Archivi del mese: settembre 2012

L’importanza di fare rete

Sono molte le reti di cui è fatta la contemporaneità: biologiche, neurali, elettriche, ferroviarie, televisive, matematiche, telematiche… Ma la Rete per antonomasia oggi è Internet. E se dici network, tutti aggiungono social e pensano subito alle comunità virtuali. Che però esistevano ben prima di Facebook, Twitter e compagnia bella: un social network è infatti un gruppo di persone connesse da vari legami, che vanno dall’amicizia alla conoscenza casuale, dai vincoli familiari ai rapporti di lavoro, fino al contatto (sporadico o regolare) con gli «amici» o «seguaci» su Internet.

Robot 05

Di quante persone è fatta una rete? L’antropologo inglese Robin Dunbar dice al massimo centocinquanta: entro questa cifra tutti si conoscono di persona, anche se solo di vista e con scambi saltuari. Ma su Internet le reti possono essere molto più affollate: migliaia di contatti, o addirittura decine e centinaia di migliaia per le celebrities. Sono ancora reti, queste? Dal punto di vista informatico, certo che sì. Dal punto di vista delle relazioni umane, bisogna starci attenti.

La soglia dei centocinquanta diventa mille per Kevin Kelly, il celebre studioso di cultura digitale cofondatore di Wired. Dopo mille siamo nella folla: un insieme caotico di persone che perdono di vista le relazioni uno a uno, fondamentali perché una comunità funzioni. Ed è questo il punto: in rete contano le relazioni più vicine, conta la cura dell’altro/a, conta la capacità di dimenticare l’io e mettere al centro il tu. In rete occorre sempre chiedersi: ciò che sto dicendo e facendo può essere interessante e utile per qualcuno? Non per me: per gli altri.

È questo che fa nascere una rete, la fa crescere, la rende forte e durevole, perché se tutti partono dalla stessa domanda, lo scambio è reciproco. Qualcosa che però molti stentano a capire, in tempi di individualismo sfrenato; specie in Italia, paese di campanili. Eppure sarebbe facile: le amicizie vanno coltivate, si dice, il che vale in rete come fuori. Idealismo? No, sopravvivenza: se non curi le relazioni, la rete muore.

Economia primitiva del dono? No, business avanzato: è proprio partendo dall’offerta di servizi gratuiti che Google e Facebook sono diventati i colossi che sono. Ed è sulla stessa base che oggi chiunque può far nascere da un’idea, piccola o grande che sia, prima una comunità e poi un lavoro, un’impresa, un cambiamento politico e sociale, un progetto avveniristico. Sapendo fare rete si può.

PS: questo è il Manifesto che ho scritto per il festival RoBOt. Digital Path into Music and Art, che ha aperto ieri a Bologna la sua quinta edizione. L’articolo è uscito anche sul Fatto Quotidiano.

Pubblicità ingannevole su tariffe aeree, ferroviarie e navali

Continua la collaborazione con Giulio Marotta di Assoutenti, che da anni fa un lavoro di monitoraggio costante sulle pubblicità ingannevoli e sul controllo che l’Antitrust esercita per legge sul fenomeno. Dopo il caso della pubblicità ingannevole del 4.81.82, affrontiamo il settore viaggi. Scrive Marotta:

Antitrust

La legge parla chiaro: il prezzo di un biglietto aereo o navale deve essere indicato con esattezza nella pubblicità e non è lecito “agganciare” il cittadino promettendogli tariffe molto convenienti che però non corrispondono a quelle reali.

Molte agenzie di viaggio e operatori del settore hanno ricevuto sanzioni elevate da parte dell’Antitrust perché davano informazioni ambigue sul prezzo effettivo dei biglietti: nella tariffa pubblicizzata non erano incluse alcune voci obbligatorie (ad es. le spese aeroportuali), o non erano specificate le condizioni e i limiti per accedere agli sconti, oppure veniva omesso il supplemento richiesto in caso di pagamento con carta di credito; alcune compagnie non chiarivano in modo adeguato che alcune voci (come l’assicurazione) erano facoltative, ingannando così il cliente. C’è un’ampia casistica che riguarda le compagnie aeree, quelle navali, Trenitalia e anche agenzie di viaggio, cui sono state contestate diverse pratiche commerciali scorrette.

