Archivi del mese: luglio 2012

Chiuso per ferie

Ho finito le parole.

Il blog chiude per ferie più o meno fino a metà agosto. Salvo eccezioni naturalmente.

Buone vacanze o comunque buon riposo, buona pausa, buono quel che c’è. 😀

Spiaggia deserta, Sicilia

I bambini nella pubblicità dei marchi di moda

Sono molti ormai in rete a denunciare la tendenza a adultizzare e sessualizzare i bambini da parte della pubblicità dei marchi di moda. Ne abbiamo parlato qualche volta su questo blog (ad esempio QUI e QUI). Lo fanno spesso il blog Un altro genere di comunicazione e il gruppo Facebook La pubblicità sessista offende tutti.

Una tendenza che passa da immagini come queste (clic per ingrandire):

Armani Junior

Monnalisa

Guess

Trussardi

Lù Lù

Su questo tema ha scritto una tesi di laurea in Scienze della Comunicazione Eva Schwienbacher, discussa nel marzo 2012. Eva ha analizzato gli annunci stampa  presenti in alcune riviste specializzate in alta moda per bambini nella primavera 2011 e in particolare nell’edizione italiana della rivista bimestrale Marie Claire Enfants (aprile 2011) e nell’edizione italiana delle riviste semestrali Elle Junior (aprile 2011) e Vogue Bambini (maggio/giugno 2011).

L’italiano è a volte un po’ rigido, perché Eva è di madrelingua tedesca, ma comunque è chiaro e scorrevole. Questa la sua conclusione:

Infine, mi preme dire che nel corso dell’analisi sono rimasta sconvolta dalla numerosità di immagini che ritraggono il bambino serio, appena sorridente, o addirittura cupo, con un corpo immobile, chiuso in vestiti ordinati, innaturalmente composti e spesso antifunzionali. È chiaro che la pubblicità ci dà un’immagine idealizzata dei bambini, ma se il risultato deve essere tanto sterile come quello che ho riscontrato nella maggior parte degli annunci che ho analizzato, allora sono felice, e qui scrivo come zia di tre nipotini, di conoscere una realtà completamente diversa fatta di bambini spiritosi e vivaci, che imitano i grandi ma restano comunque bambini, ridono e fanno ridere, ma spesso piangono e fanno anche impazzire, si sporcano e fanno i mocciosi, e ciò nondimeno restano bellissimi e preziosi nella loro diversità da noi adulti.

Scarica da qui il pdf della tesi: Eva Schwienbacher, Bambini in pubblicità.

Internet e il giornalismo in Italia

È uscita oggi la terza e ultima puntata della serie «I media in Italia e la sfida digitale» a cura di Quattrogatti.info, di cui ho parlato la settimane scorsa.

I media in Italia e la sfida del digitale

Notevole la conclusione, netta e dura:

«Bisogna superare l’idea che la libertà di espressione sia solo pluralità di opinioni in conflitto tra loro, e rafforzare invece l’indipendenza dell’informazione. Ciò che manca oggi in Italia sono voci autorevoli, che siano capaci di andare oltre agli interessi di parte e diventare cani da guardia non solo della politica, ma anche dell’informazione.»

Sorge spontanea la domanda: sì ma, dato il consolidatissimo intreccio (presente in molti paesi ma particolarmente forte in Italia) fra informazione, politica e grandi gruppi economici, che stroncano sul nascere le piccole iniziative indipendenti, da dove si comincia? E soprattutto: quando ci si riuscirà, se mai ci si riuscirà?

(Mi scuso per la sfumatura di pessimismo.)

Trovi le puntate precedenti QUI.

Un lavoro (serio) come web designer

L’agenzia Lattecreative cerca un web designer, per le sedi di Roma o Bruxelles (ma c’è anche la possibilità di lavorare a distanza), con queste caratteristiche:

Work for Lattecreative

Position: Web designer.

Location: Preferable Bruxelles or Rome, but we can consider working from distance.

Company: Lattecreative is a new creative agency active in the field of digital media – born to change the world for the better. We provide all-round solutions for campaigning needs, from awareness raising to fundraising, advocacy to list-building. We produce cross-media content and designs to address political, cultural and social topics.

Description: We’re looking for a web designer with a strong creative mind, a deep knowledge of usability, a clear love for simplicity and who is always up-to-date with the latest developments on the web.

You’ll help us craft our visual style and will be involved in the whole creative process, contributing ideas to the development of our projects.

You’ll also need to be good in public relations, and to be able to present our projects to the clients.

