Violenza sulle donne: finalmente ne parlano anche gli uomini

Mancano due giorni al 25 novembre, che è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e come ogni anno siamo circondate da campagne che mostrano volti e corpi femminili tumefatti, donne che strisciano a terra, che si nascondono in un angolo buio, che si riparano col braccio. Quando va bene, si vede roba così:

Donna vittima 1

Donna vittima 2

Quando va male, le immagini sono più dure ed esplicite (primi piani su lividi e ferite) in nome di un non ben motivato realismo (forse un orrore esplicito può dissuadere il violento dall’essere tale?); e si arriva persino a estetizzare la violenza, come in questi casi:

Donna vittima 3  Mio marito mi fa bella

Ma non si combatte la violenza con immagini che la esprimono, né si fanno uscire le donne dal ruolo di vittime se si insiste a rappresentarle come tali. È talmente ovvio, che ormai dovrebbero saperlo tutti (ne parlammo anche l’anno scorso commentando la campagna di Intervita «Stai zitta cretina»). Invece – evidentemente – gli operatori sociali, le associazioni, le istituzioni che si occupano di violenza contro le donne e i consulenti che fanno loro le campagne non l’hanno ancora capito. E allora lo ripeto: non si combatte la violenza mostrando violenza.

Di qui poi a dire come una campagna su questo tema dovrebbe essere, ne passa: fare comunicazione contro la violenza sulle donne è difficilissimo. Ma piuttosto che continuare a produrre immagini di donne vittime e uomini aguzzini, la mia opinione è radicale: meglio astenersi. Piuttosto che ribadire le solite scene di violenza, meglio evitare spot, locandine, manifesti, per concentrare soldi, risorse e tempo su azioni concrete.

Però qualche strada alternativa comincia a vedersi. Per fortuna. Penso soprattutto all’idea di spostare l’attenzione sugli uomini, sottolineando che, poiché la violenza sulle donne nasce da loro, sono loro che devono parlarne e farsene carico. Ne discutemmo già un anno fa (leggi i commenti). Lo disse in modo ancor più chiaro Lorella Zanardo sul Fatto Quotidiano, con un post che scatenò reazioni accese e spesso anche aggressive. La discussione è poi proseguita in rete, in vari luoghi e modi.

Quest’anno finalmente qualcuno/a ha raccolto la palla. Nasce così la campagna Noino.org, promossa dall’Associazione Orlando di Bologna e dalla Fondazione del Monte in collaborazione con molte altre istituzioni locali – dal Comune all’Università di Bologna – in cui gli attori Ivano Marescotti e Giampaolo Morelli, e il calciatore Alessandro Diamanti si sono prestati gratuitamente come testimonial, per dire «Noi no». Nasce così il libro di Riccardo Iacona Se questi sono gli uomini. Nasce così il reading teatrale «Pugni nello stomaco. La violenza sulle donne raccontata dagli uomini», che si tiene a Gaeta stasera alle 21.00, a cura di Manuela Perrone e Vincenzo Schirru.

Noino.org, il testimonial Morelli

È solo un inizio, è ancora poco, ma è un buon segno. Che l’attenzione vada sugli uomini, riguardi gli uomini, provenga dagli uomini: mi pare la strada giusta. Nella comunicazione e nei fatti. D’altra parte anche all’estero si sta provando questa strada. Prendi per esempio la campagna inglese «We are Man» del 2011:

Questo articolo è uscito anche sul Fatto Quotidiano.

56 risposte a “Violenza sulle donne: finalmente ne parlano anche gli uomini

  1. Lo spot inglese mi piace moltissimo! Perché è ironico, fa ridere, coinvolge sia spettatrici che spettatori nella risata su “come sono fatti gli uomini” e così li porta al colpo finale. Evita il moralismo e va dritto al punto. Bello!

  2. Prima di Iacona altri, e soprattutto altre, ne hanno scritto. Come ebbi modo di dire in uno dei miei ultimi messaggi su lipperatura, auguriamoci che il lettore e la lettrice di Iacona vadano a ritroso nella bibliografia sulla violenza di genere e familiare che anche solo fermandosi ai titoli italiani è vasta e interessante. Sulle campagne pubblicitarie concordo, ma trovo inutili anche queste col buon marito o fidanzato che dice “io no”.

  3. Quoto pienamente quello che dici, la violenza parte dall’uomo ed è lì deve essere combattuta. Pero si deve anche riflettere sul rapporto corpo/merce che si fa nelle pubblicità, che secondo me è una forma più subdola di violenza…

  4. La violenza parte da un uomo ma in presenza di un’interazione affettivo-conflittuale con una o più donne. Questo è quello che emerge dalla maggior parte degli studi approfonditi. Guardate, anche quel modesto lungometraggio della Cavani, passato un anno fa su raiuno, almeno su questo, rappresentava una realtà confermata dalla cronaca quotidiana. Senza poi contare il vuoto delle istituzioni e servizi sociali in cui chi denuncia le prime aggressioni viene lasciata. Le statistiche internazionali inoltre parlano chiaro, anche se fino ad oggi sono state usate solo per dare la stura al delirio pro e contro femminicidio. Servono approcci seri sul piano culturale e sociale, non proposte di ergastolo.

  5. Scusate il commento molto lungo.

    “Minacciare, umiliare, picchiare. Questa è violenza
    È solo un inizio, è ancora poco, ma è un buon segno. Che l’attenzione vada sugli uomini, riguardi gli uomini, provenga dagli uomini: mi pare la strada giusta.

    E infatti avverà questo, letteralmente. L’attenzione andrà agli uomini, riguarderà gli uomini, proverrà dagli uomini in quanto inserire nel medisimo calderone semantico (come ha fatto l’Istat per ottenere il numero di milioni di donne che subisono violenza in Italia, analogamente ai francese) parentizza umiliazione, minaccia e percosse, dove solo la terza è dai numeri specificatamente a danno femminile.
    Perciò domani il continuare a spingere su questa inclusività semantica farà nascere movimenti di sensibilizzazione maschili, dagli assegni familiari agli affidi parentali, etc etc. Visto che tutte le nostre analisi, i comitati, i libri nascono dai numeri dell’Istat, vorrei far notare cosa accadrà nel futuro prossimo quando con la stessa metodologia verrno sottoposte agli uomini le stesse domande di rilevazione della violenza femminile sugli uomini, si badi, con la stesa metodologia d’indagine che oggi, non si capisce perché, viene sottoposta solo a un genere e non un altro. Domande del questionario ISTAT, sottoposte per via telefonica, che sono letteralmente queste e che contribuiscono a numerare il numero delle violenze e la nostra impressione del fenomeno, ed ecco come nascono 7 milioni di vittime di violenza maschile:
    “- la ha mai criticata per il suo aspetto?
    – per come si veste o si pettina?
    – per come cucina?
    – controlla come e quanto spende?
    Ai fini statistici non c’è distinzione fra un atteggiamento aggressivo e denigratorio ed un consiglio pacato, collaborativo, spesso indispensabile, a volte anche migliorativo.
    “cucini da schifo, ti ammazzo di botte se non fai un arrosto decente” è sicuramente violenza, ma lo diventa anche “cara, oggi il risotto non è venuto bene come la volta scorsa”
    Oppure “con quei capelli sembri una puttana, ti spacco la faccia se non li tagli” è sicuramente violenza, ma lo diventa anche “questo taglio non ti dona, magari fra due giorni mi abituerò, ma ti preferivo con la pettinatura precedente”
    Oppure ancora “non ti do una lira, se vuoi i soldi per la profumeria vai a prostituirti” è sicuramente violenza, ma lo diventa anche “non ce la facciamo, mettiamo via i soldi.
    Se il questionario venisse utilizzato a ruoli invertiti, somministrandolo a uomini sposati, uomini single e padri separati, cosa potrebbe uscirne?
    Al pari della critica per la pettinatura femminile, la critica al marito per la cravatta sbagliata può essere classificata come violenza?
    Se basta una percezione di disagio, mortificazione o imbarazzo per configurare il comportamento violento, cosa dire degli uomini criticati dalle proprie compagne perché incapaci di risolvere i problemi domestici di idraulica e falegnameria? Degli uomini paragonati impietosamente al marito della vicina, magari sportivo e benestante? Dei mariti criticati per un impiego non troppo remunerato? Apostrofati con toni irridenti, in pubblico e in privato, per non aver fatto carriera? Derisi per aver perso i capelli? Per non saper abbinare i colori? La lista è infinita….(Parte del documento acquisito dalla Commissione del Senato)
    Ma il filone prevalente, nella sfera delle violenze psicologiche contro il genere maschile, è sicuramente lo stupro delle relazioni, perpetrato attraverso la castrazione del ruolo genitoriale.
    In caso di rottura della coppia, la frase in assoluto più frequente che deve subire un padre è : “i tuoi figli te li puoi scordare”.
    Una violenza devastante, in quanto – con l’attuale orientamento giurisprudenziale – gli uomini hanno la netta percezione di una minaccia tanto terribile quanto perfettamente attuabile.
    Perciò lascio la parola a Elizabeth Badinter, femminista storica e sicuramente non accusabile di non avere a cuore la condizione femminile (Il testo è un estratto da Fausse Route, 2003, pubblicato in Italia nel 2005 (La strada sbagliata):