Il caso più recente riguarda ancora Trenitalia, con riferimento alla campagna promozionale “Viaggia in Italia a partire da 9 euro”, contestata soprattutto per il numero assai limitato di posti disponibili alle tariffe pubblicizzate. In questa occasione, l’Antitrust non ha applicato sanzioni, perché ha ritenuto che la tempestiva cessazione della campagna pubblicitaria, e gli impegni assunti dall’azienda per un aumento consistente del numero dei biglietti venduti a prezzo ridotto e per le modifiche al sistema di prenotazione on line (che permetteranno di verificare subito l’effettiva disponibilità dei posti offerti in promozione) garantiranno sicuri vantaggi per i consumatori.

Nel settore del trasporto ferroviario è appena iniziata una graduale apertura a nuovi operatori: senza la definizione di nuove regole e il puntuale rispetto di quelle già esistenti, a partire dall’effettiva trasparenza delle tariffe e dalla loro facile comparazione, questo processo di liberalizzazione non produrrà però concreti benefici per il cittadino. Giulio Marotta – Assoutenti

Ascesa e declino della maschera di maiale

In questi giorni molti appaiono disgustati per le immagini che provengono dai toga party organizzati nel 2010 dal consigliere della Regione Lazio Carlo De Romanis. A simboleggiare uno stile di vita da cui tutti in pubblico – tranne forse per ora l’ex tesoriere del Pdl Franco Fiorito – sembrano voler prendere le distanze c’è la maschera di maiale.

Toga pary 1  Toga Party 2

Ora, sappiamo tutti che l’assimilazione degli uomini ai maiali è antica almeno quanto l’Odissea, visto che la maga Circe trasformò i marinai di Ulisse in porci. Ma è nella comunicazione di massa contemporanea che dobbiamo pescare per capire l’immaginario che sta dietro alla maschera di maiale: penso ai film della serie American Pie, ai cinepanettoni italiani e, più indietro, ai B-Movies degli anni 70-80 con Alvaro Vitali. Ma cosa c’entra – è l’obiezione – quella è roba da ridere.

Già, roba da ridere. Anche le feste romane con maschere di maiale erano roba da ridere. E pure le maschere di maiale che molti studenti comprano per fare uno scherzo goliardico al/la neolaureato/a di turno, sono roba da ridere.

Faceva meno ridere la campagna Relish dell’estate 2011, firmata da Oliviero Toscani. Ma sia lui sia l’azienda parlarono – come sempre accade in questi casi – di «ironia»: ancora una volta, roba da ridere. E le molteplici voci di donne e uomini – inclusi pubblicitari, vedi QUI e QUI – che si levarono per denunciare la campagna, furono tacciati di moralismo. Naturalmente.

Relish estate 2011

Tutto questo per dire: ricordo quando i B-Movies degli anni Settanta erano considerati solo spazzatura. Poi furono «sdoganati» dall’élite intellettuale. Anche i vari American Pie e cinepanettoni hanno i loro «sdoganatori», che li guardano/studiano/analizzano dall’alto di qualche meta-livello. O semplicemente ammettono di riderci sopra. E intanto le immagini circolano, vanno, vengono, spariscono e tornano. Ora valorizzate ora denigrate, ma sempre pronte a far discutere. Sparirà la maschera di maiale? Per un po’ forse. Ma tornerà.

I Radiohead, Greenpeace e l’orso polare

Continua il tour dei Radiohead, che oggi saranno a Bologna e domani a Codroipo, in Friuli, e continua il sostegno della band alla campagna “Save The Arctic” promossa da Greenpeace International.

