Archivi del mese: ottobre 2012

Astensionismo in Sicilia: abbiamo capito davvero cosa significa?

In questi giorni i commenti sull’astensione dal voto in Sicilia (la più alta nella storia dell’isola, circa il 53% di astenuti) si sono sprecati. La maggioranza dei commentatori ha inquadrato la cosa in questi termini: un misto di sfiducia nella politica corrotta, che più ampiamente c’è anche nel resto d’Italia, e di alcuni tratti tipici della sicilianitudine: indolenza, rassegnazione, incapacità di prendere in mano attivamente la soluzione dei propri problemi.

Da siciliana di nascita e famiglia, la vedo un po’ diversamente. In una terra in cui il voto di scambio (uno dieci cento mille voti a te, n posti di lavoro a me), in una terra in cui la posta in palio è stata soprattutto il posto pubblico (in comune, provincia, regione, a scuola e così via), in un momento storico in cui, data la situazione delle casse statali e regionali, c’era ben poco da promettere e scambiare, che senso aveva, per tutti quelli che hanno sempre votato per ottenere cose precise e concrete, andare a votare?

Il settore pubblico non può più promettere nulla (né lavoro né appalti né simili), e se qualcuno ancora promette, mente in modo spudorato. Dunque sto a casa, si sono detti il 53% di siciliani. Siamo dunque sicuri che l’astensione implichi solo quel segnale di allontamento dei siciliani “buoni” dalla politica “cattiva” che molti dicono? E la domanda vale – attenzione – non solo per la Sicilia, ma per diverse fette d’Italia.

Philadelphia: un formaggio per marito

Sulla scia del dibattito che ha animato gli articoli «Pubblicitari, smettetela di sostituire i prodotti agli esseri umani», «Pubblicità: ancora sull’equivalenza fra prodotti e esseri umani» e «Da oggetti a esseri umani: il caso “Lavatrici finite male”», propongo l’ultima campagna Kraft per il formaggio spalmabile Philadelphia.

«Nella vita puoi rinunciare a tante cose, ma non…». E mentre ogni essere umano normale prosegue enunciando relazioni e passioni appaganti (per persone, ma anche per un lavoro, un hobby, un’attività in cui ci si riconosca), la pubblicità presenta questa affissione (certo, quel marito è ridicolo, però…):

Philadelphia

E questo spot:

Come comunica Grillo (1). Il corpo

Con questo articolo – poche ore prima di conoscere i risultati delle elezioni in Sicilia, per le quali tutti parlano di «incognita M5S» – comincio a pubblicare alcune osservazioni sul linguaggio e lo stile di comunicazione di Beppe Grillo. È da tempo che volevo approfondire l’argomento, non soddisfatta né dalla rappresentazione folcloristica che spesso ne danno i media, né dall’etichetta di «antipolitica» con cui molti, anche nel mondo accademico, tendono a liquidare il Movimento 5 Stelle. Comincio dall’uso che Grillo fa del corpo, cruciale per come comunica sul territorio (teatri, piazze, strade), ma anche per i numerosissimi video che circolano su internet.

Grillo usa il corpo sempre in modo estremo: non afferma, esclama; non parla, grida fino a perdere la voce; non suda, s’inzuppa; non gesticola, si scompone. Inoltre sul palco non si limita a camminare, ma lo percorre a grandi falcate da un lato all’altro, o addirittura corre; non si limita a rivolgersi agli spettatori, ma si piega a novanta gradi, s’abbassa, si sporge oltre eventuali sbarre e transenne, come se volesse tuffarsi nel pubblico. Analogamente nelle videointerviste: con la testa sempre protesa, pare che voglia letteralmente (e non solo metaforicamente) bucare lo schermo, fino a raggiungerci in casa.

E poi la faccia: sempre mobilissima, sempre pronta a trasformare ogni emozione in maschera di teatro, sempre capace di passare in un lampo dal comico al tragico, dall’euforico al disforico e viceversa. Andata e ritorno, andata e ritorno. Rabbia, allegria, stupore, dolore sono le emozioni che più spesso gli leggiamo in faccia: rabbia per le storture della politica, dell’economia, della “casta”; dolore empatico per le conseguenze che le storture provocano nella nostra vita; stupore quando le storture sono così esagerate «da non crederci»; e infine allegria quando dice o fa cose che fanno ridere: ridono gli altri e lui per primo, assieme a loro.

Maschera tragica e comica

Buffone, guitto, guru, santone: sono questi gli appellativi con cui di solito i detrattori di Grillo svalutano l’uso emotivamente pregnante che lui fa del corpo, fin quasi alla caricatura (non a caso le sue caricature non solo proliferano, ma sono prodotte dallo stesso Grillo). I detrattori però dimenticano che il corpo è fondamentale per tutta la comunicazione politica (lo diceva già Cicerone, nel I sec. a.C., parlando di actio, che è la performance in pubblico). E dimenticano che Grillo lo usa solo in modo più vivace, intensivo e consapevole di molti politici italiani, facendo leva, oltre che su indubbie doti naturali, sulla lunga esperienza di attore comico.

