La favola bella di Obama: i soldi

Il trionfo di Obama era già scritto nel suo storytelling. Un trionfo che ha la struttura più semplice di tutte le favole più efficaci: l’eroe vince, sì, ma solo dopo aver superato prove durissime. Una struttura che ha accompagnato tutta la sua carriera politica. Osserva oggi il New York Times (traduco liberamente): «Il suo percorso ha disegnato un arco ricorrente in tutta la sua carriera: vacillare proprio quando sembrava aver raggiunto il punto di maggiore forza – il periodo prima del suo primo dibattito con Romney – e dunque essere costretto a raddoppiare gli sforzi per risollevare se stesso e i suoi sostenitori fino alla vittoria». Peraltro l’avevo scritto io stessa – modestamente – QUI e QUI.

Non sto dicendo «era già tutto previsto»: una realtà desiderata non si prevede né si determina, casomai si fa tutto il possibile per renderla probabile. Sto però dicendo che le buone storie – e la storia dell’eroe che vince dopo grandi avversità lo è, se non altro perché è antica come la storia dell’occidente – aiutano a costruire questa probabilità. Non è detto che ci riescano, ma aiutano.

Certo, le buone storie da sole non bastano: per costruirle e sostenerle, di fronte a un avversario altrettanto abile nel raccontare storie come Romney, ci sono voluti innanzi tutto molti, moltissimi soldi. E infatti questa campagna passa alla storia come la più dispendiosa di tutti i tempi.

C’è un’unica storia, al mondo, che sembra capace di determinare la realtà, non soltanto di renderla più probabile. Determinare? È una parola grossa, lo so, ma intendo dire semplicemente che, a quanto ne so, finora la sua capacità di portare alla vittoria non è stata mai smentita. È la storia dei soldi.

Per la sua campagna elettorale Obama ha speso molto più di Romney, come mostra il sito Opensecrets.org. È una storia assai poco affascinante, poco poetica, ma è necessario raccontarcela anche se siamo più contenti che abbia vinto Obama invece di Romney, per mille e una ragione: senza soldi – e senza comunicazione – Obama non sarebbe andato da nessuna parte, nel 2008 come oggi.

Morale della favola: nelle democrazie contemporanee, persino se vuoi combattere per i diritti di chi soldi non ne ha (ammesso che Obama voglia e possa farlo), devi avere molti, molti soldi. È la storia della realtà (clic per ingrandire):

Quanto hanno speso Obama e Romney

34 risposte a “La favola bella di Obama: i soldi

  1. La quantità di soldi investiti non fa la differenza. Il punto è come Obama ha scelto di spendere il denaro, ovvero in ottimo branding. Ancora una lezione di ottimo marketing politico dallo staff del 45° presidente.

  2. io ho scritto questo. http://ioparloquantomipare.com/2012/11/07/obama-e-ancora-mister-mondo/

    Attenti, Obama ha dietro gli ex testoni di Lehman brothers…

  3. Raccogliere i soldi è difficile, saperli usare è difficilissimo. Magari non è poetico, ma sicuramente affascinante quanto cruciale. E btw anche nelle storie classiche gli eroi se la passano bene a soldi visto che diventano re e regine…

  4. Domanda: chi piangerebbe di più se venisse istituito un tetto limite di spese elettorali per entrambi i candidati? Chi soffrirebbe se i due protagonisti potessero spendere la metà della metà? La democrazia forse?
    Mais non! Ma i narratori, naturalmente. Perché tutti quei soldi sono la mangiatoia dei media. E cosa volete che ci raccontino in merito a ciò? Che l’elezione statunitense non è mai stata in bilico da almeno 6 mesi, se si vanno a leggere le rendicontazioni mensili obbligatorie per legge che ci dicono che Obama ha sempre incassato di più e speso di più.
    L’ingenuo potrebbe pensare che le maggiori entrate di Obama siano dovute alla bontà della sua retorica. E avrebbe ragione. Con la sola precisazione che la sua abilità di fundraiser non è concentrata tanto sul donatore che è in potenza in ciascun singolo futuro elettore bensì sul donatore che è in concreto in ciascuna singola realtà imprenditoriale.
    Perciò al postutto, visto che la legge del $ (alle presidenziali ha sempre vinto chi ha più speso) è ferrea ma ahimè non aurea, l’elettore finale continua ad essere il ruolo più turlupinato, sopratutto se ha avuto la candida dabbenaggine di contribuire personalmente al bilancio di un gioco la cui posta non gli appartiene.

    @GiovanniSchiro
    Non voglio seguire il suo link e capire che professione eserciti un così bel sorriso e una così fideistica convinzione. Mi dica solo che non è uno che campa di marketing politico. Altrimenti per lei vale il detto di upton Sinclair: difficle far capire qualcosa a qualcuno quando il suo stipendio dipende proprio dal non capirlo. Ma sicuramente starò sbagliando in questo mio gioco a moscacieca.🙂

  5. @Ugo,
    Non sono uno che campa di marketing politico. Ho solo studiato comunicazione politica e mi affascina da sempre. Bella la frase di Sinclair, la condivido. “Fideistica convinzione”, interessante. A dir la verità mi sento più vicino ai “cultori del dubbio”, ma se do l’idea di un religioso tautologo, dovrò cambiare modo di comunicare ciò che penso😉

  6. @GiovanniSchiro
    Anch’io ho studiato qualcosa di comunicazione politica. Però per confutare la (dimostrata) legge del $, e dimostrare la (indimostrata) decisività della strategia persuasiva adottata lei dovrebbe essere il primo a invocare la soluzione più razionale e ovvia: un tetto massimo di spese elettorali per ciascun candidato. Solo allora varrebbe il suo parametro poiché la maggior spesa, che a oggi è condizione necessaria per vincere, non sarebbe più un fattore decisivo. E sarebbe davvero garantito all’elettorato un confronto paritario, a abeneficio della qualità degli argomenti e non della quantità delle ripetizioni.