Greenpeace precisa oggi con un comunicato stampa che l’orso (orsa: pare sia femmina) che si aggira nei concerti non è in carne e ossa: dentro a quel costume ci stanno ben due volontari addestrati. Gli animalisti che hanno protestato – dice Greenpeace – non hanno nulla da temere (ci sarebbe, forse, da protestare per i due poveri volontari là dentro, ma se volontà è, che sia.) 🙂

L'orsa di Greenpeace

Ora, pur essendo l’orso molto realistico, è comunque incredibile che qualcuno abbia potuto scambiarlo per un animale vero (anche se dalla furia pregiudiziale ci si può aspettare tutto). È invece come sempre brillante la comunicazione di Greenpeace: orso e tutto ciò che gli sta intorno, dai manifesti ai banner, dal profilo Facebook al comunicato stampa. Inclusa l’enfasi sulla verosimiglianza nel comunicato:

Greenpeace vuole precisare, in seguito alle mail di protesta e ai commenti ricevuti sulla pagina Facebook, a testimonianza della sensibilità dell’opinione pubblica verso gli animali, che l’orso polare che si aggira per i concerti NON è un animale in carne ed ossa. MAI potrebbe esserlo vista la normativa che tutela gli animali in via d’estinzione e gli animali pericolosi, ma molte persone vengono ingannate dall’apparenza.

NON è neanche un robot, come è stato scritto. Se si muove in maniera così realistica è merito del costumista teatrale di Londra che lo ha progettato e dei due volontari di Greenpeace, appositamente addestrati, che si trovano all’interno del costume e che si muovono in perfetta sincronia.

L’orso chiede ai fan di firmare una petizione per salvare l’Artico, come hanno fatto già un milione e 800 mila persone sul sito www.savethearctic.org.

Greenpeace ha lanciato la campagna “Save The Arctic” con l’obiettivo di bandire le trivellazioni offshore e la pesca distruttiva industriale attorno al Polo Nord, e creare un santuario globale.

La canzone dei Radiohead “Everything in its right place” è la colonna sonora del video in cui si vede come protagonista un orso polare, vittima del cambiamento climatico, che vaga per Londra alla disperata ricerca di una casa e di cibo.

Quando Greenpeace raggiungerà i 2 milioni di firme, inserirà quei nomi in una capsula che verrà collocata nei fondali dell’Artico, a una profondità di 4 chilometri, e contrassegnerà il luogo con la “Bandiera per il Futuro” disegnata dai giovani di tutto il mondo.

Thom Yorke è stato uno dei primi ad aderire: «Dobbiamo fermare i giganti petroliferi che vogliono insediarsi nell’Artico. Una fuoriuscita di petrolio devasterebbe questa regione la cui bellezza toglie il respiro e si sommerebbe al più grande problema che noi tutti dobbiamo affrontare, il cambiamento climatico. Ecco perché sostengo questa campagna. E ogni qualvolta volgerò lo sguardo verso nord, mi ricorderò che il mio nome è scritto nei fondali dell’oceano, in cima alla terra, come dichiarazione solenne di un impegno comune per salvare l’Artico».

L’orsa di Greenpeace al concerto dei Radiohead ieri a Roma:

L’ultima cena con Barack

È dal 2008 che in campagna elettorale Obama ogni tanto va a cena (da solo o con Michelle) con cittadini e cittadine qualunque, sorteggiati fra coloro che fanno una donazione individuale, anche piccola (il minimo è 5 dollari).

Lunedì scorso è partito il count down per tentare la sorte con la prossima cena (scade il 25 settembre). La cena – dice una mail a firma Michelle – sarà divertente come le altre ma anche agrodolce, perché sarà l’ultima della campagna 2012. L’estrazione è riservata ai soli cittadini americani ma io, facendo clic su «donate», sono finita nel database dei donatori potenziali e ricevo tutte le comunicazioni destinate a questo target, con il quale lo staff è particolarmente insistente.

