Archivi del mese: novembre 2012

I titoli di studio non sono tutti uguali: alcuni in Italia non hanno valore legale

«Individuare il corso di laurea più adatto alle proprie esigenze e aspettative già non è facile. A complicare la scelta contribuiscono a volte le informazioni ambigue o insufficienti sulle caratteristiche del titolo e sul suo valore legale.

Laurea

Il Tar ha confermato da poco la sanzione di 100.000 euro, inflitta nel 2009 dall’Antitrust alla European School of Economics, perché il sito internet non chiariva in modo adeguato che il Bachelor of Arts with Honours pubblicizzato dall’istituto non è immediatamente valido anche da noi per l’esercizio della professione, nel senso che le autorità italiane riconoscono o meno questo tipo di titoli caso per caso (per ulteriori dettagli, leggi questo articolo).

Il caso è tutt’altro che isolato, come dimostrano i numerosi provvedimenti adottati dall’Antitrust negli anni scorsi nei confronti di istituti e società che magari usavano la denominazione di “Università” o “Facoltà” senza averne diritto.

Proprio per questo Assoutenti ha realizzato un video (vedi sotto), incentrato sulla cosiddetta “Università popolare internazionale san Tommaso D’Aquino” (che in realtà è un’associazione), per sottolineare quanto sia fondamentale, per i giovani, acquisire ogni informazione utile prima di scegliere un percorso formativo, evitando inutili perdite di tempo e denaro.

PS: Gli ultimi aggiornamenti di Assoutenti in tema di pubblicità ingannevoli sono in questo articolo. Giulio Marotta – Assoutenti

Al posto di Bersani e Renzi, i Fantastici 4 (e stavolta davvero)

Mi astengo dal commentare il confronto di ieri sera su Rai 1 fra Bersani e Renzi – e lo faccio apposta – per contrapporgli qualcosa di più piacevole.

La campagna di TBWA Italia per Henkel prevede un video destinato a YouTube, cartoline distribuite nei bar, pub e locali di Milano e Roma, attività di guerrilla marketing con balletti ed esibizioni fisico-canore sempre a Milano e Roma, il coinvolgimento di 10 centri fitness con expo da banco, locandine negli armadietti, vetrofanie e il prodotto strategicamente collocato… capirai presto dove.

La campagna è autenticamente ironica (per una volta, persino in Italia). Vedo un unico problema: il target. Così com’è concepita, implica che di certe cose si occupino e preoccupino solo donne e gay. 😀

Possiamo aggiungere questa campagna alla riflessione sul corpo maschile che abbiamo cominciato oltre tre anni fa. Vedi anche, a ritroso:

Renzi e le sue nonne vallette

Giuro: non volevo parlare della copertina di Oggi in cui la settimana scorsa Matteo Renzi si è fatto ritrarre così:

Renzi con le nonne su Oggi

Non volevo, primo, perché è troppo facile smontarla. Secondo, perché, ogni volta che critico qualcosa della comunicazione di Renzi, puntualmente mi si scatena qualche “renziano” che mi accusa di essere “bersaniana”. Dimenticando tutte le volte (tante!) che ho smontato anche la comunicazione di Bersani (vedi QUI, QUI, QUI e QUI). Ma anche chi non è “renziano” finisce per dirmi cose del tipo: «Renzi proprio non ti va giù, eh?». Dimenticando che il tema non è mai se un atto di comunicazione mi “va giù” o no, ma se è ben fatto o no, efficace o meno, astuto o banale, in relazione al contesto, agli obiettivi, al target a cui è riferito.

E allora guardiamola, la copertina. Target: i lettori e le lettrici dei giornali di gossip, dal pensionato di Busto Arsizio all’intellettuale che ci butto solo un occhio quando vado dal parrucchiere, mica lo compro. Obiettivo: scollegare il concetto di rottamazione dall’interpretazione più strettamente anagrafica, per cui i gggiovani (20, 30, 40, 50 anni?) vorrebbero mandare a casa i vecchi (60, 70, 80, 90 anni?) e prendere i posti di potere che finora hanno occupato. Contesto: le primarie del centrosinistra (per ora). Il che seleziona, nel target, i lettori e le lettrici di Oggi che hanno votato e voterebbero un partito di centrosinistra.

E allora domandati: riesce davvero la copertina a staccare il concetto di rottamazione dall’opposizione gggiovani-vecchi come vorrebbe? In altri termini, raggiunge il suo obiettivo, è efficace? Pensaci bene: ti pare possibile riuscirci con un’immagine che non fa né più e né meno che proporre un giovanotto che abbraccia due vecchiette? È possibile riuscirci presentando uno stereotipo visivo della stessa opposizione che si vorrebbe negare? Non è come dire «Non pensare all’elefante»?