    La statistica al servizio dell’ideologia
    L’estensione del concetto di violenza ad aggressioni verbali e pressioni psicologiche, scaturito dalla recente indagine “Quali sono e come si chiamano le violenze contro le donne”(Indagine di Maryse Jaspard commissionata dalla segreteria dei Diritti delle donne, realizzata telefonicamente da marzo a luglio 2002) apre la strada a qualunque interpretazione. Come misurare con un questionario chiuso “l’offesa all’emotività di una persona”?
    Ciò che a una donna dà fastidio a un’altra sembra cosa di poco conto, un’altra ancora ne ride: è un fatto puramente soggettivo.
    Lo stesso dicasi per le pressioni psicologiche nella coppia.
    Tra le nove domande ritenute appropriate per misurare questo tipo di violenza, alcune lasciano quantomeno perplessi.
    Per esempio le seguenti:
    Il vostro coniuge o compagno: mai / raramente / qualche volta / spesso / sistematicamente
    – Ha criticato o svalutato ciò che fate?
    – Ha fatto osservazioni sgradevoli sul vostro aspetto fisico?
    – Vi ha imposto il modo di vestirvi, di pettinarvi, di comportarvi in pubblico?
    – Non ha tenuto conto o ha manifestato disprezzo per le vostre opinioni?
    – Ha preteso di dirvi quali dovrebbero essere le vostre idee?.
    Lo sconcerto aumenta quando si scopre che queste pressioni psicologiche – che ricevono la più alta percentuale di risposte positive – rientrano nel coefficiente totale della violenza coniugale, assieme agli “insulti e minacce verbali”, al “ricatto affettivo” e, sullo stesso piano delle “aggressioni fisiche”, dello “stupro e altre prestazioni sessuali forzate”.
    Il coefficiente totale della violenza coniugale così concepito vedrebbe dunque interessato il 10% delle francesi, delle quali il 37% denunciano pressioni psicologiche, il 2,5% aggressioni fisiche, e lo 0,9% stupro o altre prestazioni sessuali forzate.
    E’ possibile affiancare le azioni fisiche a quelle psicologiche come fossero elementi di ugual specie?
    È legittimo condensare nello stesso vocabolo lo stupro e un’osservazione sgradevole o offensiva?
    Si risponderà che in entrambi i casi viene inflitto dolore.
    Ma non sarebbe più rigoroso distinguere tra dolore oggettivo e dolore soggettivo, tra violenza, abuso di potere e inciviltà?
    Il termine violenza è così legato nelle nostre menti alla violenza fisica che si corre il rischio di generare una deplorevole confusione facendo credere che il 10% delle francesi subiscano aggressioni fisiche dal coniuge.
    Questa somma di violenze eterogenee che si fonda sulla sola testimonianza di persone raggiunte telefonicamente privilegia in gran parte la soggettività. In mancanza di un confronto con il coniuge, di altri testimoni o di un colloquio approfondito, come è possibile prendere per buone le risposte acquisite?

    Quindi al bando la violenza sulle donne. Partendo però dalla constatazione di cosa sia e quanto occorra. E sopratuto come certe retoriche possano rivelarsi un boomerang qualora venisse invocata la stessa metodologia di indagine per il genere maschile. In effetti questo sembra essere uno dei pocchissimi casi in cui l’indagine della violenza è solo sulle donne. Non vale rispondere che è solo sulle donne in quanto è il genere che subisce la violenza. Anche perché che appaia come tale dipende appunto dai risultati di una statistica che la assume come unico genere. In un circolo vizioso.

  6. Per cambiare gli atteggiamenti radicati nel sociale e nelle menti degli esseri umani la pubblicità non è utile. D’accordo con Giovanna risparmiate i soldi e investitili in attività utili e concrete, sia che la pubblicità rappresenti la violenza subita dalle donne o uomini con buone intenzioni. Se la comunicazione è certamente utile per incentivare comportamenti virtuosi all’interno di programmi e interventi concreti, la pubblicità non lo è. Il testimonial che “interpreta il bravo marito” può indurre a comprare un sacchetto di patatine o a provare un caffè, non certamente cambiare l’atteggiamento a un rabbioso picchiatore. Però gli enti pubblici, spesso le Onlus e così via, si fanno belle e fanno notizia quando fanno campagne pubblicitarie in generale, campagne utili se si tratta di raccogliere il 5% o donazioni, inutili se hanno la presunzione di “risolvere” atteggiamenti radicati. Le agenzie fanno quello che possono, devono attaccare il carro dove vuole il cliente. I poster o gli spot, i questo caso dell’agenzia Comunicattive, in se non è male, ma è lo scopo del tipo di comunicazione scelto dal cliente che non raggiunge l’obiettivo.

  7. Sposo in pieno i concetti espressi nell’articolo della Cosenza e nel commento di Pier Danio Forni.

  8. Le pubblicità contro la violenza sulle donne non sensibilizzeranno il rabbioso picchiatore ma magari una parte di società sì. Io credo che il solo fatto di parlarne e parlarne spesso di per sé sia positivo. E’ questa società patriarcale che forma uomini che vedono nelle donne qualcosa da possedere. La violenza femminile sull’uomo di cui tanto sento parlare in molti blog non mi sembra che provochi morti. Al telegiornale ogni due o tre giorni si sente di donne uccise per mano maschile in quanto donne, non il contrario. Per fortuna qualcosa comincia a muoversi, nonostante tutti i negazionisti (maschili e femminili) che si trovano un po’ qua e un po’ là.

