Quando un tirocinio va male nonostante i tuoi sforzi

I miei studenti sanno quanto io sia insistente (persino pedante) nel raccomandare loro – sempre – che devono valutare con attenzione ciò che un’azienda offre come tirocinio (curricolare o extracurricolare che sia), che devono chiedere e negoziare un rimborso spese, soppesare l’interesse formativo di ciò che andranno a fare, sforzarsi di immaginare in anticipo ciò che possono imparare e offrire, quali possono essere gli sbocchi di lavoro concreti, e via dicendo.

Ciò nonostante, le possibilità di errore restano ampie. E certo io, come docente tutor, non posso accompagnare gli studenti e le studentesse al colloquio in azienda, per valutare assieme a loro ogni dettaglio ed evitargli le fregature. Leggi per esempio ciò che mi scrive Paolo (nome fittizio), che accetta di condividere sul blog la sua esperienza, sperando possa essere utile ad altri/e (ometto per ovvie ragioni di privacy il vero nome di Paolo e dell’azienda):

Cara prof, sono uno studente iscritto al terzo anno di scienze della comunicazione. Attualmente sto facendo un tirocinio presso YXZ, per cui lei si è gentilmente resa disponibile come tutor dopo molte raccomandazioni. Ho già fatto 173 ore e forse sono stato troppo paziente. Purtroppo le devo comunicare che sono disperato. L’azienda presso la quale svolgo il mio tirocinio si è presentata come una modernissima e impegnatissima agenzia di comunicazione, marketing e organizzazione eventi. Queste erano le mansioni che mi sono state spiegate/promesse e che mi hanno spinto a scegliere l’azienda:

  • Analisi del mercato e strategie di comunicazione per sviluppo in ambito europeo.
  • Ricerca e implementazione fornitori e risorse umane utili agli eventi richiesti;
  • Partecipazione attiva in fase di elaborazione dei progetti comunicazione e dello svolgimento degli eventi.
  • Partecipazione a fiere ed eventi.
  • Ampliamento portfolio clienti con le nuove tecnologie, i social network, contatti diretti e telefonici.
  • Redazione e traduzione di documenti in lingua italiano-inglese, inglese-italiano.

In realtà invece tutte queste cose non si fanno semplicemente perché… non abbiamo clienti! L’azienda è infatti la start up di un gruppo più ampio e quello che faccio tutti i giorni è invece:

Non tutti gli stage finiscono male. Alcuni proseguono

  • una specie di telemarketing, dove cerco di vendere un prodotto;
  • traduzioni (conosco molto bene l’inglese);
  • “gestione” di diversi database, ovvero copia e incolla!

Ogni scmmia addestrata sarebbe capace di fare un lavoro del genere. Purtroppo non avendo clienti non c’è altro lavoro per me, e persino il mio responsabile non fa nient’altro. Per questo non posso parlarne con lui, perché svalorizzare il mio lavoro significherebbe svalorizzare anche il suo.

Io ho davvero voglia di lavorare e soprattutto di imparare, e per questo ho scelto di fare un tirocinio. Però così non ho la possibilità di imparare un bel nulla. Anzi, loro sfruttano comunque il mio lavoro, senza darmi in cambio niente: l’esperienza che ho fatto finora è che un proprio ufficio e una scrivania di vetro non fanno automaticamente un bel lavoro…

Non sarebbe un grande sforzo per me continuare a perdere tempo (è questo il problema) per le ultime 127 ore, rubandolo ai miei studi. Però non è certamente né mio interesse perdere del tempo né quello dell’università, istituzione formativa, regalare crediti a studenti pazienti.

Voglio/devo comunque aggiungere che l’atmosfera lavorativa è molto bella. Loro sono simpatici e le dinamiche sociali sono molto interessanti e accoglienti, il che mi rende a maggior ragione difficile parlare con loro del mio disagio.
D’altra parte l’atmosfera e l’ambiente sono, sì, importanti, però non sono sufficienti: anche a casa mia l’atmosfera è bella, ma – giustamente – non ricevo crediti dall’università dopo ogni cena a casa con i coinquilini. Che posso fare?