  7. @Ugo
    Non devo essermi spiegato bene, è chiaro. Probabilmente mi attribuisce una profondità di analisi che non mi appartiene. Il mio pensiero non è raffinato e strutturato come il suo, mi limito a dire che il denaro va gestito e coordinato da una cosciente strategia di comunicazione che detta dove quei milioni vadano investiti. Denaro e comunicazione reputo siano due fattori innegabilmente legati, questa è la mia opinione. Nessuna legge, solo il mio punto di vista🙂

  8. @giovanniSchiro
    Apprezzo molto il suo understatement, sopratutto quando mi mette in imbarazzo attribuendomi una raffinatezza e struttura di mio pensiero che è alla portata del mio cane. Sono tutti concordi sull’importanza di saper spendere il denaro. Talmente concordi che questa abilità ad alti livelli c’è sempre. E quindi ne consegue che il parametro decisivo a livello di presidenziali resta il denaro.
    Coltivare il dubbio le fa onore – qualora dubbio vi sia ancora. Ma l’elogio del dubbio è diventanto molto di moda negli ultimi 30 anni, colpevolmente da parte di chi pensava con questa excusatio non petita di sviare dalal responsabilità della sua insipienza.
    Molto più coraggioso oggi dichiarare qualche certezza.
    Senza dubbio🙂

  9. @Ugo
    La ringrazio, ma non intendevo metterLa in imbarazzo. Comunque complimenti al Suo cane🙂 Ancora d’accordo con Lei su un punto: “l’elogio del dubbio” fa molta tendenza in ambienti di centrosinistra (in particolar modo). Non mi piace elogiarlo e utilizzare il dubbio come strumento dialettico. E’ che mi trovo molto spesso ad avere dubbi, su tutto🙂 Dice che è più coraggioso dichiarare qualche certezza, ho i miei dubbi su questo😉

  10. I soldi sono determinanti *sempre* e *ovunque*? Non credo: proprio da queste pagine si sprona all’attivismo del singolo, attivismo capace di cambiare le decisioni delle grandi agenzie pubblicitarie. Forse è determinante nelle elezioni, ma anche questo non è sempre vero, come dimostrano alcune vittorie del centrosinistra in Italia, decisamente più povero di Silvio e del suo pdl. (Che poi non basta vincere per governare, questo è un altro problema.) Forse il denaro è determinante nella politica americana. Ma lì i soldi vanno conquistati come il consenso. E quindi arrivano prima i soldi o prima la capacità di attrarli con una storia avvincente?

    L’esperimento proposto da Ugo è determinante: a parità di spesa chi vincerebbe in un confronto elettorale? Chi racconta la storia più avvincente, sicuramente. Comunicazione batte $ 1 a 0.🙂

  11. Uuuhh che post interessante, e che scambi dialettici gustosi!
    Io ho dubbi che Obama&co abbian “cercato” questo storytelling dell’eroe che risorge, dal primo post di G sull’argomento. Resto certo che il denaro, e come vien speso, son determinanti in queste cose.
    Cumprimentos de Portugal,
    V

  12. Ha ovviamente ragione il comizietto.
    Sono bastati 5 minuti di ricerca su Internet per trovare due controesempi abbastanza clamorosi (ma ce ne saranno centinaia) della presunta legge che i soldi determinino la vittoria nelle competizioni elettorali — anche limitandosi alle elezioni americane (limitazione ovviamente insensata, come sarebbe insensato riferirsi solo alla sola fase finale delle elezioni presidenziali USA — per inciso, quanti casi rilevati?).

    Vedi: http://www.nytimes.com/2012/11/07/us/politics/Christopher-S-Murphy-Linda-E-McMahon-Connecticut-Senate-Race.html
    e: http://www.opensecrets.org/news/2012/10/hot-races-chris-murphy-vs-linda-mcm.html

  13. Queste stesse elezioni Obama-Romney sono istruttive riguardo al non semplice rapporto fra soldi e vittoria.
    Sebbene Obama sia stato sostenuto da molti ricchi (multinazionali, banche ecc.), erano probabilmente di più i ricchi interessati alla vittoria di Romney.
    Perché allora Romney ha avuto meno finanziamenti?
    E’ plausibile che ne abbia avuti di meno anche perché i potenziali finanziatori hanno ritenuto che avesse meno probabilità di vincere e quindi o non lo hanno finanziato o non si sono impegnati troppo. A nessuno piace sprecare troppi i soldi. E i soldi hanno la tendenza a dirigersi dove hanno più probabilità di fruttare.

    Naturalmente è vero che maggiori finanziamenti aumentano le prospettive di vittoria.
    Ma vale anche simultaneamente la relazione inversa: maggiori prospettive di vittoria attirano più finanziamenti.
    La relazione causale va in entrambe le direzioni. Anzi, il circolo causale è certamente molto più complesso di così, coinvolgendo molte altre variabili, con molte possibili retroazioni.

  14. Condivido la riflessione di Ben. E ringrazio Giovanna per i dati sui finanziamenti dei due schieramenti. Sono stato bombardato da mesi di quotidiane richieste di denaro da parte dello staff di Obama (aggravate dal fatto che ho due indirizzi mail, per chi ricevevo gli stessi messaggi anche più di due volte) che talvolta annunciava con tono preoccupato di aver raccolto, in un determinato mese, meno donazioni di quelle di Romney. Per poter analizzare quanto accaduto, però, la quantità dei budget non è sufficiente, occorrerebbe avere anche dei dati sul media planning (se qualcuno me li spedisse mi farà un regalo) oltre, naturalmente, a un studio sulla qualità dei singoli messaggi (impatto, gradimento, capacità di essere ricordati e di mutare atteggiamenti), informazioni che immagino esistano ma non saranno mai rese disponibili dai singoli candidati, né dagli istituti di ricerca ai quali sono stati commissionati.