  9. Si, la campagna inglese è un esempio azzeccatissimo perché parla anche e soprattutto ai giovani uomini, e Io fa con il loro linguaggio. Funziona perché è inclusiva. “We are man” è una affermative action. A mio avviso , questo non è il caso di “Noi No”, una campagna che sembra parlare alle donne mostrando che ci sono “anche degli uomini buoni”. Si gioca su una distinzione quasi antropologica tra uomini buoni (che ci mettono la faccia) e uomini cattivi (che tra l’altro non si vedono). Nella campagna inglese al contrario questo aspetto è ben espresso dal ragazzino che pensa di fare una battuta ganza e invece rimedia una pessima figura. Un’altro caso che mi ha fatto riflettere è questo.
    http://www.vivoazzurro.it/it/news/oggi-si-lotta-contro-la-violenza-sulle-donne Mi trovavo al bar , in Italia, mentre la tv trasmetteva l’intervento di Lunetta Savino prima della partita della nazionale, ineccepibile nelle premesse e nei contenuti ma insopportabile nel tono, disperato e accusatorio. Vi risparmio i commenti degli uomini ivi radunatisi per vedere 22 pupazzi rincorrere una palla. Le prediche prima del calcio d’inizio non hanno mai funzionato. Un’ennesima occasione sprecata.

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  11. Io francamente non lo so.

  12. Mi chiedo però una cosa: se l’errore della pubblicità è stato finora quello di rappresentare la violenza senza modelli alternativi e anzi con immagini estetizzanti e la riproposizione delle donne nel ruolo di vittime, qual è stato allora quello delle tante fiction sull’argomento? Mi riferisco ai tanti tv-movie che sono andati in onda anche sui nostri maggiori canali tra la metà degli anni ottanta e la fine dei novanta, in cornici persino corredate da testimonianze e inchieste come “Donne al bivio” e “Film dossier”: storie dove le donne riuscivano sempre a uscire da quella spirale ma con chiari messaggi che spiegavano il senso di dignità e incitavano al coraggio, insomma presentavano modelli espliciti ed edificanti pur senza edulcorazioni da fiaba… Tantissime storie del genere, tant’è che io dopo tanto “bombardamento” ero convinto che negli anni 2000 il problema della violenza sulle donne non ci sarebbe più stato, o quantomeno che sarebbe rimasto in casistiche marginalissime. Forse il pubblico fruiva quelle storie con relativo distacco soltanto perché ambientate negli USA?

  13. secondo me non c’è stato nessun errore da parte delle fition che citi o di altre. Chi compie femminicidio semplicemente se ne frega delle fiction e anche delle pubblicità e della disapprovazione sociale che però ovviamente ci deve essere

  14. Ovviamente non mi riferivo al mancato effetto sugli uomini, anche perché le fiction e soprattutto i tv-movie di quel filone erano guardati da un pubblico in gran maggioranza femminile, pur con eccezioni notevoli (la redazione di “Donne al bivio” ricevette parecchie lettere e telefonate di uomini che reclamavano un programma analogo per loro, e Danila Bonito in 1 puntata ospitò un padre vittima di soprusi coniugali dopo un film apposito). Il mio interrogativo riguarda l’insufficiente attecchimento del modello di donna-coraggio presso le donne stesse, se è vero che esistono ancora casi rilevanti di donne che restano nel ruolo di vittime e convinte persino di meritare i maltrattamenti… Perché questo è uno dei temi su cui le fiction hanno battuto di più e in maniera più esplicita, anche se rilevavo soprattutto nella produzione estera, perché da noi c’è stato pochissimo nel filone, quindi m’interrogavo sulla resistenza del pubblico (e le fiction non hanno poco o nessun effetto, dubito che il discorso sia molto differente per le Pubblicità Progresso, e allora staremmo parlando del nulla qui.)

  15. Fiction e pubblicità progresso male non fanno ma dubito che in vicende come queste in cui ci sono dinamiche psicologiche che magari affondano nell’infanzia e nel vissuto familiare dei due soggetti e che magari portano appunto la donna maltrattata a pensare di “meritare” le botte, possano avere grandi effetti. Sarò banale, ma il coraggio o lo trovi in te o nemmeno la più riuscita delle fiction te lo darà per magia. poi sì come dici anche il fatto che fossero storie americane può aver portato il pubblico italiano a seguirle con distacco o a non sentirle come qualcosa che poteva riguardare anche loro..sinceramente non saprei.

  16. Ottima la campagna video Inglese. Mostrare un livido o un occhio pesto incute più timore che altro.

  17. Credo il problema affrontato da Paolo e Enzo vada esaminato in un’altra prospettiva. Fatto salvo che non tutta la rappresentazione televisiva (fiction) e cinematografica sul tema violenza di genere possa passare indenne al vaglio della critica ideologica – intendo dire che i contenuti possono rivelarsi come aderenti ad un’ideologia reazionaria quindi tutt’altro che funzionali ad una presa di coscienza in funzione di un processo evolutivo della società – rimane il fatto che, anche nel migliore dei casi (sopra ho citato il film della Cavani “Troppo Amore” che può essere collocato a un livello medio, potenzialmente medio-alto, ma certo non è né un Haneke né un Von Trier), un film d’autore, in particolare, parlerà un linguaggio raffinato che solo uno spettatore colto e/o molto sensibile potrà comprendere e far suo. Ora, se la Cavani, o chi per essa (la fiction televisiva?), si pone ad un livello “più basso”, diciamo “più divulgativo”, forse può parlare ad un pubblico più vasto (con tutti i rischi e i pericoli che la divulgazione che si fa via via intrattenimento su temi impegnati porta con sé), ma come dice Paolo, scordiamoci che possa veicolare qualche informazione utile a potenziali vittime e/o carnefici; in questi casi il rifiuto al comprendere il dramma che potrebbe consumarsi nella nostra vita è di origine patologica, psicologica, e non se ne viene a capo con la visione di un filmone o un filmetto, esattamente come non ci si libera dalla dipendenza della droga guardando un documentario sulla droga e i suoi effetti devastanti. Semmai le informazioni veicolate da una rappresentazione artistica (teatro, cinema, video, fotografia, etc) possono arrivare a chi potenzialmente non scenderà mai a quei livelli di degenerazione ma potrebbe invece percepirli come vicini a certe percezioni del proprio sentire. Mi spiego con un esempio: sul blog della Zanardo, credo un paio di anni fa, a fronte di una di quelle domande pressanti e assillanti dirette a “noi uomini” dalle “gentili partecipanti”, risposi dicendo che non potevo dire cosa passasse per la mente di uno stupratore, benché fossi uomo facilmente arrapabile, ma che rovistando nel mio sentire maschile, nell’educazione ricevuta, nelle piacevoli o spiacevoli memorie della mia infanzia, nel mio immaginario onirico, potevo forse individuare le origini di quella violenza che il maschile può talvolta sentire verso il femminile (e sia chiaro che vale anche il contrario); dunque da una posizione di media sicurezza (ma nessuno di noi può dire come reagirebbe se costretto a situazioni borderline) potevo ragionare con tutta tranquillità su qualcosa di identificabile come, appunto, “l’origine del male”, che imho è presente in ognuno di noi, e come tale almeno una volta nella vita ci ha fatto venir voglia di torcere il collo a qualcuno/a; e questo non per una qualche ridicola visione mistico-religiosa che voglia individuare il diavolo in ognuno di noi, ma molto più razionalmente perché la società in cui cresciamo, dunque la famiglia innanzitutto, veicola il male nella nostra infanzia attraverso le sue imposizioni, costrizioni, coercizioni. Tornando a noi, un film intelligente può parlare a chi ha la forza interiore per riconoscere nel proprio Io un male che non ha attecchito trasformandosi in qualcosa di ingovernabile e pesantemente distruttivo, per sé, e, nella fattispecie del caso, per la donna che potrebbe starci accanto. Questa è la funzione della cultura: salvare chi non si è ancora perduto, chi non si perderà comunque ma rischia di rimanere nella “non comprensione” delle dinamiche psico-sociali della violenza, producendo quindi a sua volta confusione e delirio mediatico se si è professionisti del settore o danno educativo se si è insegnanti o semplici genitori, cittadini con opinioni; per gli altri occorre un aiuto esterno, e quando si parla di aiuto esterno si intende supporto psicoterapeutico. Se gli individui potenzialmente non assassini, non violenti, non vittime sacrificali, si elevano dallo stato di torpore intellettuale masochistico in cui versano potrebbero modificare la qualità della nostra vita relazionale a tutti i livelli della società, facendo sì che il carnefice e la vittima, tali perché massacrati dalle culture fasciste e reazionarie precedenti, abbiano intorno a sé un equilibrio di percezioni che una società più evoluta saprà produrre in ogni sua rappresentazione, dal film di Dreyer o Wakamatsu (femministi storici), all’immagine spot per le mutandine sexy con la bella Belen.

