Archivi del mese: dicembre 2012

Umberto Eco, Erri De Luca, Rita Levi Montalcini per gli auguri di capodanno

Imperdibile l’ultima Bustina di Minerva di Umberto Eco, che ci spiega i “bersanemi”, le celebri frasi di Bersani che Crozza ha messo in parodia: tutti li chiamano metafore ma sbagliano, perché invece sono esempi paradossali. Alla fine Eco ammonisce: «Ben vengano i paradossi espressi dai bersanemi, purché non si continuino a fare cose faticose e stupidamente inutili». Ma leggi l’articolo per intero: Il senso di Bersani per la metafora.

Inevitabile, dal 2008, che a fine dicembre arrivino a questo blog le visite (centinaia!) di chi cerca il “Prontuario per il brindisi di capodanno” di Erri De Luca e trova il mio post del 31 dicembre 2008. Tanto vale allora riprenderlo: Prontuario per il brindisi di capodanno.

Impossibile, oggi, non rivedere il filmato in cui Rita Levi Montalcini rispondeva a sei giovani ricercatrici provenienti da tutto il mondo. Era la fine del 2009, Rita aveva 100 anni, si trovava in Israele e parlava di ricerca internazionale, donne, futuro. Eccola, in una pittata che Attilio Del Giudice ha intitolato “Per il primato del neocorticale”.

Rita Levi Montalcini di Attilio Del Giudice

Ecco infine il video, grazie alla Fondazione EBRI.

Berlusconi e Monti: questioni di «rango»

Ieri a «Uno Mattina» Berlusconi ha commentato l’ormai celebre «salita in politica» di Monti, con queste parole:

«Lui dice che “sale in politica” perché ha ragione: aveva un rango inferiore a quello di Presidente del consiglio [tende il braccio verso l’alto]. Io ho detto [il braccio va ancora più alto] “sceso in campo” [il braccio piomba in basso] perché avevo un rango superiore, e quindi è giusto: questo è il linguaggio.»

Berlusconi a Uno Mattina 27 dicembre 2012

Berlusconi ha usato la tecnica retorica della concessione: dare ragione all’avversario per ritorcere questa ragione contro di lui. Di solito «si concede» qualcosa su un tema secondario, o parziale, per vincere su uno più importante e decisivo (si perde una battaglia per vincere la guerra). In questo caso, invece, Berlusconi dà ragione a Monti per degradarne il ruolo e innalzare il proprio, ribadendo e rinforzando l’espressione della «discesa in campo», da lui introdotta nel 1994, a cui Monti ha contrapposto la «salita in politica».

Un colpo da maestro, che dimostra quanto Berlusconi sia ancora abile in  comunicazione. È chiaro che oggi non è più quello di una volta (per ragioni che ho illustrato qui). È chiaro che la mossa di Berlusconi ha senso solo sullo sfondo di un sistema di valori condiviso dal suo elettorato (e non solo: attenzione!), per cui un Imprenditore-con-la-i-maiuscola (quello che lui era nel 1994) ha un «rango» più alto di un Professore-con-la-i-maiuscola (quello che Monti era prima di diventare Presidente del Consiglio; ma in realtà aveva molti altri incarichi). Detto in altri termini: se non condividi questo sistema di valori, la mossa di Berlusconi ti dà fastidio o ti sembra ridicolmente spocchiosa.

Ma in ogni caso Berlusconi ci sa fare: gli avversari potrebbero imparare molto da lui. Faccio notare che lo stesso Monti, nella conferenza stampa del 23 dicembre, in cui aveva detto «faccio fatica a seguire la linearità del pensiero di Berlusconi», mostrando con esempi quanto invece fosse contraddittorio (tutt’altro che lineare), aveva basato la sua ironia su una concessione: «Sento qui il dovere di dire una parola di gratitudine e di… sbigottimento al tempo stesso nei confronti di Berlusconi». Anche da Monti gli avversari hanno molto da imparare.

Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

Come comunica Grillo (5). Il crowd surfing

Grillo usa il corpo sempre in modo estremo: non afferma, esclama; non parla, grida; non suda, s’inzuppa; non gesticola, si scompone. Sul palco poi non si limita a camminare, ma lo percorre a grandi falcate o addirittura corre; non si limita a rivolgersi al pubblico, ma si piega a novanta gradi, s’abbassa, si sporge oltre eventuali sbarre e transenne, come se volesse tuffarsi nel pubblico (vedi Come comunica Grillo (1). Il corpo).

Come se volesse? A Spoleto il 23 dicembre si è tuffato davvero, facendo quello che nei concerti metal, punk e rock si chiama crowd surfing: ha nuotato nella folla, facendosi trasportare da un lato all’altro della piazza. Una pratica anche un po’ pericolosa, visto che la star rischia di cadere e farsi male (come è accaduto perfino a Peter Gabriel) se qualcuno si scansa o non ha la forza di reggerla, o se la folla non è abbastanza fitta; tanto, che in alcuni concerti e paesi è vietata.

Grillo che fa crowd surfing

Il paragone con le star musicali è pertinente, e infatti l’hanno proposto in molti sui media. Ma è anche fuorviante, perché concentra l’attenzione solo sulla componente spettacolare del gesto, che indubbiamente c’è ma non basta a capirlo. La vera novità del crowd surfing di Grillo sta infatti nei suoi significati politici di fusione totale, addirittura fisica fra il leader e i suoi elettori, e di fiducia reciproca: «Se voi vi fidate di me, io devo fidarmi di voi. Mi potete lasciare per terra o condurre di là, chissà», dice Grillo prima di gettarsi, mostrando di avere come sempre le idee chiare sulle implicazioni simboliche di ciò che fa.

Una fiducia rinforzata e sancita dalla perfetta riuscita del crowd surfing, ma che c’era già prima: se Grillo ha deciso di tuffarsi vuol dire che già si fidava. Quanti leader politici godono oggi di altrettanta fiducia? Certo, sono tutti pronti a prendere le distanze da una pratica come questa, perché la fusione fisica fra il capo e la folla implica accettazione acritica e solo emotiva, priva di mediazione razionale, e come tale può essere letta come «populismo estremo». Ma la fiducia? La fiducia è una cosa seria, diceva un vecchio slogan pubblicitario. E anche senza il crowd surfing (solo Grillo può permetterselo, perché sta nel suo personaggio), un politico deve comunque trovare il modo di dimostrarla. Anche simbolico.

Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

Vedi anche le puntate precedenti: Come comunica Grillo (1). Il corpo; Come comunica Grillo (2). L’aggressività verbale; Come comunica Grillo (3). «Io sono te»; Come comunica Grillo (4). La funzione catartica.

Agenda Monti: molte promesse ma nessun come

L’abbiamo attesa tutto il giorno e finalmente ieri, a tarda sera, l’Agenda Monti è arrivata: un pdf di 25 pagine, che sembra seguire tutte le regole (quasi) di sburocratizzazione della scrittura che si insegnano nei corsi di business writing: frasi brevi, parole semplici, organizzazione del testo per punti, e via dicendo. Un po’ come il programma «Un’altra Italia è già qui: basta farla entrare» di Matteo Renzi (26 pagine), anche se questo era più curato graficamente. Ma il problema non è né la scrittura né la grafica. Il problema sono i contenuti.