  15. @Ben scrive: “Sono bastati 5 minuti di ricerca su Internet per trovare due controesempi abbastanza clamorosi (ma ce ne saranno centinaia) della presunta legge che i soldi determinino la vittoria nelle competizioni elettorali — anche limitandosi alle elezioni americane (limitazione ovviamente insensata, come sarebbe insensato riferirsi solo alla sola fase finale delle elezioni presidenziali USA — per inciso, quanti casi rilevati?).”

    Con tutto il rispetto, Ben. Abbiamo già affrontato l’argomento qui (https://giovannacosenza.wordpress.com/2012/10/04/col-linguaggio-del-corpo-ieri-romney-ha-vinto-obama/)
    Si parla sempre e solo di PRESIDENZIALI. È tutto chiaro? L’abbiamo già detto che non vale per elezioni in cui la territorialità del candidato gioca un ruolo rilevante, per cui valgono altre regole.
    Ma al postutto abbiamo anche spiegato la differenza sostanziale tra una persuasione narrativa che deve concincere i corporate donors rispetto ai voters. Quindi una frase come questa
    “Naturalmente è vero che maggiori finanziamenti aumentano le prospettive di vittoria.Ma vale anche simultaneamente la relazione inversa: maggiori prospettive di vittoria attirano più finanziamenti” non ha senso.
    Quello che ci interessa è appunto mostrare che il meccanismo che fa vincere le elezioni è appunto quello di convincere i grossi donors a donare. Quindi stiamo parlando di abilitàdi fundraiser, che non hanno molta pertinenza con la qualità della proposta elettorale e con la capacitàdi realizzarla.
    Ma sopratutto non hanno rilevanza per l’elettore finale, che non trarrà benefici individuali che i lgrosso donors si assicura probabilisticamente.
    Ricapitoliamo: la qualità della comunicazione politica è fondamentale, quindi occorre educare chi voglia avviarsi al mestiere; la rilevanza della comunicazione politica è in funzione del fundraising, che fa vincere le elezioni presidenziali. Se qualcuno vuole trovare qualche contro esempio, prego, si accomodi. A questo punto segue l’ovvio: chi ha più cannoni vince la guerra. E come in ogni guerra, il fante elettore che vi partecipa o muore o al massimo sopravvive. Ma non guadagna.
    Consolante? Sicuramente non per chi abbia a cuore il processo democratico. Ma in tempi come questi in cui un Ilvo Diamanti ha scritto un articolo sul fatto che l’astensione elettorale statunitense (e da lì quella degli altri Stati) è addirittura inquadrabile come trionfo della democrazia dato che i cittadini ” si fidano” e quindi non vanno a votare perché delegano altri, chiunque sia, ognuno ha il suo diritto alla cazzata libera.

  16. In guerra vince chi MOBILITA piu` cannoni nel POSTO giusto. Solo per puntualizzare l` ovvieta` citata da Ugo. Le somme totali sono un indicatore di sintesi, i flussi (tempo e spazio inclusi) permettono un`analisi piu` completa (sempre che a qualcuno freghi qualcosa). Tutti noi abbiamo giocato a Risiko, e (penso) ci ricordiamo che una battaglia si vince con la logistica, in questo caso puntando sugli stati giusti, etc. Pero` se a un certo punto un finanziatore di peso si tira indietro, vedendo il cavallo in difficolta`, si introduce una instabilita`, che puo` portare ad un nuovo stato,etc.
    Ho il sospetto (cioe` un opinione, che non conta nulla) che Romney non sia mai stato in partita, o meglio che i vertici dello schieramento repubblicano abbiano solo limitato i danni, riuscendoci benissimo, tra l`altro (vedi la situazione al Congresso), sapendo di non avere un candidato abbastanza forte. Mi fermo qui, anche perche` francamente non cambia nulla nella mia vita.
    Un piccolo appunto: non sarebbe carino, Giovanna, insegnare un po` di teoria dei sistemi ai vostri laureati? Verbalizzazione + comprensione matematica, per dire. Funziona in quasi tutti i campi ed e` ormai molto applicata in politica, non solo durante la fase elettorale.

  17. @Enrico scrive “In guerra vince chi MOBILITA piu` cannoni nel POSTO giusto.[…]Tutti noi abbiamo giocato a Risiko, e (penso) ci ricordiamo che una battaglia si vince con la logistica, in questo caso puntando sugli stati giusti, etc”
    Veramente Enrico il Risiko è forse il gioco a più basso valore tattico e logistico. La partita si decide all’inizio, quando ogni giocatore riceve territori più o meno confinanti tra loro o confinanti con nessuno tale per cui la distribuzione degli stessi carri armati – che vengono assegnati in modo fisso a tutti i giocatori, ricordiamolo – permette di ammassarli solo nella aree di confine avversario, permettondosi di riparmiarne la distribuzione nei cofnini già difesi. Topoogicamente, il vincitore del risiko è probabilistiamente deciso in partenza quanto più i suoi territori generino archi a parità di nodi di un grafo. Eliminado l’alea dei dadi, e la fortuna di cambinazioni di carte che ti concedono più cannoni, resta il fatto che l’aumento dei cannoni incide più che proporzionalmente sulla probabilità di vittoria.
    Tornando ai finanziatori di peso, che secondo Ben e te, finanzierebbero chi tende a vincere, instaurando un circolo (molto) vizioso, state valutando la cosa col senno del poi. Il finanziatore non tende a votare Liberal una volta e Republican la volta succcessiva. C’è tutta una serie di reti di relazioni che si instaura, una fidelity, che paga sempre, anche quando il tuo candidato perde. È la tua continuità di finanziatore, e il suò peso, a regalarti i vantaggi del lobbing. Ricordiamo che l’elezione del Presidente è la metà della faccenda. Tutti i media si concentrano su questo drama, e lo immortalano nel pathos di un abbraccio patinato. E per i fan la cosa finisce con i fuochi. Poi a metà mandato si elegge l’altra delle due Camere, che ad oggi è in mano Repubblicana. Quello che come finanziatore non hai oggi lo tutelerai nel domani.
    Ragazzi: la totalità del finanziamento repubblicano non si è mai tirato indietro. Andate a controllare le elezioni precedenti. Semplicemente Obama (e il suo staff) negli ultimi due mandati hanno sfoggiato la vera e unica novità che li contraddisitngue: un’abilità di fundraising senza pari. E se Obama ha in entrambi i mandati ricevuto più dell’avversaio per quanto concerne i contributi pesanti dei grandi donors, resta vero che è dai piccoli contributi individuali che ha umiliato i repubblicani con una proporzione di oltre 3 a 1 (e un introito di oltre 210 milioni nell’ultima tornata).
    Infine resta da dire che finanziare il partito con piccoli contributi è irrazionale in quanto individualmente non otterrai nulla. Mentre finanziare il partito con grandi contributi è razionalissimo lobbing proficuo.
    Tutti a ciarlare nelle ultime 24 ore, quanto è ganzo questo Obama come incanta questo Obama, e nessuno che abbia messo il dito sull’astensione che dalle prime proiezioni vede aumentare in termini di milioni gli astenuti rispetto al 2008. O nessuno che abbia mostrato che Obama ha speso per la sua campagna presidenziale il 60% in più dell’avversario, che invece viene letto con il solito cliché narrativo dei retrogradi repubblicani con le tasche piene di soldi made-in-oil sconfitti dal talento e dall’ingegno di chi i soldi li lascia agli altri.
    Insomma, come diceva Giovanna, pura favola. Scegliete voi quale.

