Archivi del mese: giugno 2012

#apply194

Ieri la Corte costituzionale ha dichiarato «manifestamente inammissibile» la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge n. 194 sull’aborto, sollevata dal giudice tutelare del Tribunale di Spoleto. Una nuova conferma per la norma che dal 1978 in Italia permette e disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza.

#save194 a Bologna

Bene, ma non è finita. Per ragioni che spiega Loredana Lipperini:

È accaduto ieri. Mentre i giudici della Consulta decidevano sulla legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, erano a Roma, Napoli, Salerno, Bologna, L’Aquila, Mestre, Torino, Milano, Livorno, Reggio Calabria. Erano a Londra. Erano in rete: su Facebook, dove venivano condivise notizie e fotografie dai presidi. Erano su Twitter, dove lo hashtag #save194 veniva rilanciato continuamente fino all’annuncio: la Corte respinge il ricorso giudicando “manifestamente inammissibile” la questione di legittimità sollevata.

Erano le donne e gli uomini che ribadivano diritto di scelta. La sentenza ha dato loro ragione.

Tutto finito? No. Tutto comincia, e comincia adesso.

Accendere i riflettori su una questione significa porla in primo piano, dove è giusto che sia. In queste settimane molte donne e uomini si sono chiesti come mai occorra, ancora, difendere una legge degli anni Settanta.

Occorre difenderla, è la risposta, perché quella legge non solo viene posta sotto attacco da anni, in innumerevoli campagne che da questo momento non vanno più, per motivo alcuno, definite “pro life”, ma solo e unicamente “no choice”.

Occorre difenderla perché è come se non ci fosse. Perché la percentuale di obiezione di coscienza (oltre il 90% nel Lazio, ma con numeri altissimi in tutte le regioni italiane) fa sì che per molte donne sia più semplice andare altrove. Rivolgersi a un privato, o espatriare (come fanno altre donne: quelle cui la legge 40 impedisce, di fatto, di diventare madri).

Occorre difenderla non solo perché verrà attaccata ancora, ma perché, fra pochi anni, non ci saranno più neanche quei pochi ginecologi che la attuano, oggi, fra mille difficoltà.

Occorre difenderla e rilanciare:

  • con una legge che introduca educazione sessuale e al genere nelle scuole, e campagne sulla contraccezione;
  • con il rafforzamento dei consultori;
  • con una presa di posizione netta e pubblica sulla non liceità dell’obiezione di coscienza dei farmacisti per quanto riguarda la pillola del giorno dopo;
  • con la possibilità reale e diffusa di usufruire della ru486;
  • con misure che garantiscano l’ingresso negli ospedali di nuovi medici non obiettori e di tutte le altre che sarà possibile mettere a punto in Italia e in Europa, con un coinvolgimento dei rappresentanti dei cittadini che non sia occasionale.

Perché il momento è adesso. I diritti che garantiscono libertà e dignità non sono un ripiego, non sono questione da rimandare a causa di una delle crisi economiche più drammatiche vissute da questo paese. I diritti sono ciò su cui questo paese si regge. Da questo momento, dunque, #apply194.

Postato in contemporanea da Blogger Unite(D): Associazione Pulitzer, Loredana Lipperini, Marina Terragni, Giorgia Vezzoli. Se vuoi, condividi il post anche tu.

Analfabetismo emotivo, ovvero: che cos’è una passione?

Vorrei proporre uno spunto, nell’idea che possa diventare, magari, un nuovo filone tematico di questo blog. È sempre più diffuso, in Italia, qualcosa che chiamo «analfabetismo emotivo», che paradossalmente mi pare cresciuto, negli ultimi dieci anni, assieme all’attenzione che la comunicazione di massa riserva alla cosiddetta «passione».

