Archivi del mese: novembre 2012

Pubblicità ingannevoli su prestiti, mutui e finanziamenti

«Le pubblicità devono indicare elementi utili per identificare le caratteristiche del bene o servizio reclamizzato, a partire dal prezzo: eventuali omissioni possono infatti indurre a fare scelte non pienamente consapevoli, anche nei casi in cui i consumatori e le consumatrici abbiano la possibilità di acquisire altre informazioni in un momento successivo, ad esempio navigando su internet o rivolgendosi direttamente all’impresa. È un principio stabilito dal codice del consumo, e ormai consolidatosi nella giurisprudenza, che vale a maggior ragione quando, per complessità della materia, c’è una forte asimmetria tra l’operatore e il cittadino.

Prendiamo la pubblicità delle aziende nel settore del credito. Ci sono moltissimi esempi di istituti bancari che sono stati sanzionati dall’Antitrust per aver dato informazioni insufficienti o ambigue sui costi di un servizio (apertura e gestione di un conto corrente, carta di credito, mutui).

Un operatore bancario conta i soldi

In moltissimi casi l’inganno viene da piccole finanziarie e società di mediazione creditizia, che promettono condizioni favorevoli per accedere a un prestito o una cessione del quinto, ricorrendo a inserzioni pubblicate su quotidiani locali, sulla free press o suvolantini recapitati nella cassetta delle lettere: anche senza costose campagne pubblicitarie, questi messaggi riescono spesso ad attrarre coloro che sono alla ricerca di piccoli finanziamenti, inducendoli a sottoscrivere un contratto senza poter comparare i costi delle rate con quelli di altri operatori concorrenti.

Di recente il Tar ha ribadito che la semplice pubblicazione di tabelle esemplificative delle rate per prestiti di diversa entità non basta, se non è indicato con precisione il Tasso annuo effettivo globale (Taeg), che permette di calcolare tutti i costi che devono poi di fatto essere sostenuti (polizza assicurativa, spese istruttoria, ecc.), e ha perciò confermato la sanzione a carico di una società di mediazione finanziaria.

Il problema ha purtroppo un impatto sociale rilevante – evidenziato anche da un recente Rapporto di Cittadinanza attiva – perché spesso gli operatori del settore approfittano della situazione di difficoltà economica di chi è alla ricerca di un piccolo finanziamento per far fronte a spese impreviste o bisogni urgenti. Per questo Assoutenti ha realiizzato un video per sensibilizzare i cittadini sul tema e invitarli a segnalare all’Antitrust i casi di pubblicità ingannevole che incontrano.» Giulio Marotta – Assoutenti

Uno stage (con rimborso spese) per attività di social media marketing

Eurocommunication Grandi Eventi, concessionaria di pubblicità di grandi eventi sportivi che lavora anche nel settore della progettazione e organizzazione di eventi per il mondo dello sport e dello spettacolo, offre un’opportunità di stage di 6 mesi a un/a neolaureato/a in Scienze della comunicazione.Egeventi

Obiettivi: attività di digital PR con presidio costante del web in tutte le sue forme (siti, social network, blog, forum), per incrementare l’attività dell’agenzia sui new media e sviluppare una strategia di web marketing rilevante e efficace.

Social media

Requisiti preferenziali:

  • Laurea in Scienze della comunicazione
  • Conoscenza approfondita di internet, con particolare riguardo ai social network e al mondo dei blog
  • Ottima capacità di scrittura
  • Ottima conoscenza della lingua inglese
  • Conoscenza delle dinamiche di web marketing
  • Ottima predisposizione al lavoro in team

Durata: 6 mesi a tempo pieno.

Inizio: novembre 2012.

Sede: Rimini.

NB: è previsto un rimborso spese che sarà definito durante il colloquio.

Per candidarti allo stage puoi inviare il tuo cv all’indirizzo info chiocciola egeventi.com specificando nel subject «Stage per attività di social media marketing».

La favola bella di Obama: i soldi

Il trionfo di Obama era già scritto nel suo storytelling. Un trionfo che ha la struttura più semplice di tutte le favole più efficaci: l’eroe vince, sì, ma solo dopo aver superato prove durissime. Una struttura che ha accompagnato tutta la sua carriera politica. Osserva oggi il New York Times (traduco liberamente): «Il suo percorso ha disegnato un arco ricorrente in tutta la sua carriera: vacillare proprio quando sembrava aver raggiunto il punto di maggiore forza – il periodo prima del suo primo dibattito con Romney – e dunque essere costretto a raddoppiare gli sforzi per risollevare se stesso e i suoi sostenitori fino alla vittoria». Peraltro l’avevo scritto io stessa – modestamente – QUI e QUI.