  18. Ugo, alle favole non credo piu`da un pezzo. Pero`non so abbastanza quanto conti la fidelity in campo lobbystico.
    Andando molto a spanne, un Warren Buffett, con un`impresa reale, localizzata, potra avere vantaggi da un lobbying di lungo periodo, ma un fondo di investimento, che ragiona in termini di ore o minuti per le proprie mosse, ed ha una mobilita`internazionale quasi assoluta, trae vantaggio dalla fidelity? Davvero, non lo so.
    Riguardo all`astensione, e`il solito vecchio discorso. Bisogna vedere se nasce da disillusi dell`Obama I, da gente lasciata a casa dalla crisi (un fenomeno che va al di la`delle azioni dei candidati), o da repubblicani incazzati e indisposti a ingoiare il rospo Romney. Come gia`detto, questi dati ci sono, ma non sono disponibili.
    Riguardo al finanziare i politici, siamo dàccordo, se lo fa il cittadino (mi si consenta) si comporta da pirla, perche`il suo contibuto non e`identificabile, e non portera`nessun vantaggio. Meglio dare gli stessi soldi al sindacato, che fara`un bel versamento al candidato, allegando una lista di desiderata.
    Sto lasciando fuori un sacco di fattori, non ho i mezzi (ne`l`interesse) per tentare un`analisi esaustiva della campagna elettorale USA.
    P.S.: A Risiko il movimento e`minimo, infatti si nota benissimo quanto conti la logistica, proprio perche` MANCA tra le opzioni del gioco.

  19. @Enrico
    “P.S.: A Risiko il movimento e`minimo, infatti si nota benissimo quanto conti la logistica, proprio perche` MANCA tra le opzioni del gioco.”
    Oggi ho molto tempo per le nostre discussioni.
    Cominciamo dalla fine. Diciamo che usare il risiko, che basa ilsuo successo sulla fortuna e sopratutto sulla fortuna nelle prime mosse, era una debole analogia per mostrare il ruolo fodnamentale della logistica. Ma ancora una volta puoi disporre bene o male solo i cannoni che hai. Non puoi disporre i cannoni che non hai. E avendo molti più cannoni del’avversario diminuisce il tuo rischio logistico, tale per cui può vincere al limite anche chi non abbia alcuna idea logistica. Quindi first and foremost, vengono i cannoni.
    “Andando molto a spanne, un Warren Buffett, con un`impresa reale, localizzata, potra avere vantaggi da un lobbying di lungo periodo, ma un fondo di investimento, che ragiona in termini di ore o minuti per le proprie mosse, ed ha una mobilita`internazionale quasi assoluta, trae vantaggio dalla fidelity? Davvero, non lo so.”
    Warren Buffet possiede innumerevoli fondi d’investimento. Detto questo, tanto per non pensare di avere attività dissociate dalla finanza oggi, l’attività di un fondo d’investimeno non si basa per niente sulle ore o sui minuti perché la politica non è necessariamente l’intratrading bensì l’acquisto in analisi fondamentale di un portafolgio da non stravolgere giorno per giorno. Potremmo citare nomi esistenti ma è il concetto che va capito. Prendiamo un fondo d’investimento pesante, dell’ordine di qualche miliardo di dollari, quindi un fondo pensionistico. Fare lobbying può coicidere con certe forme di detraibilità fiscale oltre a favorire certi canali d’accesso piuttosto che altri, in relazione alla rete lobbistica che ti sei creato. Questo è il vantaggio, non certo guadagnare o perdere di pià per i propri clienti. Queste attività sono lucrative indipendentemente dai benchmark di riferimento dei mercati in cui operano, in quanto l’utile non è dato dalla plusvalenza o minusvalenza ricavatda dai propri clienti aderenti al fondo quanto sul costo operazionale e quindi di gestione.
    “Riguardo all`astensione, e`il solito vecchio discorso. Bisogna vedere se nasce da disillusi dell`Obama I, da gente lasciata a casa dalla crisi (un fenomeno che va al di la`delle azioni dei candidati), o da repubblicani incazzati e indisposti a ingoiare il rospo Romney. Come gia`detto, questi dati ci sono, ma non sono disponibili.”
    Ma non raccontiamoci favole, per favore. Obama ha preso 69456897 nel 2008 contro 60,743,181 del 2012. Girala come ti pare, amico mio, leggi pure tutti gli articoli scritti coi piedi dei giornalisti, che non sanno manco usare la calcolatrice, leggi degli elettori di Obama, degli ispanici qui, donne lì, neri là…
    E la verità? Te lo dico io: quasi 9 milioni di voti in meno. Furono il 14% in più di elettori che votarono Obama nel 2008 e che nel 2012 non ci sono. APunto. A fronte di un incremento pazzesco delle spese elettorali.Invece tra i republican la differenza tra McCain e Romney è poco più di due milioni a favore del primo. Non c’è granché da divergere sulle interpretazioni dei dati se usi la testa.
    Sul resto siamo d’accordo.