Lo vedo tutti i giorni anche in aula: ogni volta che cerco di stimolare gli studenti a esprimere ciò che provano su questo o quell’argomento, in questa o quella situazione, diventano quasi afasici. Pudore? No, mancanza di parole: in generale non vedono l’ora di raccontarsi, e se gli do spazio lo fanno volentieri, ma in tema di emozioni hanno a disposizione un lessico talmente limitato che piomba il silenzio.

D’altra parte, quali e quante sono le parole che la cultura di massa usa per parlare di emozioni? Poche, pochissime, sempre meno.

La più usata è «passione» appunto. In pubblicità, per esempio, da Campari «Red Passion» alle «due facce della passione» di Amadori, fino a «la passione si sente» di Radio 24, è tutto un gran parlare di passione. Ma è plausibile che si provi lo stesso sentimento per un pollo, una radio che tratta di economia e finanza e un drink? Certo che no, ma la parola è sempre la stessa e a furia di usarla, si svuota. Come quando i bambini giocano a ripetere velocemente una parola ad alta voce, fino a farle perdere significato e non riconoscerla più.

Radio 24 La passione si sente

Spetterebbe alla letteratura e alla poesia, a un certo cinema e un certo teatro, arricchire il nostro lessico emotivo. Ma quanti, oggi, hanno tempo, capacità e voglia da dedicare a letture e visioni che non siano semplici e veloci? E quante volte, nelle nostre vite concitate, troviamo l’occasione per parlare di emozioni in modo non sommario e banalizzante? Sempre meno direi.

Campari Red Passion

Perciò propongo: facciamolo qui. Cioè proviamo a restituire densità alle parole che la comunicazione di massa ha svuotato. Comincio da «passione», naturalmente, e comincio da una definizione che ho trovato in un romanzo breve di Ginevra Bompiani, La stazione termale, che ho presentato a Bologna un paio di mesi fa. Mi ha colpita questo passaggio:

«Non sarà una passione. Ma chi la vuole la passione? La passione nasce quando qualcosa nell’altro, magari la sua stessa vita, non ti vuole. E ti senti respinta, esclusa, appestata… Passione è disperazione, ha detto qualcuno una volta, e lei che era giovane non ci ha creduto. Ora invece ci crede.» (Ginevra Bompiani, La stazione termale, Sellerio, 2012, p. 145)

È questa per te la passione? Cioè: è necessario un ostacolo, un rifiuto, una resistenza per provare passione per qualcuno o qualcosa?

Un cv innovativo, un sogno e una storia a lieto fine

Qualche mese fa ho scritto un paio di articoli sull’opportunità e i rischi di preparare un’autopresentazione innovativa, da affiancare al curriculum vitae standard e adattare agli obiettivi professionali che si vogliono raggiungere e al contesto in cui la si inserisce:

Per illustrare cosa intendo con “innovativo” avevo preso come esempio il video curriculum con cui Damiano – laureato in comunicazione all’Università di Padova – si era proposto a Blizzard, la casa di produzione di World of Warcraft, sperando di poter lavorare con loro alla localizzazione italiana. E l’avevo commentato così:

Realizzare una videopresentazione del genere non è facile, perché il rischio di cadere nell’autocompiacimento e nel bamboleggiamento è alto. Il prodotto di Damiano presenta qualche ingenuità, ma nel complesso è fresco e carino. Non male. Se fossi in Blizzard, lo prenderei in considerazione per un colloquio, facendo la tara all’inesperienza dovuta alla giovane età.

VideoCV di Damiano, fermo immagine

Nei commenti, alcuni si erano dichiarati perplessi nei confronti della mossa di Damiano, altri infastiditi. Qualcuno l’aveva addirittura stroncato con supponenza. Ebbene, a distanza di soli tre mesi scopro che invece (grazie Eleonora per la segnalazione), esattamente come avevo previsto, Damiano aveva ragione: il suo videocurriculum era perfetto per il target e gli obiettivi cui era destinato.