Va perciò ricordato – mai dimenticarlo – che Grillo non è un politico, ma un uomo di spettacolo, e che non si candida – lo ribadisce di continuo – né mai si candiderà a nulla, ma vuole solo fungere da «aggregatore» di risorse e attenzione mediatica, affinché possano farlo i cittadini stessi. E dopo averlo ricordato, vale però comunque la pena chiedersi: che funzione svolge, cosa significa quest’uso tutto particolare del corpo?

Serve anzitutto a conferire autenticità a ciò che dice. Se chi parla mostra di essere emotivamente coinvolto mentre lo fa, è più probabile che sia considerato sincero. Se poi per giunta mostra di essere molto coinvolto, è più probabile che le persone credano che ciò che dice non solo rispecchi realmente le sue convinzioni (è sincero), ma corrisponda a quel che di fatto accade nel mondo (dice la verità). Con tutta l’energia che ci mette, saprà ben quel che dice, viene da pensare.

Ma l’uso estremo del corpo serva anche a conferire autenticità alle azioni, non solo alle parole di Grillo. L’abbiamo visto da poco, con la traversata a nuoto dello stretto. Gli interpreti più superficiali hanno paragonato Grillo a Mao, dimenticando che è stato lui stesso il primo a farlo, in un video del 24 aprile scorso, intitolato “Grillo meglio di Mao”, che mostrava il comico allenarsi in piscina. Altri hanno ripescato per l’occasione il confronto ricorrente con Mussolini, trascurando a loro volta che è lo stesso Grillo a fare sempre autoironia sul tema, quando sul palco urla a petto infuori «I-ta-lià-ni!».

In realtà attraversando a nuoto lo stretto di Messina Grillo ha usato il corpo come una metafora, per significare una cosa precisa, che ha ripetutamente spiegato in tutte le tappe del tour siciliano: se un uomo di 64 anni, anziano e con la pancia, può attraversare lo stretto di Messina a nuoto mettendoci 1 ora e 20 («venti minuti meno del traghetto, cazzo!»), cioè può farcela nonostante i bookmaker scommettessero 1 a 15 contro di lui, ebbene può farcela solo perché si è allenato duramente («mi sono allenato sei mesi!»), ma questo vuol dire semplicemente che «se uno vuol portare a casa un risultato lo porta, cazzo!». Allo stesso modo anche i siciliani – e gli italiani – possono riuscire nell’impresa da tutti considerata impossibile di cambiare politica e classe dirigente, ma si devono impegnare e preparare duramente per farlo, e devono farlo in prima persona con tutti loro stessi, corpo incluso. È questo che significa per Grillo la metafora della traversata a nuoto. Capiremo fra qualche ora se e come i siciliani l’hanno recepita. Continua (1).

Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

Da oggetti a esseri umani: il caso «Lavatrici finite male»

Concludo la riflessione dei giorni scorsi sull’equiparazione fra oggetti e esseri umani, con la miniserie per il web «Lavatrici finite male» (grazie a Inkiostro e Annamaria per la segnalazione), che è l’ultima campagna Calgon, l’anticalcare per lavatrici, affidata al comico e regista Marcello Macchia, meglio noto come Maccio Capatonda.

Il caso è interessante perché mostra il processo inverso rispetto a quelli visti nei giorni scorsi: mentre la banalizzazione pubblicitaria più diffusa degrada gli esseri umani al ruolo di oggetti (un’auto, un cracker, una bevanda «al posto di» una relazione affettiva spogliano la relazione della sua ricchezza umana), le microstorie di «Lavatrici finite male» antropomorfizzano l’oggetto lavatrice, cioè lo nobilitano facendo come se avesse pensieri e vivesse emozioni, sensazioni e relazioni umane. Insomma non più esseri umani trasformati in oggetti (e come tali degradati), ma oggetti trasformati in esseri umani (e come tali nobilitati).

Lavatrici finite male

Inoltre le «Lavatrici finite male» fanno ridere, perché rappresentano l’equivalenza in modo letterale e non più metaforico, cioè inseriscono la lavatrice in scenette in cui si comporta ed è trattata esattamente come se fosse una persona vera (talmente vera che un episodio si intitola «Trattata come un oggetto»). È una persona «finita male» per il cui triste destino siamo chiamati a dolerci. Finché Calgon non la salverà. Buon divertimento! 🙂

Lavatrici finite male: Trattata come un oggetto

Lavatrici finite male: La polvere bianca

Lavatrici finite male: La principessa barbona

Lavatrici finite male. Criminal Machine

Lavatrici finite male: Anticalcari alla goccia

Pubblicità: ancora sull’equivalenza fra prodotti e esseri umani

Continuo la discussione di ieri (Pubblicitari, smettetela di sostituire i prodotti agli esseri umani), mostrando l’ultimo spot dei cracker Gran Pavesi – giustamente segnalato da Fiammetta – in cui non c’è più la sostituzione che abbiamo visto per la Nuova Renault Clio, ma c’è un’assimilazione fra un prodotto (in questo caso un cracker) e un essere umano, assimilazione talmente forte da diventare equivalenza.