  20. Ok, considerazioni ricevute e accettate, grazie. Un solo appunto: non leggo gli articoli di cui parli proprio perche` sono scritti male, se faccio errori, anche marchiani, e` tutta roba mia🙂

  21. Romney ha avuto meno finanziamenti perchè il FMI ha deciso così.Negli stati uniti il voto è determinato da chi vuole zio sam,non di chi elegge il popolo.Romney aveva un programma praticamente identico,ma al contempo non aveva i 4 anni precedenti a suo vantaggio,quindi perchè togliere Obama e vada a farsi i suoi 8 anni come tutti gli altri: la prima volta gli hanno messo come avversario un vecchio che non riusciva ad alzare le braccia,oggi un mormone non presidente e pure bugiardo,sconosciuto ai più.Praticamente le elezioni americane sono un bluff.Non cambierà assolutamente nulla,continuerà ad esserci un mezzo negro,mezzo ebreo,mezzo mussulmano,mezzo cattolico,mezzo protestante,mezzo di tutto per accomodare le lobby finanziarie che volevano fosse così.Ha fatto così Bush e continuerà così Obama al quale dei poveri non frega un cazzo e stanno a far vedere la moglie che sembra un bulldog (mi scuso vivamente con i bulldogs che amo molto,ma è solo per fare un esempio,ma molto meglio gli originali),che zappa o fa da mangiare,ma per favore:tutta propaganda!
    Così era deciso da sei mesi e così è stato.

  22. “Mezzo negro, mezzo ebreo…” ma come si fa a esprimersi in questo modo? Inoltre, per le lobby finanziarie un repubblicano è sempre la soluzione più appetibile perché quando la destra è al potere i ricchi diventano più ricchi (vedi Mrs. Tatcher e Berlusconi). E poi dire che i programmi sono uguali significa dimenticare la fatica fatta dai democratici per cercare di fare una riforma sanitaria che permetta alle persone di essere curate anche quando non hanno i soldi per pagarsi l’assicurazione. Signora Eva, lei ha una visione del mondo un po’ particolare, una sorta di qualunquismo mescolato con delle venature di razzismo. Preoccupante.

  23. Strano, in genere il dibattito tra gli osservatori smaliziati è del tipo “come mai i soldi pesano tanto poco sull’ esito delle elezioni?”, e questo senza negare che esiste una “narrativa progressista” per cui “i soldi hanno ormai ucciso la democrazia”.
    In una meta-analisi diventata un classico si conclude:

    we argue that campaign contributions are not a form of policy-buying, but are rather a form of political participation and consumption. We summarize the data on campaign spending, and show through our descriptive statistics and our econometric analysis that individuals, not special interests, are the main source of campaign contributions. Moreover, we demonstrate that campaign giving is a normal good, dependent upon income, and campaign contributions as a percent of GDP have not risen appreciably in over 100 years – if anything, they have probably fallen. We then show that only one in four studies from the previous literature support the popular notion that contributions buy legislators’ votes. Finally, we illustrate that when one controls for unobserved constituent and legislator effects, there is little relationship between money and legislator votes. Thus, the question is not why there is so little money [in] politics, but rather why organized interests give at all. We conclude by offering potential answers to this question.

    Certo, come già trapela dalle conclusioni di cui sopra, esistono studi che arrivano a conclusioni differenti, sono materie in cui ha senso solo mediare tra molti studi condotti con approcci differenti.
    Lo studio di Alan Gerber su casi concreti, per esempio, conclude che forse c’ è una piccola incidenza per lo sfidante, molto meno per il presidente in carica.
    La versione breve: troppi miliardari hanno perso troppi soldi perché sia credibile che la politica si compri con quelli.
    Già nel 1995 molte analisi concludevano:

    It seems unlikely that campaign finance reform, at least in its current guise, will have much impact on the functioning of the American political system…In the light of that conclusion, the substantial amount of energy devoted to the topic by the public, the media, and politicians might be more productively channeled towards other issues.

    Conclusione che nella sostanza è ribadita nel 2012 dalla Sunlight Foundation:
    2/3 of outside cash was spent on losers
    Qui altri links per coprire la tematica e confermare la tesi principale.
     
     

  24. @Broncobilly scrive: “La versione breve: troppi miliardari hanno perso troppi soldi perché sia credibile che la politica si compri con quelli.”

    Certo certo, bello il tuo cherry picking. Mi piace sempre quando argomenti sono approcciati da chi si arrampica sui vetri. Del resto abbiamo già spiegato che la regola del $ vale per le presidenziali e non per altri contesti in cui la territtorialià introduce tutta una serie di variabili. Più in generale vale per le presidenziali in quanto i candidati sono già frutto di estenuanti primarie quindi la probabilità di far correre un cavallo azzoppato (e azzoppabile) si presenterà maggiormente nelle elezioni per il Congresso e per la Camera.
    Nello specifico è lo stesso Gerber che inoltre mette le mani avanti sull’inconsistenza del suo stesso lavoro:

    It is important to keep in mind the limitations of the evidence and analysis. The experimental evidence comes from only a handful of cases. Additional empirical studies are needed to make the treatment estimates more precise and to gauge the generality of the findings

    Ben più grave è l’obsoleto studio del 2002 che se applicato alle presidenziali (perché di questo stiamo parlando) ha un titolo autolesionista come:
    “Why Is There So Little Money in Politics?”

    e del quale hai improvvidamente citato uno strafalcione da comica come:

    Moreover, we demonstrate that campaign giving is a normal good, dependent upon income, and campaign contributions as a percent of GDP have not risen appreciably in over 100 years – if anything, they have probably fallen.

