sarebbe opportuno rendere obbligatoria e piuttosto severa la quadriennalizzazione di certe lingue e portata avanti da docenti madre lingua- a seconda delle facoltà, l’inglese volendo ovunque (non so come laureata in filosofia per esempio mi parrebbe un tantino più congruo il tedesco), ma mi sembra anche importante difendere un patrimonio linguistico e considerare l’italiano la lingua dove una cultura e una ricerca vive parlano oggi. Certo per fare la cultura e la ricerca vive servono i soldi del governo, far parlare tutti male costa molto meno e fa tanto fico.

  17. A conferma della mia critica, anche la sempre sensata zauberei si pone in una prospettiva dirigista, poco compatibile con l’autonomia delle Università: “non mi pare una scelta giusta in linea di principio”, “sarebbe opportuno rendere obbligatoria…”.
    E’ propria una forma mentis onnipervasiva nella nostra cultura (da cui neanch’io sono libero, ovviamente, solo mi sforzo di non esserne ciecamente schiavo).

  18. Ben abbiamo capito la tua opinione .- che è rispettabile, ma in un certo senso riguarda altro. Ammessa la libera scelta, la questione è: cosa deve scegliere il singolo ateneo o il singolo rettore? Perchè la questione che tu poni va bene, come corollario – ma in un certo senso è ot. perchè riguarda molte altre cose. Ti si chiede un’opinione sulle singole scelte.

  19. @Zauberei
    Però Zauberei in off topic ci sei andata tu che nell’ordine hai inanellato: il problema della sudditanza culturale (?), la critica alla pubblicizzazione degli atenei per mezzo dell’inglese sbandierato(?), la riproposizione dell’ennesimo corso d’inglese in seno a un Corso di Laurea quadriennale, la questione ecologica di una cultura che sarebbe in via d’estinzione, il problema dei finanziamenti alla “Ricerca”. 😉
    Insomma, arriviamo alla tua domanda (retorica): “Ammessa la libera scelta, la questione è: cosa deve scegliere il singolo ateneo o il singolo rettore?”
    Qui la tua domanda è partorita da una risposta che è già stata data: il singolo ateneo del Politecnico di Milano ha scelto a sua guisa ritenendo che per Ingegneria e Architettura non occorrano le sfumature del Leopardi né le etimologie delle vecchie isole greche bensì un linguaggio che imparenti indigeni e forestieri, emanicando i primi e calamitando i secondi.
    C’è però un’incompatibilità di fondo: su queste materie è bene che non si esprimano gli umanisti perché non sono mai stati chiamati in causa e difficilmente lo saranno in futuro. Perciò mi chiedo perchè immaginare estensioni dell’uso dell’inglese che non ci sono mai state.
    Poiché le materie scientifiche sono attiche e non asiatiche il loro linguaggio gode della sintesi permessa dalle equazioni, dai grafici, dalle spiegazioni operazionali univoche,non sottoposte a interpretazioni esegetiche, al contrario degli elzeviri da psicanalisi o delle indefinibili nebuolose del barocco umanistico che purtroppo trovano terreno facile in quelle materie in cui è possibile pensare (ma impossibile accettare) di dire tutto e il suo contrario (es.per i non udenti: la psicologia è scienza per modo di dire, la ricerca che vi si fa è sovente letteratura della moda del momento, quindi qui importare l’inglese e sopratutto la sua divisione tra scholar e scientist aiuterebbe a capire che nel mondo anglosassone il termine Ricerca ha un significato ben diverso tra scienze umane e scienze senza aggettivi, finanziamenti compresi, ahimè).

  20. @ zauberei

    Sono ripetitivo, lo so e me ne scuso😦.
    Nonostante questo sembra che si stenti a capire il messaggio, non dico a condividerlo.

    Non è neanche il rettore, a mio giudizio, che deve decidere, su decine e decine di corsi di laurea diversissimi (all’incirca 150 a Bologna). Dovrebbero essere i responsabili dei singoli corsi di laurea e addirittura i singoli docenti, senza preoccupazioni di uniformità nazionale, o disciplinare o di ateneo.