Non sto dicendo «era già tutto previsto»: una realtà desiderata non si prevede né si determina, casomai si fa tutto il possibile per renderla probabile. Sto però dicendo che le buone storie – e la storia dell’eroe che vince dopo grandi avversità lo è, se non altro perché è antica come la storia dell’occidente – aiutano a costruire questa probabilità. Non è detto che ci riescano, ma aiutano.

Certo, le buone storie da sole non bastano: per costruirle e sostenerle, di fronte a un avversario altrettanto abile nel raccontare storie come Romney, ci sono voluti innanzi tutto molti, moltissimi soldi. E infatti questa campagna passa alla storia come la più dispendiosa di tutti i tempi.

C’è un’unica storia, al mondo, che sembra capace di determinare la realtà, non soltanto di renderla più probabile. Determinare? È una parola grossa, lo so, ma intendo dire semplicemente che, a quanto ne so, finora la sua capacità di portare alla vittoria non è stata mai smentita. È la storia dei soldi.

Per la sua campagna elettorale Obama ha speso molto più di Romney, come mostra il sito Opensecrets.org. È una storia assai poco affascinante, poco poetica, ma è necessario raccontarcela anche se siamo più contenti che abbia vinto Obama invece di Romney, per mille e una ragione: senza soldi – e senza comunicazione – Obama non sarebbe andato da nessuna parte, nel 2008 come oggi.

Morale della favola: nelle democrazie contemporanee, persino se vuoi combattere per i diritti di chi soldi non ne ha (ammesso che Obama voglia e possa farlo), devi avere molti, molti soldi. È la storia della realtà (clic per ingrandire):

Quanto hanno speso Obama e Romney

Il dialogo fra generazioni, finalmente. Senza chedere il permesso

«La disoccupazione giovanile e il tasso di abbandono scolastico a livelli allarmanti raccontano di adulti che hanno fallito la promessa che regola il patto intergenerazionale: cercare di restituire alle generazioni che seguiranno un mondo migliore. Non aspettate, ragazzi. Non attendete istruzioni, ragazze, perché non arriveranno o forse arriveranno troppo tardi, e il tempo è prezioso. Alcuni tra noi adulti vi daranno una mano: il tempo necessario per costruire ponti sulle macerie prodotte dai crolli di questo mondo in disarmo. Voi percorreteli e poi sarà ora. Non attendete oltre: tocca a voi. Senza chiedere il permesso.»

Comincia così il video di Cesare Cantù tratto dal libro di Lorella Zanardo, Senza chiedere il permesso, appena uscito da Feltrinelli, che sto leggendo in questi giorni. Il libro nasce dalle centinaia di incontri con adolescenti e giovani che Lorella e Cesare hanno fatto (e stanno facendo) in tantissime scuole d’Italia. Ne parlerò per bene appena avrò finito di leggerlo, ma intanto ti propongo il video, a partire dalla questione di fondo: il tradimento del patto intergenerazionale e i ponti verso il futuro che «alcuni adulti», come dice Lorella, possono costruire per e con i giovani.

Lorella e Cesare sono due di questi adulti. Anch’io lo sono: costruisco ponti tutti i giorni, in aula, nei corridoi dell’università, per strada, a casa, col blog, rispondendo alle centinaia di mail e messaggi su Facebook e Twitter che mi arrivano tutti i giorni. Perché lo faccio? perché Lorella, Cesare e altri lo fanno? Per ragioni personali, naturalmente: vocazione, impegno, passione quotidiana. Ma ci sono anche ragioni sociali, collettive: questa storia del patto fra generazioni mancato non nasce ora, ma c’era già negli anni 80-90. Cominciò a vederla Pier Paolo Pasolini – pensa un po’ – addirittura nel 1973, ma lui era un precursore.

Senza dialogo fra generazioni non si va da nessuna parte: era già vero quando lo scriveva Pasolini (lui parlava di «rapporto dialettico»), lo è a maggior ragione oggi, e lo è soprattutto in Italia, dove i giovani sono sempre meno e gli adulti sempre più stanchi. Insomma, «alcuni adulti» di oggi – forse meno fortunati di altri – sono stati a loro volta traditi da promesse mancate, e si mettono a disposizione. È un’occasione per tutti: giovani e meno giovani. Approfittiamone.

Come comunica Grillo (2). L’aggressività verbale

Una delle prime cose che vengono in mente pensando a Grillo è il turpiloquio. Per forza: per un comico le parolacce e le invettive sono pane quotidiano. Detto in termini più precisi, Grillo fa satira politica e l’aggressività verbale fa parte di una tecnica che la satira ha sempre usato, da Aristofane in poi: la riduzione del politico alle sue miserie umane, che includono forme di irrazionalità e stupidità, difetti fisici, bassi istinti. Indirizzare al politico di turno parolacce e insulti attinenti alla sfera sessuale o escrementizia vuol dire infatti focalizzare l’attenzione sul suo corpo e alcune sue parti tabù, cancellando così la dignità che gli proviene dal potere e dal ruolo.