Agenda Monti

Dal testo di un docente universitario – un collega – mi aspettavo emergesse una differenza netta e ampia rispetto al testo prodotto da un uomo di partito. Monti è un professore, uno-che-sa, un tecnico che si è sempre presentato come diverso dai politici per questa ragione fondamentale: dove gli altri parlano, lui dovrebbe fare, dove gli altri pongono obiettivi, lui dovrebbe riuscire ogni volta a distinguere fra gli obiettivi realistici e non, proprio perché, a differenza dei politici, conosce a fondo (è un prof!) come ogni obiettivo si raggiunge e dovrebbe saper anche dire perché eventualmente non si può raggiungere. Su questa base mi aspettavo un’Agenda Monti che, pur brevemente e semplicemente, ci spiegasse i come e i perché, non si limitasse cioè a elencare – per l’ennesima volta come fanno i politici – gli obiettivi, le intenzioni, il cosa-sarebbe-bello-fare, cosa-si-dovrebbe-fare-per-il-bene-del-Paese. Da un prof insomma mi aspettavo una spiegazione chiara e sintetica dei mezzi, delle strade per, non l’ennesimo elenco di buone intenzioni. Non dico tutte le strade, ma almeno le principali. Non dico i dettagli, ma almeno le grandi linee.

Invece:

  1. L’Italia «deve essere protagonista attivo e autorevole di questa fase di rifondazione dell’Europa. Deve svolgere un ruolo trainante»: bello, talmente affascinante che persino Berlusconi potrebbe dirlo; e forse solo la Lega, oggi, direbbe una cosa diversa.
  2. L’Italia dovrà «attuare in modo rigoroso a partire dal 2012 il principio del pareggio di bilancio strutturale», «ridurre lo stock del debito pubblico a un ritmo sostenuto e sufficiente in relazione agli obiettivi concordati», «ridurre, a partire dal 2015, lo stock del debito pubblico in misura pari a un ventesimo ogni anno, fino al raggiungimento dell’obiettivo del 60% del prodotto interno lordo». Già, ma come? Dammi un’idea di cosa faresti in concreto per raggiungere questi scopi, caro prof. O almeno fingi di darmela.
  3. «L’aggiustamento fiscale compiuto quest’anno a prezzo di tanti sacrifici degli italiani ha impresso una svolta». Bene, dei sacrifici sapevo, sulla svolta resto in attesa. E qui arriva il capolavoro: «Per la prossima legislatura occorre un impegno, non appena le condizioni generali lo consentiranno, a ridurre il prelievo fiscale complessivo, dando la precedenza alla riduzione del carico fiscale gravante su lavoro e impresa». Ovviamente in quel «non appena le condizioni generali lo consentiranno» si annida il segreto di ogni rinvio e scusa: «Avremmo voluto evitarvi nuovi sacrifici, cari italiani e care italiane, ma le condizioni generali non ce l’hanno consentito». E poi ancora una volta, caro professore, dimmi come: da dove prendi i soldi, fra qualche mese e tutto d’un botto, per «ridurre il carico fiscale su lavoro e impresa»? Persino Berlusconi, nel suo sproloquio ieri da Giletti, ha cercato disperatamente di elencare da dove prenderebbe i soldi per togliere l’IMU.
  4. «Bisogna realizzare […] un fisco più semplice, più equo e più orientato alla crescita»: come non essere d’accordo, lo dicono tutti, ma di nuovo: come?
  5. «Spending review non vuol dire “meno spesa”, ma “migliore spesa”»: questo è uno slogan fantastico. Certo Berlusconi si sta mangiando le mani per non averlo detto lui.
  6. «Una pubblica amministrazione più agile, più efficiente, più trasparente. Usare meglio i fondi strutturali europei». Se non sapessi che la frase sta nell’Agenda Monti, potrei pensare che è di Brunetta.