Ho risposto a Paolo dicendogli che a questo punto aveva due possibilità: o interrompere il tirocinio e cercarne un altro, azzerando le ore fatte e ricominciando daccapo altrove; o resistere e farsi convalidare come tirocinio curricolare quello già cominciato, considerando l’esperienza negativa come qualcosa da ricordare, qualcosa da cui ha comunque tratto un insegnamento. Ha scelto quest’ultima strada.

11 risposte a “Quando un tirocinio va male nonostante i tuoi sforzi

  1. capisco la disperazione del ragazzo, ma le traduzioni non sono affatto un lavoro da scimmia addestrata. Senza contare che verso l’inglese dovrebbe farle un madrelingua inglese, non italiano, per quanto creda di conoscere bene la lingua. Forse Paolo e/o l’azienda non se ne rendono conto, ma i suoi testi inglesi suoneranno sempre un po’ innaturali e bizzarri (nel migliore dei casi). Che clienti si può sperare di trovare procedendo in questa maniera?
    Mi scuso per l’antipatica puntualizzazione

  2. Capita. Paolo ha fatto benissimo.

  3. Per me potrebbe essere un’ottima opportunità per mettere a frutto le conoscenze di comunicazione e per trovare nuovi clienti; se non è un bravo comunicatore a far apprezzare il valore aggiunto di una star-up chi lo dovrebbe fare? del resto il cliente, paradossalmente, lo ha già ed è l’azienda stessa.
    Certo il rischio c’è che una volta finito il tirocinio finisca lì e si tengano i nuovi clienti, ma è anche vero che se ne capiscono il valore di “Paolo” potrebbero pensare a prolungare il rapporto.
    Ricordo una famosa pubblicità che diceva: è nelle peggiori condizioni che si vedono le performance migliori.

  4. @consolataplantone

    Io sono un caro amico di “Paolo” e anch’io gli ho detto di sfruttare questa situazione per trovare dei clienti. Lui poi mi ha spiegato che purtroppo non partecipa attivamente alla ricerca di possibili clienti, ma cerca solamente dei contatti e li organizza in un documento excel. Saranno i responsabili a sfruttare questi contatti poi. Peccato per lui.

  5. Mi permetto di intervenire in quanto laureato Compass e perchè – da molto tempo prima – mi occupo di comunicazione per il settore fieristico.
    Ho iniziato anch’io con uno stage, poi un co.co.co e così via, una passo dopo l’altro, nell’organizzazione di eventi, specializzandomi via via su una tipologia precisa, complessa e più che mai in fase di cambiamento. Ci ho messo tanto, anni, per riuscire a occuparmi PREVALENTEMENTE di comunicazione e gestione dei testi (ciò che mi piace fare), senza però abbandonare mai le mansioni più commerciali, le traduzioni, gli aspetti organizzativi…

    Condivido l’entusiasmo di uno studente, la voglia di fare che certi corsi di laurea trasmettono e la forte spinta creativa che ha chi sceglie un determinato percorso. E capisco benissimo anche la delusione nel trovarsi alle prese con il telemarketing, le traduzioni, i lavori “da scimmia” che sembrano portarci fuori strada…

    Ma c’è poco da fare, si inizia così. Anche solo rispondere al telefono e gestire con precisione il flusso di chiamate – a dispetto delle apparenze – è tutt’altro che semplice e banale, specie per chi è al suo ingresso nel mondo del lavoro. I database, per dirne un’altra, sono la miniera di un’agenzia: senza un archivio ben organizzato non si lavora e occuparsi di data entry è fondamentale sia per maturare un metodo di lavoro che per acquisire un’infinità di informazioni: non è cosa da fare in automatico, mentre si inseriscono nomi e cifre il cervello deve osservare, farsi un’idea…
    Il telemarketing, la bestia nera! Non piace a nessuno imbattersi in conversazioni che spesso altro non fanno che irritare un potenziale cliente o demolirci l’entusiasmo, ma è la palestra – PERENNE – più dura ed efficace insieme, anche per chi preferirebbe “comunicare” in ben altri contesti.
    Le traduzioni, infine, sono un allenamento quotidiano prezioso e, se fatte con gli occhi aperti, possono stimolare miglioramenti, nuove sfide… io per lavoro ho potuto mantenere due lingue e impararne un’altra senza dover fare scuole.