Dice: ma lui le abbraccia, dunque non le vuole rottamare. Non le rottama no (hanno salva la vita), ma le tratta come due vallette (si diceva ai tempi delle nonne di Renzi) o veline (si dice oggi): lui al centro e loro ai lati, in funzione decorativa. Dice: ma loro sorridono, dunque sono contente di stare con Renzi e condividono con lui la voglia di rottamare «quei politici», non loro. Sorridono, sì, ma sono le sue nonne e certo gli vogliono bene. E poi, hai mai visto una velina che non sorride? Insomma, se i critici di Renzi pensano che, oltre al conflitto generazionale, nella proposta di Renzi ci sia poco altro, qualche buona ragione ce l’hanno: è lui stesso a confermarglielo di continuo. Anche con le immagini.

Perché Renzi fa la voce grossa sui risultati di domenica. Ma ha i voti che aveva Franceschini

In qualunque competizione elettorale – lo sanno tutti – non è opportuno che un leader faccia dichiarazioni sui numeri (affluenza alle urne, percentuali di vantaggio o svantaggio) prima di avere, non dico i dati definitivi, ma quasi. Perché non lo è? Perché gli exit poll sono fallibilissimi e sono stati spesso non solo smentiti, ma ribaltati. Peggio ancora gli instant poll e altre indagini più o meno volatili. Segue una regoletta facile facile, che qualunque politico (anche il meno capace di comunicare) conosce bene: i sondaggisti e opinionisti parlino pure subito, ma tu zitto e mosca fino all’ultimo. E se proprio i media t’incalzano, limitati a dire con faccia sorniona che aspetti sereno i risultati.

Invece domenica sera Renzi, alle 23 circa, quando erano disponibili i risultati di solo un quarto dei seggi (non rappresentativo di un bel nulla), se n’è uscito annunciando con grande sicurezza:

«Noi non abbiamo ancora i dati finali del nostro risultato. I seggi campione che i nostri rappresentanti hanno utilizzato e considerato, e che sono stati preziosissimi perché hanno azzeccato l’affluenza quando ancora sembrava difficile farlo, ci consegnano un campione di più o meno 5 punti di distacco rispetto a Bersani, ed è un risultato naturalmente per noi straordinariamente bello.»

Ora, tutti sanno che in poche ore i risultati ufficiali del collegio dei Garanti delle primarie del centrosinistra hanno smentito sia i dati di affluenza (Renzi aveva detto “oltre 4 milioni”, i dati ufficiali dicono 3.107.568 voti validi), sia la distanza di Renzi da Bersani (non “più o meno 5 punti”, ma 9,4: quasi il doppio). Una bella differenza.

Ingenuità di Renzi? Non direi, visto che Renzi ha molti difetti (incluso non essere il grande comunicatore che dicono, come ho spiegato QUI e QUI), ma non gli manca abilità tattico-strategica. Credo invece la mossa fosse studiata, con questi obiettivi:

  1. intorbidire un po’ le acque delle primarie del centrosinistra, ma giusto un po’, mica accuse grosse di brogli o simili, sennò poi ci dicono che siamo di destra (infatti le accuse pesanti vengono oggi da Libero);
  2. tenere alta la tensione e positivo l’umore dei suoi elettori e sostenitori fino al ballottaggio, inducendoli a credere che l’avversario sia meno forte di quanto appare;
  3. pungolare Bersani, per chiedergli di cambiare le regole per votare al ballottaggio, sempre nell’ipotesi (tutta da verificare), che un’affluenza alta avvantaggi Renzi e svantaggi Bersani;
  4. tenere non solo accesi ma ben concentrati su di lui i riflettori mediatici: stare il più possibile al centro della scena serve a Renzi – è bene ricordarlo – non solo e non tanto per guadagnare punti in queste primarie, ma per la partita che giocherà dopo, a primarie concluse. Le primarie sono per lui un trampolino, non un punto d’arrivo.

Il giochetto, a quanto pare, gli sta riuscendo, più per disattenzione diffusa che per meriti suoi: la strategia non era difficile né da progettare né da capire. Inoltre si sposa benissimo con la fame di notiziabilità facile ed effimera dei media italiani, che preferiscono sempre il titolo ad effetto all’approfondimento. Eppure basterebbe poco per scoprire che il «fenomeno Renzi» in queste primarie ha ottenuto più o meno quanto Dario Franceschini ottenne nelle primarie del 2009: Renzi il 35,5% di 3.107.568 voti, Franceschini il 34,27 di 3.102.709.

Renzi come Franceschini? Già. Ci sarebbe di che approfondire e discutere, confrontando contesti, numeri, situazioni e narrazioni.