Ecco la sua storia:

Spesso mi hanno definito idealista, sognatore, illuso (!), ottimista e oggi voglio e posso dirvi una cosa: lo sono. […]

Da idealista, sognatore, illuso (!), ottimista sono partito per l’Irlanda senza ombrello in valigia e con nessun contratto in mano. Prima di partire ho realizzato questo video CV per Blizzard, infondendoci tutto quello che potevo: lingue straniere, recitazione, montaggio, doppiaggio e una buona dose di ottimismo e di speranza.

Nelle settimane successive ho sfruttato tutti i canali che conoscevo per diffondere il video tra appassionati e professionisti chiedendo pareri ed opinioni, con la speranza che prima o poi anche Blizzard lo vedesse.

Atterro quindi a Dublino e cosa succede? Nulla.

(Mi par di vedere il pessimista di turno con il tipico sorriso accondiscendente mormorare qualcosa come “te l’avevo detto…”)

Ottimismo però non vuol dire pigrizia. Quel videoCV era solo uno dei tanti tentativi che stavo facendo per trovare lavoro e una volta a Dublino ho continuato (perseverare è diabolico) a mandare CV, arrivando a dedicare letteralmente ore alla scrittura di una singola lettera di presentazione per renderla perfetta.

Passano in questo modo circa tre settimane dal mio arrivo a Dublino. Tre settimane vissute in ostello, incontrando persone nuove ogni giorno – e tenendo comunque d’occhio i ristoranti che cercavano camerieri.

Un venerdì pomeriggio però ricevo due telefonate: Amazon e Blizzard. Due aziende che apprezzo per diversi motivi e con le quali avrei potuto crescere molto. Per farla breve, alle telefonate sono seguite due interviste e poi due offerte di lavoro.

Idealista, sognatore, illuso (!), ottimista, dicevano.

Beh, si, sono io.

Mi chiamo Damiano, ho 23 anni e da oggi lavoro per Blizzard Entertainment.

E questo è solo l’inizio.

Di politica, grafica e sinistra italiana

Ricevo da Till Neuburg – che molto sa di comunicazione, di grafica, di cultura visiva e di politica, non solo italiane ma internazionali – uno scritto  che prende spunto dalle polemiche degli ultimi giorni sui manifesti del Pd, per interpretarle in un orizzonte più vasto (i grassetti sono miei):

La gragragrafica del Pd

Oggi, tra chi in Italia coltiva ancora l’eredità del sommo Giambattista Bodoni, per catturare lettori, cittadini, habitués visuali, che cosa c’è?

Ci sono (a) le bombe grafiche ‘intelligenti’, (b) una semiclandestina banda di partigiani della cultura visiva, e soprattutto (c) una gabbia similoro, extralarge, dove si trastullano gli uccellacci e gli uccellini che tweetano con emoticon, shopping nelle libraries fotografiche e Photoshop.

I bombardamenti a tappeto innescati dall’ignoranza e dalla volgarità (a), li vediamo esplodere dappertutto, a ogni ora, nei negozi, nei moduli statali, nei giornali, nei biglietti da visite, nei siti, sulle pareti sei per tre, nel packaging, alla tv.

I partigiani rimasti fedeli alla fantasia e alla qualità (b), combattono ancora isolati, in qualche sparuta isola nel mare sempre meno mosso della nostra cultura. Alcuni di loro sono talmente bravi che sono molto più conosciuti fuori Italia che non tra i nostri markettari aziendali, politici o istituzionali.

Infine, nella voliera del trasformismo grafico e del trendismo carpito dalla moda e da Lürzer’s Archive (c), svolazzano i soliti pappagalli, corvi, rapaci, pavoni, avvoltoi, oche da ingrasso, ma anche i galli con la cresta colore Sol dell’Avvenir, dove gli allevatori delle mode intensive e del riciclaggio della cultura geneticamente mai modificata gli sparpagliano di continuo il loro becchime trendy – sotto forma di happy hour, gossip, premi, convegni, nostalgismo vintage, toksciò.

