«Hello tomorrow»: l’unità molteplice del mondo di domani

In cerca di pubblicità positive, Marisa – lettrice del mio blog che si firma solo col nome – mi segnala lo spot 2012 “Hello tomorrow” della compagnia aerea Emirates, e così lo commenta:

«Lo trovo evocativo ed emozionante, senza diventare patetico. I protagonisti sono colti in momenti speciali, ma verosimili e non rientrano nei canoni consueti dell’estetica pubblicitaria.»

Concordo con Marisa: la campagna internazionale Emirates (agenzia StrawberryFrog), pur facendo leva su alcuni stereotipi – come ogni pubblicità deve fare per raggiungere il pubblico di massa – ci mostra comunque una molteplicità di etnie, età, generi, luoghi, pratiche. Non solo: li mette tutti in relazione, li intreccia, li fa comunicare gli uni con gli altri. Il che è ancor più evidente sul sito, anche in versione italiana, che mostra «come le persone sono connesse: Emirates.com/it/italian(hellotomorrow.

Lo spot internazionale:

Il «Manifesto» di Hello Tomorrow:

NB: sul sito Emirates.com/it/italian(hellotomorrow trovi tutto tradotto in italiano.

8 risposte a “«Hello tomorrow»: l’unità molteplice del mondo di domani

  1. Cara Giovanna, sono arrivato a un personalissima conclusione piuttosto polemica: le uniche pubblicità apprezzabili sono sempre quelle che si possono permettere di non parlare del prodotto, di non mostrarlo, di non citare le sue caratteristiche (togliamo il manifesto, 2 minuti, improponibile come spot e utile solo per mostrare la mission in chi si colleghi al loro sito). In definitiva, la pubblicità migliore è quella che racconta una storia che potrebbe vivere senza il prodotto in sé. Non a caso altre pubblicità riuscite erano Orange o l’ultima di Inarritu, che c’entrano col prodotto come i cavoli a merenda. Non è detto poi che questa tecnica si presti a tutti i prodotti pubblicizzabili.
    Resta la vera e unica domanda inquietante che un consumatore razionale potrebbe porsi: ma a cosa mi serve una pubblicità del genere che non mi permette di conoscere nulla del servizio o del prodotto pubblicizzato?
    Prevedo la risposta: una pubblicità deve solo saper attrarre la mia attenzione e associare un brand a quella esperienza narrativa. Poi quando avrò bisogno di acquistare un volo mi ricorderò dell’esistenza di Emirates e magari la sceglierò perché in sitonia empatica con le immagini e i valori che mi ha proposto.
    Ma se il mondo è costituito in media da persone – ma chiamiamoli teneramente minus habentes – i cui meccanismi psicologici sono questi, come si fa a tenere insieme questa considerazione con la volontà di abbattere stereotipi di genere, di etnia, di censo, di età, di luoghi e di pratiche? È come voler convincere una persona superstiziosa ad abbandonare la sua irrazionalità per mezzo dell’ìpnosi.

  2. al di là di qualunque considerazione, è un bello spot

  3. Io la vedo così, riguardo al punto sollevato da Ugo.

    Immaginate che gli Stati siano così ricchi e generosi da finanziare, per allietare il popolo, la produzione di video di due minuti che mostrino quant’è bella la vita, poi diffusi su tutti i mass media. E la scelta, fra gli artisti concorrenti, spetti a decisori il cui stipendio e prestigio dipenda dal gradimento del video presso l’intera popolazione o suoi specifici settori (target).
    Credo che avremmo spot non tanto diversi dalle pubblicità oggi in circolazione.

    Perché? Perché gran parte degli spot pubblicitari pretendono di mostrare quanto è bella la vita, sotto svariatissimi aspetti, associati più o meno vagamente alla natura del prodotto venduto (più che alla sua buona qualità) e ai corrispondenti target.
    Non so come i produttori siano arrivati a questa formula (certamente Giovanna e altri qui lo sanno), basta sapere che i produttori la ritengono, a torto o a ragione, rispondente ai loro interessi.