    Certo certo. Pur al netto d’inflazione vallo a dire al Reagan del 1980, la cui campagna non è costata nemmeno 30 milioni di $. Oppure al Bush vs Kerry di 8 anni fa, costata la metà della metà. Oppure guarda il contributo delle donazioni singole a Obama di quest’anno, oltre 632 milioni di $.
    Altro che introiti in percentuale del PIL che non sarebbero cresciuti considerevolmente in oltre 100 anni.
    Che ciliegia bacata era questa, Bronco.
    Insomma, qualunque cosa si volgia dire, le elezioni presidenziali premiano chi spende di più. Non in assoluto, naturalmente, ma rispetto all’avversario, il che rende la corsa un gioco al rialzo (e, per il ocntroibuente, al massacro).,
    Altrimenti questi ricercatori della domenica dovrebbero appunto spiegare per quale motivo ogni elezione presidenziale – e non con la ciliegia dell’eccezione di una contea del Midwest – incrementa la spesa rispetto alla precedente. Sempre che questi politici non sianodegli autolesionisti che amano bruciare il denaro nella fornace elettorale per un’estetica Neroniana. O per dar torto a qualche ricercatore che invece avrebbe la ricetta per ottenere la stessa vittoria a basso costo.
    Suvvia.

  25. @Broncobilly
    ps
    Gli articoli che hai linkato sono troppo gustosi per essere liquidati con una battuta. Mostrano un paralogismo niente male. Non potendo confutare la legge del $ delle presidenziali – altrimenti sarebbe bastato loro citare un solo esempio degli ultimi 50 anni per evitare di imbrattare fogli, per quanto elettronici – diamo la parola a Levitt, uno dei tuoi link, tanto per mostrare come funzionano anche gli altri:
    LEVITT: When a candidate doubled their spending, holding everything else constant, they only got an extra one percent of the popular vote. It’s the same if you cut your spending in half, you only lose one percent of the popular vote. So we’re talking about really large swings in campaign spending with almost trivial changes in the vote.

    http://www.freakonomics.com/2012/01/12/does-money-really-buy-elections-a-new-marketplace-podcast/

    Cosa fa il ricercatore? Mostra l’ovvio, ovvero che l’aumento di risorse impiegate per persuadere al voto non corrisponde a una proporzionale quota di ulteriori voti ottenuti. E poi estende indebitamente la conclusione alla vittoria tout court. Che genio, chapeau.
    Anche perché occorrerebbe chiedere a Obama, che ha speso il 61% (!) in più di Romney per ottenere solo il 5,7% in più di voti, per quale motivo abbia continuato a raccattare e spendere ogni mese più dell’aversario, e precisamente oltre 243 milioni di dollari. Che dummy questo Obama, vero? Chissà che leggendo queste perle di paper avrebbe potuto vincere riparmiando un sacco di soldi dei contribuenti, diretti (come tasse) o indiretti (come contributi personali).
    Ricapitoliamo per i non udenti: quando c’è territorialità si può vincere indipendentemente dai soldi spesi. Quando addirittura (come nel caso Santorum Vs Perry, repubblicani, 10 milioni di $ spesi dal secondo in ads vs 30000$ del primo) la cosa riguarda le primarie di partito, la strategia non è conquistare democratici, delusi o astenuti, le variabili personali giocano un ruolo chiave – che poi è come dire che Pizzarotti ha vinto a Parma con tre lire spese. Oltre all’ovvia considerazione che alle primarie possono presentarsi candidati che sono palesemente inappropriati e che appunto vengono cassati nella corsa presidenziale al nastro di partenza.
    Ma a livello presidenziale e nazionale, in un sistema duale, la legge del $ ha sempre vinto.

  26. Ecco, giusto, ripetiamo per i non udenti il problema evidenziato e che si sono trovati a discutere questa massa di sofisti: “come mai i soldi contano così poco in politica?”.  Il fatto che l’ effetto di una variabile sia minimo, o per lo meno inferiore alle aspettative, non significa che possa essere decisivo in un testa a testa. Qui si discute e si misura l’ entità! La conclusione è che molto probabilmente incida di più il cosiddetto liberal media bias. Ecco, chi vede la democrazia in pericolo,  ora sa da dove iniziare il lavoro di bonifica ma sicuramente i suoi entusiasmi si saranno raffreddati nel frattempo.
    ***
    L’ altra settimana poi mi sono imbattuto in un articolo come questo, estraggo per dare un’ idea:

    Some of these people, they just loathe Obama, and they’ll write something really nasty about him,” said Mr. Schoeneman, who has given checks to both candidates, most recently $100 to Mr. Romney in June and $100 to Mr. Obama in July. “And then something else will happen, and I’ll go give Romney some money.”

    Certo che sono casi difficili da far entrare nella teoria del “donatore razionale” intento a “comprarsi la politica”.

  27. Vediamo le cose da un’ angolazione diversa: ma il dollaro-sterco-del-demonio – lasciamo perdere la massa dei dollari spesi dai vari Mr. Schoeneman – traina il carro del vincitore o si limita a salirci sopra?

    Bè, sapere che la potenza di traino è molto limitata mi sembra un’ informazione rilevante per dipanare la matassa. Fa lievitare le quotazioni della seconda ipotesi. Infatti se la donazione ha uno scarso valore sostanziale mantiene comunque un forte valore segnaletico.

    Resta solo un problema: come sapere qual è il carro giusto?

    Non scherziamo, quante volte sbagliano in questi casi le quotazioni degli scommettitori?