Fransceschini Renzi

Questo articolo è uscito anche (con qualche modifica) sul Fatto Quotidiano.

Quando un tirocinio va male nonostante i tuoi sforzi

I miei studenti sanno quanto io sia insistente (persino pedante) nel raccomandare loro – sempre – che devono valutare con attenzione ciò che un’azienda offre come tirocinio (curricolare o extracurricolare che sia), che devono chiedere e negoziare un rimborso spese, soppesare l’interesse formativo di ciò che andranno a fare, sforzarsi di immaginare in anticipo ciò che possono imparare e offrire, quali possono essere gli sbocchi di lavoro concreti, e via dicendo.

Ciò nonostante, le possibilità di errore restano ampie. E certo io, come docente tutor, non posso accompagnare gli studenti e le studentesse al colloquio in azienda, per valutare assieme a loro ogni dettaglio ed evitargli le fregature. Leggi per esempio ciò che mi scrive Paolo (nome fittizio), che accetta di condividere sul blog la sua esperienza, sperando possa essere utile ad altri/e (ometto per ovvie ragioni di privacy il vero nome di Paolo e dell’azienda):

Cara prof, sono uno studente iscritto al terzo anno di scienze della comunicazione. Attualmente sto facendo un tirocinio presso YXZ, per cui lei si è gentilmente resa disponibile come tutor dopo molte raccomandazioni. Ho già fatto 173 ore e forse sono stato troppo paziente. Purtroppo le devo comunicare che sono disperato. L’azienda presso la quale svolgo il mio tirocinio si è presentata come una modernissima e impegnatissima agenzia di comunicazione, marketing e organizzazione eventi. Queste erano le mansioni che mi sono state spiegate/promesse e che mi hanno spinto a scegliere l’azienda:

  • Analisi del mercato e strategie di comunicazione per sviluppo in ambito europeo.
  • Ricerca e implementazione fornitori e risorse umane utili agli eventi richiesti;
  • Partecipazione attiva in fase di elaborazione dei progetti comunicazione e dello svolgimento degli eventi.
  • Partecipazione a fiere ed eventi.
  • Ampliamento portfolio clienti con le nuove tecnologie, i social network, contatti diretti e telefonici.
  • Redazione e traduzione di documenti in lingua italiano-inglese, inglese-italiano.

In realtà invece tutte queste cose non si fanno semplicemente perché… non abbiamo clienti! L’azienda è infatti la start up di un gruppo più ampio e quello che faccio tutti i giorni è invece:

Non tutti gli stage finiscono male. Alcuni proseguono

  • una specie di telemarketing, dove cerco di vendere un prodotto;
  • traduzioni (conosco molto bene l’inglese);
  • “gestione” di diversi database, ovvero copia e incolla!

Ogni scmmia addestrata sarebbe capace di fare un lavoro del genere. Purtroppo non avendo clienti non c’è altro lavoro per me, e persino il mio responsabile non fa nient’altro. Per questo non posso parlarne con lui, perché svalorizzare il mio lavoro significherebbe svalorizzare anche il suo.

Io ho davvero voglia di lavorare e soprattutto di imparare, e per questo ho scelto di fare un tirocinio. Però così non ho la possibilità di imparare un bel nulla. Anzi, loro sfruttano comunque il mio lavoro, senza darmi in cambio niente: l’esperienza che ho fatto finora è che un proprio ufficio e una scrivania di vetro non fanno automaticamente un bel lavoro…

Non sarebbe un grande sforzo per me continuare a perdere tempo (è questo il problema) per le ultime 127 ore, rubandolo ai miei studi. Però non è certamente né mio interesse perdere del tempo né quello dell’università, istituzione formativa, regalare crediti a studenti pazienti.

Voglio/devo comunque aggiungere che l’atmosfera lavorativa è molto bella. Loro sono simpatici e le dinamiche sociali sono molto interessanti e accoglienti, il che mi rende a maggior ragione difficile parlare con loro del mio disagio.
D’altra parte l’atmosfera e l’ambiente sono, sì, importanti, però non sono sufficienti: anche a casa mia l’atmosfera è bella, ma – giustamente – non ricevo crediti dall’università dopo ogni cena a casa con i coinquilini. Che posso fare?

Ho risposto a Paolo dicendogli che a questo punto aveva due possibilità: o interrompere il tirocinio e cercarne un altro, azzerando le ore fatte e ricominciando daccapo altrove; o resistere e farsi convalidare come tirocinio curricolare quello già cominciato, considerando l’esperienza negativa come qualcosa da ricordare, qualcosa da cui ha comunque tratto un insegnamento. Ha scelto quest’ultima strada.