Che i maximi lider del nostro politichese viaggino di preferenza nell’Italo italiano della finta modernità (c), non sorprende. Infatti, osservando la scenografia kitsch in cui il nostro potere appende il suo solito loden bocconiano, non si sa se ridere o arrossire: stucchi, tappezzeria damascata, ninnoli, marmi, peltro, appliques veneziane, poltrone Luigi XV, la solita ortensia d’ordinanza.

Monti stringe la mano

Se invece guardiamo l’ufficio della sua vituperata collega tedesca, alle spalle della Cancelliera c’è solo un ritratto di Adenauer dipinto da Oskar Kokoschka, mentre lei stessa siede su una più che “sobria” poltrona di Charles Eames.

Merkel in studio

Sono due modelli di cultura completamente contrapposti. Di qua la polvere e le auto blu, di là pareti ariose e “Das Auto”.

Questo è “il contesto” che, ovviamente, ha il suo fall out culturale anche nella cosiddetta Sinistra storica. Da quando l’allora PCI si era astenuto nella votazione per buttare giù Andreotti, le cose non sono più sostanzialmente cambiate. Nei vari festival dell’Unità, gli imperterriti compagni “di vertice” continuavano a far montare i soliti striscioni ingialliti che dicevano sempre le stesse cose: Il Sud, Il Posto di Lavoro non si tocca, Le Donne, Per i nostri Giovani, La Cultura è un Valore – non accorgendosi che nel frattempo venivano al mondo strane creature come il divorzio, la Fininvest, l’ecologia, Internet, la telefonia mobile, Schengen, l’Euro, la globalizzazione.

Il badge dell’attuale segretario PD mostra la foto di un buon uomo. Bersani non è né ignorante né cattivo. Ai “suoi” tempi con Prodi era persino un ministro apprezzato ed efficiente. Oggi, il suo ruolo d’ordinanza nel PD sarebbe fare l’allenatore, ma che il reale ispiratore del gioco – e chi decide le sostituzioni in campo – non sia lui, l’hanno capito persino i raccattapalle del giornalismo più servile.

Il noto cospiratore del Copasir è allo stesso tempo portiere, difensore, centrocampista, ala tornante, stopper, capitano, portavoce, presidente e playmaker di una squadra che si rifiuta tenacemente di vincere lo scudetto. L’unico ruolo che D’Alema perentoriamente non intende svolgere è quello di segnare gol. Piuttosto che puntare alla rete avversaria, preferisce segnare autoreti. In realtà, il nostro Maximus è uno skipper sostanzialmente solitario che non solo “Non deve chiedere mai”, ma che semplicemente, ai suoi occhi a spillo, non sbaglia mai. Quando lo intervistano, fa sempre capire con aria impaziente e stizzita, che lui l’aveva previsto, che le cose non stanno come sembrano, che occorre avere pazienza, che le trattative sono difficili, che bisogna sedersi a un tavolo.

Ecco, il tavolo – il suo arredo preferito. Molto meglio se non rotondo, basta che sia quadrato e biposto. Con chi aveva poi discettato per anni in quella torre d’avorio di controllo, lo sanno persino i bambini di Macherio che frequentano le Scuole Steineriane di Milano e Milanello.

Lo Schettino di quella lunghissima crociera politica è palesemente un uomo che non ha mai spinto un carrello in un supermercato, che non sa come sono fatti dentro gli autobus, che non ha mai fatto la fila davanti a uno sportello che non fosse aperto dal suo autista. Pertanto non sa nemmeno cosa siano la grafica, la comunicazione, la pubblicità. Sono tutte cosette che uno come lui delega volentieri ai suoi ufficiostampisti di ruolo, gente palesemente nata e cresciuta con il ciclostile e i floppy disk.