  28. @Bronco
    Stai decisamente sopravvaluitando quest’ordine di ricerche che non sono scienza bensì spunto per qualcosa che in futuro potrà forse diventare legge scientifica.
    ” Il fatto che l’ effetto di una variabile sia minimo, o per lo meno inferiore alle aspettative, non significa che possa essere decisivo in un testa a testa”

    Vorrai dire “non signifcia che NON possa essere decisivo in un testa a testa”, come in effetti. Dati presidenziali alla mano.
    Misurare l’entità dei singoli casi è invece un esercizio accademico da cui non vedo cosa poter trarre come legge invariante.
    Quanto all’affermazione che la democrazia non sia in pericolo, che risponderti? Già considerare matura una democrazia in cui quasi un avente diritto su due non si reca alle urne per decidere il proprio padrone è un chiaro segno di coma democratico. Se poi consideriamo che la democrazia americana ha nelle proposte politiche dei due candidati un differenziale che è inferiore a quello dele correnti dei tanto viturperati partiti unici dell’ex Urss, rappresenta il passaggio dal coma alla lapide.
    Infine, Bronco, mi devo sciroppare questi articoli che posti che sono agghiaccianti, anche se targati NYT: si citano vinai, commercianti, agenti assciurativi che hanno votato entrambi i candidati con cifre insignifcanti 50, 100, 250$. Cosa dovrebbe dimostrare questo articolo, spiegami? Che oltre 200 milioni di dollari siano stato incassati da Obama da irrazionlai elettori che non avranno nulla in cambio è solo un triste portato dello squallore raggiunto dalla democrazia americana. Laddove sono solo in grandi contribuenti a poter far valere il do ut des dei loro contributi. So what?

  29. Mi guardo bene dall’ attribuire troppa importanza a studi che tentano di fissare una materia tanto sfuggente. La cosa più interessante è che, essendo un’ ottantina, cominciano a fare massa critica. Poi c’ è il divertimento di mettere insieme le tessere del puzzle: perché si spende tanto in un campo dove i soldi hanno scarso potere d’ acquisto?  Se resta mutila l’ ipotesi più evidente – si spende per comprare leggi – cosa resta come protesi?

    Io ne ho offerte un paio (che interagiscono tra loro):

    1. ipotesi del carro: si spende per trainare il carro ma anche per  salirci.

    2. ipotesi edonistica: spendere è bello.

    La seconda suona strana, ma non dovrebbe esserlo per chi conosce e coniuga il funzionamento di due sistemi come democrazia e pubblicità (e qui siete esperti).

    A. democrazia: come mai vota tanta gente visto che non sembra una pratica razionale? Evidentemente votare è bello (in sé). Forse conferisce un’ identità o roba del genere, e, in questo caso, è perfettamente razionale comportarsi irrazionalmente.

    B. pubblicità: come mai si spende tanto in pubblicità visto che il mezzo è giudicato inefficiente? Evidentemente la pubblicità non serve a dare “pubblicità” al prodotto bensì a “fabbricarlo” così come lo richiedono i gusti del consumatore.

    p.s. “democrazie in coma”? Parere personale: m’ inquieta di più il punto A che non i finanziamenti delle campagne elettorali. Quando è razionale concedersi botte d’ irrazionalità, come meravigliarsi che ogni tre per due occorra far ricorso all’ “eccezione democratica” dei “tecnici” per schivare il baratro?

    p.s.s. un plauso per lo “sciroppamento”; averne di volenterosi del genere!
     

  30. 80 paper eleaborati con questa stessa metodologia potrebbero essere 8 come 8000. La loro consistenza rimane dubbia. Ma non puoi partire per la tangente usando una petizione di principio come questa “perché si spende tanto in un campo dove i soldi hanno scarso potere d’ acquisto? Se resta mutila l’ ipotesi più evidente – si spende per comprare leggi – cosa resta come protesi?”
    Così come p sempre una petizione di principio una frase come “B. pubblicità: come mai si spende tanto in pubblicità visto che il mezzo è giudicato inefficiente? ”
    Il fatto che si spenda denaro a profusione e per l’una e per l’altra già implica che una relazione causa effetto ci sia. Altrimenti gli stessi ricercatori dovrebbero mostrare la serie di alternative strategiche economicamente vantaggiose a parità di risultato. Ma poiché si limitano a fare i loro case studies innestando ciliegi, è chiaro che trovano ciò che vogliono trovare. E così politici e pubblicitari continuano a fare quello che reputano opportuno in quanto è l’unico mezzo che conoscono per ottenere ciò che vogliono, in barba alle critiche di inefficienza dello studioso di turno.
    Infine, Bronco, ti propongo la più banale e occamiana delle risposte per la tua ipotesi: “come mai vota tanta gente visto che non sembra una pratica razionale? Evidentemente votare è bello (in sé). Forse conferisce un’identità o roba del genere, e, in questo caso, è perfettamente razionale comportarsi irrazionalmente.”
    Non occorre il bravo Kahneman per dire che è perfettamente razionale comportarsi irrazionalmente essendo prevalentemente irrazionli. Usando i suoi termini, è perfettamente razionale decidere col sistema 1 se il sistema 2 è in disuso da sempre😉

  31. @Broncobilly

    una domanda (genuina), dove dici ” democrazia: come mai vota tanta gente visto che non sembra una pratica razionale? Evidentemente votare è bello (in sé). Forse conferisce un’ identità o roba del genere”

    Immagino che tu intenda dire che la scelta dell’elettore mediamente non segue criteri di razionalità neanche minimi, cioè che l’elettore è mediamente disinformato e intellettualmente disonesto (come scrivi altrove) — su questo sarei d’accordo.
    Intendi anche dire che l’elettore stesso considera la sua scelta non razionale, nel senso che col suo voto non mira ad ottenere certi risultati di governo, ma a esprimere un’appartenenza?

    Su questo avrei un dubbio: non escluderei che l’elettore, oltre al piacere di esprimere una sua appartenenza, creda davvero col suo voto di influire sulle scelte di governo.
    Peraltro questa influenza, per quanto limitata, probabilmente c’è, anche se spesso a danno dell’elettore stesso.
    In altre parole, il mio dubbio è che l’elettore medio intenda votare razionalmente a suo vantaggio, ma sbagli il suo calcolo, vuoi per incompetenza vuoi perché fuorviato dal suo bisogno di appartenenza — la cui soddisfazione ha pure una sua razionalità: tifare per qualcosa ha i suoi vantaggi, individuali e collettivi.