Violenza sulle donne: finalmente ne parlano anche gli uomini

Mancano due giorni al 25 novembre, che è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e come ogni anno siamo circondate da campagne che mostrano volti e corpi femminili tumefatti, donne che strisciano a terra, che si nascondono in un angolo buio, che si riparano col braccio. Quando va bene, si vede roba così:

Donna vittima 1

Donna vittima 2

Quando va male, le immagini sono più dure ed esplicite (primi piani su lividi e ferite) in nome di un non ben motivato realismo (forse un orrore esplicito può dissuadere il violento dall’essere tale?); e si arriva persino a estetizzare la violenza, come in questi casi:

Donna vittima 3  Mio marito mi fa bella

Ma non si combatte la violenza con immagini che la esprimono, né si fanno uscire le donne dal ruolo di vittime se si insiste a rappresentarle come tali. È talmente ovvio, che ormai dovrebbero saperlo tutti (ne parlammo anche l’anno scorso commentando la campagna di Intervita «Stai zitta cretina»). Invece – evidentemente – gli operatori sociali, le associazioni, le istituzioni che si occupano di violenza contro le donne e i consulenti che fanno loro le campagne non l’hanno ancora capito. E allora lo ripeto: non si combatte la violenza mostrando violenza.

Di qui poi a dire come una campagna su questo tema dovrebbe essere, ne passa: fare comunicazione contro la violenza sulle donne è difficilissimo. Ma piuttosto che continuare a produrre immagini di donne vittime e uomini aguzzini, la mia opinione è radicale: meglio astenersi. Piuttosto che ribadire le solite scene di violenza, meglio evitare spot, locandine, manifesti, per concentrare soldi, risorse e tempo su azioni concrete.

Però qualche strada alternativa comincia a vedersi. Per fortuna. Penso soprattutto all’idea di spostare l’attenzione sugli uomini, sottolineando che, poiché la violenza sulle donne nasce da loro, sono loro che devono parlarne e farsene carico. Ne discutemmo già un anno fa (leggi i commenti). Lo disse in modo ancor più chiaro Lorella Zanardo sul Fatto Quotidiano, con un post che scatenò reazioni accese e spesso anche aggressive. La discussione è poi proseguita in rete, in vari luoghi e modi.

Quest’anno finalmente qualcuno/a ha raccolto la palla. Nasce così la campagna Noino.org, promossa dall’Associazione Orlando di Bologna e dalla Fondazione del Monte in collaborazione con molte altre istituzioni locali – dal Comune all’Università di Bologna – in cui gli attori Ivano Marescotti e Giampaolo Morelli, e il calciatore Alessandro Diamanti si sono prestati gratuitamente come testimonial, per dire «Noi no». Nasce così il libro di Riccardo Iacona Se questi sono gli uomini. Nasce così il reading teatrale «Pugni nello stomaco. La violenza sulle donne raccontata dagli uomini», che si tiene a Gaeta stasera alle 21.00, a cura di Manuela Perrone e Vincenzo Schirru.

Noino.org, il testimonial Morelli

È solo un inizio, è ancora poco, ma è un buon segno. Che l’attenzione vada sugli uomini, riguardi gli uomini, provenga dagli uomini: mi pare la strada giusta. Nella comunicazione e nei fatti. D’altra parte anche all’estero si sta provando questa strada. Prendi per esempio la campagna inglese «We are Man» del 2011:

Questo articolo è uscito anche sul Fatto Quotidiano.

La pochezza della comunicazione in Italia…

… si vede spesso – e molto – in provincia. Nel pubblico? No, anche nel privato. Al sud? No, anche al nord. Di solito non commento le piccole campagne della piccola Italia periferica. Ma l’esempio che mi segnala Caterina, lettrice del blog, sta a Milano. E pubblicizza la Reserv Investigazioni (volutamente non nomino l’agenzia che gliel’ha fatta). Sono affissioni che incontri per strada e nelle stazioni della metropolitana.

Stereotipo sessista? Bah, fosse solo quello. Pochezza.

Aggiornamento: a chi, leggendo il mio post, si chiede «Perché pochezza?» suggerisco di leggere l’ottimo commento, qua sotto, di Massimo Guastini, che spiega in poche ed efficaci parole esattamente ciò che penso anch’io. Ringrazio Massimo per averlo scritto.

Aggiornamento del 7 aprile 2017: segnalo che oggi, a distanza di quasi 5 anni (!), mi ha contattata via mail una persona che, a nome della nuova gestione della Reserv Investigazioni, mi prega di precisare quanto segue: «Prendiamo coscienza dell’opportunità delle Vs. note, le condividiamo, ritiriamo l’affissione».

Reserv Investigazioni