Oggi, per fortuna, il risultato di quest’accultura non è avanti gli occhi di tutti, ma comunque, secondo me, di troppi cittadini. Quei puzzle tipografici sembrano dei sacchi dell’immondizia non ritirati, con sopra l’etichetta NON CONFORME, ma mi ricordano anche gli sportelli delle poste o dell’Inps di qualche anno fa, dove gli avvisi ai cittadini erano incollati, mezzi strappati, ingialliti, cancellati a mano o con lo Scotch.

La grafica di queste frasi strafatte è la citazione di una citazione déjà-vu. Più che fascista, la considero semplicemente sgangherata. Non invita alla lettura. Leggere quei titoli, sottotitoli e sottosottotitoli è come leggere “Boh”.

Tutta quanta l’iniziativa sembra essenzialmente un brief: “Ecco ragassi, queste son le cose che sono venute fuori, vedete un po’ come sistemarle. I ricreativi siete voi. Ma mi raccomando, come diciamo da noi nel Piacentino, l’erba per diventare latte buono non ha bisogno di essere ruminato troppe volte”.

Valli a capire ‘sti politici del piddì. E così, i nostri ragassi della Giovine Grafica si sono detti: “Dai, perché stavolta non proviamo a farlo strano?”

Il Pd, la grafica e la zuffa nel cortile

È disarmante il putiferio che si è scatenato in rete – su questo blog e altrove – dopo il mio post sui manifesti del Pd.

Disarmante constatare che, per difendere sei tavole in formato manifesto (ancora non so se andranno in strada o no), alcuni sedicenti grafici e aspiranti grafici scrivano palesi sciocchezze e lo facciano non solo con arroganza, ma con toni anche offensivi nei miei confronti.

Approfittano del fatto che non userei mai per esibizione personale e umiliazione altrui le inevitabili asimmetrie di competenza che mi separano, almeno nel mio settore, da chi ha letto, studiato e fatto meno di me, se non altro perché ho la fortuna di fare un mestiere che mi permette di studiare (e mettere alla prova ciò che ho studiato) tutti i giorni. Men che meno mi accanirei, per etica professionale, con chi è molto più giovane di me. Dunque non lo farò con loro, e in questo senso mi sono ritrovata «disarmata»: non uso armi contro i più deboli, anche se strillano e scalciano.

Combattimento di galli

Ma è stato ben più disarmante per me capire una volta di più che dalla SpotPolitik il Pd non riesce più a uscire, anche se cambia consulenti. L’ho detto e scritto tante volte ormai: la SpotPolitik è la politica che fraintende sistematicamente la comunicazione come se fosse solo una questione di estetica, di grafica o di cerone per andare in tv. E non fosse invece, come dovrebbe essere, capacità di entrare in relazione con le necessità e i problemi concreti dei cittadini e delle cittadine.

Grafica, invece. È stato questo l’oggetto della zuffa in rete: chi cita Steiner, chi Kandinskij, chi l’insegnamento di maestri italiani che, poveretti loro, non ha mai ben digerito. Chi parla di contaminazione, citazione, sperimentazione. Pastiche e non pasticciaccio, insomma.

Ma la comunicazione di un leader che voglia davvero vincere le primarie (o Bersani non vuole vincerle?), la comunicazione di un partito che voglia vincere le prossime elezioni (o il Pd non vuole vincerle?) deve arrivare alla testa, al cuore e alla pancia (sì, la famigerata «pancia», perché è con quella che si mangia) di un numero di persone sufficiente a vincere. Tante, moltissime persone, masse di persone. Per questo deve essere il più possibile semplice, diretta e chiara. Chiarissima.

Certo, è soprattutto un problema di contenuti, programmi e valori, come si è detto più volte. Perché la grafica e l’estetica nulla possono se quelli sono confusi, vaghi, finanche contraddittori. Ma di contenuti, programmi e valori si è parlato poco e niente nella zuffa da cortile. E men che meno se ne parlerà in futuro se il Pd e i suoi consulenti si ostineranno a girare in tondo con riferimenti più o meno dotti (e più o meno sbagliati) di cui alla maggioranza degli italiani e delle italiane, che pure voterebbero a sinistra, non potrebbe fregare meno. Specie in tempi di crisi.