  18. […], “l’origine del male”, che imho è presente in ognuno di noi, e come tale almeno una volta nella vita ci ha fatto venir voglia di torcere il collo a qualcuno/a; e questo non per una qualche ridicola visione mistico-religiosa che voglia individuare il diavolo in ognuno di noi, ma molto più razionalmente perché la società in cui cresciamo, dunque la famiglia innanzitutto, veicola il male nella nostra infanzia attraverso le sue imposizioni, costrizioni, coercizioni.”
    Ed è per questo che l’esposizione allo studio (si fa per dire) di qualunque approccio psicoanalitico all’orgine del problema favorisce la sicura perdita di diottrie. Non è la “società in cui cresciamo, e dunque la famiglia,a veicolare il male nella nostra infanzia attravero le sue imposizioni, costrizioni, coercizioni”. Questo è un assurdo totale e parlare di razionalità per questa spiegazione causale è un marchiano abbaglio ideologico (e reazionario, tanto per utilizzare questa parola vacua che però per chi la usa una bussola certa di cosa sia il giusto e lo sbagliato, il vecchio e il nuovo, il repressivo e il liberatorio). Semplicemente siamo animali e nella stragrande maggioranza dei processi inconsci (ma anche qusi tutti i consci, come le devastanti dimostrazioni di Libet ci dicono, lasciandoci sgombenti circa l’enorme sopravvalutazione di quel che chiamavamo libero arbitrio) abbiamo una biologia che, volendo limitarsi alla parentela con i mammiferi, si è evoluta da 160 milioni di anni per rispondere e sopravvivere a certe pressioni ambientali. E non penserai che l’istinto dell’aggressività sia una costruzione sociale, e che il nostro aspetto biologico sia tabula rasa, spero?
    È curioso come gran parte delle stregonerie professate da quegli sciamani moderni (si fa per dire anche qui) che si chiamano psicoanalisti abbiano inconsciamente sposato Rousseau e mai amato Hobbes. Certo è che Darwin non l’hanno mai conosciuto.

  19. esiste solo una cura, la prevenzione, costa molto meno ed è molto più efficace. Rimbocchiamoci le maniche e iniziamo, dalla scuola, dalla televisione, dalla pubblicità ecc… ne usciremo solo così!

  20. Non è però che siccome siamo animali io , in quanto donna, mi devo beccare le botte. Per lavoro organizzo mostre di campagne sociali, e mi sforzo di farle analizzare e di farci riflettere su il pubblico, in gente comune non di esperti. Ho due campagne su cui vedo la gente soffermarsi riguardo alle violenze sulle donne, la prima è un tirapugni racchiuso in uno scrigno da fedi nuziali. l’altra è un pugno che esce da una bocca e colpisce in piena il viso di una donna. Vi assicuro che la gente ci sta davanti a minuti. Quelle con i visi tumefatti, in genere, non colpiscono nessuno, ma per semplice fatto che vengono percepiti “falsi”. E’ molto più semplice di quanto sembri.
    Anch’io comunque sono contro la visione di donne maltrattate , così come sono contro la visione di bambini per le campagne contro la pedofilia, cani martoriati contro l’abbandono animali etc. Ma il problema nella comunicazione sociale è vasto, le scuole di pensiero molte. L’efficacia in genere poca.Ovunque.

  21. Siccome siamo animali, maschi e femmine, siamo e resteremo tutti esposti al pericolo di dare e prendere botte, con le femmine molto probabilmente più esposte dei maschi al rischio di prenderle, in qualsiasi cultura e società immaginabile. Salvo imprevedibile e comunque lontanissima evoluzione biologica in senso contrario.
    Riconoscere questo sarebbe utile per trovare i rimedi: ovviamente educazione, cultura, e anche repressione.
    Utile, in particolare, nell’educazione di bambini, ragazzini e adolescenti: meglio incanalare le aggressività naturali (ce ne sono varie) in direzioni utili o innocue, e imparare a controllarle, piuttosto che esorcizzarle con formule magiche.

    Sopravvalutare i fattori sociali e culturali (la famiglia, i media, il mercato, ecc.) e sottovalutare i fattori biologici, anzi comunemente negarli proprio, non è di aiuto. Contano entrambi.
    Non sarebbe quindi di aiuto neanche negare i fattori sociali e culturali, ovviamente.
    Ma chi mai li nega oggigiorno? Ormai siamo tutti psicologi sociali e psicoanalisti.😉

  22. sono molto diffidente davanti alle critiche ideologiche a film e fiction però trovo interessante l’intervento di luziferszorn

  23. @ Ben
    è che a me pare che gli umani siano un tale intreccio di natura e cultura che separare queste due componenti con l’accetta è impossibile

  24. L’aggressività mitizzata/mistificata di cui farneticate è un surrogato dell’origine ancestrale dei nostri istinti animali, una deriva psicotica che dell’animale primordiale ha fatto di noi un uomo civilizzato con un’accetta spuntata per le mani. Un uomo/donna totalmente incapace di parlare a sé stesso e alla Natura che in principio l’ha creato. Careful with That Axe, Eugene. Se la società accettasse la quota di animalità che vive in noi non avremmo avuto regimi totalitari la cui funzione primaria è proprio quella di sedare l’individuo per civilizzarlo retoricamente e coercitivamente,

  25. @Paolo 1984
    Non li separi né con l’accetta né col bisturi più fine.🙂
    Interagiscono istante per istante a livello neuronale e sono quindi intrecciatissimi, come giustamente dici.
    Ma resta vero che sono diversi, ed è utile distinguerli concettualmente, a scopi scientifici ovviamente, ma anche a scopi pratici, per esempio in psichiatria.
    Ad esempio, la convinzione che l’autismo fosse determinato dalla relazione sociale con la madre, rivelatasi poi falsa (ma l’ha sostenuta e applicata anche un grande etologo come N. Tinbergen), piuttosto che principalmente da fattori biologici, come poi è risultato, ha fatto brutti danni a bambini autistici e alle loro madri, negli anni ’80 e ’90.