    Se, per dire, una laurea specialistica in psicologia cognitiva a Padova è in inglese e a Bologna in italiano, tanto meglio, così gli studenti possono scegliere in base ai loro interessi. Si sperimenta e, a seconda dei risultati, si cambia, senza scomodare governo, ministro e rettore.

    La discussione ha senso principalissimamente per coloro, docenti e studenti, che conoscono bene e sono coinvolti in questi corsi. Soprattutto, dovrebbe essere lasciata ai diretti responsabili, che dovrebbero poi essere ‘premiati’ dal successo o ‘castigati’ dall’insuccesso.
    Tutto il contrario del centralismo dirigistico ancora prevalente, che favorisce “la consueta resistenza conservatrice”, giustamente deprecata da Giovanna Cosenza.

  21. @Ben
    Ma vedi, Ben, occorre un po’ di sano cinismo per capire la realtà. Che senso avrebbe per la facoltà di Psicologia cognitiva di Padova (ma includiamoci anche la sua scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta cognitivista – bel percorso lobbistico anche questo: 5 anni di laurea + 1 anno tra tirocinio e esame di Stato + 4 anni di specializzazione. Ammazza: se uno era intelligente alla fine della fiera chissà quanti neuroni gli rimarranno. Forse un numero simile a imparentare in un’empatica comunione d’intenti il grullaio e il paziente) allestire i corsi in inglese? O meglio: che senso avrebbe per uno straniero venire a studiare psicoterapia in Italia quando può farlo benissimo a casa sua? Invece per il Politecnico si entra nella sfera delle materie serie, nella disponibilità di apparecchiature e Borse magari pià sostanziose e quindi il prestigio si fa sentire all’Estero e perciò imbastire tutti i Corsi in Inglese diventa una necessità.
    Del resto qualunque docente razionale dovrebbe salutare l’avvento dell’inglese come un’opportunità di non vedere il proprio Corso di Laurea dissolversi per mancaza di finanziamenti. A creare più apprensioni pare invece essere la possibilità di dover imparare davvero una lingua che dovrebbe essere già condizione imprescindibile non dico di un docente universitario ma anche di un professore delle superiori. Sempre che il mestiere non sia diventato una professione clownesca in cui l’inglese serva più che altro per poter partecipare alla conferenzina pagata all’estero o al massimo leggersi l’abstract di qualche ricerca che non si leggerà che in traduzione. Tanto chi se ne accorgebbe?

  22. @ Ugo
    Si può impostare un corso di psicologia cognitiva sulle neuroscienze, che sono scienza senza aggettivi. Lì l’inglese va bene come a Fisica. Vedi, ad esempio: http://international.unitn.it/cogsci

  23. @Ben
    A parlare di neuroscienze con me sfondi una porta aperta. Ma rischi di chiudere quella degli studi di psicoanalisi e dell’industria dei divani.

  24. Prima di abbandonarsi mollemente alle solite vuote mitologie di modernità, si controlli prima che il livello didattico generale sia buono, poi si controlli che l’uso della nostra splendida lingua non sia in realtà un valore aggiunto per la trattazione di alcuni argomenti, soprattutto in ambito umanistico (ma magari non solo, ovviamente), poi si inserisca come dice Ben l’autonomia della scelta di tutto l’inglese che si vuole, che fa le ossa forti.

  25. @Ugo
    se dipendesse da me, quel rischio lo correrei a cuor leggero🙂
    Con tutto il rispetto per la psicoanalisi, che ha un valore e un’utilità, non solo industriale, ma non è scienza, in buona sostanza. Almeno per ora.