Quel pasticciaccio brutto dei manifesti Pd

Non li ho ancora visti in strada, ma da qualche giorno appaiono sulla pagina Facebook del Pd nazionale (clic per ingrandire):

Accettiamo la sfida  L'Italia l'Europa la crisi

Dal punto di vista grafico, sono un’accozzaglia di rara imperizia:

  1. Marchio del Pd affogato nel rosso (dov’è finito il verde?), marginale e poco leggibile.
  2. Testi sparpagliati e disallineati, con font di diverse dimensioni e una distribuzione del maiuscolo e del grassetto che pare quasi casuale.
  3. Uso sconsiderato della bandiera italiana ai limiti del vilipendio, visto che pare tutta tagliuzzata e rattoppata. Ma ricorda anche il fascio littorio, con quel giallino che la impasta e invecchia.

Dal punto di vista dei contenuti, mi ci potrei incattivire ma non voglio, perciò mi limito a dire che i manifesti urlano troppi concetti in poco spazio, senza un filo logico, senza emozioni, senza una visione complessiva. E alla fine resta poco e niente.

Forse il Pd ha pensato che, con tutti i problemi che abbiamo, bisognasse nominarli tutti (o almeno il maggior numero possibile), in modo che ognuno trovasse il suo. E che si dovessero nominare pure un bel po’ di soluzioni. E intenzioni. E azioni. Possibili o impossibili, non importa. A breve, media e lunga scadenza. Mettici dentro più cose che puoi, devono aver detto al copy.

Essere democratici e progressisti  Il nuovo orizzonte

Tocca a noi!  Scelgano i cittadini

Lorella Zanardo in Rai #zanardoinrai

Lo so, è una battaglia contro i mulini a vento. Però almeno diamo un segno, facciamo che se ne parli. Rompiamo le scatole. Almeno in rete, dài.

Caro «popolo della rete», che tutto e niente può.

Questo è il pezzo uscito ieri sul Fatto Quotidiano: Eleonora Bianchini, «Nomine Rai: Zanardo candidata dal basso». Un articolo analogo è uscito pure sul Corriere.

Lorella Zanardo

Foto © Laura Albano.

Fra l’altro, in questa triste vicenda delle authority presuntamente indipendenti e della Rai, i partiti un gesto simbolico, a questo punto, potrebbero pure farlo. Anzi dovrebbero. Perciò vedi mai: perché non accettare che Lorella Zanardo finisca nel Cda della Rai?

Nooo, cosa dico: è impossibile. Perché siamo in Italia, perché Lorella non sta in nessun partito, perché è una donna forte che dice sempre e solo quel che pensa, una non facile da controllare. Ma è una manager di comprovata esperienza: questo è il suo cv. E di televisione italian-italica-italiota ormai ne sa a pacchi. In più, sarebbe un simbolo forte di cambiamento, accidenti. Per tutti i giovani e le giovani – ma anche meno giovani – che la seguono da anni. Un simbolo che i partiti potrebbero pure imbracciare, come dire: «Lo vedete, quanto siamo aperti alla società civile?» (E pure alle donne, uh, le donne.)

Se fossero furbi.

Se.

Ma non lo sono.

Ah.

Già.

Ma io lo dico lo stesso: Lorella Zanardo in Rai. E ci metto pure lo hashtag #zanardoinrai.

Tiè.

Se sei d’accordo, linka e riprendi questo post, diffondi lo hashtag su Twitter.

Vogliono #zanardoinrai anche: Laura Albano, Loredana Lipperini, Marina Terragni, Francesca Sanzo, Barbara Spinelli, Giorgia Vezzolito be continued.