Un gestaccio di Grillo

Il re è nudo, è come se ci dicesse continuamente Grillo, e non solo col turpiloquio: anche i nomignoli con cui ribattezza i politici hanno la stessa funzione perché riducono le persone ad aspetti o difetti fisici, o ne evidenziano la follia, la stupidità, l’età. Ecco allora che Berlusconi diventa lo Psiconano (basso e fuori di testa), Veltroni Topo Gigio (gli occhiali ricordano alcune rotondità del pupazzo, e il celebre “Cosa mi dici mai” allude al narcisismo infantile che Grillo gli attribuisce); e poi c’è Monti Rigor Montis (per il rigore nei conti pubblici e la freddezza dello stile), mentre Fornero diventa Frignero (inchiodata alle lacrime che versò presentando alla stampa la riforma delle pensioni, nel dicembre 2011); infine Grillo chiama i politici, in generale o a turno, salme o zombie, per evidenziare sia l’età avanzata sia il fatto che facciano e dicano cose per lui antiquate.

Inoltre, parlare di problemi politici, sociali e economici intercalando continui cazzo, porca puttana e altre espressioni colorite implica avvicinarsi ai toni spicci del linguaggio ordinario, dove da decenni il turpiloquio è sdoganato. È così che le parolacce sono entrate in politica, per avvicinare i leader alla “gente comune”. Infatti Grillo non è né il primo né l’unico a usarle: l’hanno fatto Bossi e molti della Lega prima di lui; e lo fanno, pur in modo sporadico, diversi altri politici, da Fini a Bersani, da Di Pietro a Santanchè. Sono uno di voi perché parlo come voi, è come se ci dicessero tutti.

Ma i politici si concedono qualche parolaccia solo ogni tanto, e persino Bossi e i suoi cercano di contenersi sui media e nelle sedi istituzionali. Per Grillo invece l’aggressività verbale è la norma, nei comizi come sul blog. Per forza – si potrebbe obiettare – è lo stile della sua satira. Vero, e l’ho già detto.

Il problema però è che Grillo è ambivalente: non è più solo un comico perché ha fondato un movimento politico, ma non è nemmeno un politico perché non si candida a nulla. Né comico né politico, soffre una «crisi di identità», ha ripetuto girando la Sicilia. Un politico-non politico, un paradosso, un’anomalia.

Ma nel frattempo la sua aggressività verbale entra tutti i giorni nel linguaggio politico e mediatico, ne alza i toni e abbassa il livello, ma soprattutto distoglie l’attenzione dai contenuti e programmi, ossessionando tutti – politici, giornalisti, cittadini – con inutili pettegolezzi del tipo senti cos’ha detto Grillo di Tizio… hai visto come gli ha risposto Caio… uh, quanto s’è incazzato Sempronio… Il che non fa bene ai politici che, tutti presi dal doversi difendere dagli insulti di Grillo, trascurano la portata del Movimento 5 Stelle e dimenticano di prendere in considerazione il suo programma. Ma non fa bene neppure agli attivisti del Movimento 5 Stelle, molti dei quali sono persone serissime che faticano tutti i giorni a ricordare che i programmi e i contenuti esistono e occorre leggerli, studiarli e, soprattutto, contribuirvi in modo concreto e propositivo. Infine non fa bene nemmeno ai sostenitori e simpatizzanti di Grillo e del suo movimento, che spesso sono i primi a fermarsi all’insulto, invece di impegnarsi seriamente in prima persona, come lo stesso Grillo vorrebbe. Lo dimostra il blog di Grillo, dove i commenti vuoti e aggressivi hanno spesso la meglio sulle discussioni competenti e argomentate.

Credo insomma che Grillo debba a questo punto affrontare seriamente la sua «crisi di identità», e che la soluzione non possa trascurare il modo in cui parla. Per il bene del suo movimento. Continua (2).

Vedi anche Come comunica Grillo (1). Il corpo.

Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

Scienze della comunicazione a Bologna

Per la cronaca: da oggi coordino ufficialmente il corso di laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna, non più la laurea magistrale in Semiotica, che ho presieduto per tre anni e ora sarà presa in carico dal professor Paolo Leonardi.

Scienze della comunicazione

Sono felice e onorata di questo ruolo che i colleghi hanno voluto affidarmi. So che sarà un impegno gravoso, data la situazione dell’università italiana e il discredito di cui soffrono in special modo le lauree umanistiche e quelle in Scienze della comunicazione. Ringrazio il professor Costantino Marmo, che con grande impegno, capacità e efficacia ha presieduto il corso di laurea negli ultimi sei anni e spero che, con l’aiuto di tutti, qualcosa di buono possa saltar fuori anche nei prossimi tre.

Buon weekend, intanto. 😀