E ancora: «Continuare la strategia delle liberalizzazioni», «Rivitalizzare la vocazione industriale dell’Italia», «Prendere sul serio l’istruzione, la formazione professionale e la ricerca»: evviva, lo dicono tutti da anni, ma poi da anni non lo fanno, e non c’è niente, nell’Agenda Monti, che mi faccia credere che stavolta sarebbe diverso. Ce n’è persino per gli ambientalisti, ai quali si dice che bisogna «sfruttare il potenziale dell’economia verde» con «regole chiare e ragionevoli» rispetto alle quali «bisogna essere intransigenti verso chi le viola» (wow!); ce n’è per l’«Italia della bellezza, dell’arte e della cultura», per cui «musei, aree archeologiche, archivi, biblioteche devono essere accessibili ai cittadini e ai turisti in modo più agevole e la qualità dell’offerta deve migliorare». Ce n’è persino per le donne – povere donne – a cui si dice per l’ennesima volta che «L’Italia non potrà dispiegare il proprio potenziale di sviluppo economico se non riuscirà a valorizzare maggiormente le donne» e si tenta pure di dire qualcosa del come, parlando di «detassazione selettiva dei redditi di lavoro femminile», senza però dire, ancora una volta, da dove si prenderanno i soldi per tale detassazione, visto che lo stock del debito pubblico andrà ridotto «a un ritmo sostenuto» e, dal 2015, di «un ventesimo ogni anno».

Insomma, all’Agenda Monti si può fare un’obiezione simile a quella che ieri lui ha fatto a Berlusconi che promette l’abolizione dell’IMU: «è un appello altamente attrattivo sul piano popolare […], ma se si farà senza altre grandissime operazioni di politiche economiche […] chi governerà una anno dopo, non cinque anni dopo, dovrà rimettere l’Imu doppia». Sono proprio queste «grandissime operazioni di politiche economiche» che l’Agenda, pur elencando molte e condivisibili buone intenzioni, non spiega. E che invece mi aspettavo illustrasse, almeno a grandi linee. Altrimenti, cosa distingue l’Agenda Monti dalle tante promesse dei tanti politici?

Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

«Science: It’s a Girl Thing!» La vendetta

Ricordi la campagna «Science: It’s a Girl Thing!» lanciata il 21 giugno scorso dalla Commissione Europea e subito ritirata, perché aveva suscitato un bel po’ di polemiche?

Ebbene, il Dartmouth Polar Environmental Change IGERT  – che è il centro dell’università statunitense di Dartmouth che studia i cambiamenti climatici nelle zone polari – ha realizzato un video di risposta, presentando il gruppo del postgraduate program – tutte ragazze toste – che al momento lavora in Groenlandia. Un’immagine ben diversa, rispetto allo scivolone dalla Commissione europea:

Science in Greenland

Grazie a Micol per la segnalazione.

Berlusconi 2013: debolezze e punti di forza

Sto seguendo le apparizioni televisive di Berlusconi in questi giorni, per capire cosa resta del “grande comunicatore”. Come ho scritto molte volte su questo blog (metti la parola “Berlusconi” nel motore di ricerca), la sua comunicazione ha cominciato a fare acqua dopo i primi scandali sessuali (da Noemi, aprile 2009, a Ruby, novembre 2010). Nel giugno 2009 ad esempio, non era già più quello di una volta. Da lì in poi è sempre andato peggio, fino alle dimissioni a fine 2011.

Ora però s’è un po’ ripreso e, in attesa di sapere che fa Monti, si agita molto. Pensa di vincere? Non direi: a parole, come ha detto martedì sera da Vespa, «punta a ottenere il 40%», ma in realtà per ora cerca solo di riprendersi gli elettori suoi affezionati che, in sua assenza, si erano rifugiati nel mare magnum degli incerti. Inoltre si agita per ricordare al centrodestra (e all’Italia intera) che da lui non si prescinde: dai suoi soldi, innanzi tutto, che sono ovunque, muovono cose e persone, dettano condizioni anche quando non ce ne rendiamo conto. Ma come comunicatore? Come comunicatore s’è un po’ ripreso, dicevo.