Sull’ultima cena con Barack ho ricevuto in sette giorni otto mail: due da Julianna (Julianna Smoot, Deputy Campaign Manager), una firmata Barack, una Michelle, tre firmate più genericamente dall’organizzazione Obama for America, l’ultima da Joe (il vicepresidente Joe Biden). Tutti mi invitano ad affrettarmi e mi ricordano che le spese sono pagate per due persone, tutti sottolineano l’imperdibilità dell’occasione e illustrano con foto l’intimità col presidente che le cene permettono. Al punto che qualcuno ha fatto questo (mail del 19 settembre) (clic per ingrandire):

Abbraccio a Barack

La mail di ieri illustrava persino lo schema dei posti a tavola: se fossi io a vincere, mi spiegava Julianna Smoot, sarei collocata a sinistra del presidente, mentre il mio accompagnatore starebbe alla sua destra:

Dinner with Barack: schema dei posti a tavola

Il concorso «Dinner with Barack» serve a:

  1. Incentivare le donazioni, perché con pochi dollari qualunque supporter può – a quanto pare – vincere una cena con il presidente, inclusiva di viaggio aereo, transfer da e per l’aeroporto, pernottamento per due persone.
  2. Mostrare che Obama è capace di stare a tavola con chiunque in modo semplice e informale, intendendo per «chiunque» alcuni rappresentanti della middle class e del sistema educativo statunitense, a cui Obama riserva grande attenzione. Fra gli ultimi sorteggiati: un’insegnante di scuola in pensione, un’impiegata di scuola in pensione, un impiegato delle poste, due docenti universitari, un piccolo imprenditore, un vigile del fuoco, un paio di artisti.
  3. Mostrare il lato umano e privato del presidente, ciò che lo rende «uno di noi»: negli incontri, documentati con foto e video distribuiti sui media e su internet, Obama racconta di sé, delle figlie, della sua vita quotidiana, delle sue abitudini.
  4. Mostrare la capacità di ascolto ed empatia del presidente, perché a cena Obama non parla soltanto, ma ascolta molto, dialoga, discute di problemi ordinari, e appare sempre partecipe, comprensivo, perfino affettuoso.

La cena del novembre 2011:

Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

Banche, «mettetevi nei nostri panni»

La Confartigianato di Udine è uscita da qualche mese con questa campagna (clic per ingrandire):

Confartigianato «Mettetevi nei nostri panni»

«Mettetevi nei nostri panni», dice la headline. E continua il bodycopy: «Gli artigiani hanno bisogno delle banche. Anche le banche hanno bisogno degli artigiani. Cambiando il punto di vista si migliorano i rapporti e si facilita il credito.»

Il messaggio è semplice: il mondo delle banche e della finanza, rappresentato dallo smilzo bancario in camicia, si trova d’incanto nella posizione in cui si sentono gli artigiani quando vanno a chiedere un credito che non ottengono o ottengono a condizioni esose: in ginocchio. Viceversa, il mondo degli artigiani, rappresentato dal robusto signore con camicia a quadri e cassetta degli attrezzi, si ritrova dall’altra parte del banco con  la faccia di uno che non aspettava altro per vendicarsi.

Spiega Confartigianato di Udine sul suo sito:

«Il problema è reale: in provincia di Udine negli ultimi sei mesi la stretta creditizia per le micro-imprese artigiane – quelle mono-addetto o fino a 9 dipendenti – è stata pari a 3,9 punti percentuali, un valore quasi doppio rispetto alla media nazionale (-2,1%). […]

L’intento è quello di tradurre il grido d’aiuto che il mondo artigiano lancia a quello bancario in un messaggio positivo: cambiamo il punto di vista per migliorare il rapporto!»

Capisco le intenzioni: mettersi nei panni di un altro è la mossa fondamentale che bisogna fare per cercare di comprenderne il punto di vista. Ma se c’è conflitto (di interessi, esigenze, linguaggi, valori) non è rappresentando la semplice inversione di ruoli che si dà un messaggio positivo, perché il conflitto resta. Tanto è vero che immaginiamo benissimo quanto possa godere, l’artigiano baffuto, nel vessare – finalmente! – il bancario in ginocchio.

Inoltre, il manifesto non è certo credibile come appello alle banche: il mondo finanziario non è fatto di impiegati allo sportello, né l’inversione di ruoli fra bancari e artigiani potrà mai sciogliere la complessità delle regole che lo governano.

Insomma, cosa fa in realtà la Confartigianato di Udine con la campagna? Si rivolge agli artigiani per dire: «State con noi (o associatevi a noi) perché vi siamo talmente vicini da leggere i vostri più intimi desideri, incluso quello di vendicarvi della banca che vi ha maltrattati». In questo senso il manifesto è astuto, e può piacere anche a chi artigiano non è.

Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

Dialogo fra amici su crisi, riforma Fornero, precariato e lavoro stabile

Ieri Valigia Blu ha pubblicato un dialogo fra amici, ripreso da uno scambio reale. Trovo utile inserirlo anche nella sezione Stage e lavoro di questo blog. È un po’ lungo ma ne vale la pena, perché mette in luce diverse incoerenze e circoli viziosi del momento attuale. Buona lettura (i grassetti sono miei):

>È uno dei momenti più strani della mia vita, direi frustrante, ma mi sembra davvero uno schiaffo a Cristo dire così, visto quanto è difficile lavorare di questi tempi. Ho appena saputo che dal primo ottobre sarò un dipendente a tempo indeterminato. La legge Fornero infatti obbliga i datori di lavoro a interrompere forme di contratto come quella che avevo io. Nella pratica non cambia niente. Non cambiano le tutele sul licenziamento né le vorrei perché a mia volta potrei andarmene in qualsiasi momento. Il compenso annuo rimane lo stesso. Nessuna banca mi darà un mutuo, nessuno mi farà credito. C’è solo una differenza: il mio capo paga più tasse allo Stato. Dunque se la crisi economica ci dovesse far affondare, semplicemente affonderemo più velocemente. Non è una promozione, è un obbligo, ed è anche un obbligo doloroso. Doloroso perché pericoloso. Quando inizi a lavorare fantastichi sulla stabilità, sul contratto, sulla casa e la famiglia. E pensi alla formula principe che ti dovrebbe aprire le porte a questo mondo: il contratto a tempo indeterminato. Bene, il contratto è arrivato ma di magico non c’è assolutamente niente.

Dialogo fra amici

> E che ti dico, ti ringrazio per questa sincerità. Che mi rincuora, e mi fa sentire meno solo. Pur non avendo contratti di alcun tipo.

> Conosco questa storia: io sono quasi costretto a restare partita Iva. Con la differenza che di anni ne ho quasi 36 e ho lievemente le palle più piene di tutto ciò.

> Scusa ma sul mutuo dovresti informarti di piú…

> Ma tu sei pazzo. Con ‘sta crisi economica accendere un mutuo vuol dire rischiare di dover passare la tua vita a prendere scelte finalizzate solo a pagare la casa e non a fare ciò che vuoi.

> Per fare il mutuo poi, deve mettere come garanzia un altro stipendio e un’altra casa, amen.

> Io ho il problema dalla parte opposta. Gestisco insieme ad amici delle gelaterie dove gli universitari facevano la fila per lavorare perché la retribuzione oraria è alta, i turni leggeri, flessibilità estrema ed orari elastici. Ne andavamo molto fieri, il tutto grazie ai contratti a chiamata aka ad intermittenza. Tutti quelli che lavoravano da noi avevano un contratto, era tutto bello e pulito. Ora l’ultima riforma tra i suoi obiettivi sta tentando di debellare in tutti i modi questo tipo di contratto, magari guidata da buoni fini eh, ma portando per noi l’impossibilità di utilizzarlo e molto probabilmente a costi troppo alti da sostenere. Nonostante nella mia breve vita abbia avuto pesante frequentazioni sindacali, mi viene da chiedermi  seriamente se siamo piùarretratisul diritto del lavoro o sull’innovazionetecnologica in ‘sto paese.

> Ma è teoricamente giusto che il tuo datore di lavoro paghi le tasse (e però anche i contributi previdenziali) per un lavoratore dipendente. Poi possiamo discutere sulla pressione fiscale, ma se no diamo ragione a chi teorizza forme di evasione para-legali.

> Certo però se il mio capo dovesse chiudere perché non ha evaso un euro (perché l’unica cosa certa è che la quantità di pagamenti in nero aumenterà esponenzialmente dal primo ottobre) nessuno ne trarrà alcun giovamento.