  26. Adesso Ben aprirà un OT sull’autismo per spiegarci che la comunità scientifica internazionale ha risolto il dilemma eziologico, così che noi si possa dormire sonni tranquilli. Difesa del territorio. L’uomo delle caverne. La clava. Tanto vale fare un ulteriore sforzo e tornare pesci. Dopotutto siamo nell’era dell’acquario – lol

  27. Se questo è il modo in cui gli uomini devono esprimersi contro la violenza alle donne siamo davvero alla frutta. Un video incomprensibile e demenziale. Mi ricorda tanto quei video in cui si vedono delle donne alle prese con la guida di un’automobile…

  28. Secondo me ci vuole una legge che, ogni volta che una donna viene uccisa bisogna arrestare almeno 10 uomini, tanto sono tutti colpevoli, anche se muore di malore, perché come al solito gli uomini non ascoltano mai

  29. Grandissimo passo avanti una comunicazione che coinvolge gli uomini, chiamandoli in causa direttamente. Per fortuna c’è da anni anche il bel lavoro di associazioni come Maschile Plurale che si impegna profondamente in questo senso.

    Qualche anno fa ci fu la bella campagna del Fiocco Bianco,
    (http://www.fioccobianco.it/immagini.html)
    promossa appunto da Maschile Plurale, Casa delle Donne di Bologna e associazione Artemisia, che con una esecuzione meno “patinata” faceva forse anche un passo in più, perché rendeva protagonista il concetto di rispetto e metteva al centro un attore duale, la coppia (anche se il messaggio copy era poi la voce di “lui”, centrato sul concetto di “forza”, attributo comunemente assegnato al maschile: “La mia forza è nel rispetto, e quando lei dice NO io dico OK”).

    La mascolinità che si definisce perciò nella relazione, e quindi nella differenza, ma attribuendosi un compito “sano” di protezione (nei gesti) e di ascolto (nelle parole). Gli uomini qui abbracciavano le compagne da dietro, ma nonostante la posizione “forte” dell’uomo la sensazione che mi dava l’immagine era quella di un sostegno rassicurante e di un rapporto equilibrato, non di una protezione da “padre padrone”.
    Mi ero chiesta ai tempi se la campagna avrebbe funzionato ugualmente se l’immagine dei due fosse stata più “alla pari”, se lui cioè non avesse abbracciato proteggendo la sua lei.
    Mi ero alla fine detta che queste immagini in qualche modo mi emozionavano e toccavano perché le coppie sembravano affiatate, compatte e apparivano un tutt’uno contro la realtà stessa della violenza.
    Sembrava che ci dicessero che proprio l’attenzione, la solidarietà reciproca, la qualità della relazione difendeva ENTRAMBI dalla violenza.

    Siamo in Italia: forse se l’immagine non avesse promosso comunque una qualche idea di forza e mascolinità riconoscibili visivamente in un gesto, per gli uomini sarebbe stato più difficoltoso identificarsi…?
    In questo senso credo che non sia difficile per gli uomini identificarsi nei modelli positivi offerti dalla campagna NoiNo.
    Mentre mi chiedo: come leggono, recepiscono, “sentono” e – spero – condividono il messaggio verbale della campagna?

  30. Eravamo partiti dalle campagne. Quelle di comunicazione e sensibilizzazione sociale. E mi chiedo qual’è la genesi che porta a quei messaggi e a quei mezzi. La comunicazione pubblicitaria si occupa prevalentemente di merci. Dati i risultati positivi ottenuti si ritiene, con un facile salto, che un manifesto o uno spot possano ottenere risultati performanti sia per uno yogurt sia per eliminare la violenza contro le donne.
    Ci sono persone e gruppi di persone sensibili che prendono a cuore il tema, raccolgono denaro, affidano ad agenzie di comunicazione l’elaborazione di messaggi che dovrebbero “sensibilizzare”. E acquietano le loro coscienze monotematiche.
    È come scrivere “La critica della ragion pura” su Twitter. Il poster e la giornata dedicata sono i mezzi giusti, proporzionati? Un volto femminile tumefatto mi consola: in fondo quegli altri le mogli e le sorelle le sfregiano con l’acido. E in tutti i telefilm e persino nei manga di Cartonito ogni giorno c’è la stessa violenza. E per Natale ai maschietti buoni regaleremo armi e mostri lanciamissili. Allora mi viene da pensare che questi poster e questi spot sono un altro modo, subdolo, di fare violenza in nome dei meccanismi del mercato e delle merci. Ma la non-violenza si può omologare alle merci, e può essere il solo messaggio a risolvere? Gino Strada ha fatto una scelta drastica, lui va ad operare in mezzo alle guerre. Io giro la testa dall’altra parte. Cavarsela con la giornata dedicata e con la bella immaginetta che qualche volta ci fa persino vincere il premio a Cannes è un po’ rivolgere lo sguardo altrove.

  31. Mentre mi chiedo: come leggono, recepiscono, “sentono” e – spero – condividono il messaggio verbale della campagna? I post su questo argomento sono ammirevoli e condivisibili, ma mi paiono tutti distanti dalla realtà di cui stiamo discutendo, la campagna pubblicitaria. E’ certamente una bella festa dove tutti si abbracciano e si dicono che bello finalmente se ne parla. Se vi accontentate di questo, del se ne parla, beati voi. Probabilmente se aveste avuto un’esperienza diretta con una vittima amica o una sorella, avreste toccato con mano le tante difficoltà della vittima: aiuto da parte della comunità in cui vive, la polizia, le case famiglia, il posto di lavoro, i figli, le amiche. Silva, la tua domanda a quali uomini la poni? Non è difficile identificarsi per chi? Il contesto coinvolge molti target maschili, prendiamone in considerazione almeno 4, i tipi più conosciuti senza scomodare Carl Jung:
    1) i non violenti e rispettosi degli altri (di cui le donne sono parte) che non usano la violenza per affermare loro idee o scaricare la loro rabbia.
    2) I violenti verbali e con atteggiamento violento nelle azioni pur senza menare le mani, quelli che non pensano affatto di essere violenti.
    3) Quelli che alzano le mani, sono prepotenti, ma non lasciano segni e ritengono che uno “scappellotto”, sembrare forti e risoluti sia un bene con certe gente, certe donne.
    4) Quelli che menano di brutto le donne e quasi sempre solo le donne.
    Proviamo ad interpretare le percezioni dei 4 esempi dcs.
    I primi sono d’accordo con la campagna e percepiscono, si hai ragione, hai proprio ragione, non va assolutamente fatto.
    i secondi sono d’accordo con i testimonial. Le donne non si picchiano, però affermare che non si può nemmeno “sgridare” una che fa cazzate in continuazione, mi sembra esagerato.
    i terzi non pensano si stia parlando di loro, loro sono nel giusto, mettere al loro posto una donna che fa la stronza è un dovere e qualche “sberluccia” senza lasciare segni (ergo male vero) quando ce vò ce vò fa più bene che male.
    I quarti, pensano che i testimonial e/o i promotori della campagna non conoscano quella stronza di mia moglie, chiunque la menerebbe, anche molto di più, infatti a me viene voglia di strozzarla, ma mi trattengo perché sono buono. E’ vero che le donne non si picchiano, è anche vero che la questura mi ha diffidato, però porca troia, lei te le tira proprio fuori dalle mani le botte.
    Se potete condividere questi esempi a altri ancora, adesso proviamo insieme a fare una valutazione sulla necessità di queste campagne “pubblisociale” e quanto contribuiscano a risolvere i problemi, ed anche il ROI che riescono ad avere. Io credo che non si possa che tornare alle affermazioni di Giovanna: inutilità dell’operazione. Punto. Io e Giovanna sosteniamo la necessità di verificare il ROI e di spendere meglio il denaro. Altro punto. Qui non si discute di bello, buono o condivisibile, ma di utile o non utile. Punto.