Punti di forza:

  1. È capace di martellare pochi concetti semplici e concreti e in comunicazione la ripetizione conta: l’abolizione dell’IMU, la costituzione che va cambiata sono alcuni suoi mantra attuali. Li risentiremo.
  2. È capace come pochi di gestire lo storytelling: sapeva benissimo, per esempio, che la storia della «misteriosa fidanzata», cominciata nel gennaio 2011, era rimasta senza finale. Ora infatti, raccontando del suo «sentirsi meno solo» con la giovane Francesca Pascale, ci ha dato lo happy end.
  3. In un paese che invecchia (vedi ultimi dati Istat), per molti (anche donne) è di conforto pensare che un amore giovane possa far rifiorire un anziano. E molti giovani apprezzano la mossa perché “trasgressiva”, “anticonformista”, “antimoralista” e via dicendo. Non è un caso che da Barbara D’Urso, domenica pomeriggio, Berlusconi sia arrivato subito dopo l’ecografia di Carmen Russo, mamma a 53 anni: trasgressiva lei, trasgressivo lui.

Punti di debolezza:

  1. La faccia: Berlusconi ha gli occhi troppo fermi per il botulino, è troppo tirato, troppo tinto, troppo truccato. Non è più telegenico insomma, e lo sa benissimo. Infatti non guarda più in camera e tiene spesso gli occhi bassi, lui che trapanava lo schermo fino ad arrivarci in salotto.
  2. Si muove poco, appare rigido e ha spesso la voce impastata, esitante. A furia di controllare tutto, non riesce più a sembrare spontaneo. Un bel problema per il famoso “contatto con la gente”.
  3. È diventato verboso, si infila in predicozzi senza fine che sono fuori target, nel senso che non sono adatti al suo stesso pubblico: la tirata di domenica pomeriggio sulle lungaggini e le pastoie della macchina politica italiana che gli ha impedito di governare era lunghissima, complessa, noiosa. Idem per la tiritera sulla magistratura: troppi dettagli tecnici, troppe situazioni lontane, di cui al suo pubblico non frega nulla.

Detto questo, attenzione a sottovalutarlo: la televisione in Italia conta ancora molto, moltissimo. Non a caso molti sondaggi di questi giorni danno il Pdl in recupero. Vedi per esempio le tabelle di IPR Marketing e Ispo, proiettate l’altra sera da Vespa:

IPR Marketing 18 dicembre 2012

Ispo 18 dicembre 2012

Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

La strategia dello spot Amg Gas col finto «Padrino»

Per promuovere le sue tariffe – e soprattutto far parlare di sé – l’azienda siciliana Amg Gas ha realizzato uno spot in cui l’attore Sasà Selvaggio, facendo il verso al Marlon Brando del film Il Padrino, incarna la stessa Amg Gas e ce la mostra mentre spiega a un cittadino qualunque – pentitissimo per essersi rivolto ad altri fornitori di energia e aver speso di più – come sarebbero andate le cose se si fosse rivolto a Amg Gas. (Ringrazio Benni per avermi segnalato lo spot.)

Lo spot Amg Gas

Com’era prevedibile e com’è stato ovviamente programmato da chi ha concepito lo spot, la polemica si è accesa all’istante: chi se la prende con la pessima immagine della Sicilia che lo spot rimanda (come sempre ridotta a sola mafia); chi sottolinea che magari la mafia fosse ancora questa, oggi è ben diversa ed è soprattutto al nord; chi non ci vede nulla di male e accusa i detrattori di moralismo; chi si rifugia nel benaltrismo (i problemi veri sono altri, inutile perdere tempo dietro a questa sciocchezza). Lo stesso CdA di Amg Gas ha giudicato lo spot una «scelta infelice» (ma finora non l’ha fatto ritirare).

Parlino bene o male, purchè parlino è la semplice – vecchia e solita – strategia che muove la campagna: c’è del vero in tutti i commenti sopra elencati e lo spot è fatto apposta per fomentarli tutti (e altri ancora). Be’ forse allora sono caduta io stessa in trappola perché ho dedicato un articolo alla questione? No: parlo dello spot solo per far notare, a chi ancora cascasse in questi giochetti, che l’unico modo per disinnescarli (ed evitare che le aziende continuino a proporli) è non cascarci più. E l’unico modo che ho per contribuire – nel mio piccolo – a innalzare la consapevolezza media su questi facili ma sempre efficaci meccanismi è metterli a nudo.