    Una soluzione ragionevole è possibile: votare trovando un buon compromesso fra la soddisfazione dei propri bisogni di appartenenza e i propri interessi (che possono includere quelli delle persone con cui si vive e si hanno rapporti).
    Immagino che tu voti così (ho letto una tua quasi dichiarazione di voto), io certamente. E forse abbiamo ragione di ritenere di votare razionalmente. Forse però quasi tutti pensano così di se stessi.

    Allora il problema sarebbe solo che l’elettore medio s’inganna, essendo troppo più incompetente e intellettualmente disonesto di noi — conclusione che suona un po’ ridicola.
    Meglio dire che è utile migliorare, in generale, i processi di scelta elettorale. Come? (Carine le tue riflessioni sulla speculocrazia.)

  32. @ ugo: gli 80 papers acquisiscono un loro (piccolo) valore perché 1. sono tanti e 2. perché adottano metodologie differenti. L’ unico modo sensato di usare questi lavori è di brandirli per dire: signori, la questione è quanto mai aperta, sul punto non esistono “overwhelming evidences”

    Tanto è vero, e qui siamo al nocciolo, che a me non servono per dimostrare alcunché se non per dire che l’ ipotesi più intuitiva fa acqua da tutte le parti e che l’ affermazione “bla bla bla” è tutt’ altro che una petizione di principio gratuita.

    Quanto alla “relazione tra le due cose”, certamente esiste, ma il fatto curioso è che non sembra affatto configurarsi nei termini semplicistici di mezzo/fine.

    Una nota solo su K.: lui si concentra sugli errori sistematici, e quindi sui comportamenti genuinamente irrazionali. Il modello linkato invece assume l’ irrazionalità come preferenza. E’ chiaro che se “mi piace essere irrazionale”, da persona razionale sceglierò di esserlo quando mi conviene, ovvero quando non pago dazio o, in ogni caso, posso redistribuire il dazio su molti accollandomi solo una minima parte delle mie leggerezze: la politica, come lo stadio, fa proprio il caso mio.

    @Ben: è chiaro che nella realtà i vari impulsi tendono a presentarsi mescolati tra loro in modo inestricabile. Tutte le teorie contengono delle verità, per cui è meritorio il lavoro che si fa al margine: ovvero valorizzare cio’ che non è ancora sufficientemente percepito dal senso comune o ridimensionare cio’ che il senso comune sopravvaluta.

    Lungi da me pensare che l’ elettore sia totalmente irrazionale. Quanto alla sua disinformazione, spesso non è altro che una salutare “rational ignorance” (vedi wiki), quindi tutt’ altro che ingenua.

    Io qui mi focalizzo su una componente spesso tralasciata, la “razionalità irrazionale”: non c’ è dubbio che in politica più che altrove noi possiamo abbandonarci al piacere dell’ irrazionalità, vedi quanto dicevo prima a ugo. Se non fosse così uno qualunque come me non s’ interesserebbe di certo a temi su cui non inciderà mai in nessun modo.

    L’ obiezione è ovvia: ma chi si interessa di politica e vota non si sente affatto “irrilevante”!

    Risposta (debole?): per molta gente è dura accettare l’ idea che la funzione sociale dei propri comportamenti sia ottenuta attraverso lo stato d’ incoscienza in cui agisce. Vogliamo chiamarle strategie evolutive di gruppo? Ecco, la psicologia evolutiva è l’ ultima spiaggia, in fondo è un’ idea auto-rimuovente (potrei esserne vittima io stesso mentre scrivo queste parole), ma in casi del genere, secondo me, bisogna spiaggiare.

  33. @ Emanuele Gabardi….Lei sogna letteralemnte.Non conosce il sistema americano,l’AIPAC e tutto il resto,decide il potere sionista che è in accordo con tutti.Obama all’economia stà come un ubriaco dentro una cantina e la riforma sanitaria è un bluff.Mia cugina stà a Chicago da tempo e in questi giorni stà organizzando per tornarsene in Italia,dovrebbe parlare con lei…Per le lobby finanziarie oggi un repubblicano non fa comodo in quanto dopo l’era Bush l’america deve far finta di cambiare,lo ha fatto pure dopo l’era Clinton,governano di pari passo sono lo stesso partito e chi amministra il gioco è il FMI.Obama è mezzo di tutto,mezzo operaio e mezzo imprenditore,ma soprattutto tanto ipocrita ed ora è il momento che l’ipocrisia domini negli usa.Mezzo statalista e mezzo liberista (infatti molte vignette “anti” lo ritraggono come fascista proprio per la concezione di stato che al contrario dell’italia in usa è di estrema destra).La destra è al potere non è vero che i ricchi diventano più ricchi,lo diventano anche con la sinistra vedi l’era Prodi ed erroneamente si dichiara che negli ultimi 20 anni abbia governato Berlusconi: se fa un calolo dal 1992 ad oggi escluso i governi tecnici hanno governato praticamente lo stesso periodo ciascuno cioè il 50% ed anche in Italia si sono spartiti tutto compreso le leggi ad hoc per il lavoro interinale.Se negli USA Obama non fosse andato bene o non avesse fatto comodo alle lobby sioniste oggi Obama non sarebbe presidente.Per quanto riguarda il razzismo lei vede solo quello di facciata: negro deriva dal latino niger e non è dispregiativo come il “nigger” americano,infatti si definisce razza negroide nei libri di antropologia; magari il razzismo dei posti per raccomandati in italia,del razzismo sociale in italia contro chi non ha conoscenze anche se preparata/o o parenti oppure che non sa a chi rivolgersi per avere un’occupazione stabile lei non lo vede o fa finta.Si capisce benissimo che tipo di persona è ,quel tipo di persona che condanna a priori solo per una frase.
    Saluti
    Eva

  34. Eva, razzismo o no, per favore lasci uno spazio dopo i segni di punteggiatura, che senza fanno ansia a chi legge. Grazie.

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