> Il problema è che, per uno che entra in azienda a tempo indeterminato perché non se ne può fare a meno, ci sono tantissime altre aziende che per non tenersi il carico fiscale ti schiacciano sulla partita Iva o su forme di precariato cronico. È il carico fiscale la tragedia. Qui lo dico e qui lo nego, non possiamo prescindere da questa cosa, altro che tutele dei lavoratori.

> Ecco, c’è anche questo. Per uno che entra ci sono tanti altri che, semplicemente, saranno licenziati.

> Questo discorso vale solo per le piccole imprese… per favore eh!

> No no macché vale per tutte le imprese.

> Vabbè che il carico fiscale sia la tragedia lo sappiamo bene. Ma qui si discute della riforma Fornero, che è altra cosa. E per anni ci siamo stracciati le vesti sui falsi co.co.pro. e sulla flessibilità mascherata. Adesso mi venite a dire che è meglio il cocopro del tempo indeterminato? Scusate, non vi seguo del tutto.

> E hai ragione. Ma io aggiungo una cosa: non puoi fare una riforma così senza pensare alla riduzione delle tasse sul lavoro, perché il rischio è che diventi un disastro.

> E ripeto: anche se per la tua generazione la parola “pensione” è vuota di significato, in quel contratto c’è una cosa che si chiama contributi e c’è una cosa che si chiama Tfr e le ferie pagate… e la malattia pagata, e la paternità/maternità. Però questo è un ricatto.

> E c’è anche una parola più vicina: “instabilità”. Nel giorno in cui ti assumono a tempo indeterminato. Non ti sembra una cosa incredibile? Speriamo che la crisi non sia troppo violenta. Quello che tu dici per me era già vero nella sostanza. Ora è vero anche nella forma. Però tra noi non c’era bisogno, se avessi avuto da lamentarmi di qualcosa, avrei potuto farlo.

> E ma su questo rapporto di fiducia si basano la maggior parte dei rapporti di lavoro nelle piccole aziende. Allora dobbiamo decidere se la “precarizzazione” della legge Biagi usata a strafottere sia stata un bene o un male.

> Ribadisco, hai ragione tu. Ma l’effetto della Fornero sarà disastroso.

> L’effetto della Fornero infatti non può prescindere dalla defiscalizzazione alle imprese (che però doveva essere l’effetto combinato di SalvaItalia + CresciItalia). Il governo la ha promessa anche di recente, tra l’altro promettendo una logica premiante degli imprenditori virtuosi. Il punto è che al solo pronunciare le parole “cuneo fiscale” in campagna elettorale si perdono punti nei sondaggi.

> Penso che fino a qualche anno fa questa conversazione non l’avremmo mai affrontata e francamente ho difficoltà a seguirvi.

> Hai centrato un punto importante. Lospread tra le regole e i bisogni.

> Io ho un co.co.co da sei anni e per me, che lavoro nel pubblico, non si realizzerà mai quello che ti è capitato a meno di un concorso ad hoc per me. Capisco che ti interroghi su come procederà la tua azienda e il tuo datore di lavoro per una comunità lavorativa cresciuta in questi anni. Ben vengano gli interventi fiscali ma io alla base dei rapporti lavorativi ci metto innanzitutto il lavoro e i miei diritti.

> E però nel pubblico una volta assunto NON sei licenziabile.

> Per ora… Non ERI, licenziabile. (ti ricordo la norma Fornero).

> Mi risultava che fosse una dichiarazione d’intenti.

> Cito: “Si stabilisce che le nuove regole in materia di lavoro valgono solo per i dipendenti delle imprese private, rinviando ad interventi futuri ed incerti l’introduzione di misure che individuino gli ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche.” Quindi… per ora non sarei licenziabile…

> ‘Sta norma l’hanno fatta col rigore dei geometri, così, sulla carta, va bene di suo, non rispetto al mondo del lavoro.

> Comunque mi ha colpito (in senso neutro, non negativo) l’idea che tu consideri “uguale stipendio” il proprio netto in busta, tralasciando tutte le voci a lui favorevoli di un contratto a tempo indeterminato che non risultano appunto nel netto finale e che non sono tasse.

> È che la nostra gggenerazione è convinta di non arrivare a 50 anni.

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