    Vorrei incoraggiare Paolo a stringere i denti e non perdere la grinta con la quale era partito: fa tutto parte di un percorso, alla fine il traguardo c’è, ma la situazione attuale non può più garantire strade lineari e pianeggianti. Ci vuole una pazienza infinita, molta fortuna e tanta, tantissima umiltà. Umiltà ed entusiasmo non sono inversamente proporzionali, ma anzi se entri nell’ottica giusta puoi fare di entrambi una risorsa preziosissima, specie per i tuoi anni.
    Poi, soprattutto, credo ci voglia lo sguardo aperto a 360°: qualsiasi cosa tu faccia nella tua giornata lavorativa, osserva e registra. Piano piano si presenteranno situazioni in cui potrai proporre, e poi proporti, e infine renderti indispensabile. Fare “altro” da quello che ti piacerebbe ti dà un’idea di cosa deve funzionare in una realtà lavorativa, ti rende consapevole di cosa fanno i tuoi colleghi per procurare i clienti (che magari, in futuro, gestirai tu dallo step successivo, da acquisiti). Ti rende un collega rispettoso e attento, degno della realtà in cui ti trovi, che descrivi come positiva (e credimi, non è poco!!).

    Mi rendo conto di esprimere una posizione forse troppo conciliante e buonista per i tempi attuali, e certamente ci sarà chi ha ottenuto maggiori risultati sgomitando un po’ di più, ma ho sempre difeso la scuola dell’osservazione paziente ma super-super-attenta, perchè ritengo che a lungo-medio termine premi di più.

    In bocca al lupo

    Davide

    p.s. ovviamente, in tutto questo, ci devono essere certezze granitiche sulla serietà del luogo di lavoro, sulle intenzioni e competenze di chi si offre di formarti, sul rimborso e, soprattutto, sul rispetto!

  6. Se i fatti sono così come raccontati, ha fatto male l’azienda a promettere mansioni inesistenti (anche se i “titoli” citati, a leggerli con oggettività smaliziata, contengono anche le mansioni svolte).
    “Paolo” però dovrebbe entrare nell’ordine d’idee che attualmente il lavoro consiste principalmente nel cercarlo. Non solo da parte delle persone, ma anche da parte delle imprese. Cosa fare è e diverrà sempre più prioritario rispetto a come farlo.
    Dice Paolo “una specie di telemarketing, dove cerco di vendere un prodotto”. Ha un’idea migliore? Pensa che per incrementare le attività, quantitative e qualitative dell’agenzia, ci siano sistemi più efficaci? La gestione dei database potrebbe essere risolta in modo più proficuo e creativo senza copia-incolla (ma sarà poi davvero un copia e incolla, che se fosse sarebbe una vera idiozia senza ragione, o è Paolo che la vede in quel modo?).
    Chi è stato, l’università, la famiglia, a fargli credere, da un osservatorio privilegiato, che il mondo là fuori corrisponde davvero alle teorie e alle buone pratiche, quelle studiate ma estremamente rare nel mondo reale?
    Condivido la scelta di restare che, mi auguro, non sia motivata o orientata all’accettazione rassegnata circa il tempo già perso. Se deve essere esperienza formativa, Paolo deve trovare l’atteggiamento giusto per com-prendere e fare sua questa esperienza che non deve necessariamente essere configurata da un ruolo passivo. Ma per farlo occorre disponibilità, rigore, creatività, non supponenza. Senza andare a piagnucolare dalla maestra (mi scuso ma è stata questa la sensazione sotto traccia che il messaggio mi ha procurato alla prima lettura). Auguri.