    Se le cose stanno così, come mi sembra innegabile, la pubblicità diventa un formidabile veicolo di visioni della vita e valori, diversi e a volte perfino antitetici, con un’importante influenza reciproca fra modelli culturali vigenti e modelli proposti dalla pubblicità stessa.
    Di qui l’interesse di analizzarli, questi valori e queste visioni. Come molto utilmente viene fatto in questo blog. :-)

  4. Aggiunta.
    Credo di non avere mai fatto una scelta d’acquisto condizionata dalla pubblicità, se non per dispetto a pubblicità sgradite o invadenti: ti sei fatta notare e non ti compro. ;-) Quanti siamo così? Forse moltissimi.
    Nonostante questo, guardo la pubblicità con interesse e piacere, le poche volte che mi capita (non ho la TV), perché mi dice qualcosa su che cosa stia bollendo nel calderone culturale.

  5. E’ una campagna carina, senza acuti, ma molto azzeccata. Le idee che funzionano non devono essere per forza scioccanti o scandalose. StrawberryFrog non è esattamente un’agenzia pubblicitaria, si occupa di movimenti culturali. In questo caso fa appello ai cosidetti “globalisti” o “yes global”, una categoria che al pari di Emirates non vuole arretrare di fronti ad una crisi che è mondiale, e a cui vuole rispondere inneggiando al cambiamento e alla contaminazione. http://www.marketingweek.co.uk/news/emirates-introduces-new-brand-positioning/4000869.article
    In quanto ai minus habentes evocati da Ugo, mi sembra un’osservazione un po’ grossolana: il rapporto brand-consumer è una questione complessa, ridurlo ad un effetto di simpatia empatica con una singola campagna è riduttivo. C’è molto altro in gioco, soprattutto il vissuto del marchio, nel caso di Emirates, un’immagine strettamente mediorientale che oggi non rappresenta più l’azienda.

  6. ecco, anch’io credo di non aver mai fatto un acquisto influenzato dalla pubblicità, se si esclude qualche giocattolo preteso nell’infanzia perché visto in tv e appunto l’esclusione volontaria di prodotti associati a pubblicità criticabili.
    Sarebbe veramente interessante capire quanto sia diffuso questo atteggiamento.

  7. @Luisa
    Io invece sono influenzatissimo dalla pubblicita. Non riesco proprio a evitare di guardarla. È una droga. Soffro però di una sindrome che non saprei come definire e che mi dà due effetti collaterali: il primo è che nonostante abbia una discreta memoria scordo sistematicamente ogni spot o annuncio stampa cui sono sottoposto, e non a distanza di anni bensì di pochi minuti per cui quando un canale televisivo mi ripropone lo stesso spot avverto che la musichina è la stessa di prima ma non riesco più a ricordare di cosa trattasse e sono costretto a rivederla. Il secondo handicap è che quando una pubblicità offende la mia intelligenza, e quindi quasi sempre, non riesco a comprare il prodotto o il servizio pubblicizzato anche se in sé mi è utile e fino ad allora ne ero acquirente. Io mi sforzo di non guardare, almeno per poter sopravvivere nelle mie abitudine di consumatore, ma la pubblicità è più forte di me e mi ipnotizza con la sua seducente retorica, mi insinua a livello inconscio una repulsione altrimenti inspiegabile tale per cui al supermercato o davanti a una vetrina prestigiosa provo un moto di fastidio. Così facendo la promozione pubblicitaria lavora contro se stessa perché invitabilmente si sforza di convincere chi sarebbe già persuaso senza di lei e invece lo perde in un processo di (s)fidelizzazione. La pubblicità ha perciò un alto valore pedagogico e su di me lavora per sottrazione: mi trasforma in un minus habens, letteralmente una persona “che abbia meno” in quanto mi allontana dall’acquisto. Però sospetto che per molti fortunati che già sono minus habentes per grazia ricevuta, la pubblicità arricchisca portandoli allo stato di maius. Alla fin fine potremmo ricavarne un’aforisma: la pubblicità è quell’attività che ti fa diventare il contrario di ciò che saresti senza di lei.

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