  26. Io posso dire tre cose sull’ Olanda, visto che è già stata citata: non è vero che quasi tutti i corsi sono in inglese, ma alcune facoltà e alcuni master lo sono. Considerato che alcune università in certe discipline si vogliono porre come dei poli di eccellenza a livello internazionale, e soprattutto in un paese piccolo come l’ Olanda, il fatto di avere delle specializzazioni che attirino docenti e discenti stranieri porta innanzitutto a questa bella impollinazione che migliora la base di partenza: porta soldi perché gli studenti stranieri pagano di più in tasse e tutto (dico solo che certe università hanno fatto sforzi cospicui per pubblicizzare i propri corsi per esempio in Cina). Alcune facoltà, penso all’ Accademia di belle arti Rietveld ad Amsterdam, che ha anche l’ indirizzo moda e a differenza della corrispettiva accademia di moda ad Anversa, entrambe ambitissime ma per quella belga ti tocca studiare il fiammingo, non ne esci, qui puoi anche farlo in inglese, o penso al politecnico di design di Eindhoven, uguale (e uno dei docenti è un mio amico indiano che parla un gran bell’ inglese, nessuno dice di no, ma non precisamente con l’ accento oxfordiano, che peraltro non hanno tutti i ricercatori e professori italiani che lavorano qui). A me incuriosiscono proprio questi due indirizzi, moda e design, perché negli ultimi anni stanno emergendo molti talenti che si fanno strada nel mondo, quando per tanto tempo era l’ Italia ad avere questo ruolo, che stiamo perdendo su tutti i livelli. Può essere che gli olandesi e i belgi sono tanto fighi, o ci hanno investito negli anni in modo più intelligente e lungimirante?
    Poi penso alla facoltà di agraria di Wageningen, altro fiore all’ occhiello del paese.
    Se stiamo a dirci: si, ma che senso ha studiare filosofia in inglese in Italia, sono perfettamente d’ accordo. Se mi dite che una serie di facoltà per cui ha un gran senso pensare all’ internazionalizzazione lo vogliono adottare, potrebbe anche essere una risposta intelligente alla mancata crescita economica del paese.

    (Poi se penso che io mi sono laureata in lingua e letteratura inglese in Italia, e già anche solo quello mi sarebbe piaciuto farlo in inglese, capite che anche 20 anni dopo stiamo sempre allo stesso punto).

  27. Dibattito da stampare!
    Provocazione 1: siamo in grado di ripetere questi bei ed articolati commenti in Inglese?
    Provocazione 2: Profumo dovrebbe offrire un bel sabbatico al 10% migliore dei professori in un paese anglofono. Non ci sono i soldi per questo ed altri progetti? E allora la smettessero con queste belle idee, se non possono finanziarle.

    Come insegnante in lingua inglese (dal 2003) posso testimoniare che essere anglofoni non e` un vantaggio particolarmente importante per gli studenti, almeno nelle discipline tecnico-scientifiche. Un conto e` l` uso comune della lingua, altro e` la conoscenza specifica.

  28. @Enrico Marisili
    Curioso che la tua vera provocazione sia in realtà la terza, quella che non hai numerato😉 :
    “Come insegnante in lingua inglese (dal 2003) posso testimoniare che essere anglofoni non e` un vantaggio particolarmente importante per gli studenti, almeno nelle discipline tecnico-scientifiche. Un conto e` l` uso comune della lingua, altro e` la conoscenza specifica.”

  29. @Ugo
    Non e` una provocazione ma una solida realta`. La logica formale della matematica e della chimica e` un linguaggio a se`. Inoltre molti studenti anglofoni (ma vale, in Italia, anche per gli Italiani), non sanno esprimere correttamente le loro idee in maniera organizzata.
    Capita anche ai profs, of course. Non troppi anni fa mi fu chiesto all` improvviso mentre lavoravo in laboratorio di presentare il mio lavoro in 60 secondi ad un gruppo di visitatori da un` altra universita`. Un disastro! Un misto di ansia, cattiva memoria, disordine, e inconcludenza. Piu` o meno quello che trovo in un singolo elaborato tre volte all` anno, quando mi tocca leggerli.
    Provocazione 4: gli studenti andrebbero educati dal 1 anno a giudicare gli elaborati di dottorandi e ricercatori, come per esempio gli articoli sottoposti a peer review. A prescindere dalla lingua.