  7. Ahi ahi, concordo con gli altri commenti: Paolo credo sia semplicemente entrato nella routine di un lavoro, e purtroppo è fatto anche di mansioni ripetitive e semplici, non tutte le otto ore sono fitte di impegni superimpegnativi ed emozionanti.
    Sta a noi poi cercare di rendere al meglio: anche le mansioni da scimmie ammaestrate (che poi così non sono se non siamo noi a renderle tali) possono diventare una bella sfida di due ore. Anche per imbustare delle lettere si può cercare il metodo migliore per ottenere minimo sforzo e massima resa.
    E’ questo che l’ambiente di lavoro dovrebbe insegnare: dare il meglio di sé sia nel piccolo che nel grande.
    “Però così non ho la possibilità di imparare un bel nulla”… sicuro?

  8. Quanti laureati in comunicazione puo`accogliere il mercato Italiano? Le facolta`sono dimensionate realaisticamente o si riferiscono alle condizioni pre-crisi e al mercato del settore di 10-15 anni fa?
    Paolo, anche nella ricerca bio si inizia preparando i liquidi di coltura e lavando la vetreria, attivita`da scimmie. Se spendi il 50% del tuo tempo in attivita`formative e il resto in puro (e ripetitivo) lavoro, va ancora bene.

  9. Stessa condizione peccato che con una laurea magistrale in economia, facendomi firmare un tirocinio in area marketing sua finito in un call center customer service. Il problema e’ che il nulla che c’è intorno ti obbliga ad accettare tutto, perche’ anche il peggio e’ meglio del nulla e dello stare a casa. Sottopagati, frustrati, depressi, incavolati… Ecco chi siamo, noi giovani italiani laureati.

  10. Beh io a Paolo direi delle cose anche per rinfrancarlo, pur sottoscrivendo tutto quello che hanno scritto altri sopra. Un settore agli inizi è certamente in difficoltà ma è agli inizi, e questo vuol dire che quando si dovessero creare degli spazi nuovi se te sei rimasto e hai retto, ci potrebbe essere posto anche per te. Se reggi in un lavoro noioso palloso e da scimmietta ammaestrata rispetto alle tue competenze e lo fai bene beh a loro piacerai. Io opero in altro settore, sono psicologa. Sono anche ccreativa e testa calda. Anche superstimata eh, però sappi ho cominciato ad avere risultati e apprezzamenti e occasioni professionali quando ho dimostrato di saper essere utile in lavori del cavolo – quando ho dimostrato di essere non brillante ma diligente. Se ti dimostri diligente il contesto si fida della tua creatività se no ne ha paura. Usa questo periodo per dimostrarti carino e gentile e disponibile a fare bene cose tremebonde. Proprio perchè fai bene queste, un giorno se hai qualche idea la potrai dire, e da cosa potrebbe nascere cosa. E tu stesso offrire un contributo per far fare un salto di qualità al gruppo.

  11. Paolo ha fatto benissimo a portare a casa un tirocinio, anche perché questo significa aver comunque concluso un’esperienza. Tuttavia, mi sento anche di consigliargli che, se non si sente soddisfatto del suo percorso, è anche giusto parlarne con il suo tutor, insomma, fare dei bilanci ogni tot tempo.
    E chiedere, domandare, soprattutto quando dice che l’ambiente è tranquillo, sereno.
    Del resto, oltre alla preoccupazione del rimborso, uno dovrebbe avere “l’arroganza” di chiedere quali sono gli step formativi previsti e in quali tempi. Solo così uno stagista può effettivamente tenere sotto controllo ciò che gli succede e, qualora questo non avvenga, può chiedere e, nel caso, contestare l’andamento del suo percorso.

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