«Ci sono cose che sembrano uguali… invece no!» dice la voce fuori campo. Qui fra l’altro c’è pure un’implicazione sessista, perché la «cosa» che il protagonista dello spot desidera è ovviamente la ragazza. Ma lasciamo perdere il sessismo, perché in questo contesto mi preme soprattutto mettere il dito sull’equivalenza fra prodotti e esseri umani, indipendentemente dalle questioni di gender.

Ora, sono ben consapevole che ogni forma di “determinismo pubblicitario” è tanto sciocca quanto banalizzante (ovvio che non siamo “determinati” dagli spot, nel senso che, vedendoli, ne siamo automaticamente e univocamente forgiati), però mi chiedo: che mondo è un mondo che scambia di continuo (e ricordiamo che la ripetizione è l’anima della pubblicità) persone e oggetti, esseri umani e prodotti, un mondo che ci ha talmente abituati a questo che non ci facciamo più caso? Che valori implica dare per scontato questo scambio?

Pubblicitari, smettetela di sostituire i prodotti agli esseri umani

In questo giorni mi è stato segnalato più volte lo spot della Nuova Renault Clio: «intrigante», «coinvolgente», «efficace» sono solo alcune delle espressioni con cui è stato commentato, tutte sempre positive.

Certo, le scene iniziali suggeriscono grandi aspettative, intenso coinvolgimento emotivo, tensione crescente in attesa di qualcosa che ancora non si conosce, ma si intuisce possa renderci felici, o almeno appagati, completamente e intimamente presi.

Situazioni che tutti/e abbiamo vissuto almeno una volta nella vita, per un incontro che si sarebbe trasformato in un grande amore, per aver ritrovato una persona che avevamo perso, o per qualunque situazione ci abbia radicalmente trasformati: una scoperta, un successo, un’illuminazione interiore, la rivelazione di un mistero esistenziale o, per chi ha fede, religioso. Questioni di vita e di morte, insomma, situazioni che ci toccano nel profondo come esseri umani.

Nuova Renault Clio

Ecco perché lo spot ci acchiappa. Già. Peccato che alla fine scopriamo che, a causare tutto il trambusto emotivo, è la Nuova Renault Clio, perché «la prima volta che la vedi, non la scordi più».

E allora basta, pubblicitari. Basta sostituire i prodotti agli esseri umani e alle relazioni con altri esseri umani. Intendo: piazzate pure i marchi, i prodotti e le aziende in situazioni ad alto impatto emotivo: è il vostro mestiere, serve a farli desiderare e ricordare, lo so. Però mettete le relazioni umane sempre al centro, per favore. Gli spot saranno ancora più coinvolgenti e memorabili, e noi ci eviteremo la doccia fredda finale.

Le tre prove di Obama: una storia a lieto fine?

Proprio come prevedevo, la storia delle tre prove di Obama – i tre confronti televisivi con Romney – è giunta stanotte al lieto fine: stando al sondaggio della CNN Obama ha vinto per il 48% dei telespettatori che hanno visto il dibattito, contro il 40% a favore di Romney; stando a quello della CBS sono per Obama addirittura il 53% contro un misero 23% per Romney.

Lo storytelling più avvincente di un percorso a tre prove prevede infatti questa sequenza: dura sconfitta, faticosa rimonta, trionfo finale. Ebbene, la dura sconfitta di Obama nel primo dibattito c’è stata, la faticosa rimonta nel secondo pure. La puntata finale, invece, dal mio punto di vista non è stata il trionfo sfolgorante che poteva essere. Obama ha vinto, è vero, ma non ha messo Romney ko, perché questi si è dimostrato abile, o almeno più abile di quanto Obama si aspettasse, specie dopo i pasticci dell’ultimo periodo.

Perché abile? Perché si è presentato come moderato mentre nei mesi precedenti era sempre apparso molto spostato a destra; perché pronto a contraddirsi e dare ragione a Obama pur di evitare attacchi nel settore in cui è più debole di lui (la politica estera); perché capace di ricondurre sempre il focus all’economia, dove Obama sconta gli anni di crisi mentre lui può promettere miracoli; perché in chiusura ha fatto salire sul palco tutta la sua tribù, con parenti e bambini, e là in mezzo Obama e Michelle parevano davvero soli.

La tribù di Romney alla fine del terzo dibattito

Insomma Romney sa bene che in comunicazione le contraddizioni e le menzogne, se ben presentate, possono far leva sulla memoria corta degli elettori e che vendere sogni («assieme usciremo dalla crisi») può far leva sul bisogno di speranza che tutti hanno, specie nei periodi più bui. Questi ingredienti possono fare breccia, non è detto che ci riescano.

Come non è detto che Obama alla fine vinca le elezioni perché le storia delle tre prove mediatiche è finita bene. Non solo perché mancano due settimane e molte cose possono ancora succedere, ma perché la comunicazione è necessaria, ma non è sufficiente. Specie se entrambi i contendenti, in comunicazione, sono molto ferrati.

Questo articolo è apparso oggi anche sul Fatto Quotidiano.