Requirements:

  • Absolute love for the web,
  • proactive and independent attitude, as you’re expected to provide solutions, work alone and be a source of inspiration to everybody else in the team,
  • experienced with the most common web designing applications,
  • a minimum of confidence with all the following software, languages and CMS. Software: Adobe creative suite, MockFlow, Google Analytics, Mail Chimp. Languages: Html, Css, javascript. CMS: WordPress, Joomla!
  • a good knowledge of web coding – HTML, CSS e Javascript – would be helpful,
  • ability to work independently and set own priorities,
  • fluent English.

Working hours: We don’t believe that dynamism means being workaholic, but if a day or a period we need to sink in a project we don’t step back. This can mean unusual working hours and lost weekends, but while the distribution of the work can be flexible, the overall working hours agreed are always respected.

Travelling: From time to time you will need to travel to attend meetings, events and visit clients.

How to apply: Please send them an email filling the contact form you can find at the bottom of this web page.

A tutti quelli che: «Da grande faccio il pubblicitario»

Insegno a Scienze della Comunicazione dal 2000. Da allora l’attrazione che il mondo pubblicitario esercita sui giovani che scelgono questi studi è pressocché invariata: «Prof, vorrei lavorare in pubblicità, cosa mi consiglia?». Da allora ripeto che la pubblicità non è affatto il paradiso di creatività e soldi a gogò che molti hanno in testa. E non lo è, oggi, da almeno quindici vent’anni. Niente da fare: il mito della «Milano da bere» (ma erano gli anni Ottanta!) è ancora quasi intatto.

Milano da bere

E allora, ragazzi (e meno ragazzi), leggetevi la lettera aperta che Massimo Guastini, presidente dell’Art Directors Club Italiano, e Annamaria Testa hanno appena pubblicato. Parla di grandi agenzie italiane e multinazionali che vincono le gare stracciando i prezzi e il mercato, di precari sottopagati, stagisti non pagati e creatività azzerata da tempi e vincoli impossibili. Fra l’altro, purtroppo, in Italia questa storia non riguarda solo la pubblicità, ma molte altre professioni nel mondo dei servizi.

ADCI logo

E allora gridiamolo forte e chiaro. Ma soprattutto, facciamo assieme qualcosa per fermare questa deriva tutta italiana: professionisti, aziende, agenzie, associazioni, università, enti di formazione, istituzioni pubbliche. Ci vogliono strategie condivise, sennò non se ne esce. Ci tornerò dopo l’estate, che ora sono tutti più distratti, ma intanto ecco la lettera. Dal blog dell’ADCI (i grassetti sono miei):

Lettera aperta ai Grandi Manager della pubblicità italiana

«Cari colleghi, una domanda semplice semplice: come fanno le grandi agenzie, gran parte delle quali peraltro iscritte ad Assocomunicazione, a sopravvivere e pagare stipendi coi prezzi che stanno chiedendo ai clienti?

Eppure il Codice Deontologico di Assocomunicazione recita (art 7): La giusta remunerazione è l’elemento fondamentale che assicura la qualità dei servizi offerti e l’indispensabile professionalità. Il compenso è riconosciuto come l’elemento portante che regola i rapporti fra Associate e utenti. L’applicazione del giusto compenso e la difesa della sua integrità costituiscono principi fondamentali da ribadire a salvaguardia delle professionalità del settore.

C’è qualcosa che ci sfugge e, da imprenditori indipendenti della pubblicità, attenti sia alla qualità, sia alle condizioni di lavoro, sia ai conti, saremmo incantati di saperne di più.

Prendiamo, fra i moltissimi, un caso recente (Poste Italiane) che ha coinvolto diversi nomi noti. Ricordando che ci sono casi anche più imbarazzanti.

Nel caso di Poste Italiane si tratta di un incarico che dura tre anni, chiede – a detta del cliente – il coinvolgimento costante di più persone, e viene aggiudicato a circa 60.000 euro complessivi. Vuol dire 20.000 euro all’anno. Il costo, spese generali escluse, di un singolo stipendio regolare da apprendista: circa 1000 euro al mese.

C’è qualcosa che non torna. Facciamo qualche ipotesi:

1. su quel lavoro, per quel cliente, verrà impiegata una singola professionalità del valore di 1000 euro al mese, e senza un centesimo di guadagno per l’agenzia;

2. su quel lavoro verranno impiegate persone che guadagnano molto meno. Anzi: magari niente… ma quale professionista lavora gratis?

3. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, pagati però da più consistenti tariffe versate da altri clienti;

4. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, attualmente sottoutilizzati perché l’agenzia è alla frutta, ci sono più dipendenti che clienti ed è meglio lavorare sottocosto che tenere la gente a girarsi i pollici;

5. su quel lavoro si guadagnerà comunque, facendo la cresta, per esempio, sulle spese di produzione. O con qualche altro artificio poco trasparente;

6. non è vero che che il lavoro chiede molto impegno di molte persone: verrà fatto a costo zero nei ritagli di tempo, alla faccia del cliente e come capita capita;

7. su quel lavoro verranno persi un bel po’ di soldi… ma perché?

a. c’è il gusto di fregare la concorrenza col dumping, anche a rischio di farsi del male da soli;

b. le grandi agenzie sono ricchissime e di farsi pagare tutti i lavori non gli importa un fico;

c. le grandi agenzie italiane sono comunque per la stragrande maggioranza sedi periferiche di gruppi multinazionali, che fanno profitti in economie più vivaci. E agli headquarter di quel che, nel bene e nel male, succede in Italia interessa poco.

Dai, cari colleghi, illuminateci con qualche altro motivo comprensibile, e migliore.

Se ce ne sono, vuol dire che avete fatto l’invenzione del secolo: il lavoratore virtuale. Gli annunci autogenerati. Lo spot automatico. Il viral che si inventa da solo. Oppure avete robotizzato l’intera agenzia.

Sì, illuminateci: noi, che continuiamo come si faceva una volta a lavorare a lungo sui brief, a investire tempo per trovare idee efficaci, a formare e a pagare le persone, siamo ansiosi di sapere che futuro, scaturito da quale meravigliosa trovata, aspetta tutti noi e le imprese italiane che continuano, nonostante tutto e in questi tempi complicati, a fare affidamento sulla buona comunicazione pubblicitaria.» Annamaria Testa, Massimo Guastini

Resiliency: sarà anche oggi un antidoto contro la crisi?

«Nel temperamento americano c’è una qualità, chiamata resiliency, che abbraccia i concetti di elasticità, di rimbalzo, di risorsa e di buon umore.

Una ragazza perde il patrimonio, senza stare a commiserarsi si metterà a lavare i piatti e a fabbricare cappelli. Uno studente non si sentirà svilito lavorando qualche ora al giorno in un garage o in un caffè.

Ho visitato l’America alla fine della presidenza Hoover [dopo la crisi del 1929], in una delle ore più tragiche della sua storia, quando tutte le banche avevano chiuso i battenti e la vita economica era ferma. L’angoscia stringeva i cuori, ma l’allegria e la fiducia splendevano nei volti di tutti.

Wall Street Crash!

Ad ascoltare le frasi che si scambiavano si sarebbe detto che era tutto un enorme scherzo. E se qualche finanziere si gettava dalla finestra, non posso impedirmi di pensare che lo facesse nella ingannevole speranza di rimbalzare.»

Paul Claudel

(Citato da Mario Calabresi, La fortuna non esiste. Storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi, Mondadori, Milano, 2009.)

La fortuna non esiste cover

Quando il social media marketing se la suona e se la canta da solo

Ultimamente le imprese chiedono sempre più spesso alle agenzie di comunicazione, no meglio, ai gggiovani comunicatori free lance: voglio una campagna sui social media.

Bene.

La voglio su un tema «sociale» (e non è un giochino di parole), così mi rifaccio un look etico: ambiente, volontariato, qualche impegno buonista.

Benone.

Poi voglio i numeri: quanti amici su Facebook, followers su Twitter eccetera,  abbiamo ottenuto con la campagna.

Benissimo.

E alla fine dovete girare il raccontino (lo storytelling, wow) della campagna social, completa di numeri, ai blogger «di peso», cioè quelli più letti, accreditati e così via. Che magari si entusiasmano e la rigirano.

Fantastico, pensano loro.

Invece io mi chiedo: embè? Capisco che le campagne sui social media costino poco (poveri gggiovani e povere agenzie), ma faccio un esempio di questi giorni. Che senso ha, per un marchio di massa come Nelsen, informarmi via mail – in quanto blogger eccetera – di aver appena concluso una campagna sui social media che ha coinvolto (ben) 15 blogger (12 donne e 3 uomini), di aver fatto compiere (ben) 1573 piccole buone azioni per l’ambiente sparse in 13 città italiane, e di aver coinvolto (ben) 200 «contributors» per produrre (ben) 2000 tweet?

Nelsen logo

Capisco che la campagna si chiami «A piccoli passi», ma se il piccolo è troppo piccolo, non diventa irrilevante? Specie per un prodotto di massa come la linea di detersivi Nelsen. Qui trovi il racconto della campagna: Social Media News: A piccoli passi.

E questa è l’infografica riassuntiva (clic per ingrandire):

Nelsen A piccoli passi infografica