  30. @Enrico Marsili
    Tutte le tue provocazioni hanno ragione da vendere. Ma permettimi di dirti che il comune denominatore consiste nella distribuzione dell’intelligenza dei singoli (studenti e docenti). Volenti o nolenti, le università si muovono sui grandi numeri. Il fatot che studenti anglofoni non sappiano esprimere correttamente le loro idee in maniera organizzata non è da valutare come un argomento contro l’inutilità del passare alla lingua inglese bensì copme la presa d’atto che l’ìntelligenza di ciascuno è quella che è e non migliora per quanti corsi tu gli faccia fare. Comprendo che il discorso suona amaramente reazionario. Purtroppo è un fatto. Sempre per rimanere all’esempio principe di queto thread: che uno studente per diventare psicoterapeuta debba fare 10 anni di cursus è ridicolo. Alla persona intelligente basterebbe molto meno e alla persona ottusa non ne basterebbero venti.
    Ma ciò non toglie che le materie scientifiche, in virtù del vantaggio di appoggiarsi già su un proprio linguaggio formale e quindi già universale e non ambiguo, possono essere comunicate con una sintassi iglese che non richiede di saper tradurre il Finnegans Wake laddove altre materie precipiterebbero studente e docente in una condizione invalida.
    Ma io sono una persona che non lavora in Università e non ha preso dottorati, perciò posso permettemri di avere un ideale draconiano da rupe tarpea in cui chi occupa una cattedra o fa il Ricercatore ha sfumature geniali e memorie comunque eccellenti. Il fatto invece che con l’espansione metastatica degli atenei un dottorato o una cattedra la si sia concessa anche al porco è forse il motivo per cui stiamo discutendo adesso: la paura di dover insegnare in inglese per professori che a mio avviso dovrebbero saper insegnare anche in francese o in spagnolo all’occorrenza. Pensa te.

  31. Sono pienamente d` accordo con te. L` universita` di massa ha questo grande difetto. Ma non mi sono spiegato bene, a causa del mio innato disordine. Sono d `accordissimo con l` introduzione dell` inglese nei corsi di master. Si fa altrove, in Olanda (vedi commento sopra) ma anche in Germania, e molti altri paesi. Pero` l` Inglese da solo non cambia i valori in campo. Chi e` bravo, rimane tale anche senza un mediocre prof come me (dico davvero, non e` falsa modestia, me la cavo un po` meglio come ricercatore). Chi non lo e`, prima o poi abbandona o esce con un pezzo di carta poco utile. Pero` l`Inglese obbligatorio, anche quel facile pidgin English che serve nel nostro lavoro, ti permette di viaggiare, scoprire, magari altri linugaggi e culture. Questo valore come porta del mondo rimane, a mio parere. Uno studente bloccato diventera` un fuoricorso incazzato o un impiegato re(de)presso.
    Riguardo alle altre lingue, mi sono riletto un Eco leggero (come fare una tesi di laurea). Be`, non tutti siamo in grado di imparare una lingua scritta in 3-4 mesi.

  32. @Enrico Marsili
    La tua modestia mi fa credere che tu abbia il senso del limite e perciò se anche tu fossi mediocre come professore saresti bravo a capire il disagio dei tuoi studenti. E quindi non saresti comunque un cattivo professore🙂
    Meglio un Eco con 1000 studenti o dieci mediocri con 100 ciascuno? Messo così parrebbe quasi un aforisma di Catalano.
    La verità è che l’asticella per diventare docenti è drammaticamente troppo bassa. Ma lo è in proporzione a quelli dei ricercatori. che a sua volta ha un rapporto matematco fisso con quella dei laureati. Oggi laurearsi merita un applauso con una mano sola.

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