  32. X guy debord
    Telefilm, Cartoonito, mostri e lanciamissili giocattolo non c’entrano nulla col nostro discorso. Tirarli fuori lanciando accuse generiche e superficiali è sbagliato
    Vorrei far notare che non tutta la violenza è uguale, non tutti quelli che hanno un temperamento aggressivo (verbalmente o fisicamente) picchiano o uccidono la persona che dicono di amare, l’uomo che fa una rissa in un bar non è necessariamente lo stesso che ucciderà la ex..sicuramente ha una determinata indole..ma potrebbe esserlo come no

  33. Cara Giovanna,

    Che ne pensi invece di questa campagna indiana? A me pare un esempio da seguire.

  34. @a tutti
    Sveglia! Il tam tam che viene fatto sui quotidiani, permanentemente viziato da dati fasulli ripetuti come mantra (numeri di femminicidio che includono invece madri, bambini ed estranei presenti di ambo i sessi; inclusione nelle violenze fisiche delle violenze verbali per ingrassare il numero) e dichiarazioni false (l’ONU che avrebbe rimproverato l’Italia per femminicidio) non serve a nessuno se non a chi ne parla. Lo scopo è nell’ordine:
    – Ottenere fondi per i centri antiviolenza e per le più disparate iniziative, dai congressi ai progetti a tema.
    – Ottenere visibilità personale, spendibile in termini professionali in mille ambiti.
    – Ottenere soddisfazione personale data una eventuale biografia dolorosa ma statisticamente irrilevante. L’ossessione è un fatto personale ma la sua sommatoria no.
    Altrimenti perché insistere a raccontar balle copiandosi l’un l’altr*?
    Il problema è che il tema sta cominciando a diventare materia per fanatici. Detto en passant: il ministro Severino, spallegiato dalle Carfagna o dalle Bongiorno, caldeggia esplicitamente l’introduzione giuridica di aggravante per femminicidio. Ora, che senso ha nella battaglia per la parità di genere tornare a istituire l’omologo dell’attenuante per il delitto d’onore, cassato nel 1981, tale per cui uccidere un uomo in quanto uomo diventa meno grave giuridicamente che uccidere una donna in quanto donna?
    Sicuri che trattare l’argomento della violenza sulle donne con una miscellanea massiccia di fuochi d’artificio, di qualunque ordine e in contraddizione con la realtà, sia positivo per la causa? Ripeto: inutile parlare senza le statistiche in mano. Si vedrebbe una realtà a piacere. E le statistiche elaborate dall’Istat sono, come ho dimostrato nel commento precendete, inconsistenti. Chi al contrario reputa che la metodologia* sia attendibile deve chiedere la prova del nove: sottoporre lo stesso questionario agli uomini e verificare quanti tra essi esprimano di subire violenza. Scommettiamo che saranno milioni, visto la soggettiva percezione di violenza?

    * Nota sulla metodologia Istat
    Le domande telefoniche non comportano le diciture esplicite “aggressività, violenza, umiliazione”; si limitano a chiedere se un episodio è accaduto, poi è l’intervistatrice che lo configura come violento anche se l’ignara intervistata non lo percepisce affatto come tale.
    L’intervistata risponde affermativamente, quindi le intervistatrici possono spuntare la voce “violenza”, senza che l’intervistata lo sappia.

  35. @ Paolo1984
    sono sostanzialmente d’accordo sulla non parificazione delle violenze. Intendevo solo evidenziare l’acquiescenza, la convivenza, l’immersione continua della nostra mente nel brodo della violenza, di cui quella sulle donne è (solo) una parte. Purtroppo nei blog s’interviene spesso di fretta. Avevo letto sabato e non riletto questa mattina i primi interventi di Pier Danio Forni (@) che, sostanzialmente, condivido. Mi piace considerarmi appartenente al primo tipo, anzi, quasi ci credo fermamente. Anche se ho coscienza che -ad esempio- in questo momento, nel delta del Niger, con la nostra multinazionale dell’energia, sto causando scientemente la morte di donne e bambini, e senza reqalizzare nessun poster, per giunta.
    Forse è il dubbio, il fatto che può sempre accadere di cambiare categoria, che mi aiuta a conservare la posizione. Spero.

  36. Il tema del post era comunque la minore o maggiore efficacia di differenti campagne, il tipo di effetto comunicativo che sortivano… Si parlava di passi avanti o indietro. Non di bene o bello assoluto, ma di un percorso per migliorare la comunicazione in questo senso. Includere gli uomini nei messaggi è un passo avanti, evitare le facce di donne tumefatte come unica forma di comunicazione su un fenomeno così grave è un passo avanti: Giovanna Cosenza non mi pare abbia mai scritto che l’operazione di NoiNo e la campagna inglese fossero inutili. Certo migliorabili. Certo dei segnali incoraggianti.

    La misurazione del ROI è sicuramente un parametro molto importante per misurare efficacia di sforzi e risorse spese: facile da calcolare per un sugo di pomodoro. Ma qui?
    Io penso che sia già un ottimo “Return On Investment” culturale non mostrare donne come vittime, e rappresentare gli uomini come persone che hanno a disposizione una scelta tra violenza e non violenza.

  37. Io non ho capito… Non mi pare affatto che Giovanna sostenga l’inutilità di queste campagne “pubblisociali” tout court, come invece sembra dalla tua disamina sulle tipologie di uomini, tutti capaci d’identificarsi soltanto in ciò che già sono o altrimenti non ci sono modelli in grado di scalfirli… Altrimenti di cosa stiamo parlando, qui e altrove? Cosa stiamo a preoccuparci della pubblicità oggettivante, dell’approfondimento strumentalizzante, dell’intrattenimento umiliante, della fiction scorretta, se nessuno di questi contenuti è in grado d’incoraggiare la violenza in chi non è già incline ad essa? E quindi anche il contrario, cioè nessun contenuto di denuncia è in grado di far identificare i malfattori tanto da dissuaderli e da contribuire perlomeno all’inizio della loro rieducazione?
    Io sono tra i primi a riscontrare quotidianamente, pur senza esperienza di casi estremi, come le persone scorrette o violente non si riconoscono in nessuna rappresentazione denigratrice o rieducativa dei loro comportamenti, neppure quando si trovano a fruirla ogni giorno per lunghi periodi e persino con piacere (una storyline di qualche soap o telefilm che stanno guardando, un tema ricorrente nel loro talkshow preferito e via dicendo) e neppure se hanno accanto qualcuno che glielo fa notare nei dettagli e con competenza: la loro situazione gli appare sempre “diversa”, al limite giustificata o resa opportuna da ciò che loro “provano” o da ciò che suppongono che l’altro provi anche se dice il contrario, oppure sono capaci di negare a oltranza e senza argomentazioni ciò che in una narrazione educativa sarebbe innegabile e bisognosa di spiegazioni dopo al massimo un paio d’interventi inquisitori, e via dicendo… Tuttavia ciò è sufficiente a farci dire che non stanno “recitando” un ruolo? E che nulla di ciò che hanno visto li ha influenzati nella scelta e definizione di quel ruolo, e quindi nemmeno di contribuire a un cambiamento? Se è così allora ditelo, perché crollerebbero gran parte degli assunti sugli effetti dei media, e ovviamente delle professioni, legislazioni e regolamentazioni nel campo…

