«Chi scrive è infelice?» «Sennò non scriverebbe»

  • «Chi scrive è infelice?»
  • «Sennò non scriverebbe.»
  • «E che farebbe?»
  • «Uscirebbe fuori, sotto il cielo, a spàrdarsi tutta la felicità nella foresta. È quello che mi spiegavi tu, la logica dello scambio.»
  • «Devi smetterla di ripetere quello che ti insegno.»
  • «Hai ragione, scusa.»
  • «Comunque, è vero: tutto ha un prezzo, manco la morte è gratis, si paga con la vita.»
  • «Infatti, è questo lo scambio degli animali: loro pagano la felicità col fatto che non sanno scrivere. Vivono senza pensare al domani, considerando la morte un incidente della felicità.»

Così in terra

Questo dialogo è tratto da Così in terra, un romanzo (bello!) di Davide Enia, che ho appena finito di leggere.

Scrivo meno in questi giorni. Forse perché sono felice? Buon weekend.

17 risposte a “«Chi scrive è infelice?» «Sennò non scriverebbe»

  1. non sono molto d’accordo sul fatto che gli animali non abbiano il senso del futuro… ricordiamo che anche noi apparteniamo al regno animale, non siamo migliori, siamo diversi… perché diversi sono gli scacchi che abbiamo dovuto affrontare… specializzati non significa migliori.

  2. Io ho scritto con i sentimenti più diversi: se scrivo – ovunque io scriva- è perché ritengo di avere qualcosa da comunicare e che possa interessare qualcuno. Entrambe queste motivazioni sono necessarie, per me: la prima innanzitutto, ovviamente; ma anche la seconda è fondamentale: la comunicazione presuppone sempre un messaggero e almeno un interlocutore.

    Quindi non è vero, almeno nel mio caso, l’affermazione è fortemente riduttiva.

  3. No vabbè è ovvio che l’infelicità come stato d’animo necessario per la scrittura non sia altro che un luogo comune, e superato. Ma tutte le riflessioni di una certa profondità sul tema sono benvenute e il breve passo riportato mi sembra una di quelle.

  4. - Oddio, io scrivo solo quando sono felice. Invece è quando sono infelice che mi butto nella foresta.
    - E cosa ci vai a fare?
    - Che diamine, ci vado per ritrovare la felicità per scrivere.
    - Quanto alla morte, allora? Non si paga più con la vita?
    - Ma quando mai. Forse non conosci quelli delle pompe funebri. La morte la pagano sempre quelli che restano.
    - Che poi sono quelli che scrivono, no?
    - Tranne nei week end.

  5. una donna con la valigia

    Io invece scrivo perchè mi rende felice leggere quello che scrivo!

  6. No, chi scrive non è necessariamente infelice, nemmeno nel caso degli elegiaci antichi o dei moderni romantici. Dipende. Il minimo comune denominatore dovrebbe essere l’esigenza di esprimere qualcosa con le parole, e l’avere la presunzione di poter interessare gli altri. A meno di non essere pagati/e per scrivere: allora si scrive anche per guadagnare soldi come per un qualsiasi altro lavoro. Scusate la prosaicità.

  7. Lo disse anche Luigi Tenco, quando gli chiesero perché scrivesse solo canzoni tristissime. “Perché quando sono contento, esco”.

  8. Eh, eh, speriamo! Si dice che anche i timidi scrivano tanto.

  9. Chi scrive è infelice, ma anche chi non scrive non è che se la passi molto meglio.

  10. In disaccordo.
    Scrivere è pure un piacere.
    Si scrive anche quando si è innamorati…
    Le lettere e le poesie d’amore dove le cataloghiamo?

  11. E’ vero, ma hai fatto caso che le canzoni d’amore più belle sono quelle sugli amori finiti?

  12. Se non sbaglio è una frase di Luigi Tenco:
    “Perché scrivi solo cose tristi?” – “Perché quando sono felice esco.” :)

  13. @ Matteo
    “Se sapessi scrivere scriverei una lettera al sindaco, ma non sa leggere” W. Kelly – Pogo (rif.: fuoricontesto)

    Triste? Io scrivo quando sono sornione. Ho imparato dal mio gatto. Si diverte, anche se non lo da a vedere.

  14. Io scrivo quando sono sola, perché la gente intorno mi distrae. E, forse, da soli non si è pienamente felici…

  15. certo che prendere un dialogo da un contesto preciso non rende la bellezza delle parole di Gerruso. Il libro è bellissimo, ed è un grandissimo romanzo (di un esordiente! chapeau!) proprio su come si scrive, e il pugilato ne è metafora felicissima e pertinente. Consigliatissimo. Per me il miglior romanzo delgi ultimi anni.

  16. Forse io scrivo per questo:

    Vorrei riuscire a comunicare la mia voce al mondo

    - invece mi concedo intime libertà forte del fatto che queste rimarranno segrete per sempre.

    Nel momento in cui scrivo cerco di non pensare a quello che sto dicendo, è come se non facessi altro che dare voce al foglio mentre le parole escono via da sole: esterne a me.
    Conciliare la mia volontà con la voce dei pensieri febbrili diventa complicato e spesso ho la sensazione che tutto ciò tenda a portarmi a uno stacco sempre più netto tra il mio mondo incosciente di flussi di coscienza e il mio mondo di vita esterna. Non rileggo mai quello che scrivo perché esso deve rimanere intatto, immacolato così come è uscito.
    La rielaborazione è proibita.
    Vorrei fare uscire la mia voce interiore e darle un suo spazio anche nel mondo esterno.
    (Forse come esercizio sarà un po’ complicato, di sicuro richiederà uno sforzo a cui non sono abituata.)

    Uso la scrittura per fare uscire la parte più fluida di me stessa. Così le mie parole rimangono impresse nel foglio e le sensazioni della mente prendono forma diventando frasi.. Ormai staccate da me, diventano simili a fotografie e non c’ è più nessun ricordo emotivo che mi collega ad esse.
    E’ un po’ come se quello che scrivo fosse destinato a rimanere nascosto fino in fondo persino a me stessa.
    Separo la mia parte incosciente da quella incosciente/ cerco di non pensare di non elaborare di non produrre. Scrivo a ruota libera perché la mia voce più astratta preme per uscire,solo che una volta uscita quella voce non mi appartiene più.

    Scrivo frammenti e dentro io mi frantumo.

    PS. il testo è mio, originale.

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