  38. Enzo, se uno pensa che sia “giustificato” nel riempire di botte la moglie solo perchè non gli ha preparato la cena o ha guardato un altro uomo o chissà per quale altro motivo e se una donna non vuole lasciare un uomo del genere o crede di “meritarselo” bè non c’è fiction che tenga nemmeno la più “corretta” ed “educativa”(due termini che rapportati alla narrativa “adulta” mi sollevano molte perplessità ma vabbè) .mi dispiace se quanto dico nega anni di studi e professioni degnissime ma è quello che penso. Il che non vuol dire che non si devono fare campagne contro la violenza e quant’altro ma non speriamo di “convertire” per magia chi ritiene giusto trattare la sua compagna come un punching ball

  39. Concordo con Ugo sull’inutilità del chiasso mediatico di ieri e l’altro ieri. Tematiche sociali a rischio degenerazione non si celebrano né esaltano mediaticamente se l’intento è quello di sensibilizzare il maggior numero di cittadini sull’argomento. Questo è già un atteggiamento superficiale, ma a leggere che qualcuno “festeggia” la giornata del 25 novembre mi fa pensare al delirio senza più ritorno, qualsiasi sia il significato che diamo alla parola “festeggiare”. In questi ultimi mesi abbiamo visto collassare definitivamente lipperatura, corpodelledonne, e anche Fas (intendo su questo tema in particolare) proprio perché il delirio e l’approccio sempre più isterico e paranoico ha decretato, nel corso di un paio d’anni, la progressiva fuga di chiunque potesse offrire un punto di vista serio e argomentato sulla violenza di genere e tematiche annesse, e questo mentre le “padrone di casa” sono ancora lì, ora, a litigare infantilmente, pestando i piedi, come se il tenere un blog dovesse in qualche maniera essere un quotidiano e indiscusso riconoscimento della propria idea sul mondo.
    Sulla questione statistiche ho già detto quel che penso: vanno esaminate attentamente è comprese nella loro essenza, non certo utilizzate per tirare l’acqua al proprio mulino. Certo è che mistificare dati, o abusarne superficialmente (e della buona fede non sappiamo più che farcene), danneggia sicuramente più chi di violenza di genere vorrebbe parlare con propositi etico-evolutivi, piuttosto di chi, al contrario, vorrebbe semplicemente dimostrare l’inesistenza di un problema.
    Sugli spot e le campagna pubblicitarie di sensibilizzazione la questione è ancora più semplice: non sono gli strumenti adatti. Rientrano quindi del chiasso di cui sopra, e da qui non se ne discostano. Che poi ci siano eccezioni in cui l’immaginario di un creativo del settore assurga allo stato dell’arte non discuto, ma ricordiamoci che l’arte per essere recepita, perché abbia a innescare nel suo fruitore una percezione etica oltre che estetica, necessità di spazi e tempi che non sono quelli che in genere si conquistano uno spot pubblicitario o un cartellone stradale. Esattamente come il discorso sulla televisione dove spazi e tempi sono oggi studiati, nel migliore dei casi, per opere creative di medio/basso contenuto, sia divulgativo che culturale.

  40. in tv si trovano pure contenuti di ottimo livello (penso ad alcuni serial televisivi anglosassoni) ma come ho detto, sono scettico sul fatto che servano a “convertire” chi picchia la compagna

  41. “come ho detto, sono scettico sul fatto che servano a “convertire” chi picchia la compagna”

    nè inducono qualcuno a farlo

  42. Paolo, argomentiamo meglio le asserzioni. Grazie. In quali televisioni si trovano contenuti di alto livello e in quali fasce orarie? Per quanto riguarda la Rai, esclusa la fascia di Fuori Orario (cinema e occasionalmente serie televisive), direi che neppure le recenti programmazioni dei canali digitali riescono a fornire un approccio di taglio culturale elevato. In ambito musicale (che seguo da trent’anni) si stanno facendo tentativi (gli ennesimi da quando era appena nata Rai3!) su Rai5. Tentativi appunto: qualche diretta, qualche trasmissioncina divulgativa. Sembra che il livello degli intellettuali, gli addetti ai lavori, sia scaduto di pari passo a quello del popolo bue che vede in Allevi il mito mozartiano d’inizio secolo XXI. In verità è come se fossimo in attesa che qualcuno ci dica, ok, adesso basta con le stonzate: voglio un film di Pasolini, su Rai Uno, in prima serata (dico, è un Classico, mica sto parlando di avanguardie!), possibilmente senza tagli censori. Serve aggiungere che deve andare tutto di filato o per voi la pubblicità che spezza il discorso ogni dieci minuti è ormai parte del vostro percepire il mondo contemporaneo?

  43. Ritengo che si possa discutere ed esprimere pareri su se sia meglio utilizzare volti di donne tumefatti o testimoni uomini, o altri contenuti, simboli, metafore della campagna pubblicitaria NoiNo, ma che non si possa identificarne l’efficacia senza conoscerne i presupposti. Non si può discutere su una campagna pubblicitaria in generale se non se ne conoscono le strategie aziendali prima e di comunicazione poi, e la cosa si complica se il “prodotto” è la missione di una ONLUS. Il ROI è complesso da determinare in ogni caso, ma è assolutamente identificabile anche per NoiNo. Infatti si misura il ritorno sugli investimenti sulla base degli obiettivi fissati. ONLUS o imprese debbono essere pragmatiche, non importa di cosa si occupano. Le ONLUS, Fondazioni, Associazioni, hanno agevolazioni fiscali, le hanno coloro che donano denaro, quindi il no profit è sostenuto dai denari delle persone che contribuiscono e da tutti coloro che pagano le tasse. Per il no profit è un obbligo morale essere trasparenti, ma anche giustificare il loro operato: come i denari vengono spesi e perché. Strategie operative coerenti con la missione e gli obiettivi, poi strategie di comunicazione sono alla base di qualsiasi attività. Il ROI degli eventi ha superato il 35% quello degli spot TV è sprofondato sotto il 4%. Non è vero che è facile per i pomodori e difficile per NoiNo, è difficile sono se non ci si da degli obiettivi qualitativi e quantitativi da raggiungere e quindi poter calcolare la resa. Se io dono 1 € a una no profit ho diritto di sapere perchè si è fatta una campagna pubblicitaria, ed ho anche il diritto di criticare l’uso di questa tattica fino a che qualcuno non mi spiega cosa è “tornato” in termini di raggiungimento della missione. In ogni caso sono 30 anni che nel sociale si buttano soldi dalla finestra. Ministeri, regioni, Comuni, ONLUS, Società Scientifiche, no profit in genere hanno un livello di cultura del fare impresa molto più basso del livello, già basso, dell’impresa di profitto italiana.

  44. Soldi dalla finestra, appunto. Con la stronzata razzista sul brutto ceffo che non paga le tasse qualcuno ci ha guadagnato. Vediamo di non dimenticarcene quando discutiamo.

  45. Salve a tutti ….
    Faccio parte di un movimento maschile “uomini beta” e ,se permettete vorrei fare un paio di precisazioni
    Sulla legge Carfagna-Bongiorno ,abbiamo trattato con questo articolo
    http://www.uominibeta.org/2012/11/23/apartheid-di-genere-no-grazie/
    penso che sia inutile spendere parole di troppo ,credo che il sessismo di questa legge parli da se …
    permettetemi di avere dei dubbi anche sulle varie associazioni come maschile plurale e la neo nata Noi.no
    Penso che ,se uno chiedesse se è favorevole alla violenza sulle donne e ti dicesse di “si” ,sarebbe o un pazzo o un burlone ,visto che molto probabilmente ,anche gli stessi uomini che hanno fatto violenza (che naturalmente ci sono ) prima di fare violenza ,avrebbero dato risposta negativa ,queste associazioni ,secondo un mio punto di vista ,nascono per dire “Tutti gli uomini picchiano fuori che me”..come una sorte di “razza ariana” del genere maschile
    Siamo d’accordo nel combattere la violenza ,ma allora la facciamo a 360° gradi ,prendo lo stesso esempio che ho letto su “femminismo a sud” Se un uomo subisce violenza da una donna(e ce ne sono) viene da me a chiedere aiuto e io li dico che ,in quanto uomo ,non posso fare niente perche la violenza è solo maschile ,capite bene che ,quell’uomo lo violento due volte …
    Invece ,in queste giornate ,ma anche nelle altre si è voluto dividere il mondo a metà ,e non (che sarebbe stato anche opportuno) tra buoni e cattivi a prescindere dal sesso di appartenenza ,ma la divisione arrivava appunto ,prima dal sesso e poi dalle azioni compiute ,un esempio di questo l’ho letto su il gruppo facebook ,de “il corpo delle donne”
    http://anomis12.wordpress.com/2012/11/25/senza-biglietto/” e sopratutto questo passaggio
    “e se si tratta di un uomo è automatico portare la mano al cellulare”
    Quindi ,se per combinazione ,passo vicino a questa donna ,lei non mi giudica per le mie azioni ma ,per quello che rappresento ,cioè il genere maschile e che viene dipinto come violento ,sarà ,ma queste cose mi ricordano molto le propagande leghiste ,molto in voga nella mia zona
    Grazie per l’attenzione

  46. Mauro, ma se io passeggio da solo di sera in una strada deserta e dietro di me vedo un uomo che mi viene verso di me..posso provare un po’ di timore (magari infondato) specie se questo è più grosso di me o sono razzista? Insomma dobbiamo far finta che le differenze fisiche non esistano?

  47. Io credeo che ci sia una grossa differenza fra la campagna inglese e quella Bolognese. L’unica cosa innovativa della campagna è che vuole riferirsi agli uomini, ma lo fa in modo superficiale e attraente per i media più che per la gente comune. Come è stato già detto nella campagna inglese è usata l’ironia. Inoltre è utilizzato un linguaggio affine agli uomini, che li coinvolge e li chiama in causa. Quella bolognese è iniziata con una fase teaser (le parole stile dizionario) che non aveva niente di attraente, divertente o minimamente interessante per un uomo (come per una donna). La seconda parte della campagna ha poi utilizzato uomini famosi (anche quelli poco attraenti per gli uomini) che, sì prendono finalmente parola ma lo fanno in una maniera, fissa, retorica, finta e poco coinvolgente. Saranno stati sprecati tanti soldi per una campagna bella ma notata solo da chi è nel giro. Il problema è che chi finanzia queste campagne non premia la vera innovazione

  48. Ho già risposto a Mauro Recher su facebook (https://www.facebook.com/ilcorpodelledonne/posts/472367826139532?comment_id=5356897&notif_t=share_comment) ma lo riscrivo anche qua dato che sono stata citata.

    Nel racconto linkato sopra e intitolato “Senza biglietto” ho semplicemente cercato di rendere la situazione di incertezza e insicurezza in cui tutte le donne si sono sentite almeno una volta nella vita camminando per strada o prendendo un mezzo pubblico a tarda sera o magari in un quartiere poco sicuro.
    È evidente che il Signor Recher oltre ad essere poco informato sulle cronache di violenza di genere è anche profondamente insensibile verso il problema.
    Poi il razzismo è un’altra cosa.

  49. Ma sai ,sebbene io sia “maschio” ,quando avevo 25-26 anni (quindi ,si penso che un pochino ,nella vita ,me la potevo cavare) Mia madre mi fa “Attento a venire a casa col scuro ,perchè gli xe il marochin che te arcortea ” (in dialetto vicentino ,ma il significato credo lo si capisca)
    Stranamente ,in quel periodo ,continuavano a passare immagini e notizie di crimini e violenze fatte dagli immigrati ,e mi dici che la situazione non è la medesima?
    Se poi invece di chiamarlo razzismo ,la chiamiamo sessismo ,ne possiamo anche discutere ,ma non cambia la sostanza

  50. un po’ di musica?

    “Mother Of Violence”
    Walking the street with her naked feet,
    So full of rhythm but I can’t find the beat.
    Snapping her heels, clicking her toes,
    Everybody knows just where she goes.
    Fear, Fear, she’s the mother of Violence,
    Making me tense to watch the way she breed.
    Fear, she’s the mother of Violence,
    You know self-defense is all you need.
    It’s getting hard to breathe,
    It’s getting so hard to believe,
    To believe in anything at all.
    Mouth all dry, eyes bloodshot,
    Data stored on a microdot.
    Kicking the cloud with my moccasin shoes,
    TV dinner, TV news.
    Fear, Fear, she’s the mother of Violence,
    Don’t make any sense to watch the way she breed.
    Fear, she’s the mother of Violence,
    Making me tense to watch the way she feed.
    The only way you know she’s there
    Is the subtle flavor in the air.
    Getting hard to breathe,
    Getting hard to believe in anything at all
    But Fear.

  51. @Luziferszorn/simonasotgiu (anomis)
    Eppure, stante le stattistiche, non sarebbe giustificato “la situazione di incertezza e insicurezza in cui tutte le donne si sono sentite almeno una volta nella vita camminando per strada o prendendo un mezzo pubblico a tarda sera o magari in un quartiere poco sicuro.”
    Secondo l’Istat (2010) le denunce per stupro sono state 4800. Non vale in questo caso parlare di stupri non denunciati in quanto è papale che questi valgano per situazioni familiari, intime o che riguardano i conoscenti mentre la percentuale rasenta lo zero per atti subiti da sconosciuti per strada, dove è ovvio che la denuncia copra la quasi totalità dei casi.
    Leggiamo ancora che “[…] il 69,7% degli stupri continua ad essere opera del partner e il 17,4% o di un conoscente”.
    Usiamo il cervello. 4800 denunce, al netto dei 69,7%+17,4%=87,1%, diventano 619 casi di stupro perpetrati da sconosciuti. Il che vuol dire se le donne in Italia sono 32.774.771 (2011), il rischio di stupro da sconosciuti è lo 0,001%.
    Perciò sentirsi insicure è obiettivamente una paranoia. E allora occorrerà chiedersi chi alimenta questo allarmismo ingiustificato.

    http://www.zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20859%3Aistat-4800-denunce-di-stupri-lanno&catid=179%3Apancia&Itemid=74

  52. E io che c’entro? Son tre anni che mi prendo “sberle” dalle neo-fem perché le accuso di paranoie varie.

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